Baciami all’infinito

 

 “Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”. (Khalil Gibran)

Era stufo e aveva un infinito bisogno di pace, di normalità, di leggerezza. Quella sera avrebbe proposto un buon film a Elvira. Davano Cuore Selvaggio. A lei piaceva Nicolas Cage e poi c’era anche la Dern, e a lui piaceva lei, così la scelta del film avrebbe messo d’accordo entrambi, per una volta! Un diversivo nel normale andamento delle cose, o piuttosto una tregua, vista l’intensità e il numero sempre più crescente delle litigate.

                                                                         ***

Lei era in cucina, seduta di spalle a cavalcioni su una vecchia sedia, ancora e sempre con la solita sottoveste rossa. Aspirava fumo da una sigaretta e ascoltava la radio, a volume basso, quasi in sordina.

L’aria della Carmen e l’odore di un piatto pronto, di quelli da ripassare pochi minuti al forno, aleggiavano nell’aria. Forse è pizza, pensò Tommy, o lasagne precotte, nella migliore delle ipotesi.

In casa oramai non c’era più nulla di fresco, a parte l’acqua. Raramente, Elvira andava all’ipermercato e caricava l’auto di prodotti surgelati, tre o quattro casse di vino a buon mercato e stop! Le sue uscite finivano lì. Nemmeno due arance dal fruttivendolo di sotto, o un’insalata fresca, più nulla. Il resto del tempo stava chiusa in casa, a bere vino e fumare sigarette con sottofondo d’opera o musica classica. Il pane lo portava lui, ogni sera al rientro dal lavoro.

Bei tempi – rifletté – quando preparava, quasi ogni sera, una delizia dietro l’altra: zuppa di pesce, cozze, ravioloni di mare, branzini al forno… Dio, quanto mi mancano!

Posò il filone sul tavolo. Qualcuno grattava ai vetri della finestra. Era il gatto, ansioso di rientrare in casa.

Lei si alzò e notò il mazzolino di fiori in una mano del marito.

Lui sorrise e le annunciò il programma della serata: una cenetta da Palumbo, a mangiare antipasti di mare e gamberoni, e poi all’Odeon per quel film che sarebbe piaciuto ad ambedue. Per coronare il tutto le porse i fiori e le sfiorò le labbra con le sue.

–          E questo lo chiami bacio? – reagì Elvira, secca e provocatoria, i seni tondi e ancora sodi fuori a metà dalla sottana. – Puzzo d’aglio o cosa? O la lingua te la tieni per le altre?

Tommy alzò gli occhi al cielo e sbuffò. In effetti, in quel bacio, aveva sentito l’odore del vino. Si guardò in giro e vide la bottiglia vuota sul lavello e un’altra mezza piena sul tavolo. Alzò le spalle scoraggiato e andò in camera. Signore, fa che questa serata non si trasformi in un inferno! – chiese al cielo. Appese la giacca alla stampella e la infilò nell’armadio. Si sedette sul bordo del letto. Di colpo si sentì stanco, estenuato dal solito andazzo monotono e scontato di quella loro vita a due. Non ne poteva più, poggiò la testa sul cuscino e provò a riflettere.

Elvira apparve sulla soglia della porta. Lui la osservò, da un fine spiraglio lasciato alle palpebre chiuse. Era bella, anche in disordine manteneva intatto quel fascino ora languido ora aggressivo ravvivato da due enormi occhi scuri. Finse di non vederla, il tempo di trovare un’idea e decidere il da farsi. Lei roteò sui talloni scalzi e tornò in cucina. Accese una sigaretta, prese i fiori e li gettò nella pattumiera.

–          Figlio di puttana – disse – non te la caverai sempre così.

Lui non sentì. Quelle dieci ore di lavoro, tutte in piedi, lo avevano affaticato più del solito. Sentì il sonno pizzicargli gli occhi. Devo reagire, devo farcela, pensò, tentando di combattere l’assopimento.

***

Aspirò una gran boccata d’aria, si alzò e la raggiunse. Le cinse i fianchi e ci provò di nuovo e questa volta con la lingua, ma non gli venne bene. Il risentimento covava ancora, cieco e sordo. Una ruggine vecchia di un anno, forse più, da quel semplice e stupido bacio alla Molly e la ripicca quasi simultanea della moglie che s’era infilata nel letto di quell’accidenti di psicanalista. Da allora, stringerla fra le braccia, baciarla, amarla, non era più come prima. E poi, tutto quel bere, santo cielo, quel perenne fiato alcolico che a lui proprio non andava giù. Lei se ne accorse.

–          Vedi? – fece allontanandolo – Ti dà fastidio pure se bevo un bicchiere o due.

Ebbe un gesto di stizza e tirò completamente fuori i seni.

–          E questi, nemmeno questi ti eccitano? – riprese, con un riso amaro. Li massaggiò e rimescolò come fossero l’impasto di un pane.

–          Allora, sono buona per la rottamazione, è quello che pensi?

Lui la guardò incredulo e imbarazzato. Pensò è già ubriaca! Lei continuò:

–          Non ho ancora quarant’anni caro il mio Tommy, nemmeno quaranta, ti fosse sfuggito. Sono mesi che non mi tocchi con la scusa della mia presunta nevrosi. Ma nessuno mi ha mai vietato di fare sesso, ti assicuro, anzi! È più che raccomandato.

Riaggiustò i seni nella scollatura, si avvicinò alla finestra e l’aprì. Il gatto entrò e si strusciò contro le sue spalle. Lei lo carezzò, fissando i tetti delle case, lo sguardo lontano, svagato. Respirò l’aria umida della sera poi si girò e attaccò di nuovo, senza nessuna enfasi:

–          Stai mandando a puttane vent’anni di matrimonio, giorno dopo giorno, come un veleno lento, quasi indolore. Ma non mi finirai, sappilo, piuttosto sono io che ti ammazzo.

Tommy aveva la gola secca, irritata, aveva fumato più del solito. Portò la bottiglia d’acqua alla bocca e bevve alla cannella.

–          Dai, preparati e non dire stronzate. Cerchiamo di passare una serata come si deve.

–          È il colmo – ribatté lei – non gli piace baciarmi ma mi invita a una seratina da innamorati. Sei un vero cazzone.

–          Elvira, cosa vuoi che ti dica, sono stanco, ho lavorato tutto il giorno, ho la bocca cattiva. Magari dopo una buona cenetta, il cinema. Insomma, mettici un po’ del tuo, ti prego!

–          Cribbio! Giro seminuda per casa e non mi degni di uno sguardo. Faccio la doccia con la porta aperta, vengo a letto nuda. Mettici un po’ del tuo, dice, a me, mica a lui, a me!

–          Piantala Elvira. Lo sai no? Si comincia così e non si sa come finisce. L’ultima volta hai provato a darmi una forchettata sul collo, ricordi? Lo sai che quando la rabbia ti monta al cervello ti infiammi e perdi il controllo.

Lei si avvicinò al tavolo, c’erano piatti, coltelli e forchette, bicchieri, l’acqua, il vino, tutto già predisposto per la cena.  Agguantò la forchetta e la piantò con rabbia nel pane, quindi prese la bottiglia di rosso e ne trangugiò un quarto. Lui le posò la mano sulla spalla.

–           Ascolta tesoruccio, perché non cerchi di smettere con questo bere? Quanto ne hai mandato giù, eh? Quella roba per la depressione si concilia male col bicchiere, lo sai.

Lei non rispose subito. Si girò, lo fissò un attimo e cercò di offenderlo:

–          Hai una faccia da cinghiale. Un cinghiale con gli occhi piccoli, porcini, le sopracciglia folte con i peli duri, la barba incolta fino al collo. Sei pure grasso, i fianchi e la pancia non ti stanno più nei pantaloni e le mani, persino quelle si sono rimpolpate, e fai pure lo schizzinoso.

–          Insomma, Elvira…

–          Si, sei un cinghiale, un cinghiale puzzolente e senza amore. E io odio i cinghiali!

–          Hai ragione. Sono un brutto cinghiale cattivo, o.k.

–          O.k. cosa? Tenti di rabbonirmi? Mi dai il contentino?

–          Ma no, penso che sono proprio un cinghiale, un vero buzzurro, e lo penso davvero, credimi.

–          Ho una gran voglia di spaccarti la testa, ecco di cosa ho voglia. Aprire quella testona nera di cinghiale e vedere cosa c’è dentro.

–          Si, magari un’altra volta. Adesso ti prego, fatti una bella doccia, sistemati un pochino e usciamo. Dobbiamo darci una mossa.

–          Perché?

–          Perché ho prenotato per le otto e non manca molto.

–          Fra poco passano alcune sonate di Chopin o dei valzer, non ricordo bene, e a fine serata trasmettono il flauto magico, alla tele, e mi va di vederlo.

–          Mozart?

–          Mozart, bravo!

–          A che ora?

–          Verso le undici.

–          Bene, allora mangiamo e rientriamo a casa. Niente cinema, solo una buona cena e un buon vinello. Lo sai, da Palumbo ci sono il Cirò, lo Scilla e tutti quei buoni vini calabresi. Se non ti vanno, e se ricordi bene, ha pure il Franciacorta, il tuo preferito.

Lei riprese la bottiglia del vino, ma invece di portarla alla bocca con un guizzo rapido gliela spaccò in testa. Il gatto fece un balzo e schizzò sul lavello, poi s’appollaiò sul davanzale. Gli occhi gialli e sgranati fissarono le prime gocce di sangue, miste a frantumi di vetro e al rosso scadente.

–          Vuoi ammorbidirmi col vino? Ecco che me ne faccio del vino, minchione. Secondo te è quello che mi interessa in questo momento, il vino?

Il tono era calmo e misurato, non lasciava trasparire nessuna emozione.

Tommy, tramortito, piegò le ginocchia e si lasciò mollemente cadere in terra, rovesciando il capo all’indietro. Non un lamento, né un mugolio. Aveva un grosso taglio profondo sulla parte alta dell’osso frontale. Il sangue iniziò a fuoriuscire copiosamente dalla ferita, chiudendogli un occhio. Lei si avvicinò, flemmatica, imperturbabile. Adesso aveva la forchetta in mano. Si piegò, sfiorò col suo alito vinoso le labbra di Tommy.

–          Ed ecco la famosa forchetta, la riconosci? Ti è andata bene una prima volta, ma non la seconda.

Tommy provò ad alzare la mano, ma non riuscì a evitare il colpo. Lo ricevette sulla carotide. Una volta, due, tre. Elvira la lasciò piantata nella gola del marito e si alzò di scatto.

Il gatto miagolò basso e rauco, quindi sfrecciò via, sui tetti, mentre la luna sorgeva quasi gialla sull’orizzonte.

Elvira si avvicinò al forno e lo spense. Quindi alzò il volume della radio: stavano annunciando l’imminente brano di Chopin.

Prese l’agenda, la sfogliò e trovò il numero.

–          Pronto, Palumbo? Sono la moglie di Tommy, sì il giornalaio. Mio marito deve aver riservato un tavolo per due. Il fatto è che non si sente molto bene, allora credo che verrò da sola. Si, grazie! A che ora? Fra un’oretta sarò da voi. Ah, a proposito: ce l’avete ancora quel Franciacorta? Il Ca’del Bosco, si, proprio quello, e l’annata è perfetta. Me ne metta una bottiglia in fresco, a me piace berlo sui 15 gradi.

Riattaccò. Si tolse la sottana rossa, scavalcò il corpo esanime del marito e si avviò verso la doccia.

 Le note del piano risuonarono nel piccolo appartamento.

–          Spring Waltz! – constatò Elvira, piroettando leggera intorno al tavolo – Sempre meglio che un notturno.

 

***

Il cielo era chiaro e il sole si approssimava all’orizzonte. È già l’alba, mormorò fra sé. Quindi, di scatto, si tirò su e guardò fuori dalla finestra aperta.

–          Diavolo! Ho dormito come un ghiro – mormorò, portandosi d’istinto la mano alla fronte.

Non c’era più sangue, più nulla e la forchetta era sparita dal collo. Si girò e vide Elvira, supina sul letto.  Era svestita, nemmeno la sottana rossa.

Andò in bagno e si spogliò. Fece scorrere l’acqua, si lavò i denti, s’inumidì il viso, lo cosparse di schiuma da barba e si rasò.

Allo specchio osservò il cinghiale. Il cinghiale puzzolente e senza amore.

Andò sotto la doccia. L’acqua era buona, fresca e pulita. Si lavò. Infilò l’accappatoio e tornò in camera. Elvira era sempre là, col respiro pesante e l’odore acido del vino.

Si avvicinò e gli si sedette accanto. Lei dischiuse leggermente gli occhi e lo incendiò subito con lo sguardo.

Stava per dirgliene una delle sue, ma lui si chinò e la baciò. A lungo, con ardore. Lei per un po’ restò con gli occhi aperti. Poi li chiuse. Quando li riaprì lui le stava carezzando il viso.

–          E anche ieri ti sei addormentato. Sono entrata e ronfavi come una locomotiva. Altro che gamberoni e Cuore Selvaggio, brutto minchione!

–          Mi spiace davvero. Se vuoi, ci andiamo stasera. Stamattina apro più tardi e ti prometto che chiudo prima delle sei. Sarò meno stanco.

–          Ho sognato che ti stavo lasciando – continuò lei – e altre cose tristi.

–          Io peggio ancora, non ti dico che incubo, ma è meglio che non ne parliamo – rispose Tommy, quindi riprese a baciarla.

Lei si staccò un attimo, lo guardò negli occhi, ora lucidi e intensi. Sorrise e disse: ti prego, baciami all’infinito.

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Settanta lire, per un caffè.

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto m’hanno dato al posto di un fucile”. Philip Roth

***

“Non ricordo di preciso di quanti anni fa stiamo parlando, all’incirca mezzo secolo, quando incontrai un ragazzo del nord, Herman. Grazie a lui mi avvicinai a una letteratura di un genere nuovo con uno stile secco ed efficace. Scoprii Fante, Mailer, Henry Miller; ma anche Celine, Genet, e più in là Don De Lillo, Bukowski, una bella sfilza di svitati, dalle grandi capacità narrative senza troppi ghirigori: poche parole, per dire quello che si ha da dire. – Finalmente! – mi dissi – e cominciai a divorare quei libri!”.

 ***

Roma, era calma, quasi sospesa nel tempo e dalle finestre delle case usciva l’aroma del caffè, della cipolla che sfrigolava nei tegami e dei sughetti al pomodoro. Il traffico era molle. Uomini e auto avanzavano pigramente, senza fretta e le facce da sonno pazientavano svogliatamente al semaforo di San Giovanni. Tempi morbidi e variopinti. In strada, in molti giravano con la borsa a tracolla o col transistor e c’erano le cabine con i telefoni a gettone. Si andava a zonzo per andare a zonzo, ci si godeva il sole, il caffè, pizza e fichi, la lettura del giornale, ed ogni un piccolo squarcio di tempo libero. Non eravamo ancora allo stress permanente, al vivere per sopravvivere. Non ci avevano ancora spolpato e succhiato il cervello e gli industriali avidi e malonesti, stavano appena iniziando ad avvelenarci. Avevamo ancora sangue buono, senza mercurio e bisfenoli; le api ronzavano libere e in ottima salute e la notte, in campagna ma anche sui prati o in pineta, incontravi una marea di lucciole.

Ma parliamo di Herman.

Se ne stava seduto sul marciapiede, in mezzo a una chiazza di sole, all’inizio del mercato di via Sannio. Lo notai per i capelli arruffati e l’eskimo abbottonato fino al collo in una giornata tiepida, primaverile. Stava leggendo, ben concentrato, con il libro sulle ginocchia.

Alzò la testa.

–          Mi servirebbero 70 lire per un caffè e 70 per il tram – esordì così, senza né ciao e né buongiorno.

–          Davvero? – risposi – E allora?

–          Ho un provino a Cinecittà. Agli studi. Ho già passato il cast e devo girare una scena per Pasolini. Due giorni pagati, ma ora sono a secco e mi sembra lontanuccio.

–          In effetti. Tieni – dissi – ti do qualcosa.

Contai le monete in tasca e racimolai quasi cinquecento lire. Gli detti le sue centoquaranta.

–          Mi è andata alla grande – disse – non so se a piedi ce l’avrei fatta. Manco di forze, non mangio da ieri.

Aggiunsi qualche moneta per un cornetto, arrivai a duecento e mi allontanai.

–          Ehi, aspetta! – gridò – Tieni, prendi questi libri, li ho appena finiti.

Erano un “sogno americano” di Mailer e “una vita piena” di John Fante, un’edizione Mondadori del ’57.

Senti – dissi, i soldi tienili lo stesso. A Cinecittà ti porto io. È lì che abito.

Andammo alla mia piccola e vecchia 500 e scendemmo in quartiere.

Gli mostrai dove abitavo, bevemmo un ultimo caffè in piazza e lo lasciai davanti agli studi.

–          Guarda – disse, prima di aprire la portiera – ho un altro regalino per te.

–          Sì, e cosa?

Tirò fuori dallo zainetto una scatolina d’argento. L’aprì. C’erano due quadratini di carta assorbente.

–          È acido – fece, con un gran sorriso a banana – con questo puoi scendere fino all’inferno, oppure salti diretto in paradiso. Devi provarlo.

Rifiutai, salutai e mi avviai verso casa.

Era una giornata indolente. Inoperosa. Perfetta. Senza lavoro da circa una settimana, potei dedicarmi alla lettura e finire i due libri d’un fiato. Lessi Mailer, aveva un linguaggio aggressivo e sfrontato: mi piacque! Corrispondeva a quello che già cominciava a stuzzicarmi, a rosicchiarmi dentro. E poi scoprii Fante, che non ho più mollato. Davvero una bella giornata, e un bell’incontro.

Finiti quei libri, considerai che era ora di uscire dai classici e lasciarmi andare verso cose più attuali, con un altro tipo di scrittura, un altro ritmo: più rabbia, più febbre, più semplicità. Come in quei due romanzi, spogliati di ogni superfluo, nudi come anime.

Ricordo che mi avvicinai alla scaffalatura che fungeva da biblioteca e osservai alcuni titoli. C’erano, e li ho tuttora, il giardino dei ciliegi e l’uva spina di Cechov, il giocatore di Dostoevskij, il naso di Gogol, diversi libri di Pavese e anche del grande Calvino. Sul ripiano superiore la mia collezione di Urania. Era urgente rimediare!

Andai da Feltrinelli e comprai diversi volumi fra cui “diario del ladro” di Genet, e un altro Fante: “chiedi alla polvere”. Li divorai in due, tre giorni, uno dietro l’altro.

Poi, spuntò di nuovo Herman. Si era ricordato di me e dove abitavo.

Bussò che era poco più dell’alba. Aprii e me lo ritrovai davanti, sempre più scarmigliato. Aveva una busta di cornetti in una mano e un quaderno con la copertina rigida nell’altra. I miei, per fortuna, erano nell’Alto Lazio per il fine settimana.

–          Diavolo! – esclamai – Che ci fai qui, e a quest’ora?

Mi passò i cornetti e infilò la mano in tasca.

–          Ecco! – disse – saldo il mio debito – e mi allungò le duecento lire.

–          Dai, entra che faccio il caffè.

Posò in terra lo zainetto, si tolse l’eskimo e mi seguì in cucina. Puzzava di muffa e frittura.

–          Sono stato dentro – disse – una notte in cella di sicurezza.

–          Ah, sì? E per cosa?

–          Ho rifiutato di dare i documenti a un poliziotto, su un ponte, vicino al Vaticano. Giravo con una bottiglia in mano ed ero sbronzo. Credo di avergli mollato un calcio.

–          Nientedimeno!

–          E lo sai il massimo? In commissariato mi hanno perquisito, ma non hanno trovato quella roba.

–          Quale roba?

–          Gli acidi, cavolo!

–          Beh, meglio così.

–          Me ne restava uno. L’avevo tolto dalla scatolina e inguattato nel colletto della camicia. Sai, al posto di una stecchetta.

–          T’è andata bene.

–          In cella l’ho messa sotto la lingua e mi sono fatto un trip.

–          In cella? Chiuso fra quattro mura? Una ficata!

–          Guarda, ho scritto e disegnato tutta la notte. Mi avevano lasciato anche i pastelli.

Mi passò il quaderno. Lo sfogliai. Tutte le pagine erano riempite: poesie e frasi scritte di sbieco qua e là, spesso intorno a dei bozzetti: un cervello con delle mosche che gli ronzavano intorno o una donna con i bigodini in testa che lanciava fiamme dalla bocca. Fiamme rosse e verdi.

–          È mia madre – disse – la disegno spesso. È un po’ rompiballe ma mi sta molto vicino, soprattutto ora che sono malato.

Finì il caffè. Gliene servii una gran tazza.

–          Che cos’è che non va? Mi sembri in forma, a parte che sei trascurato e sembri uscito da un mondezzaio.

–          Adenoma all’ipofisi. Un tumoretto cornuto, piazzato in un posto scomodo. Proprio sotto al cervello. Ho una gran paura a farmelo togliere ma devo rassegnarmi, l’operazione è inevitabile.

–          E te ne vai a zonzo così, in queste condizioni?

–          Mia madre mi cerca. I dottori mi cercano. Tutti mi cercano. Ero già in clinica e me la sono squagliata. Ma sto rientrando, te l’ho detto è inevitabile: devo farmi affettare la testolina! Diciamo che ho preso il tempo di farmene una ragione. E poi, adesso, con i due giorni da figurante, ho i soldi per il rientro e per qualche panino.

–          I panini nelle stazioni sono orribili. Sono asciutti, ti restano sul groppone, non scendono giù. Ci penso io, qui accanto c’è un fornaio che apre presto.

Gli suggerii un bagno caldo. Ne approfittò. Io andai a prendere due tranci di pizza e scaldai la piccola Fiat.

Poco dopo, lo accompagnai alla stazione. Arrivammo al momento giusto: un treno sarebbe partito di lì a poco. Bevemmo una birra, trovammo il vagone, poi lui salì e sparì per sempre.

Non l’ho più rivisto, né avuto notizie e, se gli hanno tolto bene quel tumore e non ne ha avuti altri, dovrebbe essere un anziano signore come me.

Ho ancora i suoi libri. Li ho letti diverse volte e in epoche diverse, nelle differenti tappe della mia esistenza, sballottati di valigia in valigia, di città in città, di casa in casa, fino ad oggi e in quest’isola, dove alla fine ho preso dimora.

Se per amor del cielo i suoi occhi cadessero un giorno su queste tre pagine, spero che sappia riconoscersi, nonostante il nome preso a prestito, e che si facesse vivo. Ho voglia di darglieli indietro, con tutte le mie sottolineature e le orecchiette agli angoli delle pagine. Lo aspettano, anzi gli spettano, adesso hanno un peso e un valore, quello di “una vita piena”. Chi legge lo sa!

“Sweatshop”

“Cose che hai fatto. Cose che non hai mai fatto. Cose che hai sognato.

Dopo tanto tempo, viaggiano insieme”. (Richard Ford)

Aveva piovigginato tutta la notte e non c’era verso che smettesse. Ma Roma è bella anche sotto la pioggia, traffico a parte.

Parcheggiammo l’Abarth a due passi dal Pantheon. Ai tempi si poteva.

Il rinomato specialista del caffè, spandeva tutt’intorno il piacevole odore dei chicchi appena tostati.

Entrammo, attirati dall’aroma come api dai girasoli.

To ‘o fai un maritozzo? – chiese Enea, avvicinandosi al bancone.

Ordinammo caffè e brioche con panna.

– Ci aspettano alle 10 – disse, osservando d’un occhio inorridito i tre baristi che, affaccendati, correvano e servivano come automi impazziti.

Ahò, questi so’ macchine – aggiunse – Se fanno venti clienti ar minuto. C’è da dà de matto!

Era l’ora dei primi cappucci del mattino e il bar batteva il pieno.

Di lì a poco, avremmo dovuto avere un colloquio di lavoro in un noto e lussuoso albergo romano. Per l‘esattezza, l’appuntamento era di Enea che s’era procurato un “impiego” come aiuto lavapiatti (uno “sweatshop”, per dirla all’anglosassone, lavoro sottopagato e al nero) e aveva insistito perché io l’accompagnassi.

Sai parlà e poi presenti mejo. Magari, pijeno pure a te! – aveva addotto come scusa, dopo avermi obbligato, come lui e mio malgrado, a indossare camicia buona e cravatta.

Al volante, per una volta, Enea se la prese comoda e arrivammo con dieci minuti di ritardo. Un tipo senza capelli, occhi piccoli e pancia molliccia ci accolse sbraitando e sbavando. Era il vicedirettore, affiancato da una bomba con tailleur sopra al ginocchio, capelli tinti platino e due gambe da urlo.

– Scusi il ritardo…

– Siete voi quelli della sicurezza? – esordì – È più di un’ora che aspetto!

Lo guardammo come se non avessimo capito bene.

– Ci scusi ancora, ma…

– Allora forza. Giacca blu e via. Troverete tutto nel vestiario, lì in fondo. È una porta rivestita in tessuto rosso. Ci ritroviamo fra cinque minuti, dico cinque, alla reception.

Smise di schiamazzare, osservò il frangettone di Enea, tagliato netto sulle sopracciglia, e disse, rivolto alla biondona: mi sa che quelli della sorveglianza ci hanno rifilato un bidone. Quindi, sparì in un baleno.

Enea scoppiò in una fragorosa risata.

– Grande! – disse.

Si guardò intorno: i lustri, le colonne di marmo, la moquette, i tappeti, il mogano, il personale in nero, in blu, in livrea, i polpacci torniti della bionda che seguivano il vice, Brahms in sottofondo.

– A Ni’, sai che c’è? – Infiliamoci questa giacchetta. Vediamo un po’ cosa succede.

– A Ené, cerchiamo di non infilarci in qualche casino strano.

Ma dai, damme retta, stiamo ar gioco. Tanto io, co’ ‘sto gallo cedrone, già l’ho capito, ’n ce lavoro!

***

– Quella è la macchina – disse indicandoci l’alfetta grigia parcheggiata davanti all’entrata.

La bionda era sempre là, e le sue gambe pure. Noi, guardavamo solo quelle.

– Appena il sultano scende, mettete immediatamente in moto. Uno di voi gli apre la portiera. Il sultano monta dietro, è ovvio. I bagagli sono già all’aeroporto di Ciampino. Jet privato, aerotaxi per Milano. Volo numero…ecco è tutto scritto qui.

Presi il documento e una lista con le cose da fare. Aveva messo tutto per iscritto: aprire la portiera, prima e dopo, non fare domande, declinare le mance…

– Mi raccomando, è uno che ha tirato fuori il suo paese dalla sabbia e l’ha strappato al Medioevo. È un tipo con le palle!!! Ha detronizzato il padre per avviare le riforme.

Non aveva ancora finito di parlare che il famoso sultano spuntò fuori. Giovane e raffinato, in un completo gessato tagliato su misura, scarpe lucide, barbetta curata, piccola ventiquattrore di cuoio.

– Eccolo – disse il panciuto – naturalmente è in incognito. Mi raccomando. Sono le dieci e trenta e il volo è previsto fra un’ora. Il cliente deve essere a Malpensa alle 13. Dateci dentro.

Filammo verso Ciampino. Quello che quel vicedirettore non sapeva, e ovviamente anche il sultano, era che Enea con le macchine era un drago e che avrebbe messo le ali a quell’alfetta.

Per non tirarla per le lunghe, arrivammo all’aeroporto con dieci minuti di anticipo. Il cliente era leggermente scombussolato. Mi chiese:

– Il collega guida sempre così, a rotta di collo?

Risposi con un’alzatina di spalle, pensando adesso vomita, invece si ravviò i capelli con la mano, aggiustò il nodo della cravatta e prodigò un gran bel sorriso soddisfatto. Guardò l’orologio:

– Perfettamente in orario – disse – Magnifico.

Enea scese per primo e, come da copione, aprì la portiera. Qualcuno stava aspettando. Un arabo vestito da arabo, con la tradizionale tunica e il turbante.

Il sultano si accomiatò con ancora molti, moltissimi ringraziamenti. Aprì la ventiquattrore, sfilò due mazzette da centomila e ce le passò. L’effige di Alessandro Manzoni, di solito seria e segaligna, sorrideva compiaciuta.

Nell’ordine:

Tornammo al Pantheon, a bere un ennesimo caffè. Enea, lo corresse alla Sambuca (e ne bevve una tutta d’un fiato). Il barista, ci passò un cartone vuoto. Ci avvicinammo di nuovo all’albergo e parcheggiammo in una viuzza adiacente. Infilammo nel cartone le giacche blu e le chiavi dell’alfetta, con l’ubicazione esatta dell’auto. Sigillammo il pacco. Un ragazzetto accettò ben volentieri mille lirette per consegnare il suddetto pacco alla reception. Nessuno dei due fece il lavapiatti.

Certi giorni non c’è verso di raddrizzarli. Altri, fortunatamente, sì.

Salimmo sull’Abarth. Enea prese i “centoni” e li baciò a uno a uno, mentre il cielo passava al sereno e il semaforo al verde.

Iris, sulla luna

(dedicata al maestro)

 “Quando sento un terribile bisogno di, se devo nominarla, religione, allora esco e dipingo le stelle”. (Vincent Van Gogh)

***

Dov’ero rimasto? – rimuginò Nicolaj, leggermente alticcio, mentre l’altro riempiva l’ennesima coppa di vino. Ah, sì, al gatto.

–          Dunque, la prima cosa che vidi fu un micione, un micione dal pelo rossiccio. Scendeva dalle pendici di un cratere, sulla linea d’ombra che divide la parte scura della luna da quella bianca e luminosa che conosciamo tutti, quella visibile dalla terra. Eravamo entrambi nel mezzo, tra i due emisferi, da non crederci. Insomma, gli andai incontro e gli chiesi: sei tu il gatto di Van Gogh, quello ritratto con i girasoli? La bestiola si fermò a un passo e mi fissò con gli occhi grandi e verdognoli. Miagolò, si girò e s’incamminò verso il lato buio del satellite. Iniziai a seguirlo, facendo passi cauti su quella rena polverosa. Passi molto corti, ovviamente, per evitare di svolazzare o procedere a balzelloni. Capisci no? A causa della debole gravità.

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–          Ma che ne sai tu, che era proprio il gatto di Van Gogh! – sbottò Berto, il barista, proiettando, dalla fessura fra i denti, spruzzi di saliva mista a vino.

Nicolaj, si asciugò il volto con il braccio valutando che l’amico aveva il fiato decisamente acido. Sapeva di pomodori andati a male. Prima di riprendere, ingollò un gran sorso di vino.

–          Berto, un sogno è un sogno, che vuoi che ti dica. Nel mio sogno, era il gatto di Van Gogh, punto!

Berto era un omone corpulento e barbuto. La pancia dirompeva dalla camicia priva di un bottone. Beveva abbastanza e mangiava poco e niente, ma aveva un gran pancione. Un pancione di vino e birra. Tutto il contrario di Nicolaj, magro come un chiodo, che ora stringeva la coppa nella destra e nella sinistra una sigaretta ormai spenta, con la cenere in equilibrio. Era sporco di pittura e odorava di trementina.

Bevve un altro goccio, depose la cicca nel posacenere e riprese:

–          Allora, più lontano intravedo un campo, un campo fiorito…

–          Con i girasoli.

–          No. Sono fiori blu. Mi avvicino, naturalmente sono iris. Che altro volevi che fossero…

–          Già. Cos’altro! E il gatto?

–          Scomparso, dissolto nel vuoto quasi assoluto della luna: spuff! E poi, d’un tratto, non è più il gatto che sto seguendo ma Vincent, il maestro.

–          E vai!

–          E vai cosa? Era lui ti dico, ma con tutt’e due le orecchie, e mi parla, con la voce grossa, irritata: – Guardati in giro, non c’è blu! Il cielo è nero sia di giorno che di notte. Putain, c’est quoi cette vie sans bleu?* – mi fa in francese – È un albero senza foglie, un cicchetto di assenzio allungato, un fiume salato – e ne tira fuori una sfilza: – una barca senza remi, un toro senza corna, un piatto vuoto davanti a un affamato – È nervoso, e in più, ha lo sguardo disperato, e persiste: – È come un buon vino andato a male, un cane senza naso, è neve sporca, bon Dieu!

–          E i fiori blu, Nicolaj, cosa ci fanno i fiori sulla luna?

–          Gliel’ho chiesto, ti pare.

Qualcuno bussò alla porta.

–          È chiuuuso! – sbraitò Berto – Sono le due e mezzo del mattino, per l’amor di Dio!

Nicolaj, si grattò la barba ispida, scolò il bicchiere d’un fiato e riprese:

–          Niente più stimoli, impulsi. Rammollivo a poco a poco. – Ecco cosa m’ha risposto – Le tenebre e le stelle, solo le stelle, all’infinito, senza via d’uscita. Ho smesso di ritrarle, non ne potevo più, allora ho cominciato a bere…

–          A bere cosa? – lo interrompo, guardandomi intorno.

–          A bere, bon Dieu! A bere! – ha alzato la voce ma si è calmato subito. Mi fa: – E poi è successo.

–          Successo cosa? – insisto io.

–          È scesa quella pioggia: infiniti frammenti di luce, uno scintillio denso, sfolgorante, da renderti cieco! Ed ecco che spuntano fuori questi magnifici fiori, all’improvviso. Ma cosa me ne faccio se tutt’intorno è buio eh? Allora aspetto, aspetto un altro…come chiamarlo, prodigio?

Si asciuga la fronte, come se avesse sudato, poi conclude così:

–          È tutto quello che ho chiesto, ti assicuro: un po’ d’atmosfera intorno alla luna, così il soffitto prende un po’ d’azzurro, parbleu!

–          Ma davvero ha detto il soffitto? – ribatté Berto.

–          Già, ha detto proprio il soffitto, mica il cielo.

Nicolaj afferrò la mano dell’amico e la strinse, poi proseguì, quasi mormorando:

–          Io guardai in alto e anche lui, quattro occhi persi nella notte fitta e affollata. E le stelle, le stelle…oh Berto, sembravano scendere, delicatamente. Era un brillio devastante, un ronzio insostenibile di astri in movimento, nemmeno avessimo messo la testa in un boccale gremito di lucciole.

–          So che quella pioggia tornerà – riprese il maestro – Un’altra stella s’incaricherà della cosa, ne sono certo.

–          Magari – gli dico – questi fiori, sono solo un bell’omaggio per lei, l’artista che ha dipinto con tanta fiamma un’infinità di stelle.

Gli scappò da ridere.

–          Ha, ha, ha! Omaggio, dici? Non, monsieur! Non ci sei.

–          Beh! I fiori sono sempre un omaggio.

–          La vuoi una dritta? – mi fa – ascolta bene.

Berto lasciò la mano di Nicolaj e poggiò i gomiti sul bancone e la testa sui gomiti. La bocca dischiusa.

–          Siamo fatti di stelle – mi sussurra, anzi bisbiglia – tutto qui! Sono loro i nostri avi: le stelle, mica le scimmie! Questa è la verità.

Berto aggrottò le sopracciglia, leggermente perplesso.

–          Sul serio? Ha detto così?

–          Eccome! Ed io gli domando: Le stelle sono allora l’ultima meta? – ma lui non risponde, mi guarda, poi fa:

–          Sai cosa pensano di me? Che sono una testa calda, che sono partito troppo presto, o troppo giovane. Per farla corta: que je n’ai pas encore étanché ma soif!* Ha, ha, ha! Ma ora basta parlare, ho ben altro da fare. Adieu, monsieur Nicolaj, mi ha fatto piacere parlare con un sognatore – e, prima di ridiventare gatto, mi prende la mano e aggiunge: – Sai, entro di rado nei sogni di un pittore, c’è troppa roba!

–          Oh, cavolo! – esclamò Berto – Nient’altro?

–          Nient’altro, no.

Bussarono di nuovo. Questa volta Berto non rispose, pareva assorto. Si passò la mano fra i capelli, fece roteare il bicchiere e lo finì d’un fiato.

–          Nicolaj, di un po’: sono mesi fai lo stesso sogno. Dovremmo porci delle domande, credo. Quante volte me l’hai raccontato, eh?

–          Uff! Capisco, ne hai abbastanza, è così?

–          Oh, no, anzi, mi piace come lo interpreti. Mi sembra di esserci anch’io lassù sulla luna, insieme al maestro. Sai che c’è? Stanotte provo a sognare anch’io.

Anche Nicolaj mandò giù il suo resto di vino. Berto guardò l’ora, uscì dal bancone e abbassò le luci.

–          Un po’ d’aria fresca ci sveglierà – suggerì.

–          Domani è prevista una gran bella nevicata.

–          Bene. Preferisco la neve alla pioggia.

–          Sì, ma c’è pioggia e pioggia…

–          Ha, ha, ha, questo è vero.

Insieme, avanzarono ciondolando verso la porta ed uscirono sulla strada deserta.

La notte era chiara e gelida. La neve aveva fioccato tutto il santo giorno.

–          Luna piena – fece Nicolaj.

–          E già! Un gran bel lampadario appeso al soffitto.

Accesero le sigarette e rimasero lì, persi fra le stelle, a fumare in silenzio. Un gatto ramato, magro e infreddolito, attraversò la strada guardandoli di sottecchi, guardingo. E cribbio! Aveva un solo orecchio.

 

* che cavolo mi rappresenta questa vita senza blu.

* che non ho ancora appagato la mia arsura!

 

La psi-Chiatta

 

La prova che nell’universo esistono altre forme di vita intelligente è che non ci hanno ancora contattato. (Bill Watterson, fumettista statunitense)

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Lodovico, lesse la targa: Arturina Chiatta – psichiatra, e nient’altro. Suonò il campanello. La porta fece un ronzio, poi click si aprì.

Entrando, il caldo del climatizzatore lo sorprese. Lodovico aveva optato per un dolcevita in lana piuttosto caldo, un po’ troppo per quel tiepido inizio d’ottobre.

Era solo. Si sedette nell’esigua sala d’aspetto. Non c’era il solito tavolino con le riviste ma uno sgabello con una scatola di kleenex. La stanza era più che sobria, due sedie in due angoli opposti e una pompa di calore rumoreggiante che soffiava aria calda a tutto spiano. Niente piante, muri semi-vuoti. Un solo manifesto, dal titolo “com’è fatto un cervello umano” e la tavola a colori dei due emisferi, con le principali funzioni dei lobi.

“Che allegria”, rimuginò, prese una salviettina dalla scatola e si asciugò la fronte. Si alzò, si avvicinò a una finestra che dava sulla strada. Provò ad aprirla ma era sbarrata. “Primo piano, se uno si butta non riesce nemmeno a crepare, però la chiudono – mugugnò – e ti lasciano morire di caldo!

Guardò fuori. Un sole timido e fiacco, rischiarava i tetti delle case vicine e gli alberi del viale. C’era un gran viavai di gente, tanti poveri diavoli che andavano avanti e indietro, in auto o camminavano sui marciapiedi. “Uomini e donne pieni di grattacapi, meditò, quasi sempre gli stessi. Il destino ce li rifila a turno, una volta ciascuno, puntualmente. Ma la rogna che ha affibbiato al sottoscritto non la si dà a chiunque: è per pochi eletti, è esclusiva porca troia! Ed è grossa, molto grossa”.

La porta si aprì ed uscì una bella donna con gli occhiali a righe. Lodovico, pensò di trovarsi davanti a una paziente. Non l’avrebbe mai immaginata così, la psichiatra. Non proprio. Taglia alta su tacchi a spillo rossi, abbronzata, ben truccata. Indossava una minigonna e una camicetta trasparente che sembrava esplodere sotto la spinta delle coppe che volevano a tutti i costi erompere dall’ampia scollatura. “Una quinta, valutò, una dannatissima quinta da capogiro”.

La psichiatra lo precedette nel gabinetto medico. Stessa sobrietà, stessa stringatezza di stile: scrivania, sedia girevole, piccola poltrona ottomano con poggiapiedi.

–          Dunque – disse lei, fissandolo da dietro le lenti con degli occhi di un bel blu profondo – Quello che mi ha detto al telefono è molto singolare. Ma la prego si sieda, prenda posto su quella poltroncina. Si metta comodo.

Lodovico si lasciò cadere sulla poltrona. Era stanco, stanco e teso, ma trovò che anche la tipa aveva i tratti del volto tirati. Sembrava piuttosto imbarazzata, o scocciata. Non si capiva bene. Cercò di dirglielo, a modo suo:

–          Non vorrei importunarla con questa storia insensata, davvero. Immagino che, con quel poco che le ho già accennato, mi abbia già preso per uno squilibrato.

Dette una sbirciata a quelle lunghe gambe affusolate e proseguì:

–          Lo so, lei ne deve aver sentite di tutti i colori ma questa deve batterle tutte, non è così? Insomma, se non ne parlo con qualcuno, rischio di impazzire davvero.

–          Lei non mi importuna affatto mi creda – rispose lei. Sono qui per questo, è il mio lavoro.

Abbassò gli occhiali sulla punta del naso e lo osservò di nuovo con quegli occhioni azzurri, severi e insondabili. Quindi riprese:

–          Sa? Camminiamo tutti su un filo di seta, instabili, precari e più di ogni cosa, fragili. Purtroppo, non ne siamo sempre coscienti. Venendomi a trovare, lei ha fatto già un bel passo in avanti. Ora, si calmi e riprenda dall’inizio, signor…Ludovico, giusto?

–          LO-dovico, dottoressa, Lodovico. Come il cavallo di Lupo Alberto: Lo-do-vi-co.

–          Bene, Lo-do-vi-co, cerchiamo di procedere.

Andò alla porta e dette un giro di chiave, quindi prese e azionò il registratore.

Lui aveva ancora il fazzolettino di carta in mano. Si asciugò di nuovo la fronte. Lo studio era ancora più soffocante della sala d’attesa. Respirò a fondo e, lentamente, frammentando la frase, articolò:

–          Dunque… Come le ho detto… La mia ragazza… Viene da un altro mondo.

–          Da un altro mondo…Uhm, dall’altro mondo o da un mondo che non è la Terra?

–          Sa, Renata, allo stato normale, è molto bella. Direi quasi, se permette, che le assomiglia un po’. Magari gli occhi. Ecco si, gli occhi, e anche…Si, insomma…e anche un po’ il resto. Anzi, un bel po’! Insomma, è stupenda, mi fa impazzire. Ha le cose giuste al posto giusto e bacia da morire. Con lei riesco a fare l’amore fino a quattro volte. L’attrazione sessuale è enorme, inesorabile come la forza di gravità. Curiosamente, è come se mi fosse imposta. È difficile da spiegare: sembra una malia, un incanto, manco fossi trafitto da una freccia di Cupido o manipolato da un virus che si dà da fare con gli ormoni e si sveglia non appena intravedo nel suo sguardo un briciolo di desiderio, e che cavolo!

Mi è venuto da pensare che questi alieni abbondino in feromoni come i nostri animali. Ma sto divagando, credo.

Si fermò, a disagio, gli occhi incollati sulle tette prominenti della psichiatra che continuavano a chiedere strada. Poi scese in basso e incappò di nuovo su quel paio di gambe da capogiro. Non c’era via d’uscita, era sempre e comunque in ebollizione. Su di giri.

–          Mhmm…Non mi ha risposto. Riprendiamo da capo: cosa intende infine per “altro mondo”?

–          Beh, come ha detto lei, un mondo che non è la Terra.

–          Dunque, la sua ragazza verrebbe da un altro pianeta, Venere, Marte, Plutone…o che so io…dalla stella Arturo!

–          Non saprei, so solo che non è come me, come lei, come gli altri. Magari sì, viene da una stella, da un frammento di meteorite o da un buco nero, che ne so.

–          E se n’è accorto solo adesso?

–          Siamo insieme da poco. Faranno al massimo due mesi.

–          E cosa le fa pensare che non sia, come dire, umana, ecco!

–          L’ho vista. L’ho vista con i miei occhi. Sono entrato in bagno, di solito lei si chiude sempre, anche solo per lavarsi i denti. Ma questa volta deve aver dimenticato. Era sotto la doccia, di spalle. Lo scroscio dell’acqua le ha impedito senz’altro di notare la mia presenza.

–          E?… Avanti signor Lodovico. Non la tiriamo troppo per le lunghe.

–          Ehm, insomma si è svitata la testa. L’ha svitata e ha iniziato a insaponarla bene, col gel doccia antibatterico. Sa, lo compriamo perché dice che sudo troppo dalle ascelle. Però il mio sudore a lei piace, dice che l’attizza, pensi un po’…Ma sto divagando ancora, cribbio! Insomma, ecco che prende la spazzola rotante, quella per il corpo e inizia a strigliare quella testa inanimata, appena sbullonata.

–          Con il gel antibatterico.

–          Già. E sotto, sotto aveva un’altra testa, ma molto più piccola. Come una mela, in fin dei conti. Senza orecchie, senza capelli, liscia e leggermente rosata. Una Pink Lady, ha presente? Un pomo rossastro posato su un budello che spunta fuori dal collo, tipo würstel. Immagini un po’.

–          Un würstel, dice lei…

La psichiatra spense il registratore. Andò alla scrivania, posò gli occhiali e prese una sigaretta da un pacchetto aperto. L’accese. Ispirò una grossa boccata di fumo. Poi strinse le palpebre e lo squadrò attraverso uno spiraglio sottile lasciato a quegli occhi color zaffiro, risoluti e penetranti.

Lodovico, si sentì invaso da una voluttà senza pari. La libidine montò al culmine. “I feromoni, pensò. Devono essere ‘sti cacchi di feromoni. Non ho via di scampo. Li percepisco sempre e ovunque”.

Cominciò a sudare copiosamente. Quindi sentì l’affare farsi strada, allora, confuso, posò le mani in grembo.

Lei se ne accorse. Accennò un sorriso e riprese:

–          E adesso, questa sedicente aliena, dov’è? Che fa? La sta aspettando a casa, forse?

–          È sparita dottoressa Chiatta. Evaporata nel nulla. Deve aver subodorato qualcosa, immagino.

–          Bene. Facciamo una pausa, signor Lodovico, una piccola pausa.

–          Lei, non mi crede vero?

–          Oh, sì sì, la credo e come. Guardi, la prova…

Schiacciò la sigaretta in un posacenere. Si avvicinò a Lodovico, si chinò e lo baciò. Un bacio lungo e sensuale. Ludovico sentì la lingua premere sulle labbra. Aprì la bocca e accettò la lotta con quel muscolo caldo, guizzante come un serpente ammattito.

Ci mise tutto se stesso! Poi, le mani di lei, scesero in basso…

***

Era già sera e una mezza e pallida luna prese posto nel firmamento. Le stelle scintillavano, lontane, lontanissime. Non un filo di vento.

Arturina Chiatta, attraverso i vetri, osservò Lodovico allontanarsi sul vialetto di ghiaia con passo malfermo. Aveva tutta l’aria di prendersela con calma.

–          A presto, Lo-dovico! – mormorò con un filo di voce prima di allontanarsi dalla finestra – Alla prossima seduta!

Un leggero languorino le avvolse lo stomaco. Era tardi e aveva bisogno di mangiare.

–          Prima la doccia – decise.

Spinse la porta di una piccola sala da bagno. Entrò e si guardò allo specchio. Aveva un ampio e soddisfatto ghigno in volto. Aprì una nuova confezione di sapone germicida e cominciò a svitarsi la testa, a partire dal würstel che fuoriusciva dal collo.


Immagine in evidenza: be mine di Olga Kuba

“La banda del montarozzo”

 

“Uno, monta la luna,

 Due, monta il bue,

 Tre, la figlia del re…”

***

Abitavo a un primo piano e le finestre dell’appartamento prendevano tre facciate della palazzina. Era un bel posto di vedetta. Potevo affacciarmi dai tre lati, secondo se c’era da seguire un incontro di calcetto, una sfida a piastra-barattolo, una partitina con bastone e nizza o ancora a figurine, giù, contro il muro della camera da pranzo. I differenti tipi di schiamazzi mi allertavano e informavano sul genere di competizione in atto.

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Gli amici abitavano tutt’intorno, quasi a cerchio nelle palazzine vicine. C’era il Pancotta, Poppi, Pino, Spazzola, Rosario, Millino, er Fionna, er Siculo, Massimone e Gianni er chiodo.

Ero uno dei più piccoli, sui 10 anni, mentre il più grande era intorno ai quattordici e ne sapeva più di tutti. Quando avevamo un problema è da lui che si andava. Era bravo in un sacco di cose, ci difendeva nelle zuffe evitandoci di prendere botte e ci tirava fuori dai casini. E poi, ne sapeva una sporta sulle storie di sesso e ci erudiva in proposito. Era Rosario, detto “er succhiotto”, poiché si auto-ciucciava il collo con un tubicino usato come ventosa, per vantarsi d’essere stato baciato a lungo e con passione dalle ragazze.

I pompini, ragazzi miei, so’ er massimo”, ci spiegò una sera, seduti sopra a un rudere degli archi romani “Nun c’è gnente de mejo. Stai llì bello tranquillo e quella te lo ciuccia. Nun ve dico”!

Ma mo’ chi è ‘sta “quella”? – chiese qualcuno – A me, me sa che vai a froci, altro che “quella”!

Io cercavo d’immaginare il meglio possibile ‘sta storia dei pompini, ma stentavo a mettere a fuoco le immagini. Trovavo ciò, decisamente complicato.

Su agli archi, ci andavamo spesso. Armati di mazzafionde, cerbottane, o arco e frecce fatte con le stecche degli ombrelli. Andavamo a caccia di lucertole, serpi e biscioni. Con le fionde eravamo dei veri campioni. Centravamo barattoli a più di venti metri, e anche farfalle al volo, tipo tiro al piccione.

Spesso, i più grandi tenevano banco all’ombra dell’acquedotto romano e raccontavano le più grandi cazzate del mondo e le barzellette sporche. Oppure sguainavano l’uccello per primi e facevamo a gara a chi schizzava più lontano.

Si stava bene, imparavamo un sacco di cose che non sarebbero mai servite a nulla, ma nelle quali eccellevamo. Eravamo “cazzuti”. Dei ragazzetti di periferia, scafati ma in fondo anche ingenui e cocchi de mamma, riuniti dal caso in una piccola cricca, quella del montarozzo: un cumulo di terra con una grotta incavata dagli operai che andavano a scavare e setacciare pozzolana con pala e rete, nel bel mezzo dei palazzi.

Quando restavo a casa a badare ai più piccoli, mi accontentavo di affacciarmi e seguire i giochi degli altri, fino al tramonto e oltre. Sul tardi giocavano a uno monta la luna proprio vicino casa, sotto il riverbero dei lampioni.

Fu uno di quei pomeriggi, un sabato quasi a sera, che li vidi sotto al balcone di Pino, proprio di fronte al montarozzo, in una rientranza di un muro, un angolino nascosto dagli sguardi indiscreti ma non dal mio osservatorio. C’era un Lui che prendeva a schiaffi una Lei, facendole roteare la testa da un lato all’altro e quella, sanguinante dal naso e anche da un angolo della bocca, piangeva scuotendo le spalle, rotta dai singhiozzi. Quel mingherlino picchiava duro, con calma e metodo, le gonfiava la faccia. Quando le dette un cazzottone all’addome mi resi conto che quella donna era incinta.

Era inguardabile. Nessuno, avrebbe dovuto subire una violenza del genere e nessuno assistere a una scena simile, soprattutto a quell’età.

Pensai a mia madre incinta, quando, in attesa dei fratellini girava in casa col pancione. Inorridito e tremante come un filo di paglia al vento, mi allontanai dalla finestra.

***

Quando mamma rientrò, salii le scale di corsa e andai da Rosario, al piano di sopra. C’era anche er Fionna. Raccontai l’accaduto, col fiatone.

’St’infame! – sentenziò, il capo banda – Domani l’aspettamo e je famo vede noi! Di un po’: ma l’avevi mai visto, questo?

Risposi che sì, passava spesso di là, per quella strada. E poi l’avevo pure notato al bar della piazzetta, vestito come un damerino e coi baffetti fini alla Clark Gable, ma senza quella donna. Sicuro che era del quartiere.

Decidemmo di riunire la combriccola, e architettare un piano, magari lo avremmo preso a sassate o più “semplicemente” a gavettoni, ma la sentenza doveva essere messa ai voti.

Quella sera, non mangiai e stentai a prendere sonno. Al mattino, mia madre mi trovò che dormivo acchiocciolato sulla poltrona.

E scese il buio. Nascosti dietro al montarozzo, aspettammo il possibile arrivo del tipo, ma inutilmente. Decidemmo di riprovarci l’indomani e l’indomani ancora alla stessa ora, pronti a rendere pan per focaccia al bellimbusto.

La voce si sparse e, ad ogni appuntamento, diventammo sempre più numerosi. C’erano ragazzetti dell’Appio Claudio e certe brutte teppe dell’INA Casa, tutti dotati di fionde e quelli che non ce l’avevano portarono buste di pietre. Un plotone incazzato che ogni sera, con costanza, montava la guardia.

Alla fine, venne. Era di nuovo un sabato e il sole era già calato. Lui la condusse al solito posto, in quell’angolo e l’attaccò al muro. Cominciò a baciarla, ma lei non ci stava. La luce dei lampioni lontani li illuminava a stento. Lui si staccò e iniziò a prendere a cazzotti il muro.

Era già incazzato nero. La prese per il collo e cominciò a sbraitare, non voleva quel figlio, lei doveva capire, era sposato, non c’era altra soluzione che andare da una mammana e abortire. Lei si rifiutò. Gli disse è l’ultima volta che ci vediamo. Mi faccio il figlio e sparisco. Lui disse tu non sparisci un cazzo, tu sei mia! Alzò la mano e le assestò un manrovescio possente che le fece sbattere la testa contro il muro. Questa volta sanguinò dalla fronte.

Noi eravamo acquattati. Sdraiati sulla sommità del montarozzo, pronti a sferrare l’attacco. Lo stronzo le dette un calcio sullo stinco. Lei urlò, riuscì a evitare d’un soffio un secondo calcio che mirava la pancia, quindi si divincolò e iniziò a correre.

La schiera si rizzò in piedi all’unisono, come un solo individuo. Rosario dette il via agli arcieri e, prima che il cazzone iniziasse a inseguirla, lanciammo la prima salve di pietre e biglie. Lo colpimmo subito, sul torso, sulle braccia, sulle spalle e anche in testa. Eravamo bravi, super allenati. Non avremmo lasciato scampo a un’anguilla in fuga.

Fu una grande sassaiola, precisa, intensa, un assalto in piena regola. Un brecciolino lo colpì al volto. Qualcuno urlò “beccate questa”! Ora sanguinava anche lui. Provò a coprirsi il capo con le mani ma le munizioni non mancavano e la banda scagliò un’autentica pioggia di sassi levigati, tondeggianti, scelti con cura. Impossibile sottrarsi alla grandine di proiettili.

Fuggì via per miracolo, mentre la banda gridava “a zozzòne” “a ‘nfamone” “a cornuto” “a  senza vergogna”!…

Ci ritirammo correndo,  trafelati e comunque turbati, verso i grandi prati che arrivavano all’acquedotto.

Rosario disse: – Eccone uno che nun alzerà più la mano su ‘na donna, ce poi giurà! Speramo solo che nun debba annà all’ospedale. E poi, chissenefrega regà, quello che è fatto è fatto. Nasconnete tutto, nun se porta gnente a casa.  

Noi piccoli rientrammo. I grandi restarono rannicchiati fra le lunghe ombre dell’antico acquedotto a fare il punto sull’eroica impresa.

Mia madre, quella sera, disse davanti a mio padre che oramai stavo uscendo dall’infanzia e che mi alzavo a vista d’occhio. Fece: stai diventando un giovanottino, lo sai? Fra poco dovrai persino farti la barba.

Chissà, pensai, toccandomi quel po’ di lanugine sul mento, chissà se sono cresciuto davvero. L’indomani provai a schizzare più lontano di tutti, e, cribbio! non vinsi per un pelo!


immagine in evidenza da: http://sottolapietra.blogspot.com/2013/04/cerano-i-tempi-di-uno-monta-la-luna.html

il gioco della campana: https://www.infocilento.it/2017/02/20/viaggio-nella-storia-giocavano-bambini-cilentani/

Davanti a un “bicchio” bono

Chissà…
Si nun avessi preso ‘sto cammino,
n’antra salita oppur n’antro declino,
Se avessi avuto uguale ‘sto destino, d’artista matto
e quasi mai genuino!

E già…
Laddove la gente m’ha aspettato,
nun sempre, devo da dì, che m’ha trovato.
Ma nun c’ho uggia e né malinconia
E bevo ‘sto ber bicchio in santa compagnia
coll’antra MIA metà, che è la compagna MIA.

Si, certo, è logico, c’ho quarche rimpiantino,
Solo perché…Si fossi stato contadino…
Avrei piantato Arte e Uva e fatto er mejo vino.

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Paul Simpson: Abandoned glass of wine

Rodney Campbell: The Long and Windy Road

 

L’olfatto della talpa, con la camicia a scacchi.

Ovvero “Come salvammo Selim dalla prigione militare”

La prima cosa da fare per capire un nuovo paese è annusarlo. Rudyard Kipling

***

1976. Partii con Nello, detto “la talpa”. Un viaggio lampo di due settimane, nel Kurdistan iracheno anzi, leggermente a lato, nella zona degli Yazidi, una setta che combina islam e Zoroastrismo, i cosiddetti adoratori del diavolo, anche se in effetti adorano gli angeli, quegli angeli che di quando in quando si materializzano in uomini.

Eravamo di ritorno da un viaggetto con i taxi collettivi. Un giro stupendo: Ninive, sulla riva sinistra del Tigri, poi seguimmo il fiume fino all’antica città assira Tushan, e poi di nuovo sull’altra sponda del fiume, a Mosul, dove avremmo dovuto incontrare per la seconda volta Lubâba, un sacerdote Yezidi, disposto a condurci sul monte Lalesh, santuario storico di quei fedeli. Ma il religioso non venne e aspettammo a lungo e invano nella hall dell’albergo.

Qualcuno, ci disse che era stato avvicinato da un agente del Ba’th, il partito iracheno al governo, allora controllato dalle ferree mani di Saddam Hussein, da poco nominato generale dell’esercito. Pare che sia stato interrogato per ore sul nostro conto, poiché sospettati (niente di meno!) di portare aiuti economici agli uomini di Mustafa Barzani, capo tribale storico dei curdi iracheni.

Intimoriti, decidemmo di sbolognarsela e far perdere le nostre tracce.

Domandammo a un taxi di aspettarci in una viuzza traversa non lontano dall’albergo, pagammo, ritirammo i due zaini-bagaglio e filammo via prima che il proprietario avesse il tempo di allertare chicchessia. Fatica sprecata poiché eravamo due mosche bianche, si vedrà più in là.

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***

Come a Nazareth.

–  Senti che odore, dà quasi in testa – fece Nello, sniffando l’aria intrisa di forti essenze di legno resinoso. Eravamo a Kut, una cittadina edificata in pieno deserto a un centinaio di kilometri a sud di Bagdad.

C’eravamo allontanati dal suq e dall’intreccio delle viuzze del vecchio centro e stavamo attraversando il quartiere delle falegnamerie e dei depositi di legna, nella speranza di trovare un piccolo hotel in periferia. Un posto tranquillo dove avremmo potuto pernottare in pace di Dio. L’idea che gli agenti governativi  fossero in qualche modo sulle nostre tracce ci aveva dato una bella botta al morale. Non ci voleva proprio, a soli due giorni dal volo del rientro.

Faceva un caldo bestia, forse 45, magari 50 gradi, gli zaini sulle spalle sembravano somari morti. Nello continuava a sniffare alzando il naso al vento.

–   Al diavolo tutto, torniamo indietro! – esplose – Che cazzo di hotel vuoi trovare qui. Non c’è nemmeno la corrente elettrica.

Un gruppetto di uomini scalzi, in gellaba chiara e turbante uscirono da una bottega senza porte e ci osservarono in silenzio. Uno solo sorrise. Sembrava una vecchia foto sbiadita, ingiallita dal tempo, appartenente al passato, un lontano, antico, impalpabile passato. Mi si accapponò la pelle. Per un po’ mi sentii proiettato secoli e secoli prima. Dirlo è banale ma ebbi veramente una forte sensazione di “già vissuto” che mi colpì in pieno. Lo dissi A Nello.

–    Aspetta! – rimbeccò polemico – Fra poco esce San Giuseppe e chiama Gesù che è ora di rientrare per la cena.

–    Questo quartiere è una meraviglia, così fuori dal tempo, sembra avvolto in qualcosa di magico, atemporale – provai a dire, ma Nello aveva già ripreso a camminare, sbuffando come un mantice, col respiro grosso.

–    Ma a proposito di Cristo e della cena – ripresi, inseguendolo a fatica – Ho fame!

–    Prima l’hotel Ni’, prima l’hotel. Leviamoci dalle palle ‘sta zavorra che non sento più la schiena.

Indossava una camicetta a scacchi, rossa e nera, alla quale aveva strappato le maniche. Era sporca, logora e sudata. Si fermò, la tolse, l’appallottolò e la gettò in un angolo.

Ritrovammo una strada più o meno trafficata, intendo da gente e non da auto poiché, a parte alcune jeep militari cariche di soldati, non giravano altri automezzi. Solo qualche bicicletta e dei cammelli. Per di più, nessuna strada era asfaltata e il vento alzava polvere e non facevi che sputacchiare e strofinarti gli occhi. I locali, avvolti nei loro copricapi tradizionali, ci scrutavano, soppesando con curiosità i nostri abiti esigui e le nostre facce patite e gialle di sabbia.

Riuscimmo a stento ad avere l’informazione. Fermammo un tizio in bicicletta con un’enormità di pani piatti sul manubrio. Guidava con una mano e con l’altra sorreggeva la pila. Era vestito mezzo militare e mezzo civile con una kefiah bianca e rossa intorno al capo.

–    Hotel? Hotel? – sorrise, mostrandoci una sfilza di denti d’oro sfolgoranti, e ci indicò con lo sguardo un piccolo edificio in calce bianca, con su una scritta a mano, in arabo. Andammo a vedere.

Le camere erano pertugi senza finestre. I materassi posati in terra. Lenzuola niente! Ci domandarono poche monete, ma niente documenti, niente domande. Insomma, sporco e puzzolente ma adatto alla nostra paranoia montante.

–     Bene – fece Nello – almeno qui si fanno i cazzi loro – poi aggiunse, dopo aver annusato per bene lo stanzino – chi ha dormito qui prima di noi, alleva le capre! È sicuro.

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Gettammo gli zaini sui materassi. Eravamo in un bagno di sudore, ma non c’era doccia. Da nessuna parte. Il proprietario ci accompagnò nel retro del caseggiato.  C’era un fontanile con un beccuccio di pietra levigata e un tappo di legno. Tolse il tappo e scese un filino d’acqua. Ci inumidimmo il viso e rientrammo. Nello indossò un’altra camiciola a scacchi, io una maglietta pulita e partimmo alla ricerca del (haha!) ristorante.

Girammo più di un’ora. Il sole iniziò a tramontare e tutto divenne pallido e rosato. Dall’alto del minareto, il muezzin chiamava i devoti di Allah alla preghiera della sera, mentre le pattuglie militari sfrecciavano avanti e indietro sollevando ulteriori polveroni . 

Traversammo di nuovo il suq e ci perdemmo in vicoli e strettoie. Alcuni bambini ci seguirono; le donne, quasi per nulla velate, sorridevano e si facevano di lato. La gente che incrociammo ci sembrò semplice, senza nessun segno di benessere, bensì povertà, rassegnazione, stanchezza. Anche noi eravamo stanchi a modo nostro, ma soprattutto preoccupati per quella panzana dei soldi ai curdi e, quando incrociavamo i miliziani ci acquattavamo in un angolo all’ombra. 

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Il ristorante non lo trovammo. Non c’era da nessuna parte. Nello continuava a annusare l’aria.

–    Chi sniffa trova! –  esclamò, e s’infilò repentino in un ennesimo vicolo. Seguii.

C’era un giovane seduto in terra, Nello ci provò in inglese ma il tipo iniziò a sorridere senza rispondere.

–    Mannaggia! Senti che odorino – continuò Nello – Da qualche parte qui si mangia.

Si avvicinò un ragazzo, vestito all’occidentale. Se la cavava bene in inglese.

– Se volete seguirmi – disse – potrete mangiare dove mangio io. Si chiamava Selim.

***

Non era iracheno, veniva da un paese limitrofo. Camminava dondolando, sembrava avesse le gambe slegate dal resto del tronco, come se andassero per conto proprio.

– Non è lontano – disse – vedrete che mangerete bene e con poco.

L’odore era buono. Doveva essere della carne di montone cotta sicuramente col curry.    Selim entrò, sempre dinoccolando, in un portoncino vagamente azzurro, tallonato da vicino da Nello col naso all’insù. Diceva “bono” “bono”.

Salimmo delle scale. Al piano, trovammo una giovane mamma grassa con tre ragazzini. Uno era un marmocchietto col pannolino. Le tirava la veste e frignava. L’altra lo scacciava con delle pedate leggere. Era vestita di nero e si affaccendava ai fornelli di una piccola e vecchia macchina del gas. Ci guardò, aveva dei begli occhi grandi e neri come la pece. Sorrise, disse qualcosa a Selim e ri-infilò la testa nel pentolone. I bambini giocavano con i triangoli della tavola reale. Lanciavano i dadi, ridevano, il piccolo piagnucolava, la mamma aggiungeva spezie e continuava a mescolare  quel non so ché di allettante.

–     Tutto ok –  sussurrò Nello. Credo che qui ci si possa stare.

Selim ci annunciò il prezzo. Erano pochissimi Dinari. Li tirai fuori e la mamma sorrise.

***

Rientrammo all’hotel, ben satolli, accompagnati da Selim il quale  propose di venirci a prendere l’indomani mattina per condurci in un’altra casa dove pernottava e dove pagava poco e niente. Disse è dietro il bazar, ci siamo solo noi stranieri, c’è sempre qualcuno che prepara un tè, che ti invita, che prova a parlare con te. Non si sta malaccio ed è pulito.

–     E tu, chiesi, tu che ci fai in questo posto? Come sei finito quaggiù?

Ci spiegò che non poteva rientrare nel proprio paese sennò lo avrebbero sbattuto al fronte. Non si era presentato alla prima chiamata e ora lo stavano cercando.

–     Cazzo! – fece Nello – Non puoi mica restare in ‘sto posto dimenticato da Dio, mica in eterno.

–     Ho il visto in regola,  ma ancora per non molto, poi chissà.

–     E con i soldi come fai?

–     Sono partito con i risparmi dei miei. Se potessi togliere un timbro dalla pagina del passaporto, passerei per la Turchia per raggiungere l’Europa e loro sarebbero felici.

–     Un timbro? Che timbro?

–     Beh, quello che dice che sono soggetto alla chiamata di leva!

–     Partì, lasciandoci in un certo imbarazzo. non sapendo cosa dire lo ringraziammo per la sua disponibilità e raggiungemmo lo stanzino

***

La nottataccia del cammelliere

Una volta appisolati, cominciarono i guai.

–     Merda! – esordì Nello – È pieno di pulci!

–     Era vero. Cominciai a grattarmi. Ci alzammo, e uscimmo dallo stambugio con gli zaini in mano. Cercammo il proprietario. Lo trovammo all’entrata, mentre confabulava a voce bassa con una donna dall’aria piuttosto incazzata. Lo conducemmo ai materassi. Non c’era luce, così accese un torcione elettrico piroettando il fascio di luce sulle pareti, in terra, sul soffitto. Non capiva cosa volevamo, cos’era successo.

Con la mimica spiegammo la storia delle pulci. Rise di cuore, quindi prese i nostri zaini e ci portò di sopra, al piano, su un tetto a terrazzo, una superfice di circa cinquanta metri quadri con delle brandine, disposte a un paio di metri  l’una dall’altra: una camerata a cielo aperto.

Posò gli zaini e partì. Tornò su con due materassi molto esigui ma ancora nel cellofan, insomma merce nuova.

La notte era serena, stupendamente coronata di stelle, un’infinità di stelle. La luna, paglierina, fece capolino fra i tetti bassi della città, mentre ci accomodavamo sui materassi puliti.

–     Ce l’abbiamo fatta –   gongolò  Nello – abbiamo  mangiato a iosa e evitato le pulci! Finalmente in pace.

–     Discutemmo un po’, lasciando che la stanchezza facesse il resto e che le palpebre si chiudessero sotto il chiarore della luna.

Piu tardi udii dei bramiti. Mi alzai, sfatto di sonno, e mi affacciai di sotto. Un vecchio con la barba lunga stava legando il cammello all’entrata dell’hotel. Qualche minuto dopo eccolo spuntare sulla terrazza in compagnia del proprietario che lo sistemò su una brandina, su un vecchio materasso.

Il poveraccio non dormì. In pratica, ci tenne d’occhio tutto il tempo, guardandoci con sospetto, come se stesse valutando quanto potevamo essere pericolosi. Era turbato. Si agitava sulla brandina, si metteva seduto, si allungava di nuovo. Impossibile appisolarsi con i cigolii dalla sua rete e quegli occhi che ti fissavano, strabuzzati e pieni di panico.

Ci sono vari gradi di paranoia e quello era il suo, una sorta di fobia dello straniero, malattia dilagante di questi ultimi tempi ma che, all’epoca, m’era quasi sconosciuta.

Tenemmo botta ancora una mezz’ora, poi il barbuto si decise, si alzò e andò via. Per lui,  dovevamo avere facce strane, inabituali, che facevano paura, e quella, la paura, non puoi metterla a dormire, è sempre all’erta. Guardai di sotto, mentre dava da mangiare qualche dattero al cammello, copriva i capelli folti e grigi  con un panno e s’incamminava , tirando il quadrupede con una corda.

Venne l’alba, e con l’alba spuntò di nuovo Selim. Lo vidi di sotto, camminava avanti e in dietro con una sigaretta accesa e un borsello a tracolla. Lo chiamai e gli dissi di salire che Nello stava giusto aprendo gli occhi. Feci un giro del terrazzo curiosando sui cortiletti delle case vicine. Nessuno ancora in piedi.

Selim portò dei dolcetti al sesamo.

–     Adesso ci portano il tè, disse, oggi colazione sui tetti!

Arrivò un giovinetto con un vassoio, teiera e bicchierini di vetro colorato. Selim pagò poi servì il tè nero ai semi di cardamomo, un tè tutto iracheno.

–     Volevo mostrarvi il passaporto – disse – L’ho portato, guardate voi!

–     Guardare cosa? – m’incuriosii.

Tirò fuori il documento, lo aprì sulla pagina con un enorme timbro.

–     Vedete? Qui c’è scritto che sono soggetto al reclutamento e ciò a partire da aprile, ma io sono partito prima e sono arrivato qui. Aprile è passato da un pezzo e il permesso di soggiorno iracheno sta per scadere. Io la guerra non la voglio fare. Ho già perso mio padre e ho un fratello sotto le armi. Se mi fermano per un controllo mi rispediscono subito in patria e sono cazzi! Mi faccio la galera militare e poi mi sbattono al fronte! Sono nella merda fino al collo. La sola via d’uscita è questa. Strappò la fodera del borsello e prese un secondo passaporto.

–     Questo è quello vecchio, è scaduto. Lo avevo denunciato per smarrimento. Se riuscissi a sfilare la stessa pagina dal vecchio e inserirla nel nuovo, sostituendo quella col timbro, starei a cavallo. Le pagine sono numerate, ma chi lo vede, chi controlla un numero di serie? Immaginate un po’, potrei uscire dal paese senza intoppi. Allora sì che la mia vita cambierebbe!

–     Beh, fallo – fece Nello – Un po’ d’ago e filo. Sono passaporti vecchi, cuciti come libricini. Ci vuole un sacco di pazienza e basta.

–     Con le mani non sono dotato e qui non mi fido di nessuno. ma di voi sì, penso proprio che potrei fidarmi.

–     Che vuoi dire, che l’ago e il filo dovremmo usarli noi?

Guardò in alto. Il sole illuminò il suo sguardo triste e perso.

–     Lo so, disse, è chiedervi troppo, ma non ho molta scelta. Se mi mangio questi quattro soldi che mi restano, sono fregato!

Ci guardammo. Nello dette un morso a un biscotto, io mandai giù una sorsata di tè.

In silenzio, Selim ripose i documenti nel borsello e lo poggiò ai suoi piedi.

–    Beh, ci ho provato – concluse.

Una camionetta miliziana parcheggiò non lontano dall’hotel. Erano in quattro, ne scesero due.

–    Meglio andare, dissi. Ho visto che c’è una scala esterna lì in fondo, dà sulla fontana.

Zaino in spalla scendemmo sul retro. Nessuno in vista.

–     Volete lavarvi? – chiese Selim. Anche per questo aveva l’indirizzo giusto.

***

Uscimmo dai bagni pubblici freschi e profumati. Odoravamo di fiori d’arancio, gelsomino, cose così.

Una pattuglia ci inquadrò e ci seguì con la jeep. Ne scese un sottufficiale. Ci raggiunse a passi lenti e incerti e ci si parò davanti. Gonfiò il torace per farlo sembrare imponente. Puzzava più del dovuto di alcool all’anice. Gli occhi, piccoli e rossi, saettavano a destra e sinistra come se avesse avuto una strana malattia.  Disse, in arabo: – Siete voi i giovani tedeschi di Mosul? Selim tradusse.

–      No – risposi – noi siamo europei.

Per un attimo provò a riflettere, ma doveva essere difficile in quello stato.

–     European, eh? – farfugliò, con la mano sulla fondina della pistola – Ci hanno segnalato due tedeschi in provenienza da Mosul – continuò. Selim tradusse di nuovo.

–      Noi siamo in tre – continuai – e noi due siamo “european” – Selim tradusse, Nello mi dette una leggera gomitata, sussurrò: smettila di trattarlo con sufficienza, merda!

Aveva visto giusto.

–      Ripeti ancora una volta european e ti gonfio la faccia di schiaffi – tuonò il soldato.

Era rozzo e ubriaco ma parlava bene l’inglese.

Il conducente della jeep dette due o tre colpetti di clacson. Il graduato mi assestò una bella pacca sulla spalla, guardandomi di traverso, girò sui tacchi e rimontò sul veicolo.

Selim era pallido. Non so nemmeno come abbia fatto a tradurre quelle due frasi al militare. Respirò a fondo, baciò il borsello con i passaporti e ringraziò Allah.

Riprendemmo il cammino. Selim ci condusse nel posto in cui alloggiava. Posammo gli zaini e uscimmo di nuovo. Missione: ago, filo e anche un taglierino. Nello s’era fatto commuovere e aveva finito per accettare: avremmo provato a sostituire la pagina incriminante!

Quella sera era l’ultima sera. L’indomani saremmo rientrati a Bagdad per prendere il volo di ritorno. Era bene così. il viaggio s’era complicato su al nord e non restava altro da fare che scucire e ricucire quel maledetto passaporto, rendersi nella capitale e prendere il volo.

I primi giorni del viaggio, la Mesopotamia ci aveva proprio affascinato. La patria dei nostri avi, una delle culle della civilizzazione dell’uomo. Ma ora quella civilizzazione era morta. Il paese non era ancora in guerra ma era armato fino ai denti e la sorveglianza poliziesca dilagava. I poveri Cristi vivevano come nel medio evo, erano ridotti all’osso e le gerarchie militari avevano tutto e la facevano da padroni. Davano la caccia agli oppositori del regime, agli yazidi, ai curdi, ai turisti. La repressione era in atto e fra non molto il mondo avrebbe sentito parlare di Saddam. Le truppe irachene avrebbero presto invaso l’Iran.

***

Le bocche dei pozzi di petrolio sfiammavano lingue  rosse e gialle intorno all’area aeroportuale. L’aria era infuocata, irrespirabile. Il sole pareva sbiadito, malato.

Selim ci accompagnò al banco della compagnia aerea per il check-in. Era vestito con una bella camicia bianca, pantaloni leggeri, mocassini. Nello indossò l’ennesima camicia a quadrettoni, l’ultima della serie. Eravamo abbastanza felici. Selim un po’ meno, avrebbe dato chissà cosa per imbarcarsi sullo stesso volo ma non volle cambiare il tragitto prefigurato: dal nord dell’Iraq fino al porto di Ceyhan in Turchia e infine Cipro, via mare.

Nello annusò l’aria.

–     Sento odore di caffè – disse – magari è pure passabile. Facciamo un salto in quel bar.

Selim si scusò ma preferì lasciare l’aeroporto, non si sentiva al sicuro. Troppi militari e, a sua detta, troppi agenti in borghese.

–    Ma che diavolo ti prende adesso? – fece Nello – Hai i documenti a posto. Di che ti preoccupi?

–      Chissà se un giorno – cominciò, ma non finì. Le parole gli restarono nello stomaco.

Nello tira fuori gli ultimi dinari rimasti e, automaticamente anch’io. Glieli diamo, “tanto a noi non servono più”: pochi soldi di chi sa dove andare a uno che non sa dove andare.

Ci fu un addio breve, senza smancerie. Si allontanò, col suo ciondolamento abituale. La testa, notai, un po’ troppo grande sul corpo smilzo e snodato.

Non credo che sia necessario riportare altro. aggiungo solo che occasionalmente certe storie hanno un lieto fine, però poi la vita continua e ti fotte un attimo dopo. In effetti non c’è mai lieto fine.

C’è gente che scrive e racconta tutta la sua vita, e in negativo, e imbroglia le muse che gli hanno dato una bella possibilità. Nove volte su dieci ti ritrovi a leggere dei polpettoni lamentosi, soporiferi, con sfondi morali calati dall’alto. Alcuni autori, pensano di avere una ” jella” tutta loro, particolare, una vita infausta, la cui essenza serva di nutrimento agli altri.

Preferisco le piccole cronache, sbobbette leggere da cui non c’è da attingere granchè. Nulla di sacro, assolutamente nulla, anzi. A volte mi chiedo: come ho fatto a diventare così? Allora butto giù qualcosa, magari trovo un errore, o ancora, un amico dimenticato da tempo. Selim è uno di quelli.

Nello, seguì la scia dell’aroma del caffè e lo trovò. E nemmeno era male. L’olfatto della talpa con la camicia a scacchi, funzionò ancora.

 


Foto credits:

Somewhere in the souq of Damascus, Syria: https://www.flickr.com/photos/lfphotos/

Capre: https://www.flickr.com/photos/t_y_l/

Immagine in evidenza: internets_dairy, Mole

Il richiamo del brodo di pollo

La miseria è forse il più forte dei legami

(Honoré de Balzac – la vendetta, 1836)

 

Melody Peake-Johns, osservò la lunga sigaretta consumarsi fra le dita, senza osare portarla alla bocca. L’aveva comunque accesa, anche se non aveva mai fumato in vita sua, così, tanto per far piacere a quel brav’uomo di Yahià, il negoziante marocchino all’angolo che ora la stava osservando con gli occhi dolci, tutto gongolante, dopo avergli offerto e acceso la sottile bionda al mentolo.

Melody era di quelli che cercavano di non apparire mai sgarbati o sufficienti, o peggio ancora sdegnosi. “Far buon viso a cattivo gioco” era il suo motto, il suo modo di vivere: l’aiutava ad affrontare il ben misero quotidiano di donna sola che si arrabatta con meno di cinquecento euro al mese. E poi, Yahià era gentile. Ad ogni fine mese, quando le figlie venivano a rendergli visita cariche di dolciumi, picchiettava delicatamente alle imposte dell’anziana signorina inglese per lasciarle davanti alla porta una guantiera di dolci al miele e le succulente corna di gazzella.

Ora, se ne stava seduta sulla panchina con la sigaretta delicatamente tenuta fra indice e pollice come quando si stringe una farfalla per le ali e, senza pensare a nulla di particolare, aspettava così, semi assorta, la chiusura delle bancarelle.

Una signora piuttosto bassa e grossolana, con un abitino grigio piuttosto leggero per la stagione e le ciabattine di gomma infradito, si avvicinò. Era Dina.

– Che dici Melody, come sarà la raccolta? – chiese, con la voce arrochita dal raffreddore – Ce lo lasciano il pranzo?

Aveva i capelli tagliati corti e una passata civettuola di rossetto sulle labbra piene, screpolate dal freddo.

–  E lo chiami pranzo? Verdure e frutta ammaccata. Dovremmo rimediare un po’ di roba dalle macellerie, allora sì che sarebbe un festino! La carne, uhm, mi manca più di qualsiasi altra cosa al mondo. Sto diventando vegana, ma non per scelta.

– Posso? – fece l’altra e le sfilò la sigaretta dalle dita – tanto non la fumi.

A Melody, non è che la tipa le garbava molto. Ne aveva conosciute di donne un po’ svitate, ma quella le superava tutte. E poi, era piuttosto sfacciata, tutto il suo opposto e, per giunta, era capace di raccogliere e ripulire tutto in due minuti netti e chi s’è visto s’è visto.

A Dina invece, Melody piaceva molto. Ammirava quella pacatezza e quel sorriso aperto, per niente inquinato da sotterfugi e furberie, scampato finora e in qualche modo alla morsa strizza-anime dell’indigenza.

– Carne, dici? – riprese, dopo aver tirato una bella boccata di fumo – Lo sai bene che qui non ne vendono. La potremo solo sbirciare, domani, nell’altro mercato…Intanto, con quel taccagno di Marcello e quell’arpia della moglie, puoi stare fresca. Appena ti avvicini ti guardano storto.

– Lo so…

– La stronza… Mi ha negato persino un osso. No, dico un osso, avrei messo su un consommé per darmi un po’ di forze, co’ ‘sta maledetta bronchite che m’ha messo k.o. e non vuole andarsene. Sono ancora strapiena di mucco.

Tirò su col naso. Un gran risucchio, a dimostrare la gravità dell’infreddatura. Scagliò lo sputo catarroso a un paio di metri e riprese:

– E poi ti guardano con disprezzo, manco avessi la scabbia! Hai visto quando chiudono? Lui prende il furgone e la moglie monta sul SUV nuovo di pacca. Quante arie! Quanta puzza sotto al naso.

– Hai ragione tu – la buttò lì tanto per chiudere il discorso – penso che la moglie sia peggio del marito. Bene – aggiunse – Credo sia ora di andare.

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Si avvicinarono gli altri. Avevano borse e sacchetti di plastica. Il sabato c’erano tutti: il nonnino smilzo e severo con le sopracciglia folte che tirava un carrello tipo trolley, e quella madre giovane, che metteva tutto quello che poteva nel passeggino dei gemelli, e poi c’erano lo stagnino in pensione, l’imbianchino, Lilly la vecchia pazza e anche l’ex professore coi lunghi capelli argento. Una bella squadretta di miserabili che vivevano disgiunti dal mondo.

La battaglia sta per avere inizio, pensò Melody mentre gli ambulanti caricavano le merci invendute sui camioncini.

Il gruppetto si lanciò quasi all’unisono. Lei, dette prima uno sguardo rapido a Yahià che la stava ancora occhieggiando con tenerezza e forse compassione.

Ma che diamine vuole, pensò, chissà cosa si è messo in testa. Si alzò e partì, le guance arrossate dall’imbarazzo, alla ricerca degli scarti.

Come al solito, raccolse poco e niente.

°   °   °

Il giorno successivo, domenica, erano di nuovo andate a rovistare tra i rifiuti ma in quell’altro mercato, là dove c’erano i banchi del pesce, dei salumi e il famoso macellaio, Marcello. Pioveva fino e fitto.

–          Ho un piano – disse Dina, mentre soppesava le verdure recuperate. Respirava affannosamente e sprizzava bacilli dal naso starnutendo a spaglio. L’una era passata e il quartiere era immerso nel grigio. Stavano camminando e Melody era arrivata davanti al portoncino di casa.

– Un piano per cosa? – si decise a chiedere.

– Per la carne, santiddio, non era quella che volevamo?

Melody si asciugò la pioggia dalla fronte e dagli occhi.

– Adesso ho un po’ di roba – disse – Vado a casa e cucino il cavolfiore. Nel frigo ho un pezzo di lardo e ce lo sbatto dentro. Se vuoi vieni e te ne mangi una scodella.

– Si, però il piano, quello, porco cane, lo devi proprio ascoltare.

– Dai, spara!

– Marcello, la domenica mangia con la megera in trattoria e lascia il furgone frigo incustodito.

– E allora?

– Allora cosa? Abbiamo quasi un’ora. Andiamo e ci fottiamo un bel pezzo di ciccia. Magari un pollo o un tacchino.

– Sei pazza – Melody ridacchiò – lo sapevo che eri pazza!

– Sbagliato!

– Cosa, sbagliato?

– È il mondo che è pazzo o forse la miseria è una forma di pazzia, ti entra dentro e ti rosicchia i neuroni, te li succhia, porca troia. La sola cosa che vorrei fare è mangiarmi una bella bistecca al sangue, magari con delle grosse patate al forno. Tu, la fame la chiami pazzia: è sbagliato.

– E un pollo? Il mio sogno è un pollo.

– Oddio, il pollo…

Un’auto arrivò a marcia indietro e si parcheggiò con due gomme sul marciapiede. Le due donne fecero un balzo per non essere travolte. Dina rovesciò in terra gli ortaggi.

– Vai a cacare! – urlò.

Una tipa scese dalla macchina con la sigaretta penzolante dalla bocca e due sporte cariche di spesa, una per mano. Aveva l’aria frettolosa.

Dina raccolse la sua roba.

– Lo vedi? – disse – La vita può finire di colpo e lasciarti a bocca asciutta, senza nemmeno aver azzannato un buon controfiletto.

– Questa ce l’ha la bistecca – fece Melody, non più sulla difensiva e oramai quasi sulla stessa lunghezza d’onda dell’altra.

– O.k. bella, adesso si va! –  ordinò prontamente quest’ultima, approfittando del frangente favorevole – E smettila di esitare. Il mondo è diviso fra quelli che vivono perennemente nei dubbi, i perdenti, e quelli che non ne hanno di dubbi, e la sfangano. Noi, coglioni-pieni-di-dubbi, eccoci qua: raccogliamo porrih e zucchine malandate.

Partirono con le loro brutte buste. Traversarono la strada e arrivarono nella piazzuola dove si teneva il mercatino. La pioggia aveva preso a martellare forte e il cielo, sempre più accigliato, brontolò con una lunga serie di tuoni cavernosi e cupi.

Melody aveva il cuore in gola ma andava avanti, seguiva. Dina, puntava il furgone, a testa bassa. Era un toro infuriato, un toro basso, col vestitino grigio leggero con uno strappo sotto al braccio e gli infradito che facevano splich sploch nel bagnato. Saliva sulle aiuole, calpestava i fiori e l’erba, splich! sploch!

Arrivarono e non c’era nessuno. Nemmeno gli altri raccattatori di scarti.

Il retro del camioncino era contro la siepe, ci si passava appena. Dina si infilò per prima, tirò fuori dalla busta un grosso piede di porco, ruppe il lucchetto e aprì le ante del frigo: Sbam!

Melody ebbe un leggero capogiro ma riuscì a tenersi in piedi. Il miraggio del quarto di manzo e del pollame appesi ai ganci la tenne su. Poi arrivarono gli altri, c’era il professore, il vecchio ciglione, la madre dei gemelli, e persino Lilly la pazza, con una cuffia da doccia usa e getta per ripararsi dalla pioggia battente.

Cominciarono a passarsi i volatili. Vennero fuori gli arrosti, gli ossibuchi, i girelli, le braciole, i filetti e le lombate. Circolarono veloci da una mano all’altra, mentre il cielo continuava a borbogliare e a pompar giù acqua.

Il tutto durò un minuto, sotto lo sguardo inebetito di Melody, che teneva stretto il suo pollo per il collo quasi a strozzarlo una seconda volta.

Dina cercò di ficcare nella busta due grosse costate di bue e pure la vaschetta col trito.

– Tu, tu… – balbettò Melody, tesa come una corda di violino – Non mi avevi detto che eravamo tutta una banda.

– Non saresti mai venuta, lo sai bene.

– Doveva essere un affare da poco, un pollo e una bistecca, invece quel poveraccio lo abbiamo svaligiato.

– Ha l’assicurazione, Melody, e poi chissenefrega! Su, filiamo in fretta.

Melody Peake-Johns, ancora stordita, infilò il volatile duplicemente strangolato nella busta e se la dette a gambe. Partì all’opposto degli altri. Ma non proprio velocemente, passato il momento di panico, cominciò a pensare alla cena e il sorriso si aprì di nuovo, rallegrato dalla testa del pollo che fuoriusciva dal sacchetto.

Il quartiere, ora meno grigio e opprimente, emanava una certa dose d’allegria.

°   °   °

Era già sera. Il cielo uggioso e una gran voglia di sgranchirsi le gambe l’avevano indotto a chiudere prima del previsto. E poi c’era quella signorina, la Peake-Johns, che gli aveva trottato per ore nel cervello mentre sprecava il tempo ad attendere clienti che non arrivavano.  L’Inglesina era spuntata subito dopo pranzo per comprare sedano, carote e cipolle; alloro, prezzemolo, pepe in grani e due confezioni di cappelletti di carne. Insolito per quella poverina che non spendeva mai nulla o quasi. Aspettasse qualcuno? Francamente, la cosa gli avrebbe fatto male. Chissà, si interrogò ancora, se sarebbe stato capace di arrivare alla porta e bussare. Ma che dire? Come presentarsi così, all’improvviso? Non riuscì a trovare una briciola di scusa.

Si dette un colpo di pettine fra i capelli a spazzola, indossò il giubbotto di lana, chiuse bottega e si avviò a passo lento verso la meta, cercando di riflettere il meno possibile per non tirarsi indietro all’ultimo minuto.

Prima di arrivare, molto prima, la scia olfattiva lo assalì. Fu una frustata. Erano aromi intensi ma al contempo delicati, vellutati. Un odore perfetto, di quelli che ti avvolgono il cervello, ti riportano indietro negli anni e ti inteneriscono.

Yahià, non indugiò oltre e seguì, spedito e commosso, il richiamo del brodo di pollo.

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Immagine in evidenza: Tomas Fano

zucchine: Market Time

Brodo di pollo: the little red house

 

 

 

 

 

 

Uno o due colpi di cannone

Per certuni potrebbe sembrare di poca classe l’aver mischiato la storica e gloriosa fabbrica romana in una novella dai termini prosaici; ma anche la miseria è di cattivo gusto, e ancor più la finta pietà o le false promesse degli uomini di potere. Allora, l’ho scritta così, e ciccia!

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L’Anagnina, strada statale 511. Aurora di un capodanno, quasi le sette.

Abbassò il finestrino. L’aria pungente del mattino lo accarezzò perfidamente.

Chi cazzo me lo ha fatto fare – pensò Vittorio, dopo aver mandato giù un’ultima sorsata di acqua e limoni spremuti, nell’illusoria speranza di mettere fine a un violento attacco di diarrea che lo aveva inchiodato più del previsto sul water. Lo sapeva, aveva esagerato con lo zampone e le lenticchie, raschiando persino il fondo del tegame, ed ora ne stava pagando il prezzo.

– Chi cazzo me lo ha fatto fare – ripeté, questa volta a voce alta.

Girò lo sguardo sull’edificio, oramai malinconico e fatiscente. Chiuse gli occhi e rivide, lassù sul tetto, le enormi lettere dell’insegna illuminate di azzurro.

Una stilettata al fianco lo riportò alla realtà. Slacciò il montgomery, alzò la maglietta giallorossa e si grattò laddove aveva dovuto sopportare quella maledetta sacca per la raccolta delle feci.

Forzato all’ablazione di un lungo tratto del colon, gli avevano piazzato quell’assurdo raccoglitore di merda e adesso, solo pochi mesi dopo l’intervento e non appena rimossa la suddetta sacca, come un fesso, gli aveva ridato sotto con gli eccessi.

Però l’aveva spuntata, oh sì, si compiacque: aveva messo k.o. un tumoraccio che pareva essere una fatalità, anche se ne era uscito malconcio, con le guance flosce che gli pendevano ai lati del viso smagrito e quella ragnatela di venuzze scoppiate che gliele coloravano di rosso, tipiche di chi è avvezzo ad abusi d’alcol e cibarie speziate. Per non parlare di quella pancia perennemente gonfia, una sfera di carne ballonzolante che pareva posticcia tant’era sproporzionata su quel corpo ormai ridotto pelle e ossa.

La vecchiaia non avrebbe avuto più diritti, solo doveri: niente più birra, santiddio! Né caffè, salumi e porchetta, sale, zucchero e carni rosse. E, per coronare il tutto, non avrebbe più lavorato nella sua fabbrica. Pensione anticipata, forzata. Ma non solo per lui, oh no, pochi mesi dopo s’erano fatti fregare tutti. La Ericsson aveva comprato quasi tutte le parti della società ed ora stava procedendo allo smantellamento del sito. Quello che fu non sarebbe stato più. 35 anni, tutta una vita, e per finire, ciliegina sulla torta, non aveva potuto fare l’abbonamento e aveva perso l’inizio del campionato.

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Si girò e la osservò. Martina, appisolata sul sedile passeggeri della Renault, ora parcheggiata sul ciglio della strada dall’altro lato della vecchia fabbrica, respirava pesantemente.

– Svegliati – disse – ci siamo.

L’altra bofonchiò qualcosa.

Lui scese e attraversò la statale a passo svelto. Lei fece fatica a seguirlo, ancora confusa da un bicchiere di troppo di un pessimo spumante e dal sonno.

Stava per albeggiare. Alcuni automezzi che transitavano a quell’ora insolita per un primo dell’anno li abbagliarono con i fari, altri strombazzarono.

Vittorio si fermò davanti al cancello. Avrebbe voluto scavalcarlo e arrivare fino all’edificio ma sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Ci provò. La nausea partì dal basso e si trasformò in conati di vomito. Cercò di rigurgitare, ma non uscì nulla. Era fradicio di sudore e le natiche sparute gli pesarono, sembravano rivestite di piombo. Dovette sedersi e lo fece su un misto di catrame ed erba, ma doveva esserci anche un po’ di merda, il puzzo era quello.

Martina lo aveva appena raggiunto e già attaccò con la solita solfa:

– Te l’avevano detto – brontolò – niente più birra. Ma tu no, brutto testardo!

Lui smadonnò tenendosi la testa fra le mani, poi digrignò i denti, gli occhi chiari e un po’ scialbi puntati sul cielo semibuio.

Potessi volare, pensò, farei un ultimo giretto in reparto e dopo sparirei fra le nuvole, per sempre!

– È stato lo zampone, nient’altro – ribatté infine – Prova a lasciarmi in pace!

– Se vuoi morire, crepa lontano dai miei occhi, oppure nel tuo letto, sotto il ritratto del tuo Manfredini. Se ci penso…hai tolto Gesù per far posto a quello stupido manifesto.

– È una foto firmata, non un manifesto! C’è tanto di autografo.

– E te ne freghi…

– Ci risiamo. Quando non è l’alcol è il campionato.

– E si, bello mio, ho un marito sopravvissuto per miracolo, pieno di birra, incollato allo schermo a farcirsi il cervello co’ ‘sto cacchio di pallone!

– Balle! Seguo solo la Roma, o quasi.

Sentì una fitta acuta giù in basso e il leggero gorgoglìo andò crescendo. Il rumore addominale echeggiò in quell’ora mattinale seguito da una scorreggia fragorosa. Vittorio si prese la pancia gonfia fra le mani e spinse, ma non fuoriuscì più nulla.

– E tutte quelle lattine, quelle, chi l’ha bevute?

– Ti stai accanendo su di me, ecco cos’è, sei peggio dei medici. Te ne potevi restare a casa, invece hai voluto accompagnarmi, ma solo per scassarmele, vero?

Riuscì a sollevarsi nonostante i crampi e il posteriore sudaticcio, ora unto e gravoso.

Prese un po’ d’aria e espirò lentamente, doveva assolutamente ritrovare le forze e oltrepassare quella malaugurata barriera. Avrebbe bevuto volentieri un peroncino, quello sì che lo avrebbe rimesso al mondo, ma lei gli stava perennemente addosso e non c’era modo di inguattarne uno o due in macchina.

Ebbe un giramento di testa e si aggrappò alle sbarre del cancello. Mille lucine gli affollarono gli occhi.

Martina provò a sorreggerlo ma anche lei lo trovò pesante, un sacco moscio e cascante riempito di carni e pietra.

Un grosso camion spostò l’aria gelida sparandogliela contro.

– Roba da matti – si lamentò – Fammi il favore: rientriamo, che ci becchiamo una polmonite. Tu e la tua cazzo di squadra!

Aveva i capelli scarmigliati dal vento, tinti di uno strano color mammola con una mèche bianca nel mezzo, colore e messa in piega fatti fare appositamente per il veglione.

Lui si appoggiò alla spalla della moglie e la squadrò da cima a piedi nonostante tutti quei puntini luminosi. Portava il solito vestitino blu polvere lustrinato di brillantini e quegli strani capelli viola.

Diamine! Adesso sì che sembri una strega – pensò e subito schiattò in una clamorosa risata. Rise a non poterne più. Rise così forte che le chiappe tremarono e ne uscì un boato, un vero colpo di cannone.

Martina sobbalzò e lo lasciò andare.

Di colpo, un altro colpo di cannone. Vittorio si staccò da terra e partì come un razzo, s’innalzò, oltrepassò il cancello e ricadde in piedi. Stava ancora ridendo.

Guardò in alto e si lanciò. Svolazzò incerto un po’ a destra e sinistra ma subito iniziò a volare come si deve, volteggiando leggero come un falco. Due, tre giri di fabbrica, una scivolata sull’Anagnina, a picco, un’impennata, un rasoterra lungo il ciglio della strada e un breve passaggio sulla moglie.

– Martina – gridò – Volo! Volo!

Cabrò e ripartì verso lo stabilimento cupo e vuoto, appena rischiarato dall’azzurrino dell’inizio del giorno. Volava come un Dio.

Trovò una finestra. Era aperta. Entrò.

In che padiglione era finito? In quel posto vuoto e senz’anima, tutto sembrava uguale, e freddo, un vero freezer.

Collaudo, gli disse il cervello, il tuo reparto.

Si avvicinò al suo posto ed era sempre lì, un’istantanea polaroid leggermente schiarita dal tempo. C’erano Superchi, Falcao, e Tancredi, quest’ultimo col pugno chiuso levato al cielo.

Cristo Santo, pensò, ne è valsa la pena. In cima alle gradinate a urlare come un pazzo, quel giorno c’era anche lui! E insieme a lui, quelli del reparto, una decina di colleghi che avevano seguito la squadra in trasferta per l’ultima di campionato. E poi la foto. Era riuscito a entrare in campo e immortalare i tre campioni prima di farsi agguantare da quelli della sicurezza.

Udì delle voci, si girò, erano quelli del primo turno, quello delle sette e trenta. Decine di operai in tuta blu con la scritta rossa sul petto entrarono ancora assonnati. Qualcuno fischiettava.

Andò loro incontro. Ora stava bene, proprio in grazia di Dio e, per la prima volta dopo tanto penare, si sentì leggero. Anche la pancia era sparita, e le chiappe pesanti, e le mani, e i piedi, fece girare la lingua in bocca e non trovò neppure i denti.

 

° ° °

 

Rimase lì seduta a guardar passare le ultime auto dei nottambuli e degli ubriachi, restò lì seduta a considerare il sole che scacciava la notte e le stelle, rimase lì seduta con le spalle appoggiate al cancello, come lui, Vittorio, il collaudatore di telefoni. Poi si girò piano piano e guardò tutt’intorno. Ogni cosa sembrava irreale o sfocata, e nessuno a cui chiedere aiuto, nemmeno un arbitro di calcio, un terzino destro, un bagarino, un topo, una mosca.

Vide il sangue. Colava con calma. Chiuse gli occhi per far si che la cosa gli entrasse in circolo lentamente, come un calmante per la tosse, una birra gelata sotto l’arsura d’agosto o il primo caffè del mattino.  

Un grosso automezzo tagliò la fragilità dell’alba in due. Cominciava seriamente a fare giorno. A Martina piaceva quando faceva giorno, più luce c’era e meglio si sentiva. Martina odiava il buio, un odio leggero ma pur sempre un odio, come si può odiare un resto ammuffito nel frigo o le tasche bucate o un ago spuntato o gli occhiali per cucire sempre unti di grasso.

– Vittorio – mormorò – Vittorio.  

Vittorio, accasciato contro il cancello non rispose. I suoi occhi ora parevano più grandi, e anche belli. Pareva sorseggiasse anche lui i primi raggi di sole.

Outdoor Concert Park Fundraiser Flyer
FOTO Credits


Il Globo: http://www.webalice.it/armandogi/Ancora_F.A.T.M.E…..html

Lavoratori Ericsson in sciopero dal blog lasalitadelquadraro https://lasalitadelquadraro.wordpress.com/2016/11/14/licenziamenti-alla-ericsson-di-via-anagnina-lettera-di-un-lavoratore-allassessore-comunale-adriano-meloni/