Ci penserà l’inverno

La strada è mobile. Non c’è niente di compatto sotto i nostri passi.

La radiosveglia suonò le sette del mattino. La playlist dell’mp3 attaccò con Jersey girl di Waits mentre la mosca si staccò dai vetri e iniziò a ronzare. Ercole uscì dal suo cupo rimuginìo e seguì lo svolazzare dell’insetto fin quando non si posò su una chiazza di sole, nel bel mezzo del tavolo.

Una superstite – pensò – scampata al freddo di dicembre.

Prese la bottiglia del rosso, la portò alla bocca e ingollò un bel po’ di vino. La mosca non si mosse, iniziò ad agitare freneticamente le zampette su una macchia di sugo rappreso.

Vabbè, non ti ammazzo – decretò – Ci penserà l’inverno.

Svuotò il resto del vino a lunghi sorsi, posò la bottiglia e si rivolse di nuovo all’insetto, ma ad alta voce:

Siamo entrambi figli dell’inferno! – gli disse con enfasi.

Clara trovò la frase interessante, ma non la concepì fino in fondo. Aprì gli occhi arrossati e diminuiti dal dolore, si girò con fatica verso di lui e lo guardò, sperando di afferrare il senso di quell’asserzione dall’espressione del suo viso. Di solito, riusciva a cogliere particolari impercettibili, invisibili agli altri, ma non trovò nulla, nessun ghigno, luce o battito di ciglia: sembrava stanco e vuoto, sospeso nel nulla.

Il cigolio del lettino lo scrollò: Clara si stava muovendo. Ercole si alzò e si avvicinò alla moglie, evitando di incrociare il suo sguardo.

La sollevò dalle spalle e le accomodò i cuscini dietro la schiena.

Lei prese fra le dita quella sua grande mano robusta senza perderlo d’occhio; lui fece scorrere lo sguardo dalla maschera del respiratore artificiale alla fronte aggrottata e infine ai capelli lunghi e scarmigliati.

La musica ti ha svegliato? – chiese.

Clara fece segno di no, battendo due volte le palpebre.

Ettore allungò una mano, prese la spazzola dal comodino e iniziò a sgrovigliarle la lunga chioma arruffata dalla notte.

E oggi sei ancora qui, con me – le disse piano, stringendo un po’ più forte le sue piccole dita.

E gli sguardi si toccarono, ed era tutto quello che lui avrebbe voluto evitare, per resistere ancora e non lasciar posto alle lacrime.  

Posò la spazzola e si alzò. Lei sentì il calore della sua mano allontanarsi. Avrebbe voluto dirgli di lasciarle un po’ di quella mano, solo un po’, ma non lo fece. Di colpo ebbe freddo. Un gran freddo.

Ettore tornò al tavolo. La mosca era di nuovo su quel maledetto grumo di sugo.

L’istinto ebbe il sopravvento. Schizzò rapido, dette una gran manata a piatto e la spiaccicò sulla tovaglia.

Si muore per un sì o per un no! –  disse, osservando i resti dell’insetto maciullato.

Si pulì la mano sul pantalone del pigiama e si accostò alla finestra.

La playlist attaccò una ballata. Un’altra mosca, grossa e rumorosa, spuntò fuori dal nulla e si posò sui vetri. Ercole non la degnò di uno sguardo, aprì i battenti e cercò il sole, ancora basso e leggermente occultato dall’unica quercia del giardino, alta, frondosa e delicatamente innevata.

Un micione bianco, semi nascosto nella neve, orecchiava, come rapito, il cinguettio dei passeri annidati nell’imponente e ospitale albero.  


Sembra tutto perfetto, pensò. E forse lo era.

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Una notte, tempo fa…


Ad ogni singolo filo d’erba è destinata una foglia di rugiada (proverbio cinese).

Orribile mattino d’estate! Uno scirocco afoso ti riempiva occhi e naso di rena polverosa e il cielo, fosco, greve e basso, cercava di posarsi in terra per schiacciarti come un torchio. Il mare era nero ed io me ne stavo seduto a guardarlo, rotto dal sonno.

Avevo dormito poco e niente. Senza forze, vuoto, morale a zero.

Quel mese avevo lavorato duro, e quando dico lavorato duro non è un semplice eufemismo, poiché si sgobbava davvero, e più del ragionevole! Almeno dodici ore di fila e senza un giorno di riposo, col termometro che oscillava intorno ai 35°.

Avevo un disperato bisogno di denaro e prendevo spesso il posto di altri impiegati che volevano approfittare del mare: surf, vela, gite in barca, tennis, pic-nic sul litorale. Beati loro!

Gestivo un bar-spiaggia dalle dieci di mattina alle ventidue e, quando occorreva, intorno alla mezzanotte, andavo a dare una mano al bar della discoteca. Il tutto nello stesso villaggio, un complesso alberghiero con spiaggia naturista, dove penzolavano uccellacci e uccellini, passere folte e passere rasate.

Fra tutte quelle passere ce n’era una particolare, di Amburgo.

– Ehi tu! – urlò, turbando la quiete di quel grigio mattino.

Si chiamava Luana ed era proprio carina ma non ne era molto cosciente, diciamo non sempre. Era un po’ spenta e quando si è spenti non si ha molta considerazione di sé stessi, non ci si auto-ammira mai, ed è un guaio. Anche per questo, nonostante mi attirasse, non mi ero ancora fatto avanti; quel musone ricorrente mi frenava e mi impediva di fare il passo decisivo. Altrimenti, di lei mi piaceva quasi tutto, i capelli cortissimi color paglia, le poche lentiggini sparse qua e là, i denti bianchi, grandi e regolari e gli occhioni verdi, leggermente all’insù.

C’era stata solo una mezza toccata e fuga nell’ingresso delle toilette comuni, dove ci scontrammo e rimanemmo incollati quasi per caso. Le rubai un mezzo bacio, ridacchiando nervosamente, entrambi pieni di imbarazzo.

Mi fissò mentre si aggiustava, con inconsueta malizia, il pareo sui seni tondi e sodi. Aveva 27 anni. Io poco più.  

– E stasera? – chiese – facciamo qualcosa di bello o cosa?

– Perché stasera? E perché qualcosa di bello?

– Maledizione, è il tuo compleanno!

Incredibile, pensai. L’avevo dimenticato. Quel mese era passato in un baleno. Avevo messo il pilota automatico, svolgendo meccanicamente tutte quelle mansioni diventate abituali: apertura cassa, mise en place dei tavoli, rifornimento frigo bar e frigo-pizza, primo servizio, secondo servizio, allestimento tavolini gelateria, nuovo rifornimento frigo, preparazione pizza a portar via, servizio e chiusura cassa dopo le ventuno.

– Non so che dire, – dovetti ammettere, completamente spiazzato – provo a vedere se qualcuno prende il mio posto, ne parlo al boss. Se ci riesco gli strappo la serata, ma mi sembra un po’ tardi per trovare qualcuno che mi sostituisca.

Ich bitte dich (ti prego!) che sto pure un po’ giù di morale!

– Uhm, tu e i tuoi alti e bassi. Te l’ho detto, faccio il possibile.

– Dai, c’è anche Steffi, la berlinese. Ti ricordi di lei? È arrivata ieri.

Il solo nome, Steffi, mi fece l’effetto di un caffè triplo e mi scrollò dal torpore. Steffi era una cannonata tedesca, un tuono a ciel sereno, una stella cadente in una notte triste e buia.

– Steffi… vuoi dire Steffi, la campionessa, è di lei che stiamo parlando?

Era proprio quella Steffi lì.

– Glielo dirò che hai fatto quella faccia – rise – Lo so, lo so che ti piace, una ragione di più per liberarti e incontrarla. Dai, che festeggiamo, zum teufel (al diavolo)! Si può andare da lei, alla villa, i parenti arrivano solo domani, passano a prenderla e rientrano insieme in Germania. Avrei preferito che rimanesse un po’ di più, ma purtroppo deve riprendere gli allenamenti.

– Bè, peccato!

– Sennò veniamo da te. Apriamo una buona bottiglia e stiamo un po’ insieme, qualcosa di semplice e carino. La torta la compriamo noi. Suvvia, non fare il guasta feste!

Si avvicinò lasciando sì e no dieci centimetri di spazio fra di noi. I seni, quelli, mi sfiorarono il torace, puntandomi come due torpedini radiocomandate. Non potevo crederci, non sembrava la stessa, aveva mandato giù qualcosa, magari delle pile ad alta densità energetica.

– Ebbene? – chiese, con gli occhi languidoni – a che ora?

– Alle nove, stasera. – balbettai.

– Allora siamo intesi, alle nove.

Ritirò le torpedini, lasciò cadere il pareo sulla sabbia umida e si avviò nuda verso la riva per poi lasciarsi ingoiare dalle onde brunastre.

***

Mi inventai un malanno e presi l’intero giorno di riposo, fra gli smadonnamenti del vice-boss e della mia squadra.

Dopo una corta siesta, ripulii alla meglio la stanza e il saloncino, lavai col detersivo profumato il bagno, riempii il frigo di birrette e vino, avviai un sugo di carne e alla fine dormii di nuovo, e questa volta come un sasso, fino a sera.

Al risveglio, il cervello, molle e ovattato, fece fatica a emergere. Forse non avrei dovuto interrompere la cadenza, pensai, guardando la tenuta di lavoro ancora appesa a un gancio sulla porta.  

Non era ancora buio ma il cielo permaneva cupo e pesante e il caldo sempre soffocante. Era ancora presto. Ne approfittai per allungarmi di nuovo, due cuscini dietro la testa, una bottiglia di S. Pellegrino ghiacciata e una sigaretta.

Me ne stavo rilassato a sbuffare nuvolette di fumo quando arrivarono, fresche e profumate, con le minigonne, i sandali, una bustona di roba e una gran torta al cioccolato. Erano belle e incandescenti, sapevano di monoï, di cocco, d’estate. Tutta l’atmosfera delle vacanze a mare invase la stanza in un’unica ondata vivace e spumeggiante.

Entrarono in cameretta. Steffi aveva caricato gli occhi di ombretto nero sfumato e portava la lunga chioma rossa sciolta lungo la schiena su un toppino aderente. Non sapevo su cosa incantarmi per primo; scelsi le spalle, dritte e forti, da nuotatrice.

– Dove poso questa roba? – chiese – ho portato le salsicce bianche, quelle bavaresi, le mangiamo in aperitivo con la birra bianca.

Posò la busta in terra senza attendere risposta e si mi si piazzò davanti. Sorrise. Bocca carnosa. Occhi scuri, affilati.

Luana si avvicinò. Era sempre elettrica, saltellava sulla punta dei piedi davanti alla sponda del letto. Doveva aver ingoiato altre pile.

– Ehi, ma non ti alzi, nemmeno un bacio, nulla?

– Ero ancora frastornato, rapito dalle forme tondeggianti dell’una e dell’altra. Mi dissi “Datti una mossa! Cerca di essere carino” ma non feci nulla. Sono timido e impacciato, con le donne funziono a scoppio ritardato e tiro fuori stronzate inutili. Per l’appunto, reagii della sorta, mentre si gettavano sul letto per uno scambio di timidi baci sulle guance.

– Cavolo, sono appena le otto – mugugnai – siete arrivate con un’ora di anticipo e mi mettete pure fretta.

– Beh, non ho potuto fare la doccia e la faccio qui da te – replicò Luana – Da me l’acqua viene fuori gialla.

– Ma anch’io devo andare sotto la doccia.

– E allora? Si va a turno, oppure la si fa insieme, che ne dici? Ha, ha, ha!

– Ha, ha, ha – rise l’altra

– Ha, ha, ha – risposi io.

– D’accordo vai prima tu – consentì Luana.

Mi alzai, ero in boxer, e mi diressi in bagno.

– Questo bungalow è un forno – bofonchiò Steffi, ma accostò comunque gli scuri e tirò le tende, senza chiudere a chiave.

Aprì il frigo. Stappò quattro o cinque birre. Ne portò una alle labbra e mandò giù un lungo sorso.

– Vuoi? – disse, seguendomi in bagno.

Presi la birra, ne bevvi un dito mentre afferravo l’accappatoio di spugna.

– Come ti butta? –  chiese – È un anno che non ci si vede.

C’era uno sgabello e si sedette a cavalcioni. La minigonna si ritrasse: non c’erano le mutandine, nada!

Ebbi una strana sensazione. Mi sentii messo all’angolo, intrappolato. Due gatte e un topo. L’altra seguì a ruota e si affacciò sulla porta. Era già in mutandine e maglietta.

– Oddio – dissi – è meglio ch’io vada sotto l’acqua fredda.

Sorrisero insieme, lo sguardo carico di sottintesi. Buttai giù un’altra sorsata di birra e riafferrai il controllo dei sensi.

Questa volta, provai a guardare all’altezza degli occhi.

– Come vuoi che vada – ripresi, rivolto a Steffi – si crepa dal caldo e lavoro come un dannato.

Aprii il soffione della doccia e mi sbrigai a tirare la tendina di plastica, col boxer indosso. Steffi si alzò e ambedue tornarono nel saloncino.

È vero che si schiatta, sentii dire.

Qui dentro ancora peggio!

Pare che arriveremo ai quaranta e non siamo ancora a luglio!

Oddio, da morire.

Ad Amburgo invece si respira, massimo 20 gradi!

Echt? (davvero?).

Poi abbassarono il tono della voce. Confabularono.

Sentii Luana dire: È un gran timidone, das ist alles (questo è quanto)!

No, aspetta, la togliamo là dentro.

No, adesso! Dai, schnell!

Il tutto sembrava un po’ confuso. Qualche secondo dopo, entrarono e scansarono l’incerata. Nude sotto ma non sopra. Steffi scivolò per prima sotto il getto fresco dell’acqua, poi entrò Luana. Non sembrava più la stessa, sguardo intenso, deciso. Un angolo della bocca, leggermente schiuso, lasciava intravedere il canino. Una strana smorfia, quasi un ghigno.

– A casa tua, si bolle! – mormorò mollemente, mentre sfilava il toppino già intriso.

Sui seni, una scritta a pennarello rosso che perdeva colore: tanti auguri di buon compleanno!

Contarono uno, due, e tre, e intonarono uno stonatissimo “happy birthday to you” mentre si impossessavano del bagnoschiuma. Ne spalmarono una gran dose sulle tette e l’inchiostro rosso sparì del tutto.

E lì, capii il senso della frase “andare in brodo di giuggiole”. Per una volta ero io quello baciato dalla fortuna! Era il mio turno, santiddio. Non mi restava che aprire le mani e raccogliere quella manna caduta dal cielo.

Fuori, i ragazzini dei vicini lanciavano pallonate contro la parete senza finestre del bagno. Ridevano, gridavano, parevano felici. Più in là, qualcuno stava innaffiando il giardino nonostante l’ora tarda e un cielo che tratteneva a stento il temporale. Grande serata, pensai, mentre la notte s’annunciava dolce e laboriosa. Gli uccellini avrebbero iniziato a cinguettare all’alba ed io, io mi sarei svegliato tardi e con il sorrisetto vittorioso.

D’un tratto sentii un rumore, qualcuno stava aprendo la porta! Uscii dalla doccia e, mentre stringevo un asciugamano intorno alla vita, li vidi. C’erano tutti: le animatrici e la baby-sitter, il pizzaiolo, le cameriere, quelli della reception e anche una tipa della direzione. Avevano tutti qualcosa in mano, una bottiglia, un pacchetto regalo e persino un mazzetto di fiori strappati chissà dove.

– Merda! – esclamò Luana – Dovevano arrivare dopo le dieci – e infilò il mio boxer.

– Improvvisata! – fece una delle cameriere – Visto il tempo, il capo ci ha fatto chiudere prima delle nove, e siamo qui. Pare che sia il tuo compleanno.

Lolly, l’addetta alla reception, tagliò i gambi ai fiori e li infilò in un bicchiere. Gli altri posarono i vini e le birre sul tavolo, sul lavello, in terra, quindi si sparpagliarono un po’ dappertutto. Non restava più posto ma ne entrarono altri: l’insegnante di tennis, Lucia, la ragazza del bar, e anche il guardiano notturno. L’invasione era completa.

– Ehi! – fece Ricky, il pizzaiolo, alto e grosso e con il cranio rapato – Ma quando si mangia?

La baby-sitter scartò il primo pacco di birre.

– Quante ne abbiamo di queste? – chiese – mi sa che non bastano. Dai, stappiamo che ci vuole un brindisi.

Cheers! Jessica

– Ma stasera non lavora nessuno? – bofonchiai – ma a che ora apre la discoteca?

Nessuno rispose.

Tornai in bagno, tolsi l’asciugamano e infilai l’accappatoio. Steffi e Luana, piegate in due, se la ridevano a crepapelle.

Passai in camera per recuperare le sigarette: c’era già gente sul letto. Qualcuno mi passò una birra, era calda. Ne presi una fresca, di quelle in frigo. La barista, napoletana doc, me la strappò di mano e bevve un goccio dalla bottiglia.

– Ué guagliò – ma che fai, il muso?

– Ma no, Lucia, è solo lo stupore, – mentii – non me l’aspettavo, davvero. Siete tutti molto carini. Basta che adesso non lo venga a sapere il direttore. M’ero dato malato.

– Kettennefutte’a tè. Sei il gerente, no? E poi, senza di te quel bar non fa una lira. Di un po’ – aggiunse sogghignando – ma con quale delle due tedeschine te la fai, eh? Hi, hi, hi.

Non replicai. Ripresi la mia birra e la finii d’un fiato, intanto che Ricky imburrava i pancake e li farciva col salmone.

– Qualcuno può occuparsi della torta? – gridò – Mancano le candeline. Chi ha pensato alle candeline?

Insomma, ero l’unico storto. Gli altri, sembravano tutti contenti e sprizzavano buon umore mentre io rosicavo.

– Ehi, è il tuo anniversario!!! – era Steffi, ancora mezza nuda – Non sembri molto contento! Fai uno sforzo che ce lo siamo meritate, e sorridi. Il sorriso combatte lo stress, rinforza il sistema immunitario e aiuta a campare più a lungo. Pensaci!

Mi cinse alla vita, sotto lo sguardo divertito di Luana. Profumava di bagnoschiuma. Una roba mielata, dolce e sensuale. Le sensazioni nel gustare la completezza di quell’abbraccio le conservo ancora intatte. Sono in angolo della mia memoria e ogni tanto, quando sono un po’ giù di corda, riaffiorano, a ricordarmi che nulla è impossibile. 

Mi sciolsi. Rimossi dalla bocca quella smorfia imbronciata e l’allargai in un bel sorriso, sperando, comunque, che la masnada sloggiasse presto, almeno quello!

***

Le lancette del vecchio orologio murale toccarono le undici. Ricky, l’affamato, scovò il mio ragù di carne e lo mise a scaldare in un padellone. Afferrò due pacchi da un kilo di spaghetti e mi fece segno se poteva cuocerli.

– Certo – dissi – Due fili di pasta ci vogliono, dopo lo stuzzichino. Fai pure.

Applaudirono in molti fra gli schiamazzi, i canti a squarciagola, tamburellii su pentole e bottiglie, continuando stoici a mandar giù tutto quello che passava loro sotto il naso: vino, birra, vodka, sidro di mele, fernet, grappa.

Intanto i vicini, dei turisti inglesi che pagavano un occhio della testa per un bungalow pari al mio, cominciarono a incazzarsi e a urlare: shut up! That’s enough (ora basta), minacciando di chiamare il guardiano notturno, che invece era lì con noi abbracciato a un formato magnum di vino rosso.

Di sobrio, o quasi, c’ero solo io, preoccupato e teso per il chiasso e rosicchiato da un tarlo ossessionante: Luana e Steffi, irresistibili in quella tenuta succinta, così vicine e a portata di mano, ma a ugualmente lontane, sfuocate e indistinte in quel caos di gozzoviglianti.

Così, me ne stavo con un sorriso fasullo, spiluccando salatini e pistacchi, appollaiato su uno sgabellone da bar in fondo alla cucina; cercando di scambiare sguardi complici e carezzevoli con l’una o con l’altra, nella speranza che l’attesa mantenesse, o ancor meglio rinforzasse, la tensione sessuale creatasi poc’anzi, soprattutto con Steffi.

A volte, a turno, si avvicinavano, ora con un bicchiere pieno, una manciata di noccioline, una sigaretta accesa, un semplice sorriso o una frase consolante destinata ad acquietare il nervoso e rimontarmi il morale.

Entrambe, avevano capito che la cosiddetta festicciola stava degenerando e si sentivano in colpa per la baraonda.

Luana mi sussurrò all’orecchio:

– Coraggio! Aber du weist (ma lo sai bene): fra poco apre la discoteca e spariranno tutti.

– Si, lo so, ma ‘sto casino mi stressa.

– Credo proprio che tu le piaccia – aggiunse – io la conosco bene, sai? – e mi dette un pizzicotto sul fianco, un po’ cattivo devo dire, di quelli che fanno male e lasciano il segno; quindi mormorò fra i denti: – chissà che non ti prenda una bella cotta! Ti starebbe bene.

Dopo gli spaghetti passò ancora una mezz’ora, un lasso di tempo che a me parve lunghissimo, e, alle undici e trenta, dulcis in fundo, arrivò lui: monsieur Fritz Herbert Bross, il direttore.

Spalancò la porta, restò qualche secondo in surplace, impietrito e confuso; quindi irruppe, a testa bassa, seguito dal vice e dalla capo- reception. Roteò gli occhi all’intorno, mi vide e mi venne sparato incontro: sguardo nero, braccia penzoloni, schiumante e pronto all’attacco.

Mi aveva quasi raggiunto quando una delle cameriere allungò un piede. Un gesto scherzoso, anodino e senza la reale intenzione di completare lo sgambetto; ma era più ubriaca di quanto pensasse e non ce la fece a ritirare la gamba rapidamente. E fu così che Monsieur Bross inciampò, perse l’equilibrio e andò a sbattere contro il parquet in vecchio massello, riuscendo parzialmente a mitigare il colpo con il palmo delle mani. Ma la testa toccò comunque il pavimento e il rumore dell’osso frontale sul legno suonò sordo e grave gelando il cuore dei gaudenti.

Si rialzò in piedi e vacillò un istante, avviando così una liberatoria sghignazzata generale.

– Lei domani fa le valige – fece alla ragazza – E lei, caro mio, l’aspetto in ufficio alle otto in punto. In quanto agli altri, ce ne sarà per tutti, non vi preoccupate! Ed ora via, scattare! In discoteca ci sono solo il disk-jockey e la guardarobiera e sta arrivando gente…Maledetti a voi! Questa me la pagate cara! O se me la pagate…

***

Sdraiato su un letto d’alghe e sabbia, aprii gli occhi. Steffi, seduta su un telo da spiaggia, i gomiti sulle ginocchia e le mani che reggevano il capo, seguiva lo spettacolo di un vento di mare che incalzava le nuvole, pian piano, ad una ad una, mentre la pallida luce del sole affievoliva quella della luna.

Ero l’eroico ammazzasette di una fiaba, al centro del mondo e al riparo da qualsiasi vertigine, con lo sguardo sulle sue spalle scoperte e i capelli fiammeggianti che fluttuavano nell’aria fresca del mattino.

Prima o poi si sarebbe girata e avrebbe incrociato il mio sguardo. Prudentemente, richiusi gli occhi e inalai a pieni polmoni l’essenza del mare mescolata al suo sudore e al suo profumo.

Come indomani di un compleanno stravolto non c’era male e, a parte il disastro provocato dai colleghi, che lei fosse ancora lì mi rendeva euforico. Il rendez-vous delle otto era imminente e il rischio di perdere il posto di lavoro, conoscendo herr Bross, mi pareva più che una semplice probabilità. Ma tutto ciò passava in secondo piano; al momento dovevo solo crogiolarmi in quel raro stato di ebbrezza, duplicato peraltro da un’inaspettata proposta di Steffi: un invito, a Berlino, qualche tempo dopo.

– Non so tu – mormorò, gli occhi sempre puntati sul cielo – io parto a controvoglia, con l’impressione di aver lasciato qualcosa a metà. Per principio, non mi piace essere interrotta, non mi va giù; è come quando stai vincendo una gara ma arriva un acquazzone e sospendono l’incontro, o peggio: ti stai insaponando sotto la doccia e finisce l’acqua calda. Ascolta, se ti va, vieni su da me, in Germania. Mi raggiungi appena puoi. Ho solo una gara, fra due mesi, poi sarò molto disponibile.   

Si girò e, credendomi ancora assopito, mi picchierellò su un braccio e disse: ehi, mi hai sentito?

Mi tolsi un po’ di sabbia dal viso, dai capelli. Un gesto banale, tanto per prendere tempo. Quindi mi sedetti e le sorrisi scioccamente non sapendo cosa dire; le parole dopo tutto sono goffi sostituti dei pensieri e la maggior parte delle volte non rispecchiano i sentimenti. Le presi la mano, assaporando il piacere di quelle dita bianche e morbide e la tirai a me, pensando che raggiungerla al nord era una magnifica idea, ma non riuscii a dirlo subito.

***

I licenziati furono quattro: i tre che avrebbero dovuto essere in discoteca per le undici, e quella dello sgambetto. In quanto a me, herr director depennò dal mio contratto il premio di fine stagione e fui privato dell’unico bungalow assegnato a un lavoratore stagionale, un vero lusso, a sua detta, un privilegio che m’ero fatto stupidamente sfuggire per aver consentito quella gran cagnara nella zona preposta ai turisti. Concluse una sintetica ramanzina con: – il trasferimento è immediato, quindi si sbrighi che il bar apre alle dieci!

Traslocai nell’ora seguente, controstomaco e ancora frastornato, e raggiunsi il resto della squadra nella casa comune: una casermetta maleodorante di muffa, adibita all’alloggio del personale.

Dopo una rapida doccia, mentre mi preparavo per raggiungere il posto di lavoro, spuntò Luana. La intravidi, avvolta nel solito pareo, con baguette e cartoccio di cornetti caldi del minimarket. Mi fece un rapido cenno passando davanti alla mia camera, ma non si fermò. Uscii sul corridoio. Lei oltrepassò Lucia, in tenuta da bar lady e pronta per il turno del mattino, arrivò in fondo e si fermò davanti alla camera di Ricky, il pizzaiolo. Sulla porta si girò e mi guardò con un mezzo sorriso, sembrava dicesse e allora? Stupito?

E voilà! La vita continuava nonostante tutto ed io, per il momento, avrei ripreso a sfacchinare le mie dodici ore consecutive, a testa bassa e in un caldo demenziale. Punto e a capo!

Grazie a Luana, avevo avuto la mia pausa: un’insolita notte, sopraggiunta inaspettatamente a spezzare il grigiore e la piattezza di quel lavoro e di quei giorni di penitenza, dove rabbia e routine si alternavano, scontrandosi rumorosamente dentro al petto, insopportabili come persiane al vento.

Lucia si avvicinò.

– I’ so pront, tu si pront? – chiese, quindi proseguì:

– Hai la faccia schifata. Sembra che ti sia mangiato ‘nu surice!

Aveva l’aria piuttosto divertita. Mi dette una leggera pacca sulla spalla e scoppiò a ridere.

– Il bar ci aspetta, dai che apre alle dieci – riuscì a aggiungere mentre si scompisciava.

– Cacchio! – replicai – questa l’ho già sentita – E scoppiai a ridere anch’io, fino alle lacrime: ero di nuovo pronto all’uso.

L’amico milanese

“Ogni sfiga, dà poi il piacere di raccontarla”

                                              (John Garland Pollard)

Andai all’appuntamento con un certo Mark, redattore capo di una rivista underground, vicino al Ghetto. Pubblicavano fumetti, novelle di fantascienza, satira politica e appuntamenti rock della capitale “in”!

Il Traga volle accompagnarmi, anche se poco convinto, anzi affatto; aveva letto da cima a fondo il periodico e subito sentenziato: “Non c’entra una mazza con la realtà operaia e ancora meno con quella delle donne, dei giovani, dei disperati. È un umorismo macabro, forzato e strampalato. Peccato che ci lavorino disegnatori con le palle! Io, fossi in te, non ci metterei piede”.

C’è da dire che il mio amico milanese (berlingueriano puro e duro) detestava tutto quello che era “troppo” alternativo e anticonformista. Bè, non è che pure lui fosse molto conforme, ma lasciamo perdere. “Son tutte balle”, diceva, “è un business come un altro e voi grulli, che andate sempre e comunque contro corrente, ci cascate come polli mentre quelli si dividono gli utili. Te se’ propri un pirla”!

Girammo un po’ per trovare l’indirizzo. Il sole inondava il centro storico, era zeppo di gente, auto, taxi, lambrette, biciclette. Brulicavano dappertutto, nei viali, nelle stradine e nelle piazzette nascoste, rompendo la flemma e l’intimità della vecchia Roma. La vita sembrava dolce e rosea, ci si scivolava sopra senza pensieri.

Parcheggiammo due isolati più in là, davanti a una tavola calda dal menu, nemmeno a farlo apposta, composto da vivande della cosiddetta cucina “alternativa”: cereali, verdure e legumi, soia, lenticchie, risotto al cavolo rosso e cose di questo genere.

– Tiè! Polpette di miglio – la buttai lì – chissà come sono.

Il Traga storse il muso: – Che non ti venisse in mente! – si affrettò a precisare, e allungò il passo.

Arrivammo alla palazzina. Terzo piano, senza ascensore. Bussammo. Ci aprì una stangona dall’aria compunta o forse incazzata; maglietta scollata a fiori, pantaloni a campana verde mela e zatteroni. Completò uno sbadiglio e ci fece solo cenno di seguirla.

Entrammo in uno stanzone sovraffollato di libri, album, fogli sparsi, un paio di tavoli luminosi da ricalco e due grosse e vecchie poltrone in cuoio. C’era odore di tabacco freddo e caffè ribollito. Gli insetti svolazzavano intorno ad alcune tazze incrostate di zucchero e fondi.

In un angolo, sotto una lampada al neon, c’era Mark. Se ne stava seduto comodamente su una delle due poltrone, sfogliando le tavole di un fumetto, con diniego.

Aveva la quarantina o forse più, occhialetti tondi e spessi di quelli che ingigantiscono gli occhi, guance paffute, capelli ricci con leggera calvizie alle tempie e un inconsueto collo corto e largo, fasciato da un chiassoso foulard verde smeraldo.

– Pare un rospo – sussurrò il Traga – Adesso caccia fuori la lingua e inchioda una mosca al volo.

– Smettila Trag! Nun me fa fa’ figuracce.

Ci avvicinammo. Il sedicente rospo si alzò e ci strinse fiaccamente la mano, senza molto entusiasmo.  Lo sguardo seccato sembrava dicesse che merda, ancora due rompiscatole!

– Dunque, saresti tu quello delle strisce futuristiche – attaccò, senza preamboli – Bene, bene, vediamo un po’ cosa abbiamo!… Sai, qui è TESTA o CROCE, o sei in fase col giornale o niente. Scusa se sono un tantino crudo ma le possibilità di far parte dell’avventura sono limitate. Siamo al terzo numero e ci aspettano tutti al varco: non possiamo deludere, capisci? Qui, usiamo il metodo del brain storming, facciamo emergere idee insieme, con un lavoro di gruppo. Solo dopo si scrive l’editoriale, gli articoli e solo allora i fumettisti attaccano le tavole. Creazione collettiva, si lavora così: Brain storming, ricorda!

Il Traga si avvicinò di nuovo al mio orecchio.

– Brainstorming un corno! – mormorò basso – Questo se la tira e già mi è andato sulle balle! Dai che si va via.

Mark, si allontanò con la cartella dei disegni, si avvicinò alla luce della finestra e tirò fuori la prima sequenza del mio fumetto: una storiella fra il fantastico e l’horror ambientata in un prossimo futuro.

– Quelli del Male, ci sono andati giù pesanti! – fece, pur soppesando il mio lavoro – Il massimo! No, dico, Ugo Tognazzi capo delle BR, una panzana magnifica, inattesa. È questa la via giusta. E noi, dobbiamo cavalcare l’onda, è il momento buono. Se tu hai qualcosa di forte, di veramente scioccante, travolgente, incendiario, allora sì…

Si interruppe, osservando un disegno con un po’ più d’interesse: un plutoniano crestato, color ocra, che cingeva alla vita una ragazza per proteggerla dalla bava acida di un politico ultra centenario.

– Bella ‘sta strip col drago, che gli fa il mostro alieno alla principessa? Non ci sono le finestre di dialogo.

– La sodomizza! – fece il Traga, sempre a mezza bocca.

Questo era il mio amico.  Il suo temperamento cinico e sanguigno gli dettava spesso i peggiori consigli.

– Il testo e le didascalie sono a parte – intervenni – e, per quanto riguarda l’alieno, non fa nemmeno paura e non è ostile. Nel suo mondo è un’insegnante di musica. Guarda, nell’altra tavola tira fuori una specie di sassofono, sta suonando. Un “marziano” buono e romantico, giusto per uscire dagli stereotipi. C’è anche Andreotti, lo vedi? Ora ha 150 anni e deve rassegnarsi a lasciare il potere. E guarda qui!– feci, avvicinandomi e indicando una vignetta a china in bianco e nero – Saranno tutti risucchiati in un vortice creato da un buco nero, tanto per dire che i veri mostri del cielo sono quelli, altro che marziani o venusiani. Aspirano tutto, inghiottono quantità enormi di materia e gas. Se un buco nero si trovasse nella nostra galassia non ci sarebbe in tutta la via lattea una sola forma di vita. Sterilizzano tutto! E noi, cavolo, stiamo qui a perdere tempo in ciance per una cazzata o l’altra e votiamo ‘sti cancri.

– Non male, non male! Però non è quello che è previsto per i prossimi numeri. Per ora, noi puntiamo su un’ironia pungente e corrosiva ma non necessariamente divertente, siamo più sullo scandalismo politico, mi spiego? Non so se hai letto bene il primo numero, ma abbiamo dato addosso a tutti, governanti e governati, buoni e cattivi, una vera ecatombe! Tu le possibilità ce le hai, si vede, disegni bene, ma mi sembri un po’ troppo ancorato alla vecchia fiction.

Detti uno sguardo al Traga. Era lui il marziano truce. Anzi, era un buconero. Fra poco lo avrebbe risucchiato, spolpato vivo e avrebbe sputato l’osso dalla finestra.– O.k.- tagliai corto, prima che il mio amico insorgesse. Chiesi: – È testa o croce? Ti interessa o no?

– Non ora, mi dispiace, però la porta non è chiusa. Facciamo una cosa: torna a trovarci, magari alla riunione di redazione. Stai lì e ascolti, annusi, respiri, t’impregni, entri nel clima giusto e magari trovi un’idea …Tu sei di Cinecittà vero?

– Si, è così. Vengo da un quartiere cosiddetto caldo, come il tuo giornale.

– E bè, guarda un po’ se ci trovi un po’ di coca, da voi ne deve girare di quella buona, non ancora tagliata. Se ti va, vieni con quella e riparliamo un po’ di tutto. La redazione si riunisce fra due giorni, hai tutto il tempo. Dai, che ne dici? Contento?

Ero ammutolito. Rimasi qualche secondo in trance.

– Ehi, sveglia! – fece il Traga, schioccando le dita – ti ricordo che abbiamo quell’appuntamento.

– Sì, certo. Adesso andiamo.

Ripresi la cartella con le mie ottanta ore di lavoro per sei tavole 30×40 e ci avviammo all’uscita.  La ragazza seriosa e variopinta ci seguì e aprì la porta. Anche Mark ci seguì. Ci ritrovammo tutti sul pianerottolo.

– Mi raccomando – disse in tono sdolcinato – vieni a fine settimana e, mi raccomando, non dimenticare quella cosetta!

“Eccheccazzo! – pensai – insiste ancora!”

Ma fu il Traga a reagire. Si girò all’improvviso e ruggì, alzando il dito medio:

– Ma va a ciapal in del lisca (vai a prenderlo in quel posto) pallone gonfiato! La coca…tsk! Bella roba! Magari pure gratis, in cambio di una mezza possibilità di apparire su ‘sto giornaletto del menga. Cercatela da solo, sborone! E mandatela su per l’osso sacro.

– Che vuoi dire?! – rintuzzò l’altro – Non credo di aver capito bene! Puoi ripetere?

– Vallo a chiedere alla mamma, che te lo spiega – concluse il mio amico milanese, mantenendo il medio ben eretto.

Ero un po’ imbarazzato, riuscii a prenderlo per un braccio e spingerlo per le scale. L’altro, ci puntò il dito, lo sguardo torvo e il labbro tremolante, cercando senz’altro una battutina “brillante” per non restare come fesso. Ma non la trovò. Restò lì impalato sul ciglio della porta, le guance rosse ora ancora più gonfie e gli occhioni sgranati. Cra, cra, avrebbe voluto dire, cra, cra. Ma il gracidio gli restò nel gozzo. 

Il treno di mezzanotte

 “Nulla è più visibile di ciò che è nascosto”. Confucio.

 

Bisognava andar via a tutti costi. Come, era uguale: con l’auto di lui o anche a piedi, in bicicletta, a dorso d’asino, qualsiasi mezzo sarebbe andato bene. L’essenziale era sparire completamente, svanire come fumo, come un sogno, come neve al sole.

Clara, dette un’ultima occhiata in giro. Lui, steso sul divano, aveva gli occhi chiusi. Dopo l’intorpidimento, nel sonno, sarebbe passato al collasso. Il lento veleno, aggiunto al potente sonnifero, avrebbe fatto effetto più tardi. Quando, non era prevedibile poiché la dose somministrata era approssimativa. L’estratto di foglie di oleandro, quello giallo, il più tossico, diluito in un solvente e poi concentrato, era del tutto empirico e non se ne poteva valutare la violenza. Ci aveva lavorato duro e a lungo per ottenerlo. Aveva letto, si era informata e l’aveva realizzato, da sola. L’oleandro, il veleno dei poveri, avrebbe assicurato a Jo una fine relativamente dolce: la morte invisibile, un autentico colpo di genio!

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Si avvicinò e l’osservò da vicino. Era bello il maledetto, bello e intrigante, ma dannatamente egoista e manipolatore, con quel suo ego smisurato. Ripensò a quella, che per lei, era stata la più dolorosa fra tutte le delusioni:

–          Vuoi un figlio, ma stai scherzando? Sono appena riuscito a mettere le mani sull’azienda. Ho scavalcato e messo ai ferri vecchi l’ex dirigente. Ci ho sgobbato per anni e adesso voglio raccoglierne i frutti. Un marmocchio fra i piedi, Dio che disastro. Se avessi un briciolo di buon senso, non dovresti nemmeno parlarmene.

Lei, non aveva risposto subito, con quel nodo che gli chiudeva la gola ogni qual volta che doveva chiedergli qualcosa. Aveva dapprima abbassato lo sguardo sui mocassini Gucci di quello stupido pretenzioso. Lo odiò, o se lo odiò!

–          Un figlio è quello che mi avevi promesso purché io abbandonassi mia madre e venissi a vivere con te, qui, in questa casa sperduta, lontana da tutto e tutti. Tu viaggi, vai, vedi gente. Sparisci giorni interi. Ed io?

–          E tu? E tu, non sei pronta. Sei rimasta la sempliciotta di una volta. Non fai sforzi, non avanzi, non ci metti del tuo. A volte sembra che lo fai apposta, oppure ti piace, eh? Sai che con me così non ci vieni. Ti voglio travolgente, seducente, sexy, ma tu punti i piedi, ti piace restare acqua e sapone, è così? Ma non siamo più ai tempi della Loren, eh paperina? Il look oggi è ben altro, dev’essere aggressivo, dirompente. D’altronde, è già deciso, al più presto rifacciamo i seni. Due belle mammelle a goccia, che le tue sono asimmetriche. Immagina il figurone in abito da sera. Il figlio, quello, può aspettare.

Cielo, pensò, mi stava completamente plagiando. Voleva trasformarmi in una di quelle barbie tutto fisico e niente cervello. Un po’ alla volta, con programmata e crudele lentezza; ed io, la scema, a sguazzare nelle sue acque torbide. Perché? Perché l’ho lasciato fare? Mancanza di autostima, sensi di colpa? Perché diavolo mi sono sempre sentita in debito verso questo tiranno?

Spense la luce del corridoio, infilò la giacca di lana, raccolse la borsa, aprì la porta e sgaiattolò fuori nel buio.

Con un po’ di fortuna avrebbe preso l’ultimo treno. Ce ne doveva essere uno intorno alla mezzanotte. L’avrebbe portata lontano, forse nel sud, se ricordava bene. Nel sud, ma quale sud, al sud di dove? Ebbe un attimo di smarrimento, la memoria si stava indebolendo, persino pensare le rimaneva difficile. Forse a causa di quelle due piccole sorsate del Bellini avvelenato che aveva dovuto mandar giù.

–          Solo un bicchiere – aveva replicato al suo invito – per farti compagnia, poi provo a dormire che ho un forte mal di testa.

La confusione permaneva, a tratti la faceva vacillare. Scese le scale tenendosi al corrimano. Si fermò un attimo a osservare la bruma salire dalla terra umida del piccolo giardino, invaso dalle camelie in fiore. Le sue camelie! E gli oleandri gialli…

Guardò la serra. C’era ancora la luce accesa. L’aveva senz’altro dimenticata quel pomeriggio. La piccola oasi fertile e rigogliosa era l’unico rimpianto che aveva. Il suo eden in miniatura, il suo rifugio, pur di non stare in casa a girare in tondo ed autocommiserarsi.

Nel parcheggio, andò verso l’auto di lui. Sapeva che le chiavi erano dietro l’aletta parasole. Ci pensò su un attimo – “Al diavolo pure la sua macchina” – decise, quindi voltò i tacchi e si allontanò rapidamente.

L’oscurità dello stretto sentiero di campagna e la nebbia, la ingoiarono nascondendola al resto del mondo, quello stupido e fasullo mondo dal quale stava correndo via. La notte, ovattata nel silenzio, l’accolse, complice e benevola.

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***

Aveva ancora un piede sul predellino quando il treno cominciò a muoversi.

–          Non ha bagagli? – chiese il capotreno, mentre le porgeva la mano per aiutarla a montare in carrozza.

–          Oddio! In effetti ne avevo uno. Non importa, questo treno non posso proprio perderlo.

–          Va da sé, signorina, inoltre questa è l’ultima partenza.

–          Ad ogni modo, nella borsa non c’era nulla di importante, solo un cambio. A proposito, non ho avuto il tempo di fare il biglietto.

–          Prenda posto nel primo scompartimento, è vuoto. E non si preoccupi, passerò dopo e regolarizzeremo. Dove scende?

–          Al capolinea – rispose lei, non conoscendo affatto la destinazione del treno.

–          Immagino abbia freddo, ha le mani completamente gelate. Le porterò una coperta.

Clara raggiunse il corridoio e entrò nello scompartimento. Tirò le tendine, si tolse la giacca e si sedette.

Una certa sonnolenza cominciò ad avvolgerle i sensi. I piedi le dolevano, fece volar via le scarpe.

Speriamo che non ho dimenticato altro – pensò – soprattutto i soldi.

Sfilò dalla tasca il piccolo borsello portadocumenti e controllò. Grazie a Dio ci sono.

Li posò sul sedile e li contò: duemila euro in biglietti da cento. Poi tirò fuori la carta d’identità. Osservò con tristezza la sua immagine di qualche anno prima: era semplice e sicuramente anche ingenua, ma bella e piena di sogni. Ora, aveva un aspetto assurdo: taglio ad onda, “super wawe” l’aveva chiamato l’acconciatrice della casa di moda, e per di più color platino! E poi, trucco pesante e sopracciglia tatuate. Anche quelle gli aveva imposto.

–          Hai due archi di peli che sembrano spazzole…- l’aveva quasi aggredita, usando un tono acido e sbeffeggiante -… E quando le spunti, ancora peggio, restano ispide come le setole. Bisogna far qualcosa, urgentemente.

E poi, la trovata geniale: – Ti porto in città e facciamo un make-up indelebile. Offro io. La mia segretaria se ne occuperà. Vedrai, piaceranno anche a te, eh paperina?

Te la do io la paperina, caro mio! Guarda cosa ha architettato la tua paperina!

Che altro c’era? Ah, sì, l’agendina e il biglietto da visita del mostro, il sedicente pigmalione, quello che avrebbe dovuto modellarla, migliorarla, istruirla culturalmente, fare della bella popolana un “delizioso mannequin”, come diceva lui, e una signora di mondo, ma in fondo cercava solo di soggiogarla, controllarla.

Lesse il cartoncino ad alta voce, imitandone l’inflessione affettata:

“Giovanni Ponte – Fashion Manager

 Responsabile sviluppo

performance e costing settore moda”.

Prese la matitina dell’agendina e aggiunse “figlio di buona madre”.

–          E adesso addio!  – esclamò – Chissà se all’inferno troverai un’altra stupida come me.

Si allungò sul sedile e chiuse gli occhi. Ripensò a quanto era bello, da bambina, starsene sdraiata sul pavimento a leggere o giocare con quattro vecchie cose, senza nessuno intorno, immersa nella sua fertile fantasia.

Gli venne in mente Giacomo, il babbo, e poi, lo sferragliare monocorde del treno la riportò a quando, allora appena tredicenne, si recava nella grande città. Una visita al papà lontano. Un’andata e ritorno maledettamente breve, dove quella strana gioia graffiante la scombussolava tutta non appena lo intravedeva, intabarrato nel vecchio e pesante giaccone marinaio, sotto la solita pensilina, al riparo della perenne pioggia di quegli inverni rigidi.

L’emozione la sommerse. Il tempo, ora, le sembrava sospeso a quegli spazi e a quei binari, tra il fischio di partenza, lo stridio delle fermate intermediarie e i battiti di cuore che acceleravano all’annuncio dell’arrivo in stazione.

Ora, il treno entrava e usciva dalle gallerie. Dove andava? Il bigliettino scivolò via dalle sue mani. Dischiuse un istante gli occhi e, come un naufrago esausto che tocca la riva, sorrise e si addormentò.

***

Jo, dormiva senza dormire, con i pensieri, i perché e i dubbi che penetravano e si conficcavano nel cervello come lame taglienti. Era infuriato e al contempo perplesso. Non riusciva a capacitarsene: come aveva potuto quella ragazza così sempliciotta architettare una morte così laboriosa?

Fortunatamente, se n’era accorto in tempo. Clara aveva messo il veleno nella coppa con il succo appena estratto dalle pesche, ma lui era passato davanti alla cucina e l’aveva vista mentre travasava cautamente e con i guanti da cucina, quello strano liquido dal colore insolito, limaccioso. Aveva pensato subito a qualcosa di tossico, nocivo; quindi era tornato in salone e aveva stappato lo champagne, con apparente nonchalance ma in fondo turbato. Lei era poi arrivata con l’elegante vassoio in porcellana e i calici pieni a metà.

–          Prendi un po’ di ghiaccio che il succo non è abbastanza fresco – le aveva ordinato – Il Bellini a me piace gelato, lo sai. Dovresti prepararlo prima e poi metterlo in freezer, quante volte te l’ho detto! A proposito, il maquillage con effetto fumo, vedi, ti dona da Dio. Adesso gli occhi risaltano e sembri anche più sexy. Son contento che cominci a truccarti più spesso. Questo sì che merita un bel brindisi.

 Quando lei era tornata dalla cucina con i cubetti di ghiaccio, aveva già scambiato i bicchieri.

–          Allora, cin?

***

Il treno procedeva spedito. Verso dove, era ancora un mistero, magari avrebbe avuto una bella sorpresa, una città piena di sole, di luce, e, perché no, con il mare vicino, chi lo sa. Doveva assolutamente chiederlo a quel signore, se e quando sarebbe passato, giacché fino ad allora non s’era visto nessuno su quel treno insolito, vuoto, leggero come un enorme giocattolo di latta.

Sentì il peso di una coperta sulle gambe. Si era appisolata o aveva dormito a lungo? In effetti, non aveva altro desiderio che lasciarsi andare in un sonno profondo, quasi letargico. Si, dormire le faceva bene, l’acquietava, dissipava i fantasmi in agguato fra le ombre della propria insicurezza.

Il capotreno aprì la porta distogliendola dai suoi pensieri.

–          Coraggio! – esordì – Siamo arrivati. Guardi fuori, è già mattino, vede? Il ritorno è previsto fra un’ora. E, questa volta, cerchi di essere puntuale, mi raccomando.

Quale ritorno? –  si chiese – non avrebbe fatto mai e poi mai marcia indietro.

Aprì gli occhi un istante, ma non vide altro che il sorriso glaciale e distaccato di Jo, chino su di lei, mentre la stava sollevando. Sentì i battiti cardiaci distanziarsi l’uno dall’altro. Scivolavano via quasi con eleganza, in un un addio composto, dignitoso, tum, tum, tum, senza fretta, nell’ordine delle cose.

Sarà questa la via d’uscita? – si chiese – Un modo per tirarsi indietro, smetterla di soffrire, essere finalmente liberi? Dove mi sono sbagliata? Perché lui è ancora lì ed io sto partendo?

Poi, di nuovo il rumore delle ruote sulle rotaie. Quel treno, sembrava sferragliasse su un letto di foglie, su delle nuvole. Un raggio di sole attraverso i vetri le si posò sulle mani. Ne avvertì il tepore e la dolcezza.

***

 

Jo, prese il bicchiere di Clara, ne tolse le tracce dai contorni quindi fece in modo che la mano di lei lo stringesse di nuovo, pensando alle impronte. Il suo piano era semplice: trasportare il corpo senza vita nella piccola serra, in fondo al giardino. Accomodarlo sulla vecchia poltrona di vimini, le braccia penzoloni lungo i fianchi e il bicchiere in terra, ai suoi piedi. Un suicidio tutto femminile, al veleno.

–          Ti credevi furba, eh paperina – le sussurrò, mentre la sollevava a forza di braccia – Se non è oggi, prima o poi ci avresti riprovato; allora, meglio tu che io.

Compì il tutto con gesti rapidi e precisi e in meno di un’ora ebbe finito. Ed ora, si disse, prima di chiamare i soccorsi e la polizia, fare il punto della situazione, sistemare le cose in modo plausibile. Nessuna sconsideratezza, nessun rischio. E, soprattutto, non toccare la centrifuga e il boccale con il resto del succo. Al bisogno, avrebbero trovato solo le impronte di lei.

Aveva ancora il fiato corto, era affannato, sudato. Spostare il corpo di Clara lo aveva sfinito ed ora aveva una gran sete, ma anche fame. Prima andò in camera da letto, trovò la borsa di lei, pronta per la partenza, la svuotò e rimise i pochi abiti nell’armadio. Quindi andò in cucina, prese un’acqua tonica e la bevve d’un fiato.

Dette un’occhiata al resto, nel frigo: pollo freddo, aspic di verdure, gamberoni lessi, carpaccio, un mucchio di cose buone e, il massimo, la torta al cioccolato fondente, la loro passione.

–          Grazie paperina – esclamò ad alta voce – Immagino che questa te la saresti sbafata da sola, dopo la mia morte.

Ne tagliò una bella fetta e la intiepidì al micro-onde, aprì un’altra acqua tonica e si accomodò nel salone, ora sgombro, e, prima di attaccare il dolce, prese il cellulare e compose il 113.

***

 

Fu un certo Vitiello, brigadiere di pubblica sicurezza, che rinvenne il corpo esanime del signor Ponte, sdraiato bocconi sul pavimento.

–          Quando ha chiamato? – chiese all’agente che lo aveva seguito nel salone.

–          Alle sei. Venti minuti fa, brigadiere.

–          Dai un’occhiata in giro e poi scendi di sotto. Da qualche parte, dovrebbe esserci una donna. È così che ha detto al telefono: ho trovato la mia compagna in fin di vita.

–          Ma il morto è un uomo brigadiè, mica una donna.

–          Ascolta! l’ambulanza sarà qui da un secondo all’altro. Fatti un giro e alla svelta.

Non si vedeva a un passo, la notte s’era lasciata dietro una spessa coltre di nebbia. L’agente reperì la fioca luce proveniente dalla serra, si avvicinò, entrò e trovò Clara riversa sulla poltrona da giardino.

***

Una vecchia littorina degli anni ’80, pensò, credevo non circolassero più!

–          Dica un po’, dov’è diretto ‘sto vecchio aggeggio? – chiese alla capotreno – Qual è la prossima fermata?

Anche lui, aveva fatto gli ultimi passi di corsa per afferrare il convoglio.

–          Buongiorno, in primo luogo. Lei mi sembra un po’ smarrito, sa? Questo treno non fa fermate, non ne è al corrente?

–          No che non lo so. Non so nemmeno dove diavolo va!

–          Quando si arriva in stazione di solito è per prendere un treno e si sa dove si deve andare. Questo è il primo del mattino, va al nord. Per il sud c’è quello di mezzanotte, fa un’andata e ritorno. Ma non credo che lei dovesse prendere quello, non ha proprio l’aria di uno che deve andare a sud, e tantomeno di uno che debba tornare indietro, o sbaglio?

–          Non capisco un’acca, cosa sta dicendo? E di che aria sta parlando, perdio!

–          Lei ha un tono pieno di arroganza, ma questo lei lo sa, glielo avranno detto in tanti, no?

–          Lasci perdere, è meglio. Piuttosto, mi dica: come faccio a rientrare? Ci sarà pure una sosta, una coincidenza da prendere da qualche parte.

–          Glielo ripeto. Non è prevista nessuna fermata e nessun rientro, ma non ci sente? Lei non è uno a cui piace ascoltare la gente, vero? Comunque, adesso prenda posto. Il primo scompartimento è completamente vuoto. Vedrà, non la disturberà nessuno.

Jo, decise di mettere fine alla discussione. Borbottò qualcosa, alzò le spalle e s’infilò nel corridoio. Il vagone era piuttosto freddo e lui aveva indosso solo la camicia e il girocollo in cachemire.

C’era un finestrino aperto. Prima di chiuderlo, si sporse. Il convoglio era appena uscito dalla stazione e già filava veloce nella pianura brumosa, allontanandosi ineluttabilmente dal borgo. Che stava succedendo, qual era la ragione di tutto ciò? Non riusciva a venirne a capo.

Lo sferragliamento del convoglio si mischiò a un vago vocio, qualcuno stava parlando non molto lontano, forse in uno scompartimento vicino.

La voce era rauca e monocorde, con un leggero accento meridionale:

–          Brigadiere Vitiello, signor tenente. La chiamo dalla villetta dei Ponte. La cosa è incomprensibile, abbiamo trovato due corpi e non uno, secondo me avvelenati. Mi trovo davanti a un tipo con la bava alla bocca mista a cioccolato. Sembra esanime. Forse avremo bisogno del legista e il resto della squadra. Non so se l’ambulanza servirà a qualcosa, questo mi sembra bello e che andato. Se il medico stipula il decesso ci sarà bisogno della scientifica, sennò li carichiamo entrambi e via all’ospedale.

 Jo capì, e di colpo dette un senso a tutto quel trambusto, al treno, al veleno e alla torta al cioccolato. Cristo, mi ha fregato alla grande! – pensò. Ora, avrebbe voluto urlare, dire qualcosa, sapeva che aveva pochi attimi per farcela, ma era come paralizzato. Solo un’infinita parte del cervello sembrava attiva, in vita: un’ultima fioca fiammella in un angolino della coscienza. Il cuore, quello, aveva già smesso di battere. Jo Ponte, fashion manager, figlio di buona madre, si stava spegnendo.

***

L’ambulanza sobbalzò ripetutamente sulla stradina di campagna. Una piccola lacrima le scivolò dagli occhi, colò sulle guance tingendosi di nero nel mascara e nell’ombretto. Aveva due cannule nel naso, degli aghi nel braccio e lo stomaco in fiamme. Ma che importa, se l’era cavata e a buon prezzo. Il prezioso antidoto, ingerito in cucina pochi attimi prima dell’arrivo di Jo, aveva funzionato. Ripercorse, con sentimento di giusto orgoglio, la seconda fase del piano: farsi vedere mentre diluiva il veleno, proprio così. Questo lui, dall’alto della sua presunta brillantezza, così pieno di sé e di superbia, non l’avrebbe mai immaginato. A questo scopo, aveva temporeggiato a lungo in cucina, sapendo che quando sarebbe uscito dal bagno l’avrebbe vista. E aveva scommesso, scommesso con sé stessa, pericolosamente, certa e convinta di prevedere esattamente la sua reazione. Jo, non avrebbe detto nulla, nossignore, ma avrebbe preso la cosa come una sfida, un’ennesima partita da vincere, e avrebbe cercato il modo di dargli scacco e affermare così, ferocemente, la propria superiorità, a rischio di giocare con la vita e la morte.

Ora era felice, sottosopra ma felice. Persino il suono emesso dalla sirena gli parve benefico, salutare. Non l’aveva mai gradito così tanto. Restava solo il malincuore di non poter scendere e correre, correre a perdifiato, in quella brughiera non più avversa, dove il sole dissolveva la nebbia.

 

Uno che vola di notte

“Nulla è più democratico del sogno. Garantisce a tutti il diritto di volare”. (Da Twitter).

“Si spinse fino al ciglio e osservò il panorama che si perdeva all’orizzonte, un susseguirsi di monti e rilievi verdeggianti e di colline che si degradavano a valle, carezzate dai primi raggi del sole.

Stranamente, gli sembrò uno spettacolo triste, pieno di malinconia, ma solo perché non poteva rivelare quel segreto a nessuno, solo per quello. Oramai, si stava condannando alla solitudine, per forza di cose. Che altro avrebbe potuto fare? Con chi avrebbe mai potuto condividere quel mutamento, quella bizzarria. E poi, perché proprio lui? E quanto sarebbe durato? A chi altro era stato dato? Era solo su terra? Un vero casino!

Si tolse l’ampio soprabito, sotto era a torso nudo. Il vento fresco dell’alba gli dette i brividi e stuzzicò le ali ripiegate sul dorso. Le spiegò, serrò le mascelle, poiché in fondo era ancora decisamente impacciato, e nell’istante in cui stava per spiccare il volo” …

Il borbottio della moka mi scuote dal mio riepilogo. Mia moglie sta preparando il caffè, buono come pochi. Apro gli occhi ed esco dolcemente dal dormiveglia del mattino.

– Ci risiamo, ho ancora sognato di volare – le dico.

– Quante volte è successo? – mi chiede – decine, magari di più. Ogni tanto me la ritiri fuori.

– Mi porto dietro questa cosa dalla nascita o dall’infanzia, come il peccato originale – gli rispondo. A volte ho sognato di essere su un’astronave, in una specie di viaggio interstellare. Arrivo in un posto, un pianeta chiaro e felpato, senza alcun rumore, dove volano tutti: animali, uccelli, uomini. Ci sono persino degli alberi che galleggiano in aria, ci pensi?

– Pensa che traffico – mi fa lei – tiè, bevi il caffè e riscendi che oggi abbiamo un sacco di cose da fare.

Non è semplice, penso, convivere con una donna oltremodo realista e con i piedi ben ancorati al suolo. Ma poi rifletto, sorseggiando il caldo elisir del mattino. Forse per lei è ancora meno facile, devo ammettere: casa, lavoro, figli e in più uno che vola di notte. Bisogna saper gestire, che diavolo!

Lei mi versa dell’altro caffè, riempiendo la tazza fino all’orlo. Do una bella sorsata e subito dopo mi gratto la schiena, con vigore, là dove mi prude.

Baciami all’infinito

 

 “Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”. (Khalil Gibran)

Era stufo e aveva un infinito bisogno di pace, di normalità, di leggerezza. Quella sera avrebbe proposto un buon film a Elvira. Davano Cuore Selvaggio. A lei piaceva Nicolas Cage e poi c’era anche la Dern, e a lui piaceva lei, così la scelta del film avrebbe messo d’accordo entrambi, per una volta! Un diversivo nel normale andamento delle cose, o piuttosto una tregua, vista l’intensità e il numero sempre più crescente delle litigate.

                                                                         ***

Lei era in cucina, seduta di spalle a cavalcioni su una vecchia sedia, ancora e sempre con la solita sottoveste rossa. Aspirava fumo da una sigaretta e ascoltava la radio, a volume basso, quasi in sordina.

L’aria della Carmen e l’odore di un piatto pronto, di quelli da ripassare pochi minuti al forno, aleggiavano nell’aria. Forse è pizza, pensò Tommy, o lasagne precotte, nella migliore delle ipotesi.

In casa oramai non c’era più nulla di fresco, a parte l’acqua. Raramente, Elvira andava all’ipermercato e caricava l’auto di prodotti surgelati, tre o quattro casse di vino a buon mercato e stop! Le sue uscite finivano lì. Nemmeno due arance dal fruttivendolo di sotto, o un’insalata fresca, più nulla. Il resto del tempo stava chiusa in casa, a bere vino e fumare sigarette con sottofondo d’opera o musica classica. Il pane lo portava lui, ogni sera al rientro dal lavoro.

Bei tempi – rifletté – quando preparava, quasi ogni sera, una delizia dietro l’altra: zuppa di pesce, cozze, ravioloni di mare, branzini al forno… Dio, quanto mi mancano!

Posò il filone sul tavolo. Qualcuno grattava ai vetri della finestra. Era il gatto, ansioso di rientrare in casa.

Lei si alzò e notò il mazzolino di fiori in una mano del marito.

Lui sorrise e le annunciò il programma della serata: una cenetta da Palumbo, a mangiare antipasti di mare e gamberoni, e poi all’Odeon per quel film che sarebbe piaciuto ad ambedue. Per coronare il tutto le porse i fiori e le sfiorò le labbra con le sue.

–          E questo lo chiami bacio? – reagì Elvira, secca e provocatoria, i seni tondi e ancora sodi fuori a metà dalla sottana. – Puzzo d’aglio o cosa? O la lingua te la tieni per le altre?

Tommy alzò gli occhi al cielo e sbuffò. In effetti, in quel bacio, aveva sentito l’odore del vino. Si guardò in giro e vide la bottiglia vuota sul lavello e un’altra mezza piena sul tavolo. Alzò le spalle scoraggiato e andò in camera. Signore, fa che questa serata non si trasformi in un inferno! – chiese al cielo. Appese la giacca alla stampella e la infilò nell’armadio. Si sedette sul bordo del letto. Di colpo si sentì stanco, estenuato dal solito andazzo monotono e scontato di quella loro vita a due. Non ne poteva più, poggiò la testa sul cuscino e provò a riflettere.

Elvira apparve sulla soglia della porta. Lui la osservò, da un fine spiraglio lasciato alle palpebre chiuse. Era bella, anche in disordine manteneva intatto quel fascino ora languido ora aggressivo ravvivato da due enormi occhi scuri. Finse di non vederla, il tempo di trovare un’idea e decidere il da farsi. Lei roteò sui talloni scalzi e tornò in cucina. Accese una sigaretta, prese i fiori e li gettò nella pattumiera.

–          Figlio di puttana – disse – non te la caverai sempre così.

Lui non sentì. Quelle dieci ore di lavoro, tutte in piedi, lo avevano affaticato più del solito. Sentì il sonno pizzicargli gli occhi. Devo reagire, devo farcela, pensò, tentando di combattere l’assopimento.

***

Aspirò una gran boccata d’aria, si alzò e la raggiunse. Le cinse i fianchi e ci provò di nuovo e questa volta con la lingua, ma non gli venne bene. Il risentimento covava ancora, cieco e sordo. Una ruggine vecchia di un anno, forse più, da quel semplice e stupido bacio alla Molly e la ripicca quasi simultanea della moglie che s’era infilata nel letto di quell’accidenti di psicanalista. Da allora, stringerla fra le braccia, baciarla, amarla, non era più come prima. E poi, tutto quel bere, santo cielo, quel perenne fiato alcolico che a lui proprio non andava giù. Lei se ne accorse.

–          Vedi? – fece allontanandolo – Ti dà fastidio pure se bevo un bicchiere o due.

Ebbe un gesto di stizza e tirò completamente fuori i seni.

–          E questi, nemmeno questi ti eccitano? – riprese, con un riso amaro. Li massaggiò e rimescolò come fossero l’impasto di un pane.

–          Allora, sono buona per la rottamazione, è quello che pensi?

Lui la guardò incredulo e imbarazzato. Pensò è già ubriaca! Lei continuò:

–          Non ho ancora quarant’anni caro il mio Tommy, nemmeno quaranta, ti fosse sfuggito. Sono mesi che non mi tocchi con la scusa della mia presunta nevrosi. Ma nessuno mi ha mai vietato di fare sesso, ti assicuro, anzi! È più che raccomandato.

Riaggiustò i seni nella scollatura, si avvicinò alla finestra e l’aprì. Il gatto entrò e si strusciò contro le sue spalle. Lei lo carezzò, fissando i tetti delle case, lo sguardo lontano, svagato. Respirò l’aria umida della sera poi si girò e attaccò di nuovo, senza nessuna enfasi:

–          Stai mandando a puttane vent’anni di matrimonio, giorno dopo giorno, come un veleno lento, quasi indolore. Ma non mi finirai, sappilo, piuttosto sono io che ti ammazzo.

Tommy aveva la gola secca, irritata, aveva fumato più del solito. Portò la bottiglia d’acqua alla bocca e bevve alla cannella.

–          Dai, preparati e non dire stronzate. Cerchiamo di passare una serata come si deve.

–          È il colmo – ribatté lei – non gli piace baciarmi ma mi invita a una seratina da innamorati. Sei un vero cazzone.

–          Elvira, cosa vuoi che ti dica, sono stanco, ho lavorato tutto il giorno, ho la bocca cattiva. Magari dopo una buona cenetta, il cinema. Insomma, mettici un po’ del tuo, ti prego!

–          Cribbio! Giro seminuda per casa e non mi degni di uno sguardo. Faccio la doccia con la porta aperta, vengo a letto nuda. Mettici un po’ del tuo, dice, a me, mica a lui, a me!

–          Piantala Elvira. Lo sai no? Si comincia così e non si sa come finisce. L’ultima volta hai provato a darmi una forchettata sul collo, ricordi? Lo sai che quando la rabbia ti monta al cervello ti infiammi e perdi il controllo.

Lei si avvicinò al tavolo, c’erano piatti, coltelli e forchette, bicchieri, l’acqua, il vino, tutto già predisposto per la cena.  Agguantò la forchetta e la piantò con rabbia nel pane, quindi prese la bottiglia di rosso e ne trangugiò un quarto. Lui le posò la mano sulla spalla.

–           Ascolta tesoruccio, perché non cerchi di smettere con questo bere? Quanto ne hai mandato giù, eh? Quella roba per la depressione si concilia male col bicchiere, lo sai.

Lei non rispose subito. Si girò, lo fissò un attimo e cercò di offenderlo:

–          Hai una faccia da cinghiale. Un cinghiale con gli occhi piccoli, porcini, le sopracciglia folte con i peli duri, la barba incolta fino al collo. Sei pure grasso, i fianchi e la pancia non ti stanno più nei pantaloni e le mani, persino quelle si sono rimpolpate, e fai pure lo schizzinoso.

–          Insomma, Elvira…

–          Si, sei un cinghiale, un cinghiale puzzolente e senza amore. E io odio i cinghiali!

–          Hai ragione. Sono un brutto cinghiale cattivo, o.k.

–          O.k. cosa? Tenti di rabbonirmi? Mi dai il contentino?

–          Ma no, penso che sono proprio un cinghiale, un vero buzzurro, e lo penso davvero, credimi.

–          Ho una gran voglia di spaccarti la testa, ecco di cosa ho voglia. Aprire quella testona nera di cinghiale e vedere cosa c’è dentro.

–          Si, magari un’altra volta. Adesso ti prego, fatti una bella doccia, sistemati un pochino e usciamo. Dobbiamo darci una mossa.

–          Perché?

–          Perché ho prenotato per le otto e non manca molto.

–          Fra poco passano alcune sonate di Chopin o dei valzer, non ricordo bene, e a fine serata trasmettono il flauto magico, alla tele, e mi va di vederlo.

–          Mozart?

–          Mozart, bravo!

–          A che ora?

–          Verso le undici.

–          Bene, allora mangiamo e rientriamo a casa. Niente cinema, solo una buona cena e un buon vinello. Lo sai, da Palumbo ci sono il Cirò, lo Scilla e tutti quei buoni vini calabresi. Se non ti vanno, e se ricordi bene, ha pure il Franciacorta, il tuo preferito.

Lei riprese la bottiglia del vino, ma invece di portarla alla bocca con un guizzo rapido gliela spaccò in testa. Il gatto fece un balzo e schizzò sul lavello, poi s’appollaiò sul davanzale. Gli occhi gialli e sgranati fissarono le prime gocce di sangue, miste a frantumi di vetro e al rosso scadente.

–          Vuoi ammorbidirmi col vino? Ecco che me ne faccio del vino, minchione. Secondo te è quello che mi interessa in questo momento, il vino?

Il tono era calmo e misurato, non lasciava trasparire nessuna emozione.

Tommy, tramortito, piegò le ginocchia e si lasciò mollemente cadere in terra, rovesciando il capo all’indietro. Non un lamento, né un mugolio. Aveva un grosso taglio profondo sulla parte alta dell’osso frontale. Il sangue iniziò a fuoriuscire copiosamente dalla ferita, chiudendogli un occhio. Lei si avvicinò, flemmatica, imperturbabile. Adesso aveva la forchetta in mano. Si piegò, sfiorò col suo alito vinoso le labbra di Tommy.

–          Ed ecco la famosa forchetta, la riconosci? Ti è andata bene una prima volta, ma non la seconda.

Tommy provò ad alzare la mano, ma non riuscì a evitare il colpo. Lo ricevette sulla carotide. Una volta, due, tre. Elvira la lasciò piantata nella gola del marito e si alzò di scatto.

Il gatto miagolò basso e rauco, quindi sfrecciò via, sui tetti, mentre la luna sorgeva quasi gialla sull’orizzonte.

Elvira si avvicinò al forno e lo spense. Quindi alzò il volume della radio: stavano annunciando l’imminente brano di Chopin.

Prese l’agenda, la sfogliò e trovò il numero.

–          Pronto, Palumbo? Sono la moglie di Tommy, sì il giornalaio. Mio marito deve aver riservato un tavolo per due. Il fatto è che non si sente molto bene, allora credo che verrò da sola. Si, grazie! A che ora? Fra un’oretta sarò da voi. Ah, a proposito: ce l’avete ancora quel Franciacorta? Il Ca’del Bosco, si, proprio quello, e l’annata è perfetta. Me ne metta una bottiglia in fresco, a me piace berlo sui 15 gradi.

Riattaccò. Si tolse la sottana rossa, scavalcò il corpo esanime del marito e si avviò verso la doccia.

 Le note del piano risuonarono nel piccolo appartamento.

–          Spring Waltz! – constatò Elvira, piroettando leggera intorno al tavolo – Sempre meglio che un notturno.

 

***

Il cielo era chiaro e il sole si approssimava all’orizzonte. È già l’alba, mormorò fra sé. Quindi, di scatto, si tirò su e guardò fuori dalla finestra aperta.

–          Diavolo! Ho dormito come un ghiro – mormorò, portandosi d’istinto la mano alla fronte.

Non c’era più sangue, più nulla e la forchetta era sparita dal collo. Si girò e vide Elvira, supina sul letto.  Era svestita, nemmeno la sottana rossa.

Andò in bagno e si spogliò. Fece scorrere l’acqua, si lavò i denti, s’inumidì il viso, lo cosparse di schiuma da barba e si rasò.

Allo specchio osservò il cinghiale. Il cinghiale puzzolente e senza amore.

Andò sotto la doccia. L’acqua era buona, fresca e pulita. Si lavò. Infilò l’accappatoio e tornò in camera. Elvira era sempre là, col respiro pesante e l’odore acido del vino.

Si avvicinò e gli si sedette accanto. Lei dischiuse leggermente gli occhi e lo incendiò subito con lo sguardo.

Stava per dirgliene una delle sue, ma lui si chinò e la baciò. A lungo, con ardore. Lei per un po’ restò con gli occhi aperti. Poi li chiuse. Quando li riaprì lui le stava carezzando il viso.

–          E anche ieri ti sei addormentato. Sono entrata e ronfavi come una locomotiva. Altro che gamberoni e Cuore Selvaggio, brutto minchione!

–          Mi spiace davvero. Se vuoi, ci andiamo stasera. Stamattina apro più tardi e ti prometto che chiudo prima delle sei. Sarò meno stanco.

–          Ho sognato che ti stavo lasciando – continuò lei – e altre cose tristi.

–          Io peggio ancora, non ti dico che incubo, ma è meglio che non ne parliamo – rispose Tommy, quindi riprese a baciarla.

Lei si staccò un attimo, lo guardò negli occhi, ora lucidi e intensi. Sorrise e disse: ti prego, baciami all’infinito.

Settanta lire, per un caffè.

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto m’hanno dato al posto di un fucile”. Philip Roth

***

“Non ricordo di preciso di quanti anni fa stiamo parlando, all’incirca mezzo secolo, quando incontrai un ragazzo del nord, Herman. Grazie a lui mi avvicinai a una letteratura di un genere nuovo con uno stile secco ed efficace. Scoprii Fante, Mailer, Henry Miller; ma anche Celine, Genet, e più in là Don De Lillo, Bukowski, una bella sfilza di svitati, dalle grandi capacità narrative senza troppi ghirigori: poche parole, per dire quello che si ha da dire. – Finalmente! – mi dissi – e cominciai a divorare quei libri!”.

 ***

Roma, era calma, quasi sospesa nel tempo e dalle finestre delle case usciva l’aroma del caffè, della cipolla che sfrigolava nei tegami e dei sughetti al pomodoro. Il traffico era molle. Uomini e auto avanzavano pigramente, senza fretta e le facce da sonno pazientavano svogliatamente al semaforo di San Giovanni. Tempi morbidi e variopinti. In strada, in molti giravano con la borsa a tracolla o col transistor e c’erano le cabine con i telefoni a gettone. Si andava a zonzo per andare a zonzo, ci si godeva il sole, il caffè, pizza e fichi, la lettura del giornale, ed ogni un piccolo squarcio di tempo libero. Non eravamo ancora allo stress permanente, al vivere per sopravvivere. Non ci avevano ancora spolpato e succhiato il cervello e gli industriali avidi e malonesti, stavano appena iniziando ad avvelenarci. Avevamo ancora sangue buono, senza mercurio e bisfenoli; le api ronzavano libere e in ottima salute e la notte, in campagna ma anche sui prati o in pineta, incontravi una marea di lucciole.

Ma parliamo di Herman.

Se ne stava seduto sul marciapiede, in mezzo a una chiazza di sole, all’inizio del mercato di via Sannio. Lo notai per i capelli arruffati e l’eskimo abbottonato fino al collo in una giornata tiepida, primaverile. Stava leggendo, ben concentrato, con il libro sulle ginocchia.

Alzò la testa.

–          Mi servirebbero 70 lire per un caffè e 70 per il tram – esordì così, senza né ciao e né buongiorno.

–          Davvero? – risposi – E allora?

–          Ho un provino a Cinecittà. Agli studi. Ho già passato il cast e devo girare una scena per Pasolini. Due giorni pagati, ma ora sono a secco e mi sembra lontanuccio.

–          In effetti. Tieni – dissi – ti do qualcosa.

Contai le monete in tasca e racimolai quasi cinquecento lire. Gli detti le sue centoquaranta.

–          Mi è andata alla grande – disse – non so se a piedi ce l’avrei fatta. Manco di forze, non mangio da ieri.

Aggiunsi qualche moneta per un cornetto, arrivai a duecento e mi allontanai.

–          Ehi, aspetta! – gridò – Tieni, prendi questi libri, li ho appena finiti.

Erano un “sogno americano” di Mailer e “una vita piena” di John Fante, un’edizione Mondadori del ’57.

Senti – dissi, i soldi tienili lo stesso. A Cinecittà ti porto io. È lì che abito.

Andammo alla mia piccola e vecchia 500 e scendemmo in quartiere.

Gli mostrai dove abitavo, bevemmo un ultimo caffè in piazza e lo lasciai davanti agli studi.

–          Guarda – disse, prima di aprire la portiera – ho un altro regalino per te.

–          Sì, e cosa?

Tirò fuori dallo zainetto una scatolina d’argento. L’aprì. C’erano due quadratini di carta assorbente.

–          È acido – fece, con un gran sorriso a banana – con questo puoi scendere fino all’inferno, oppure salti diretto in paradiso. Devi provarlo.

Rifiutai, salutai e mi avviai verso casa.

Era una giornata indolente. Inoperosa. Perfetta. Senza lavoro da circa una settimana, potei dedicarmi alla lettura e finire i due libri d’un fiato. Lessi Mailer, aveva un linguaggio aggressivo e sfrontato: mi piacque! Corrispondeva a quello che già cominciava a stuzzicarmi, a rosicchiarmi dentro. E poi scoprii Fante, che non ho più mollato. Davvero una bella giornata, e un bell’incontro.

Finiti quei libri, considerai che era ora di uscire dai classici e lasciarmi andare verso cose più attuali, con un altro tipo di scrittura, un altro ritmo: più rabbia, più febbre, più semplicità. Come in quei due romanzi, spogliati di ogni superfluo, nudi come anime.

Ricordo che mi avvicinai alla scaffalatura che fungeva da biblioteca e osservai alcuni titoli. C’erano, e li ho tuttora, il giardino dei ciliegi e l’uva spina di Cechov, il giocatore di Dostoevskij, il naso di Gogol, diversi libri di Pavese e anche del grande Calvino. Sul ripiano superiore la mia collezione di Urania. Era urgente rimediare!

Andai da Feltrinelli e comprai diversi volumi fra cui “diario del ladro” di Genet, e un altro Fante: “chiedi alla polvere”. Li divorai in due, tre giorni, uno dietro l’altro.

Poi, spuntò di nuovo Herman. Si era ricordato di me e dove abitavo.

Bussò che era poco più dell’alba. Aprii e me lo ritrovai davanti, sempre più scarmigliato. Aveva una busta di cornetti in una mano e un quaderno con la copertina rigida nell’altra. I miei, per fortuna, erano nell’Alto Lazio per il fine settimana.

–          Diavolo! – esclamai – Che ci fai qui, e a quest’ora?

Mi passò i cornetti e infilò la mano in tasca.

–          Ecco! – disse – saldo il mio debito – e mi allungò le duecento lire.

–          Dai, entra che faccio il caffè.

Posò in terra lo zainetto, si tolse l’eskimo e mi seguì in cucina. Puzzava di muffa e frittura.

–          Sono stato dentro – disse – una notte in cella di sicurezza.

–          Ah, sì? E per cosa?

–          Ho rifiutato di dare i documenti a un poliziotto, su un ponte, vicino al Vaticano. Giravo con una bottiglia in mano ed ero sbronzo. Credo di avergli mollato un calcio.

–          Nientedimeno!

–          E lo sai il massimo? In commissariato mi hanno perquisito, ma non hanno trovato quella roba.

–          Quale roba?

–          Gli acidi, cavolo!

–          Beh, meglio così.

–          Me ne restava uno. L’avevo tolto dalla scatolina e inguattato nel colletto della camicia. Sai, al posto di una stecchetta.

–          T’è andata bene.

–          In cella l’ho messa sotto la lingua e mi sono fatto un trip.

–          In cella? Chiuso fra quattro mura? Una ficata!

–          Guarda, ho scritto e disegnato tutta la notte. Mi avevano lasciato anche i pastelli.

Mi passò il quaderno. Lo sfogliai. Tutte le pagine erano riempite: poesie e frasi scritte di sbieco qua e là, spesso intorno a dei bozzetti: un cervello con delle mosche che gli ronzavano intorno o una donna con i bigodini in testa che lanciava fiamme dalla bocca. Fiamme rosse e verdi.

–          È mia madre – disse – la disegno spesso. È un po’ rompiballe ma mi sta molto vicino, soprattutto ora che sono malato.

Finì il caffè. Gliene servii una gran tazza.

–          Che cos’è che non va? Mi sembri in forma, a parte che sei trascurato e sembri uscito da un mondezzaio.

–          Adenoma all’ipofisi. Un tumoretto cornuto, piazzato in un posto scomodo. Proprio sotto al cervello. Ho una gran paura a farmelo togliere ma devo rassegnarmi, l’operazione è inevitabile.

–          E te ne vai a zonzo così, in queste condizioni?

–          Mia madre mi cerca. I dottori mi cercano. Tutti mi cercano. Ero già in clinica e me la sono squagliata. Ma sto rientrando, te l’ho detto è inevitabile: devo farmi affettare la testolina! Diciamo che ho preso il tempo di farmene una ragione. E poi, adesso, con i due giorni da figurante, ho i soldi per il rientro e per qualche panino.

–          I panini nelle stazioni sono orribili. Sono asciutti, ti restano sul groppone, non scendono giù. Ci penso io, qui accanto c’è un fornaio che apre presto.

Gli suggerii un bagno caldo. Ne approfittò. Io andai a prendere due tranci di pizza e scaldai la piccola Fiat.

Poco dopo, lo accompagnai alla stazione. Arrivammo al momento giusto: un treno sarebbe partito di lì a poco. Bevemmo una birra, trovammo il vagone, poi lui salì e sparì per sempre.

Non l’ho più rivisto, né avuto notizie e, se gli hanno tolto bene quel tumore e non ne ha avuti altri, dovrebbe essere un anziano signore come me.

Ho ancora i suoi libri. Li ho letti diverse volte e in epoche diverse, nelle differenti tappe della mia esistenza, sballottati di valigia in valigia, di città in città, di casa in casa, fino ad oggi e in quest’isola, dove alla fine ho preso dimora.

Se per amor del cielo i suoi occhi cadessero un giorno su queste tre pagine, spero che sappia riconoscersi, nonostante il nome preso a prestito, e che si facesse vivo. Ho voglia di darglieli indietro, con tutte le mie sottolineature e le orecchiette agli angoli delle pagine. Lo aspettano, anzi gli spettano, adesso hanno un peso e un valore, quello di “una vita piena”. Chi legge lo sa!

“Sweatshop”

“Cose che hai fatto. Cose che non hai mai fatto. Cose che hai sognato.

Dopo tanto tempo, viaggiano insieme”. (Richard Ford)

Aveva piovigginato tutta la notte e non c’era verso che smettesse. Ma Roma è bella anche sotto la pioggia, traffico a parte.

Parcheggiammo l’Abarth a due passi dal Pantheon. Ai tempi si poteva.

Il rinomato specialista del caffè, spandeva tutt’intorno il piacevole odore dei chicchi appena tostati.

Entrammo, attirati dall’aroma come api dai girasoli.

To ‘o fai un maritozzo? – chiese Enea, avvicinandosi al bancone.

Ordinammo caffè e brioche con panna.

– Ci aspettano alle 10 – disse, osservando d’un occhio inorridito i tre baristi che, affaccendati, correvano e servivano come automi impazziti.

Ahò, questi so’ macchine – aggiunse – Se fanno venti clienti ar minuto. C’è da dà de matto!

Era l’ora dei primi cappucci del mattino e il bar batteva il pieno.

Di lì a poco, avremmo dovuto avere un colloquio di lavoro in un noto e lussuoso albergo romano. Per l‘esattezza, l’appuntamento era di Enea che s’era procurato un “impiego” come aiuto lavapiatti (uno “sweatshop”, per dirla all’anglosassone, lavoro sottopagato e al nero) e aveva insistito perché io l’accompagnassi.

Sai parlà e poi presenti mejo. Magari, pijeno pure a te! – aveva addotto come scusa, dopo avermi obbligato, come lui e mio malgrado, a indossare camicia buona e cravatta.

Al volante, per una volta, Enea se la prese comoda e arrivammo con dieci minuti di ritardo. Un tipo senza capelli, occhi piccoli e pancia molliccia ci accolse sbraitando e sbavando. Era il vicedirettore, affiancato da una bomba con tailleur sopra al ginocchio, capelli tinti platino e due gambe da urlo.

– Scusi il ritardo…

– Siete voi quelli della sicurezza? – esordì – È più di un’ora che aspetto!

Lo guardammo come se non avessimo capito bene.

– Ci scusi ancora, ma…

– Allora forza. Giacca blu e via. Troverete tutto nel vestiario, lì in fondo. È una porta rivestita in tessuto rosso. Ci ritroviamo fra cinque minuti, dico cinque, alla reception.

Smise di schiamazzare, osservò il frangettone di Enea, tagliato netto sulle sopracciglia, e disse, rivolto alla biondona: mi sa che quelli della sorveglianza ci hanno rifilato un bidone. Quindi, sparì in un baleno.

Enea scoppiò in una fragorosa risata.

– Grande! – disse.

Si guardò intorno: i lustri, le colonne di marmo, la moquette, i tappeti, il mogano, il personale in nero, in blu, in livrea, i polpacci torniti della bionda che seguivano il vice, Brahms in sottofondo.

– A Ni’, sai che c’è? – Infiliamoci questa giacchetta. Vediamo un po’ cosa succede.

– A Ené, cerchiamo di non infilarci in qualche casino strano.

Ma dai, damme retta, stiamo ar gioco. Tanto io, co’ ‘sto gallo cedrone, già l’ho capito, ’n ce lavoro!

***

– Quella è la macchina – disse indicandoci l’alfetta grigia parcheggiata davanti all’entrata.

La bionda era sempre là, e le sue gambe pure. Noi, guardavamo solo quelle.

– Appena il sultano scende, mettete immediatamente in moto. Uno di voi gli apre la portiera. Il sultano monta dietro, è ovvio. I bagagli sono già all’aeroporto di Ciampino. Jet privato, aerotaxi per Milano. Volo numero…ecco è tutto scritto qui.

Presi il documento e una lista con le cose da fare. Aveva messo tutto per iscritto: aprire la portiera, prima e dopo, non fare domande, declinare le mance…

– Mi raccomando, è uno che ha tirato fuori il suo paese dalla sabbia e l’ha strappato al Medioevo. È un tipo con le palle!!! Ha detronizzato il padre per avviare le riforme.

Non aveva ancora finito di parlare che il famoso sultano spuntò fuori. Giovane e raffinato, in un completo gessato tagliato su misura, scarpe lucide, barbetta curata, piccola ventiquattrore di cuoio.

– Eccolo – disse il panciuto – naturalmente è in incognito. Mi raccomando. Sono le dieci e trenta e il volo è previsto fra un’ora. Il cliente deve essere a Malpensa alle 13. Dateci dentro.

Filammo verso Ciampino. Quello che quel vicedirettore non sapeva, e ovviamente anche il sultano, era che Enea con le macchine era un drago e che avrebbe messo le ali a quell’alfetta.

Per non tirarla per le lunghe, arrivammo all’aeroporto con dieci minuti di anticipo. Il cliente era leggermente scombussolato. Mi chiese:

– Il collega guida sempre così, a rotta di collo?

Risposi con un’alzatina di spalle, pensando adesso vomita, invece si ravviò i capelli con la mano, aggiustò il nodo della cravatta e prodigò un gran bel sorriso soddisfatto. Guardò l’orologio:

– Perfettamente in orario – disse – Magnifico.

Enea scese per primo e, come da copione, aprì la portiera. Qualcuno stava aspettando. Un arabo vestito da arabo, con la tradizionale tunica e il turbante.

Il sultano si accomiatò con ancora molti, moltissimi ringraziamenti. Aprì la ventiquattrore, sfilò due mazzette da centomila e ce le passò. L’effige di Alessandro Manzoni, di solito seria e segaligna, sorrideva compiaciuta.

Nell’ordine:

Tornammo al Pantheon, a bere un ennesimo caffè. Enea, lo corresse alla Sambuca (e ne bevve una tutta d’un fiato). Il barista, ci passò un cartone vuoto. Ci avvicinammo di nuovo all’albergo e parcheggiammo in una viuzza adiacente. Infilammo nel cartone le giacche blu e le chiavi dell’alfetta, con l’ubicazione esatta dell’auto. Sigillammo il pacco. Un ragazzetto accettò ben volentieri mille lirette per consegnare il suddetto pacco alla reception. Nessuno dei due fece il lavapiatti.

Certi giorni non c’è verso di raddrizzarli. Altri, fortunatamente, sì.

Salimmo sull’Abarth. Enea prese i “centoni” e li baciò a uno a uno, mentre il cielo passava al sereno e il semaforo al verde.

Iris, sulla luna

(dedicata al maestro)

 “Quando sento un terribile bisogno di, se devo nominarla, religione, allora esco e dipingo le stelle”. (Vincent Van Gogh)

***

Dov’ero rimasto? – rimuginò Nicolaj, leggermente alticcio, mentre l’altro riempiva l’ennesima coppa di vino. Ah, sì, al gatto.

–          Dunque, la prima cosa che vidi fu un micione, un micione dal pelo rossiccio. Scendeva dalle pendici di un cratere, sulla linea d’ombra che divide la parte scura della luna da quella bianca e luminosa che conosciamo tutti, quella visibile dalla terra. Eravamo entrambi nel mezzo, tra i due emisferi, da non crederci. Insomma, gli andai incontro e gli chiesi: sei tu il gatto di Van Gogh, quello ritratto con i girasoli? La bestiola si fermò a un passo e mi fissò con gli occhi grandi e verdognoli. Miagolò, si girò e s’incamminò verso il lato buio del satellite. Iniziai a seguirlo, facendo passi cauti su quella rena polverosa. Passi molto corti, ovviamente, per evitare di svolazzare o procedere a balzelloni. Capisci no? A causa della debole gravità.

gatto2

–          Ma che ne sai tu, che era proprio il gatto di Van Gogh! – sbottò Berto, il barista, proiettando, dalla fessura fra i denti, spruzzi di saliva mista a vino.

Nicolaj, si asciugò il volto con il braccio valutando che l’amico aveva il fiato decisamente acido. Sapeva di pomodori andati a male. Prima di riprendere, ingollò un gran sorso di vino.

–          Berto, un sogno è un sogno, che vuoi che ti dica. Nel mio sogno, era il gatto di Van Gogh, punto!

Berto era un omone corpulento e barbuto. La pancia dirompeva dalla camicia priva di un bottone. Beveva abbastanza e mangiava poco e niente, ma aveva un gran pancione. Un pancione di vino e birra. Tutto il contrario di Nicolaj, magro come un chiodo, che ora stringeva la coppa nella destra e nella sinistra una sigaretta ormai spenta, con la cenere in equilibrio. Era sporco di pittura e odorava di trementina.

Bevve un altro goccio, depose la cicca nel posacenere e riprese:

–          Allora, più lontano intravedo un campo, un campo fiorito…

–          Con i girasoli.

–          No. Sono fiori blu. Mi avvicino, naturalmente sono iris. Che altro volevi che fossero…

–          Già. Cos’altro! E il gatto?

–          Scomparso, dissolto nel vuoto quasi assoluto della luna: spuff! E poi, d’un tratto, non è più il gatto che sto seguendo ma Vincent, il maestro.

–          E vai!

–          E vai cosa? Era lui ti dico, ma con tutt’e due le orecchie, e mi parla, con la voce grossa, irritata: – Guardati in giro, non c’è blu! Il cielo è nero sia di giorno che di notte. Putain, c’est quoi cette vie sans bleu?* – mi fa in francese – È un albero senza foglie, un cicchetto di assenzio allungato, un fiume salato – e ne tira fuori una sfilza: – una barca senza remi, un toro senza corna, un piatto vuoto davanti a un affamato – È nervoso, e in più, ha lo sguardo disperato, e persiste: – È come un buon vino andato a male, un cane senza naso, è neve sporca, bon Dieu!

–          E i fiori blu, Nicolaj, cosa ci fanno i fiori sulla luna?

–          Gliel’ho chiesto, ti pare.

Qualcuno bussò alla porta.

–          È chiuuuso! – sbraitò Berto – Sono le due e mezzo del mattino, per l’amor di Dio!

Nicolaj, si grattò la barba ispida, scolò il bicchiere d’un fiato e riprese:

–          Niente più stimoli, impulsi. Rammollivo a poco a poco. – Ecco cosa m’ha risposto – Le tenebre e le stelle, solo le stelle, all’infinito, senza via d’uscita. Ho smesso di ritrarle, non ne potevo più, allora ho cominciato a bere…

–          A bere cosa? – lo interrompo, guardandomi intorno.

–          A bere, bon Dieu! A bere! – ha alzato la voce ma si è calmato subito. Mi fa: – E poi è successo.

–          Successo cosa? – insisto io.

–          È scesa quella pioggia: infiniti frammenti di luce, uno scintillio denso, sfolgorante, da renderti cieco! Ed ecco che spuntano fuori questi magnifici fiori, all’improvviso. Ma cosa me ne faccio se tutt’intorno è buio eh? Allora aspetto, aspetto un altro…come chiamarlo, prodigio?

Si asciuga la fronte, come se avesse sudato, poi conclude così:

–          È tutto quello che ho chiesto, ti assicuro: un po’ d’atmosfera intorno alla luna, così il soffitto prende un po’ d’azzurro, parbleu!

–          Ma davvero ha detto il soffitto? – ribatté Berto.

–          Già, ha detto proprio il soffitto, mica il cielo.

Nicolaj afferrò la mano dell’amico e la strinse, poi proseguì, quasi mormorando:

–          Io guardai in alto e anche lui, quattro occhi persi nella notte fitta e affollata. E le stelle, le stelle…oh Berto, sembravano scendere, delicatamente. Era un brillio devastante, un ronzio insostenibile di astri in movimento, nemmeno avessimo messo la testa in un boccale gremito di lucciole.

–          So che quella pioggia tornerà – riprese il maestro – Un’altra stella s’incaricherà della cosa, ne sono certo.

–          Magari – gli dico – questi fiori, sono solo un bell’omaggio per lei, l’artista che ha dipinto con tanta fiamma un’infinità di stelle.

Gli scappò da ridere.

–          Ha, ha, ha! Omaggio, dici? Non, monsieur! Non ci sei.

–          Beh! I fiori sono sempre un omaggio.

–          La vuoi una dritta? – mi fa – ascolta bene.

Berto lasciò la mano di Nicolaj e poggiò i gomiti sul bancone e la testa sui gomiti. La bocca dischiusa.

–          Siamo fatti di stelle – mi sussurra, anzi bisbiglia – tutto qui! Sono loro i nostri avi: le stelle, mica le scimmie! Questa è la verità.

Berto aggrottò le sopracciglia, leggermente perplesso.

–          Sul serio? Ha detto così?

–          Eccome! Ed io gli domando: Le stelle sono allora l’ultima meta? – ma lui non risponde, mi guarda, poi fa:

–          Sai cosa pensano di me? Che sono una testa calda, che sono partito troppo presto, o troppo giovane. Per farla corta: que je n’ai pas encore étanché ma soif!* Ha, ha, ha! Ma ora basta parlare, ho ben altro da fare. Adieu, monsieur Nicolaj, mi ha fatto piacere parlare con un sognatore – e, prima di ridiventare gatto, mi prende la mano e aggiunge: – Sai, entro di rado nei sogni di un pittore, c’è troppa roba!

–          Oh, cavolo! – esclamò Berto – Nient’altro?

–          Nient’altro, no.

Bussarono di nuovo. Questa volta Berto non rispose, pareva assorto. Si passò la mano fra i capelli, fece roteare il bicchiere e lo finì d’un fiato.

–          Nicolaj, di un po’: sono mesi fai lo stesso sogno. Dovremmo porci delle domande, credo. Quante volte me l’hai raccontato, eh?

–          Uff! Capisco, ne hai abbastanza, è così?

–          Oh, no, anzi, mi piace come lo interpreti. Mi sembra di esserci anch’io lassù sulla luna, insieme al maestro. Sai che c’è? Stanotte provo a sognare anch’io.

Anche Nicolaj mandò giù il suo resto di vino. Berto guardò l’ora, uscì dal bancone e abbassò le luci.

–          Un po’ d’aria fresca ci sveglierà – suggerì.

–          Domani è prevista una gran bella nevicata.

–          Bene. Preferisco la neve alla pioggia.

–          Sì, ma c’è pioggia e pioggia…

–          Ha, ha, ha, questo è vero.

Insieme, avanzarono ciondolando verso la porta ed uscirono sulla strada deserta.

La notte era chiara e gelida. La neve aveva fioccato tutto il santo giorno.

–          Luna piena – fece Nicolaj.

–          E già! Un gran bel lampadario appeso al soffitto.

Accesero le sigarette e rimasero lì, persi fra le stelle, a fumare in silenzio. Un gatto ramato, magro e infreddolito, attraversò la strada guardandoli di sottecchi, guardingo. E cribbio! Aveva un solo orecchio.

 

* che cavolo mi rappresenta questa vita senza blu.

* che non ho ancora appagato la mia arsura!

 

La psi-Chiatta

 

La prova che nell’universo esistono altre forme di vita intelligente è che non ci hanno ancora contattato. (Bill Watterson, fumettista statunitense)

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Lodovico, lesse la targa: Arturina Chiatta – psichiatra, e nient’altro. Suonò il campanello. La porta fece un ronzio, poi click si aprì.

Entrando, il caldo del climatizzatore lo sorprese. Lodovico aveva optato per un dolcevita in lana piuttosto caldo, un po’ troppo per quel tiepido inizio d’ottobre.

Era solo. Si sedette nell’esigua sala d’aspetto. Non c’era il solito tavolino con le riviste ma uno sgabello con una scatola di kleenex. La stanza era più che sobria, due sedie in due angoli opposti e una pompa di calore rumoreggiante che soffiava aria calda a tutto spiano. Niente piante, muri semi-vuoti. Un solo manifesto, dal titolo “com’è fatto un cervello umano” e la tavola a colori dei due emisferi, con le principali funzioni dei lobi.

“Che allegria”, rimuginò, prese una salviettina dalla scatola e si asciugò la fronte. Si alzò, si avvicinò a una finestra che dava sulla strada. Provò ad aprirla ma era sbarrata. “Primo piano, se uno si butta non riesce nemmeno a crepare, però la chiudono – mugugnò – e ti lasciano morire di caldo!

Guardò fuori. Un sole timido e fiacco, rischiarava i tetti delle case vicine e gli alberi del viale. C’era un gran viavai di gente, tanti poveri diavoli che andavano avanti e indietro, in auto o camminavano sui marciapiedi. “Uomini e donne pieni di grattacapi, meditò, quasi sempre gli stessi. Il destino ce li rifila a turno, una volta ciascuno, puntualmente. Ma la rogna che ha affibbiato al sottoscritto non la si dà a chiunque: è per pochi eletti, è esclusiva porca troia! Ed è grossa, molto grossa”.

La porta si aprì ed uscì una bella donna con gli occhiali a righe. Lodovico, pensò di trovarsi davanti a una paziente. Non l’avrebbe mai immaginata così, la psichiatra. Non proprio. Taglia alta su tacchi a spillo rossi, abbronzata, ben truccata. Indossava una minigonna e una camicetta trasparente che sembrava esplodere sotto la spinta delle coppe che volevano a tutti i costi erompere dall’ampia scollatura. “Una quinta, valutò, una dannatissima quinta da capogiro”.

La psichiatra lo precedette nel gabinetto medico. Stessa sobrietà, stessa stringatezza di stile: scrivania, sedia girevole, piccola poltrona ottomano con poggiapiedi.

–          Dunque – disse lei, fissandolo da dietro le lenti con degli occhi di un bel blu profondo – Quello che mi ha detto al telefono è molto singolare. Ma la prego si sieda, prenda posto su quella poltroncina. Si metta comodo.

Lodovico si lasciò cadere sulla poltrona. Era stanco, stanco e teso, ma trovò che anche la tipa aveva i tratti del volto tirati. Sembrava piuttosto imbarazzata, o scocciata. Non si capiva bene. Cercò di dirglielo, a modo suo:

–          Non vorrei importunarla con questa storia insensata, davvero. Immagino che, con quel poco che le ho già accennato, mi abbia già preso per uno squilibrato.

Dette una sbirciata a quelle lunghe gambe affusolate e proseguì:

–          Lo so, lei ne deve aver sentite di tutti i colori ma questa deve batterle tutte, non è così? Insomma, se non ne parlo con qualcuno, rischio di impazzire davvero.

–          Lei non mi importuna affatto mi creda – rispose lei. Sono qui per questo, è il mio lavoro.

Abbassò gli occhiali sulla punta del naso e lo osservò di nuovo con quegli occhioni azzurri, severi e insondabili. Quindi riprese:

–          Sa? Camminiamo tutti su un filo di seta, instabili, precari e più di ogni cosa, fragili. Purtroppo, non ne siamo sempre coscienti. Venendomi a trovare, lei ha fatto già un bel passo in avanti. Ora, si calmi e riprenda dall’inizio, signor…Ludovico, giusto?

–          LO-dovico, dottoressa, Lodovico. Come il cavallo di Lupo Alberto: Lo-do-vi-co.

–          Bene, Lo-do-vi-co, cerchiamo di procedere.

Andò alla porta e dette un giro di chiave, quindi prese e azionò il registratore.

Lui aveva ancora il fazzolettino di carta in mano. Si asciugò di nuovo la fronte. Lo studio era ancora più soffocante della sala d’attesa. Respirò a fondo e, lentamente, frammentando la frase, articolò:

–          Dunque… Come le ho detto… La mia ragazza… Viene da un altro mondo.

–          Da un altro mondo…Uhm, dall’altro mondo o da un mondo che non è la Terra?

–          Sa, Renata, allo stato normale, è molto bella. Direi quasi, se permette, che le assomiglia un po’. Magari gli occhi. Ecco si, gli occhi, e anche…Si, insomma…e anche un po’ il resto. Anzi, un bel po’! Insomma, è stupenda, mi fa impazzire. Ha le cose giuste al posto giusto e bacia da morire. Con lei riesco a fare l’amore fino a quattro volte. L’attrazione sessuale è enorme, inesorabile come la forza di gravità. Curiosamente, è come se mi fosse imposta. È difficile da spiegare: sembra una malia, un incanto, manco fossi trafitto da una freccia di Cupido o manipolato da un virus che si dà da fare con gli ormoni e si sveglia non appena intravedo nel suo sguardo un briciolo di desiderio, e che cavolo!

Mi è venuto da pensare che questi alieni abbondino in feromoni come i nostri animali. Ma sto divagando, credo.

Si fermò, a disagio, gli occhi incollati sulle tette prominenti della psichiatra che continuavano a chiedere strada. Poi scese in basso e incappò di nuovo su quel paio di gambe da capogiro. Non c’era via d’uscita, era sempre e comunque in ebollizione. Su di giri.

–          Mhmm…Non mi ha risposto. Riprendiamo da capo: cosa intende infine per “altro mondo”?

–          Beh, come ha detto lei, un mondo che non è la Terra.

–          Dunque, la sua ragazza verrebbe da un altro pianeta, Venere, Marte, Plutone…o che so io…dalla stella Arturo!

–          Non saprei, so solo che non è come me, come lei, come gli altri. Magari sì, viene da una stella, da un frammento di meteorite o da un buco nero, che ne so.

–          E se n’è accorto solo adesso?

–          Siamo insieme da poco. Faranno al massimo due mesi.

–          E cosa le fa pensare che non sia, come dire, umana, ecco!

–          L’ho vista. L’ho vista con i miei occhi. Sono entrato in bagno, di solito lei si chiude sempre, anche solo per lavarsi i denti. Ma questa volta deve aver dimenticato. Era sotto la doccia, di spalle. Lo scroscio dell’acqua le ha impedito senz’altro di notare la mia presenza.

–          E?… Avanti signor Lodovico. Non la tiriamo troppo per le lunghe.

–          Ehm, insomma si è svitata la testa. L’ha svitata e ha iniziato a insaponarla bene, col gel doccia antibatterico. Sa, lo compriamo perché dice che sudo troppo dalle ascelle. Però il mio sudore a lei piace, dice che l’attizza, pensi un po’…Ma sto divagando ancora, cribbio! Insomma, ecco che prende la spazzola rotante, quella per il corpo e inizia a strigliare quella testa inanimata, appena sbullonata.

–          Con il gel antibatterico.

–          Già. E sotto, sotto aveva un’altra testa, ma molto più piccola. Come una mela, in fin dei conti. Senza orecchie, senza capelli, liscia e leggermente rosata. Una Pink Lady, ha presente? Un pomo rossastro posato su un budello che spunta fuori dal collo, tipo würstel. Immagini un po’.

–          Un würstel, dice lei…

La psichiatra spense il registratore. Andò alla scrivania, posò gli occhiali e prese una sigaretta da un pacchetto aperto. L’accese. Ispirò una grossa boccata di fumo. Poi strinse le palpebre e lo squadrò attraverso uno spiraglio sottile lasciato a quegli occhi color zaffiro, risoluti e penetranti.

Lodovico, si sentì invaso da una voluttà senza pari. La libidine montò al culmine. “I feromoni, pensò. Devono essere ‘sti cacchi di feromoni. Non ho via di scampo. Li percepisco sempre e ovunque”.

Cominciò a sudare copiosamente. Quindi sentì l’affare farsi strada, allora, confuso, posò le mani in grembo.

Lei se ne accorse. Accennò un sorriso e riprese:

–          E adesso, questa sedicente aliena, dov’è? Che fa? La sta aspettando a casa, forse?

–          È sparita dottoressa Chiatta. Evaporata nel nulla. Deve aver subodorato qualcosa, immagino.

–          Bene. Facciamo una pausa, signor Lodovico, una piccola pausa.

–          Lei, non mi crede vero?

–          Oh, sì sì, la credo e come. Guardi, la prova…

Schiacciò la sigaretta in un posacenere. Si avvicinò a Lodovico, si chinò e lo baciò. Un bacio lungo e sensuale. Ludovico sentì la lingua premere sulle labbra. Aprì la bocca e accettò la lotta con quel muscolo caldo, guizzante come un serpente ammattito.

Ci mise tutto se stesso! Poi, le mani di lei, scesero in basso…

***

Era già sera e una mezza e pallida luna prese posto nel firmamento. Le stelle scintillavano, lontane, lontanissime. Non un filo di vento.

Arturina Chiatta, attraverso i vetri, osservò Lodovico allontanarsi sul vialetto di ghiaia con passo malfermo. Aveva tutta l’aria di prendersela con calma.

–          A presto, Lo-dovico! – mormorò con un filo di voce prima di allontanarsi dalla finestra – Alla prossima seduta!

Un leggero languorino le avvolse lo stomaco. Era tardi e aveva bisogno di mangiare.

–          Prima la doccia – decise.

Spinse la porta di una piccola sala da bagno. Entrò e si guardò allo specchio. Aveva un ampio e soddisfatto ghigno in volto. Aprì una nuova confezione di sapone germicida e cominciò a svitarsi la testa, a partire dal würstel che fuoriusciva dal collo.


Immagine in evidenza: be mine di Olga Kuba