Poesiola

È quasi sera
Blu er cielo
Blu er mare
Er sole è già niscosto
E lascia fare

St’azzurro imbraga tutto
Soffice e premuroso,
Er manto da a la luna
E all’omini er riposo

« O Angiolé! – je dico – Guarda vié a vede:
Nun se move na paja!
E che pace,
Aho! ‘N ce se crede…

A che ce serve d’esse ‘ncazzati, anziosi,
De agitasse a voto come matti furiosi
De cercà a luna là indove c’è er sole
E de sparà bestemmie solo perchè piove”

Me giro (fine dell’incanto)…
Quarcuno ha acceso er televisore
Ce so’ du furfanti conosciuti
Der gruppo “cia risemo”, du cornuti!

“Spegni Angiolé, te prego! – je faccio –
O sai que ‘sti politici, me stanno assai sur mazzo,
Chissà perchè, forse so’ strambo o pazzo.
Mo famme ‘sto regalo
Viette a guardà er tramonto,
Così, abbracciata a me,
fori dar monno.

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Blu inferno – parte quarta

Non c’è treno che non prenderei, non importa dove sia diretto.

 

Partimmo per Zouerat con circa due ore di ritardo, alle quattro del pomeriggio. Il treno, adibito al trasporto di minerali di ferro, era lungo oltre un chilometro e contava oltre cento vagoni, di cui uno solo, in coda, destinato ai passeggeri paganti. “Al massimo una cinquantina” a detta di Brahim, ma eravamo senz’altro più del doppio, senza contare le decine di viaggiatori a scrocco sdraiati sui monticelli del minerale, alla mercé del vento, della sabbia e della polvere di ematite, taluni con al seguito montoni e asini tirati su a forza di braccia.

Una dozzina di militari armati di mitragliatrici a canne rotanti, asserragliati dietro ai sacchi di cemento in due carri a cielo aperto, avrebbero dovuto garantire la sicurezza del pittoresco ma inquietante convoglio contro eventuali attacchi dei ribelli.

Fino ad allora tutto m’era parso smisurato, eccessivo, a tratti illusorio, fiabesco e, come davanti a uno schermo gigante, spettatore insaziabile, avevo seguito attentamente, a tratti divertito a tratti inorridito, il mio proprio film! Come sul Chiquita, in piena bufera, in mezzo a quella ciurma assurda, pregna di acqua salata e follia, rabbia e vento, una variabile impazzita nello strambo gioco delle cose umane. O ancora poco prima della partenza del treno, fra un cous cous di cammello e un pane cotto sulla pietra, preparati e serviti da una vecchia berbera con mani e volto tatuati all’henné, all’ombra di una lamiera ondulata, nel gran trambusto del vecchio mercato.

Ora, appena messo piede sul vagone, cominciai a vedere le cose con uno sguardo diverso, iniziavo a sentirmi parte integrante di quella nuova realtà ed ero finalmente pronto a condividere in pieno il modo di vita di tutta quella gente, così diametralmente opposto al mio.

E lì seppi, ne ebbi l’assoluta certezza, che la mia vita avrebbe iniziato solo alla fine di quell’avventura e che fino ad allora non avevo fatto che passi timidi e incerti.

La “diversità” non mi mollava e mi dava il fiato corto. Dovevo assolutamente farci i conti. In quel viaggio, un piano ineluttabile ordito nell’ombra da chissà quale antica divinità, dovevo entrarci dentro e accettarlo così come veniva e, soprattutto, cercare di arrivare fino in fondo.

Inch’Allah!    

° ° °

L’alito della notte gira nel cielo e canta, ci spiegò, sbuffando nuvolette di fumo da una piccola pipa di legno e d’argento, e il gelo è la sua coperta!

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La locomotrice di testa azionò la sirena e il treno, un lunghissimo serpentone di ferro e vecchie assi di legno, partì ansimando. Lemme lemme, quasi di malavoglia, prese la strada dell’incommensurabile deserto.

Chiesi scusa, superando alcune donne sedute in terra sul retro della carrozza, mi affacciai al finestrino di coda e soffermai lo sguardo su quei binari ricoperti di sabbia e, sullo sfondo, la piccola e fatiscente stazione ferroviaria che si allontanava inesorabilmente.

Un tenue velo di ansia e incertezza mi annodò la gola già asciutta e impregnata di polvere, ma non c’era posto per nessun magone, né tempo, né altro. Eravamo al punto di non ritorno, bisognava farsene una ragione. Focolai di guerra o no, c’eravamo dentro fino al collo e non avevamo più alcuna possibilità di modificare il viaggio.

Sorrisi fra me e me osservando una ragazzetta seduta su un gabbione ricolmo di pulcini pigolanti, mi calai il borsone sul capo e raggiunsi i miei compagni di viaggio, scavalcando decine di teste ricoperte di veli e turbanti di tutti quei poveri diavoli mal accomodati su stuoie o sulla nuda piattaforma.

Come la maggior parte dei viaggiatori, trovammo e occupammo uno spazio esiguo, non lontano dal cesso, quest’ultimo “conquistato” da due giovani donne con dei marmocchi addormentati in grembo.

–  Peggio di così non poteva andare – protestò il Traga, inturbantato con una kefia rossa comprata un attimo prima della partenza – Non si potrà nemmeno pisciare, vacca boia!

Accovacciati alla meglio sulle borse, tentammo di resistere al mal di schiena e al disagio, giocando a carte e facendo piani per il seguito del viaggio. Il Traga insistette perché puntassimo direttamente al sud del Senegal, dove avremmo dovuto risalire il Casamance, mentre Tonio voleva fare assolutamente una sosta in Gambia su un litorale ricco di spiagge senza turisti, dove era cominciata da poco la stagione secca.

– Sole e mare! – esclamò infervorato – Che altro voi fa’ dopo tutte ‘ste peripezie?

Te sei propri un bel pirla! – si spazientì il milanese – D’ora in poi seguiamo il programma, punto e basta! Ghe no pièn i bal di cambiare tragitto ogni due minuti. Non sono venuto fin quaggiù per curare l’abbronzatura. A Dakar, recuperiamo la Land e si parte in tromba verso Ziguinchor, alla foce del fiume, dove ci aspetta quello delle piroghe. Oltretutto, siamo pure in ritardo.

Io approvai la scelta del Traga ma con uno strappo alla regola: almeno un paio di notti in un albergo con un vero letto, magari a Dakar. Una meritata parentesi “lusso” che non aveva nulla di superfluo.

Ci alzammo di rado a sfumazzare davanti al finestrino senza mettere la testa di fuori poiché, anche se la velocità non superava i 15 all’ora, la sabbia e la fuliggine ti riempivano occhi e narici. Presto, mi ripromisi, avrei comprato un panno beduino come quello del Traga.

Con l’arrivo del buio scese anche il freddo, un freddo penetrante e inospitale che ci obbligò a tirar fuori dai sacchi e indossare altre magliette, maglioni e sciarpe.

Ci addormentammo a turno, cullati dallo sferragliamento e dall’ululio del vento. Più che un sonno era un torpore, un va e vieni dall’inconscio; dormivi due o tre minuti, a intermittenza, poi il gelo ti svegliava. L’escursione termica aveva precipitato di brutto il termometro e saremmo scesi facilmente intorno allo zero.

Un aspro e tormentato stridio di freni scosse l’intontimento generale. Il convoglio fece una breve ma provvidenziale sosta nel bel mezzo del nulla. Gli uomini balzarono giù uno dopo l’altro, per svuotare la vescica. Noi restammo sul vagone a mangiar biscotti secchi spalmati con il caviale russo di Zacarias, poi scendemmo e camminammo su e giù lungo il treno, a passo svelto per sgranchire le gambe intorpidite.

Prima di rimontare sul vagone, ci imbattemmo in un vecchio berbero armato di una piccola pipa argentata carica di tabacco puzzolente. Ci spiegò che l’harmattan, vento polveroso e secco che può spingere polvere e sabbia fino al Sudamerica, ora stava cadendo per lasciar posto a un soffio talmente leggero che non avrebbe alzato un solo granello di sabbia.

– È l’alito della notte – ci confidò – Scende dritto dritto da lassù – aggiunse puntando l’indice verso un gruppo di stelle molto denso.

Non si vedeva nulla, solo il brillio di mille pagliuzze d’oro nell’infinità dell’universo. Tonio alzò gli occhi al cielo e confessò di sentirsi spaesato e che l’eccitazione del viaggio stava lasciando posto a un certo smarrimento. L’altro continuò a parlare del vento e del deserto, sbuffando nuvolette di fumo, fin quando la sirena svigorita e indolente della locomotiva annunciò la partenza.

 

° ° °

“L’amore non bada a caste come il sonno non bada a un letto rotto,  andai in cerca d’amore e mi persi.”

(Proverbio Indù)

 

Arrivammo a Choum alle tre di notte, sfiniti e intirizziti, con i volti anneriti come i minatori.

Quelli che scesero sparirono in un lampo. Montarono su vecchie jeep, fuoristrada o macinini rattoppati dal forte odore di nafta.

Il treno partì e ci lasciò sprovvedutamente soli, scaricati, abbandonati e subito risucchiati dall’assoluta mancanza di realtà conosciuta, palpabile, in un non luogo, nel cuore di una notte fosca dove l’unica certezza, il solo punto di riferimento fermo e incoraggiante, era una via lattea oltremodo chiara e vaporosa che si snodava fra le stelle.

Tonio, sicuramente il più preoccupato del trio, mormorò con un filo di voce: – Siamo in un buco nero! E adesso?

Fortunatamente, una camionetta della polizia spuntata fuori dal nulla ci caricò e ci portò in una specie di catapecchia: l’autostazione. Là, avremmo dovuto incontrare Sawira e Jamal, le nostre guide Tuareg. Ma ad aspettarci non c’era nessuno.

La luce fioca di una lampada a petrolio che pendeva dal soffitto, illuminava il tavolino, le sedie spaiate e un tizio di colore con un cappello da cowboy e un librone aperto sulle ginocchia. Sorrise e ci inviò uno svogliato cenno di saluto alzando le sopracciglia.

Tonio tirò fuori il termos con un resto di caffè, una roba solubile comprata vicino alla stazione e mischiata a un po’ d’acqua bollente, già marrone di suo, presa dal samovar di un venditore di te. Riempì il coperchio di plastica, lo portò alla bocca e lo svuotó d’un fiato.

-Ma come diavolo fate a bere ‘sto piscio caldo? – brontolò il Traga – Rob de matt! Voi due ingurgitate di tutto, mangiate di tutto, dormite in terra…Bah! Siete come fachiri, vostra madre vi ha partorito su una tavola coi chiodi, ve lo dico io. Dai, che ci facciamo una partitina a carte! Tanto, che altro vuoi fare?

Si avvicinò al tipo col cappello, lo invitò a fare il quarto a scopa, garantendogli che avrebbe imparato in un attimo, e quello accettò. Parlava francese, come molti in quei paesi. Era di Nouakchott e stava aspettando anche lui le nostre guide.

Passarono così un paio ore, fra uno sbadiglio e una sigaretta, poi, di colpo, il Traga gettò le napoletane in aria, tirò un paio di strafalcioni e si lamentò:

– Pensa se non viene nessuno e ci lasciano qui… Bella roba! Ve l’avevo detto a Gran Canaria, di tornarcene da Donna Benita e non imbarcarsi. Va da via i ciap!

Si alzò e cominciò a far su e giù nello stanzone grattandosi ripetutamente la barba ispida, poi si sedette, si rialzò, aprì la borsa e tirò fuori un altro maglione, lo infilò, si sedette di nuovo, si alzò, raccolse le carte, gli dette una mischiata, accese una sigaretta, si sedette, si rialzò, camminò in tondo, gettò la sigaretta, ne accese un’altra e così di continuo. Una zanzara non sarebbe riuscita a pungerlo.

Tonio cercò di rabbonirlo, ma fu ancora peggio, divenne rosso come il turbante scarlatto avvolto sul capo. Dette un gran pugno contro un muro e, con la voce arrochita dal fumo e dalla stanchezza riprese a lamentarsi:

– Lo dico e lo ripeto: siamo finiti col culo per terra! Stiamo bruciando ‘sti quattro soldi in un viaggio che non è il nostro viaggio, anzi, che non è più un viaggio.

Il tipo col cappello scivolò discretamente all’esterno, dette un’occhiata al cielo, poi fece qualche passo verso i fari di un’auto in avvicinamento.

Un pick-up, una vecchia rumorosa camionetta Peugeot, si fermò alzando un gran polverone, a una ventina di metri dalla piccola sala d’attesa.

Sawira scese dal lato guida, avvolta in una lunga veste bianca con uno scialle di lana che le copriva testa e spalle. Raggiunse il casello. Noi tre, balzammo fuori, strafelici di non essere stati piantati in asso in quel luogo desolato. Lei non disse nulla per diversi secondi, si limitò a sorridere e guardarci e quello sguardo fu l’origine di un risveglio improvviso. Fu come se fosse apparso un angelo, un angelo scuro con gli occhi grandi e neri, travolgenti. Addio stanchezza, sonno, malumore. Tutto svanì d’incanto.

Sembrava conoscesse il tipo col cappello. I due scambiarono qualche parola in arabo poi lei si rivolse a noi, mantenendo inalterato il sorriso. Si presentò e precisò che avevano messo il campo per la notte a pochi chilometri e che avremmo potuto rifocillarci vicino al fuoco.

Erano le cinque del mattino. Fuori, il vento era caduto del tutto e l’enorme distesa di sabbia chiara, leggermente arrossata dai primi raggi del sole, ci aprì le braccia. Finalmente il Sahara, quello vero. Lo avevo talmente sognato ad occhi aperti o chiusi, che il sogno si stava avverando.

Caricammo le borse. Lei ci precedette fino all’auto, camminando sulle punte dei piedi scalzi e girandosi continuamente, come se avesse avuto paura di perdere qualcuno in strada. Nella luce tenue dell’alba intravidi un leggero ondeggiamento dei fianchi. La prima cosa bella dall’inizio del viaggio, pensai, ma guardai subito altrove, poiché sono uno di quelli che non sa nascondere le proprie emozioni e lei continuava a voltarsi esaminandoci a turno.

Salì sulla macchina e accese il motore, poi riscese e pigiò la gomma di un pneumatico col piede per verificarne la pressione, disse:

– On se bouge! (Sbrighiamoci!) Jamal sta già rimuovendo il bivacco e caricando le auto. La strada è lunga: quattrocento chilometri di pista con buche, sabbia e rocce ci obbligano a procedere a bassa velocità. Un buon tè caldo e ci si mette in cammino. Ci fermeremo al tramonto. Una notte nel deserto e poi St Louis, in Senegal. Ma voi arrivate a Dakar, vero?

Non ci dette il tempo di rispondere, infilò la mano in un sacco e tirò fuori e ci offrí una manciata di datteri.

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Gli altri saltarono dietro, sul pianale rivestito di tappeti di lana mentre io presi posto davanti, accanto a lei. Aveva un profumo di spezie e resina che imbalsamava l’abitacolo: – Di dov’è? – le chiesi.

– Di Timbuctu, ma ho vissuto un po’ a Parigi, a Montmartre. il più bel quartiere della capitale.

– Studentessa?

– Sì, ho frequentato scienze politiche per tre anni. Poi sono rientrata in Mali, circa quindici anni fa, alla morte di mio padre. E da allora, se si può dire, faccio questa linea, con Jamal e un altro autista, un cugino di Brahim.

Avrebbe dovuto avere una quarantina d’anni o magari solo venti, l’assoluta mancanza di rughe avrebbe indotto chiunque in errore.

– E voi altri, cosa vi ha spinto fin qui?

– Qualcuno ha detto “so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco”. A noi piace spostarci da un punto all’altro senza sapere troppo quello che cerchiamo. Ci piacciono i luoghi enigmatici, il mare, il deserto, il cielo aperto, che altro dire…

Il mio sguardo cadde sul rilievo dei seni ben pronunciati. Lei sorrise ma i suoi occhi ebbero uno strano guizzo. Per un corto istante ebbi l’impressione che volesse penetrarmi nel cervello per leggerne i pensieri. Poi mise la testa fuori dal finestrino e gridò:

– Dite un po’ lì dietro, siete sistemati bene? Tenetevi che si parte.

La pista era brecciosa e la camionetta sobbalzò sui sassi. Il Traga maledisse la strada, il deserto, le macchine scomode e il puzzo della nafta.

Lei rise di cuore. Lasciò cadere lo scialle sulle spalle, liberando i capelli lunghi e neri come l’ebano.

Mi faceva pensare a una maga di altri tempi, che so, una Medea, una Circe, con quel volto leggermente ambrato, un ovale perfetto dal quale spiccavano due gemme scure e penetranti. Mi prodigò un ultimo sorriso, tanto per finirmi, e passò la terza.

Tirai fuori il mio diario di viaggio. Sotto la data scrissi solo una parola “disorientante”, mentre il rombo del vecchio diesel tossicchiava puntando dritto verso il sole.

– Hai visto? –  Urlò Tonio, seduto in bilico sul portello posteriore – Non c’è nemmeno un cacchio di uccello lassù, pure il cielo è deserto.  

 

Non accadde nulla per molte ore. Davanti a noi solo sabbia e pietrisco e dietro un gran polverone alzato dal pick-up, in testa alla colonna davanti a una decina di camionette scoperte. Jamal alla guida, Sawira nel mezzo e a turno, io, Tonio o il Traga nell’unico posto libero nella cabina, accanto al finestrino. Un vero lusso, primo poiché al riparo dal vento e dai granelli che ti tagliuzzavano il viso, ma soprattutto perché quel misero spazio era a fianco a lei, così piacevole e di un continuo buon umore.

Di tanto in tanto sfilava dalla borsa i datteri o una gomma da masticare e te li offriva con un risolino malizioso, decisamente devastante. Per il resto un vuoto intenso su un mare di dune basse e ondeggianti. A parte due beduini a cammello, un convoglio che rimontava in senso inverso e i resti di un animale morto sul ciglio della pista, non incontrammo altro.

Mi sentivo proprio bene, decisamente stanco ma libero, lontano da tutti gli schemi e i parametri conosciuti, ma con un leggero stato di preallarme che mi attraversava con un brivido la schiena, liberando quel poco di adrenalina sufficiente a tenermi sveglio e all’erta, come se al di là della prossima duna avessi potuto veder spuntar fuori qualcosa di sorprendente, di inimmaginabile.

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Più tardi mangiammo carne in umido (di cosa non ricordo) riscaldata da alcune donne su un fuoco di fortuna, al riparo di alcuni cespugli fitti ma spogli, dove alcune capre macilente si contendevano un unico alberello dalle foglie striminzite e ingiallite. L’esile tronco era protetto da alcuni giri di filo spinato. Dunque quell’albero ha un padrone, pensai, e così le capre! Ma, a parte le rovine di un muro di cinta ocra, due colonne e un capanno di legno, latta e chiodi, tutt’intorno non vedevi altro, fino all’orizzonte lontano.

Quel luogo aveva mai avuto un nome? E quel muro, avrà forse racchiuso un cortile, un porticato fresco e ombreggiato dove avevano sostato un tempo i nomadi con le loro carovane?

Le nostre guide mi raggiunsero e, mentre Jamal si allontanò per pisciare, Sawira mi confermò che le rovine erano proprio quelle di un caravanserraglio che la guerra aveva finito di distruggere.

– Ma perché questo conflitto? E perché diavolo si stanno contendendo l’ex Sahara spagnolo? – chiesi – Qual è l’obiettivo?

– La storia del popolo Saharawi somiglia un po’ a quella della Palestina solo che per una superficie grande come la metà della Francia ci sono appena mezzo milione di abitanti. Quando gli Spagnoli hanno abbandonato il Sahara occidentale hanno “delegato” la loro colonia ai marocchini. Questi hanno attraversato la frontiera e occupato gran parte del deserto in una sola notte, durante la quale hanno ammazzato migliaia di civili. E sai perché? Perché il Sahara è ricco di fosfati e anche perché la costa è la più pescosa di tutto il continente. Per questo è nato un fronte di liberazione che organizza la guerriglia contro gli occupanti.

Jamal si avvicinò e ci esortò a raggiungere la colonna. Era ora di rimettersi in viaggio. Aveva una piccola valigetta di legno sotto al braccio che, ne ero sicuro, non avevo visto prima. La posò in terra, quindi infilò una mano in tasca e tirò fuori una busta di tabacco, riempì una pipa e accese. Tirò due boccate. L’odore dolciastro del kif marocchino m’arrivò alle narici. Disse: su, andate, un minuto e vi raggiungo.

E mo, sta cassetta? – rimuginai – Da dove cavolo è uscita fuori?

Sawira mi prese per un braccio e mi accompagnò fino alle auto. Tonio e il Traga sonnecchiavano seduti in terra, all’ombra del pick-up. Il sole era alto e picchiava duro. Pensai che dopo, in viaggio, avrei dormito anch’io, magari con la testa poggiata sulla sua spalla, chissà.

Mi svegliai qualche ora dopo davanti a uno splendido specchio d’acqua limpida circondato da palme e alcune case basse. Eravamo nei pressi di Akjouit, un po’ fuori asse dal percorso previsto.

Ero solo nell’auto. Sawira e altre donne si erano incamminate verso non so dove per darsi una rinfrescata, mentre Jamal, in piena discussione con alcuni agenti di polizia armati di M42, tentava disperatamente di negoziare il passaggio del convoglio. Poco dopo, ci comunicò che avremmo dovuto puntare direttamente verso la costa, un itinerario obbligatorio che ci avrebbe fatto perdere diverse ore di viaggio, ma senz’altro più sicuro e che comunque non avevamo scelta.

Più tardi, a metà pomeriggio, trovammo ancora un posto di controllo, questa volta militare. Un tipo graduato, dopo averci interrogato a lungo sui motivi del nostro viaggio, tentò di sfilarci l’unico apparecchio fotografico prendendo a pretesto il fatto che in zona di guerra era vietato scattare foto. Tonio sfilò due biglietti dal calzettone, cercando di non mostrare la mazzetta di banconote, e ce la cavammo con qualche dollaro piegato in due nel passaporto. Quando riprese il documento, a mezza voce, brontolò che il gruzzolo stava calando miseramente e che le proteste e le lagnanze del Traga avevano un fondo di verità.

– Ad essere proprio sinceri – aggiunse –  mi pare più un percorso di guerra che altro! Ci penso e ci ripenso e vedo solo problemi e disagi. Inoltre, il primo stronzo che passa ci taglieggia… Ho paura che uno di questi giorni ci derubino di tutto e ci lascino in mutande dietro qualche duna. Confesso che non mi sento affatto tranquillo.

Il Traga corrugò la fronte e imbronciò la bocca, approvando con quella semplice smorfia le affermazioni di Tonio.

L’ufficiale intascò il denaro e ci rese la vecchia Nikon, quindi impartì alcuni ordini mentre i soldati frugavano affrettatamente gli automezzi perquisendo qualche passeggero a caso. Molte donne furono risparmiate. Osservai Sawira mentre aggiustava e riannodava il turbante. Se ne rese conto, portò le mani ai fianchi e, quasi in segno di sfida, mi fissò. Le feci un cenno timido e impacciato con la mano e mi diressi all’auto, piuttosto confuso. Tonio, che aveva l’occhio lungo, si avvicinò e mi disse di fare attenzione con quella donna, soprattutto di non calpestare i piedi a nessuno.

– Ma di che parli? – reagii. Lui fece un risolino sciocco, poi ridivenne serio.

– Stai in campana, Ni’, che abbiamo già abbastanza guai così, non ce ne cerchiamo altri.

Mi dette una pacca sulla spalla, quindi mi piantò in asso e prese posto sul pick-up, davanti.

Sapevo che aveva ragione. Avevamo ben altre gatte da pelare che stuzzicare il destino con delle guasconate da galletto presuntuoso. Mi chiesi se in fondo non ero spinto solo da una vana curiosità. D’accordo, forse lei era un po’ civettuola, e allora? Al momento, era ora di andare avanti, rimettere in piedi il viaggio e recuperare la Land a Dakar, evitando storie inutili e probabili complicazioni.

E lì, mentre elucubravo su queste “sagge” cose, mi passò accanto toccandomi di sfuggita, quasi inconsapevolmente. Ma non era così, l’avevo ben percepito: aveva scelto l’attimo esatto per colpire di nuovo, proprio quando stavo decidendo che era meglio pensare ad altro e starmene al posto mio…La maga!

Mentre si voltava, sicuramente per soppesare gli effetti di quello sfioramento, saltai sul retro della camionetta e mi sedetti accanto al Traga.

– Sembri un po’ teso – fece quest’ultimo – Dai che ci facciamo una bella briscoletta.

 

° ° °
Il destino ti aspetta sulla strada

che hai scelto per evitarlo

(Proverbio arabo)

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Prima di sera, gli autisti spensero i motori, gli uomini scesero e accesero due fuochi a una ventina di metri l’uno dall’altro, pronti ad affrontare la notte all’addiaccio.

Dopo un paio di scatolette di carne in scatola, anche noi, come la maggior parte dei viaggiatori, ci munimmo di coperte o pelli di montone e ci unimmo in cerchio intorno al fuoco. Le donne e i bambini restarono sulle camionette.

Il Traga fumò un’ultima Fortuna, si avvolse nel sacco a pelo e si allungò poco distante.

– Sono ridotto uno straccio, ringhiò mentre sistemava la Glock fra il plaid e il sacco a pelo.

Aveva un aspetto da schifo, con un febbrone sul labbro e grosse borse sotto agli occhi. Dopo dieci secondi iniziò a ronfare.

Tonio ed io vegliammo con gli altri, bevendo tè forte vicino alle fiamme, scaldando così i corpi esausti dal lungo e scomodo percorso.

Una donna intonò una nenia dolce. Più lontano, un’altra voce si unì al canto. Da poco era sceso il tramonto, e la sera stentava ad affermarsi. Una luce debole e incerta lumeggiava le dune, sostenuta dai raggi di una luna bassa sull’orizzonte e il tutto dava una strana impressione di cartolina postale. Anche I cavalieri, forse una ventina, apparsi improvvisamente e senza un rumore sull’altura, sembravano posticci, innaturali.

Guarniti delle loro lunghe vesti, immobilizzarono i cammelli sul profilo della collina di sabbia.

Alcuni animali blaterarono. Due di loro, in prima fila, si inginocchiarono e i loro cavalieri scesero e si incamminarono verso di noi.

Il crepitio del fuoco evidenziò il silenzio. Jamal, rimasto con il braccio e la teiera a mezz’aria, in tono sommesso disse: Ils sont arrivés!

– Gli uomini blu? – chiese Tonio – i Tuareg?

– Non solo – aggiunse l’altro mentre caricava la cuccuma di menta e la posava sulle braci – Nella popolazione sahariana, ci sono anche berberi, almoravidi, ma questi che si avvicinano si, sono Tuareg, come me d’altronde.

I due uomini, fucile alla mano, portavano una tunica color indaco e i loro volti erano protetti dalla fascia del turbante.

Si avvicinarono. Jamal riprese la teiera, la alzò oltre la propria spalla e lasciò colare nei piccoli bicchieri ricamati, dall’alto, con mano ferma e esperta. I due salutarono quindi si inginocchiarono e bevvero il tè avidamente, quasi d’un fiato. Uno dei due alzò il fucile e fece un cenno verso il drappello armato e quelli smontarono da cammello.

La storia era poco chiara. Non si capiva bene. Erano amici o nemici? Pro o contro? I due porsero di nuovo il bicchiere e Jamal versò di nuovo il liquido scuro e fumante. Il silenzio restava ancora padrone del campo. Forse troppo. Jamal si alzò e andò rapidamente alla camionetta. Quando tornò aveva quella specie di ventiquattr’ore artigianale apparsa dal nulla qualche ora prima. La porse ai cavalieri. Ci fu un breve confabulare dei due che poi sorrisero e ringraziarono chinando il capo, quindi fecero entrambi un cenno verso i loro uomini. Un altro cavaliere si avvicinò. Aveva una barbetta lunga e grigia e, al posto del turbante, indossava una specie di papalina bianca. Porse un sacchettino in pelle a Jamal poi prese la valigetta e l’aprì per controllarne il contenuto, quindi alzò il fucile in aria e subito dalla collina si levò un grido di esultanza, simile al grido di gioia che fanno le donne ai matrimoni arabi o quello degli indiani nei film del far west. Il suono lungo e vibrante risuonò fra le dune.

E lì, il Traga aprì un occhio. Inaspettatamente, con un movimento brusco si liberò dal sacco a pelo e dal plaid nel quale s’era attorcigliato e schizzò in piedi. I due uomini puntarono l’arma nella sua direzione e urlarono qualcosa in arabo. Lontano, sulla duna, la risonanza secca e argentina delle leve di scatto dei moschetti restò sospesa nell’aria.

– Ecco! – sussurrò Tonio – Adesso cominciano i guai!

Jamal reagì immediatamente e intervenne:

– Siedi qui con noi! – ordinò – Questa è brava gente, non temere.

Il Traga ci raggiunse, traballante e pallido, con uno sguardo strano, quasi assente; avresti detto che una parte del cervello stava cercando di riprendere un sogno interrotto mentre l’altra lo obbligava a valutare la realtà dei fatti: una orda di cavalieri armati appostati sulla collina, due dei quali vicino al fuoco col fucile puntato.

Si sedette, accese una sigaretta e esclamò, fissando la vecchia carabina del Tuareg:

– Ma dai! Tel vist che roba? Siamo circondati da beduini armati di fucili d’assalto dell’ultima guerra. Cose da pazzi! ‘Sto viaggio sta diventando un vecchio fumetto o un racconto di Salgari, come quello sui predoni del deserto.

Mentre Jamal faceva rientrare le cose nell’ordine a suon di bicchierini di tè e sorrisi ossequiosi, il Traga si alzò di nuovo e andò a cercarsi le sigarette vicino al sacco a pelo. Ne fumò almeno tre una dietro l’altra, l’orecchio teso, sicuramente intento a carpire le sfumature di voce dei nuovi arrivati mentre discutevano con Jamal. Ogni tanto abbozzava un sorrisetto divertito.

Il tono della discussione era pacifico e non c’era nessuna tensione nell’aria, seppure la presenza di quelle armi avrebbe indicato il contrario. Ad ogni modo, anche se avevo deciso di accettare un po’ tutto di quell’avventura, troppe cose stavano sovraccaricando la mia mente, una dietro l’altra e, quanto a sensazioni forti, stavamo superando il limite del tollerabile.

Non era ancora notte e già avevo voglia che il sole riprendesse il dominio del cielo e cacciasse via il trambusto, l’ingorgo di avvenimenti di quegli ultimi giorni e forse anche i lunghi sorrisi di Sawira. La spossatezza e la confusione stavano infiltrando, avvelenando lo spirito del viaggio e, come se non bastasse, il Traga si stava intromettendo in una discussione fra arabi e la cosa mi impensierí ulteriormente.

Si rivolse a quello che sembrava essere il capo, un po’ inglese, un po’ francese, e anche con delle cose in milanese, mentre la nostra guida continuava a versare l’infuso con le foglie di menta. L’altro, dapprima ascoltò in silenzio poi iniziò a rispondere, sembrando apprezzare lo scambio di idee.

Alcuni uomini del secondo bivacco si avvicinarono; portarono le loro coperte e si aggiunsero alla riunione formando così due file, due cerchi ammassati l’uno contro l’altro. Con i volti scuri, tinteggiati dal tremolio delle fiamme, ridevano, fumavano e bevevano tè bollente osservando divertiti quella scena surreale con un Traga, di nuovo in forma, che si sbracciava mischiando lingue e dialetti, catalizzando l’attenzione di tutti.

Di nuovo il freddo cominciò a pungere. Tentai di resistere, mi avvolsi la coperta sulle spalle e allungai il bicchiere per farmi riservire, mentre il profumo di Sawira mi arrivò alle narici. Sentii la sua gamba toccarmi di lato.

– Fammi un po’ di posto – disse con disinvoltura spingendomi di lato. Mangiucchiava dei biscotti secchi, ne dette un po’ a me e a Tonio.

– Ma che racconta? – mi chiese quest’ultimo.

– Bah! Parla di armi, dice che il padre ha un vecchio fucile a retrocarica come quello del capo.

– E l’altro?

– Parla di guerriglia. Afferma che un manipolo di uomini che adotta armi poco sofisticate avrà necessità inferiori in termini di logistica e organizzazione. E che con i loro fucili antiquati possono dare del filo da torcere a chiunque e che la chiave del loro successo è la mobilità.

– Non saranno mica predoni.

Sawira s’intromise:

– La metà di questa gente viene da lontano, alcuni addirittura dal mio paese, il Mali, oltre ottocento kilometri di piste e strade dissestate. Hanno viaggiato giorno e notte. Quello con la barba e il cappellino bianco è un guaritore, una sorta di stregone di una tribù Bambara. Ce ne sono senz’altro degli altri lassù. Vengono da Banamba o da Kayes, dalle miniere di kimberlite, da cui si estraggono diamanti.

Tonio mi bisbigliò all’orecchio:

– E lei? Dì un po’, che ci fa lei accanto a te?

Non risposi. O meglio, non seppi rispondere. Decisi di concentrarmi sulla discussione intorno al fuoco ma la cosa cominciava lentamente a sfuggirmi di mano. Sentii la sua mano sfiorare la mia, impercettibilmente, e le parole del Traga e del Tuareg divennero lontane. Iniziai a camminare sull’orlo di un precipizio e, invece di cercare un solido appiglio, strinsi la sua mano.

T’as froid? – disse – Sai, più in là ho montato la canadese. Puoi riposarti un po’ e proteggerti dal freddo.

– Una tenda? Non me ne sono nemmeno accorto.

– È un po’ in disparte, guarda è laggiù, dietro quella grande.  

Mi resi conto che altri avevano montato un telone fissato su pali che formava un riparo con tre pareti e un’apertura davanti, come un piccolo padiglione da fiera.

Lei disse : T’as vu combien d’étoiles ?

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Flickr

 

 

° ° °

Quando mi risvegliai era già passata l’alba e un sole di un bell’arancio schietto colorava la sabbia restituendo alle dune tutta la loro magia. Dei cavalieri e dei cammelli più alcuna traccia. Anche Sawira s’era eclissata, dissolta nel nulla. Mi alzai e la cercai dapprima con lo sguardo, poi feci un giro. Guardai fra quelli che dormivano ancora, fra quelli già in piedi, nelle camionette e ancora più in là arrivando fino alla sommità della collina. Quando tornai giù, a mia grande sorpresa la riconobbi, anzi riconobbi il suo sguardo. Non aveva più la lunga veste bianca ma indossava pantaloni a mezza coscia e camicia color kaki e un foulard avvolto sul viso che le lasciava scoperti gli occhi.

– Allora? – chiese, con una borraccia d’acqua in mano – Tè o caffè?

Sorrisi e le dissi di aspettare un attimo, che avrei chiamato anche gli amici. Lei si avvicinò al fuoco.

Trovai il Traga accucciato dietro al cassonetto della Peugeot, impegnato a lubrificare la canna della Glock. S’era tolto il turbante rosso e aveva calzato un berretto di lana. Aveva la fronte imperlata di sudore e le guance scurite dalla barba vecchia di diversi giorni. Parlò senza alzare gli occhi dall’arma.

– Non si sa mai – grugnì – Questa volta è andata così, ma la prossima?

– Bah! Penso che più a sud staremo tranquilli! Stasera saremo a un passo dalla frontiera. Dai che ci siamo.

– Cribbio! E prima i rivoltosi su una specie di nave suicida, e poi i guerriglieri nel deserto… Tranquilli dici? Ma come diavolo fai a stare tranquillo. Non vedi come tutto s’incasina a mano a mano che si prosegue? Stiamo attraversando un paese in guerra e non sappiamo nemmeno se ne usciamo. Io, caro mio, preferisco tenermi pronto.

– Pronto a far cosa?… Ma non diciamo cazzate! Dammi retta, non si può controllare tutto e sempre. Ci sono stati imprevisti e ce ne saranno altri. In fondo abbiamo sempre incontrato gente che, in un modo o nell’altro, ci sono stati d’aiuto. Zacarias ci ha presentato Brahim, Brahim ci ha fatto incontrare le guide Tuareg… Detto fra noi, niente di tutto ciò che abbiamo vissuto è poi così drammatico.

– Parla per te che ti limoni la nomade alla chetichella. Insomma, io resto all’erta e tu pure  dovresti, ascolta me.

Si alzò, si soffiò il naso con le dita e aggiunse: – Oggi sto male da cani. Sono andato a sciolta e ho la pancia in subbuglio. Penso proprio che quella sosta in albergo di cui si parlava, diventi necessaria.

Avvolse la pistola nel panno e rivolse lo sguardo verso Tonio, Nelson (l’uomo col cappello) e la nostra ammaliante guida, seduti accanto alle braci aspettando il caffè turco che fremiva nel bricco di rame.

Sawira alzò il capo e ci squadrò. Avrei detto con sospetto e la cosa non mi stupì, visto l’atteggiamento diffidente del Traga. Per quanto mi riguardava, la trovavo solo e comunque affascinante, anche col camiciotto coloniale e i pantaloni ampi e corti alla zuava, e non riuscivo minimamente a dubitare che potesse essere animata da oscure intenzioni. Ma il Traga non era caduto sotto il suo fascino e la pensava diversamente. A conferma di ciò, abbozzò un risolino bieco a fior di labbra, aggrottò le sopracciglia e riprese:

– Guarda, pure questi sono strani, ambigui. Scambiano robe con i ribelli. Chissà che non scambino anche noi contro chissà cosa.

– Allora? Cosa pensi di fare? Ormai siamo in ballo, non vedo soluzioni di ricambio.

– Intanto, a Nouakchott, diamo il benservito a Jamal e la tipa. Paghiamo quello che resta da pagare e continuiamo con altri mezzi. Brahim ha parlato di taxi collettivi fino a Dakar, ebbene ne prendiamo uno e ciao!

Io, da parte mia avrei continuato volentieri con la carovana. L’idea di allontanarmi subitamente da Sawira non mi andava giù. Ma dovevo attenermi alla maggioranza come dall’inizio del viaggio: due voti su tre per qualsiasi decisione. Ci incamminammo verso il fuoco di campo. I tre ci fecero un segno di saluto.

– Di un po’ – aggiunse alla vista dell’insolita caffettiera – Ma quello è caffè?

– Si, in effetti ero venuto a cercarti per questo. Sawira fa il caffè turco. Sarà un po’ forte ma ci farà bene. Dai andiamo, che fra poco si riparte.  

°  ° °

E tu eri là,

fra una storia che va e un’altra che viene.

 

Feci quasi tutto il tragitto dietro, sul cassonetto, poiché il Traga aveva una febbriciattola che lo faceva sudare e la nausea, allora lo lasciammo davanti, da solo accanto a Jamal, poiché Sawira aveva cambiato camionetta ed ora guidava un vecchio Suzuki, dacché l’autista s’era ferito cambiando una gomma, dandosi un gran colpo alla base del naso con la manovella di un vecchio cric a pantografo.   

La pista era buona e lo sballottamento meno duro da sopportare. La velocità di crociera aumentò e nel pomeriggio fummo a un centinaio di kilometri da Nouakchott dove un ennesimo posto di blocco con pochi militari scoglionati arrestò il convoglio. Dettero una rapida occhiata alle auto, senza ficcare il naso nei bagagli e ci lasciarono ripartire.

Più in là trovammo un abitato con alcune case basse e un piccolo emporio che vendeva acqua, coca cola, seven up, latte, legumi secchi, frutta e bonbon.

Jamal ci annunciò che non avremmo più “pernottato” nel deserto e che, una volta raggiunta la capitale, per chi avesse voluto, c’era la possibilità di passare la notte in un alberghetto poco caro oppure in famiglie ospitanti, che loro avevano gli indirizzi giusti. L’indomani mattina oltre la metà del convoglio avrebbe passato la frontiera in direzione di Dakar mentre due automezzi messi male sarebbero rimasti in prossimità della frontiera in attesa del loro ritorno. Seppi allora che Sawira non avrebbe continuato il viaggio e che avrebbe aspettato il rientro del convoglio con le due auto. Provammo a discutere sul proseguimento del viaggio ma il Traga era messo male e cominciò a dare di stomaco e a svuotare le viscere.

– Sto a pezzi  disse, prese la Glock e me la confidò  Tienila tu, mi raccomando. E… – esitò a lungo prima di continuare – … Tieniti alla larga dalla fattucchiera. Non ho ancora capito bene ma ho un brutto presentimento, c’è qualcosa che non quadra.

Presi la semiautomatica e tornai all’auto per infilarla nel mio bagaglio. Sawira, lupus in fabula, era appena scesa dall’automezzo e stringeva qualcosa in mano. Era quel sacchettino di pelle che avevamo visto la notte precedente? Non ne ero sicuro.

Si allontanò rapidamente. Io presi il borsone per infilarci la Glock e, a mia grande sorpresa, lo trovai aperto. Svuotai tutto e controllai ma non mancava nulla.

Cercai di raggiungerla, era nel piccolo emporio e comprava gomme da masticare. Disse, a bruciapelo, senza darmi il tempo di aprir bocca:

– Dovresti comprare della Coca per il tuo amico. In questi casi è benefica!

Scartò il pacchetto delle peppermint e me ne passò una. Era nervosa. Quel sorriso che le illuminava perennemente il viso aveva lasciato il posto a un’espressione preoccupata e amara. Comprai la Coca e uscimmo. Il vento si stava alzando di nuovo e alcune nuvole giallognole procedevano spedite verso la costa.

– Siamo quasi arrivati – disse, guardando anche lei in alto – Il clima sta già cambiando. Sul litorale è tutta un’altra cosa, vedrai, magari troviamo pure la pioggia.

Eravamo entrambi impacciati e poco accessibili. Sembrava il preludio di un addio, un addio fra due persone che in fondo non avevano ancora avuto il tempo d’incontrarsi. A prescindere dal motivo per il quale una relazione finisce, ci meritiamo di essere guardati negli occhi e farci spiegare, e spiegare. Ma lì era diverso, poiché per lei non era una fine ma una semplice messa a punto, un chiarimento. Ma questo lo capii solo diverse ore dopo.

Si fermò e mi si piantò dritta davanti. Pensai che anche se avessi scelto di chiudere quella parentesi, che aveva peraltro un non so che di “incompiuto”, non avrei potuto resistere più di tanto al fragore di quegli occhi.

I suoi seni abbondanti tiravano sui bottoni della camicia e il suo alito arrivò sulle mie labbra.

– Mi dispiacerà molto vederti andar via – disse, quindi tirò la stoccata finale, un bacio sulla punta dei piedi all’angolo della bocca.

Sentii uno sguardo dietro la nuca e mi voltai. Era Nelson che fece finta di non vederci e entrò nella botteguccia. Ripresi fiato.

– Non so ancora se continuiamo con Jamal o se prendiamo un taxi, non s’è ancora deciso – farfugliai, assaporando quel po’ di saliva rimasto sulle labbra – Dipende da come si sente il mio amico.

– Per me ho già deciso. Ci sono due “automezzi” che hanno bisogno di un buon meccanico. Non vale la pena di forzare e portare queste due auto più lontano e, per quanto mi riguarda, un po’ di riposo mi farà bene. Da due mesi faccio su e giù, senza sosta. D’altronde, molti passeggeri si fermano qui, nella capitale. Jamal può continuare da solo. E voi? – mi chiese, stavolta con un abbozzo di sorriso – Perché non vi fermate due o tre giorni? Nelson scende giù a Dakar tutte le settimane. Compra frutti e cereali che rivende qui. Ha il furgone a Nouakchott. Va giù a vuoto, potreste scendere con lui e non vi costerà nulla, così il tuo amico avrà il tempo di rimettersi in forma. Col germe della “turista” non si scherza, è un’infezione leggera che dura qualche giorno ma, se non la si cura subito, lo raccogliete col cucchiaio. E poi, potreste visitare l’isola di Saint-Louis, vicino alla frontiera. È lì in effetti che mi fermo. Una mia amica Wolof gestisce un piccolo albergo nel quartiere storico, con vista su un ponte costruito dallo stesso Eiffel, quello della torre parigina. Allora, che ne pensi?

Più tardi, informai i miei compagni di viaggio della proposta di Sawira. Naturalmente la cosa non piacque a nessuno. Sospettai un pizzico di gelosia da parte loro anche se la storia del sacco aperto aveva messo anche a me qualche dubbio. Affascinante e intrigante, in lei percepivo un pericolo attraente, come il richiamo del vuoto. Provai a insistere puntando sul malanno del Traga, ma lui tagliò corto:

– Febbre o non febbre io domattina monto su un taxi e mi lascio alle spalle ‘sto cazzo di deserto!

° ° °

Quella notte dormimmo a Nouakchott, una città in espansione che iniziava a riempirsi di nomadi in via sedentarizzazione, in quartieri improvvisati con case costruite in modo disordinato, senza nomi di strade e numeri sulle porte.

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Trovammo l’albergo non senza fatica, una specie di pensione familiare con acqua corrente e letti buoni. Sulla porta, all’entrata, c’era una targa con scritto “hablamos espagnol“. A pochi metri, una capra legata al muro, masticava un tutolo di mais.

Il posto era calmo e odorava di cucina speziata e pesce fritto. Nel salottino, semplicemente decorato con tappeti e cuscinoni ricamati, un piccolo televisore con l’antennina portatile trasmetteva canti alla gloria del Profeta.

Ci servirono tè caldo prima di accompagnarci alle due camere affittate per la notte.

Il proprietario si occupò del medico e il Traga cominciò a prendere dei farmaci contro la famosa diarrea del viaggiatore iniziando una vera e propria terapia reidratante a base di bevande zuccherate e riso.

Con Tonio, anch’egli febbricitante, mangiarono molto presto, in camera, e caddero subito nel sonno.

Sawira dovette raggiungere Jamal alle porte della città, più tardi ci saremmo incontrati per mangiare un boccone insieme, in un posto tipico non lontano dal mercato del pesce. Io e lei da soli, questo era il programma, un magnifico programma che già cominciava a mettermi in ansia.

Prima di partire, si sciacquò rapidamente nel bagno della mia camera. Ne uscì vestita di un tessuto zafferano avvolto sul corpo. Notò il mio sguardo sulle sue forme armoniose e tondeggianti poi prese il suo sacco, ne rovesciò la metà sul letto e ne cavò una boccettina. Dopo aver raccolto i capelli in uno chignon improvvisato, si profumò la nuca guardandomi fissamente.

– Ragazzo mio – sospirò – Credo sia meglio ch’io scappi via… Per ora!

Di spalle, sulla porta, esitò un attimo, si girò e aggiunse:

– Hai i capelli un po’ troppo lunghi, dovresti dargli una sistemata. C’è un barber shop a una cinquantina di metri, chiude tardi. A proposito, ti ho lasciato un piccolo souvenir… A dopo.

Vidi il flaconcino sul cuscino e sorrisi.

Era appena il tramonto. Dopo aver fatto scorrere a lungo l’acqua sotto la doccia, indossai jeans e maglietta puliti e mi recai all’indirizzo, sul porto, una specie di taverna a cielo aperto nel bel mezzo del brulichio della fine giornata dei portuali.

Dalla terrazza si intravedeva il viavai delle piroghe multicolore che fendevano le acque lambite dagli ultimi raggi di sole. In alto, centinaia di gabbiani dagli stridìi acuti e persistenti svolazzavano intorno alle imbarcazioni alla ricerca di pesce o di rifiuti.

Nello spazio di poche ore il quadro era completamente cambiato, e già quei due giorni di sabbia, di dune sagomate dal vento, di polverone e labbra screpolate, mi sembravano un affare superato, un ricordo lontano. L’odore del mare, la salsedine e le grida degli uccelli affamati avevano spazzato via d’incanto l’autorevolezza del deserto e i suoi eccessi.

Dopo un paio di birre gelate, ordinai un vino del Marocco e me ne versai un gran bicchiere. Presto Sawira mi avrebbe raggiunto e avremmo cenato insieme. Vedrai! – mi aveva detto – fanno il miglior stufato di montone di tutta la città e hanno anche dei buoni vini.

Ero in un uno stato d’animo particolare, felice di quella cenetta a due e infelice perché quello era probabilmente l’ultimo incontro. L’indomani la mia Circe di Timbuctu avrebbe raggiunto Saint Louis mentre noi avremmo preso la strada della frontiera, verso Rosso.

Avevo stomaco vuoto e gambe mollicce e al secondo bicchiere cominciai a guardare nel vuoto e contare nervosamente i minuti e poi i quarti d’ora e le mezz’ore. Continuai a bere, a piccoli sorsi, centellinando il vino con sempre meno entusiasmo, abbandonandomi a ricordi d’ogni genere tanto per tenere botta.

La taverniera, una donna grassa e scura vestita con un eccentrico caffettano giallo mi portò un po’ di merluzzo fritto. Si piantò davanti al tavolino con i suoi occhietti scuri e ridenti. Disse Lei è bianco da far paura… Mangi qualcosa. Non voglio morti in casa mia! Sorrisi, ringraziai e subito agguantai i tranci di pesce.

Riempii di nuovo il bicchiere e alzai lo sguardo. La luna avanzava timidamente nel cielo e le stelle invadevano la notte. Si era fatto tardi.

Lo stupore e la delusione si alternarono ai bocconi di pesce e al rosato di Meknes e, alla fine della bottiglia, arrivai rassegnato alla conclusione che quella era una buca. Una bella stronzata di buca!

Ora il ristorante batteva il pienone e c’era gente in piedi che aspettava un posto a sedere. Mi guardai intorno ed ero l’unico Cristo solo a un tavolo. Ordinai ancora un bicchiere di vino e, in ultimo, un’acquavite di datteri fatta in casa.

– Le hanno tirato un bidone? – chiese la taverniera, seguita da vicino da un’altra grassoccia, anch’essa in un caffettano variopinto – Nella vita ci sono più cose belle che brutte e, mi creda, è dalle grandi delusioni che nascono le grandi occasioni. Non è d’accordo?

– E già – risposi, dopo aver scolato il liquore d’un fiato – Un bel bidone! Quanto alle possibili “grandi occasioni” non è serata.

Alcuni vicini di tavolo, senz’altro degli europei, sghignazzarono. Uno di loro sbuffava nuvolette di fumo azzurrognolo da una lunga sigaretta dal filtro dorato. Detestai la sua faccia piena di venuzze rosse e i capelli unti e quel suo modo arrogante di fumare. Mi alzai e gli spensi la lunga cicca nel boccale di birra. Ero sbronzo.

Pagai pesce e vino un occhio della testa e corsi via.

° ° °

Le dieci di mattina. Nemmeno troppo tardi pensai, mentre saltavo giù dal letto bell’arzillo nonostante i leggeri postumi dell’alcol. Ero ancora in jeans e maglietta. Infilai la testa sotto lo scroscio del rubinetto del lavandino, mi asciugai e scostai la tenda che dava sul balcone. Era una giornata grigia con grossi nuvoloni da pioggia assiepati, bassi e minacciosi. Infilai le tennis e mi diressi al piano terra, in un cortiletto con tavolini e sedie di metallo dove i miei amici stavano bevendo il tè. Erano vestiti con abiti puliti; Tonio sudava copiosamente e si grattava le gambe mentre il Traga sembrava in forma ed era rasato di fresco.

Tel chì! – Fece quest’ultimo – Hai la faccetta stanca, ma hai dormito?

Prese una tazza e mi versò da bere. Che avesse recuperato si capiva dall’umore. Gongolò fra sé e sé e lanciò una seconda frecciatina:

– E gli addii con la bella sciura? – sparò a secco.

Mi sentii preso alla sprovvista e preferii ignorarlo.

– Allora, si parte? – dissi – Siamo pronti?

– Puoi fare la borsa – fece, in tono giubilante – fra poco si decolla. Il tipo dell’albergo ci accompagna ai taxi. Ci sono partenze tutte le ore, appena una vettura è piena si mette in viaggio.

Tonio brontolò: – Leviamoci da ‘sto cavolo di posto, alla svelta. Mi manca l’aria.

Si alzò e salì per primo in camera. Il Traga accese una sigaretta spenta a metà. Soffiò qualche anello di fumo nella mia direzione. Mi tornò in mente il tipo di quella notte, il vino, la locandiera e tutto il resto.

– Tonio ha trovato delle pulci nel letto – disse – ha le caviglie infestate di puntini rossi, è schifato. Il prossimo albergo lo sceglie lui. Così ha detto. Vuole una roba tutto comfort.

Stranamente, mi chiese se il fatto di aver interrotto il viaggio con Sawira avesse influenzato negativamente la nostra intesa, che si rendeva conto di essere l’artefice del cambiamento brutale di percorso ma che continuando in quel modo, lui e Tonio avrebbero finito per assumere un atteggiamento negativo nei miei confronti e questo era da evitare a tutti i costi.

– Ci avresti lasciato le penne!  – affermò – Quella non è più una ragazzina e poi, e questo nessuno me lo leva dalla testa, chissà in cosa ti avrebbe coinvolto.

Continuò la tiritera tirando in ballo il fatto che comunque lei non sarebbe scesa fino a Dakar e che quindi e comunque la cosa si sarebbe interrotta lì, a Nouakchott e che non dovevo prendermela più di tanto e altre cose sullo spirito di gruppo, l’amicizia, la complicità…

Io cercavo di prestare attenzione, ma la mia mente, come sprovvista di controllo, già vagava per conto suo e mi conduceva fuori da quelle mura, a ritroso, nel deserto, davanti alle sue spesse labbra e quegli occhi pieni di tenebre.   

Una donna con abiti senegalesi venne a sbarazzare le tazze e la teiera sottraendomi alle mie fantasticherie.

Era ora di muoversi. Scroccai una sigaretta al Traga e salii al piano.

 

Tirai fuori un po’ di cose dal borsone, presi una camicetta mal piegata e provai a stenderla sul letto. Troppo stropicciata. Infilai le mani nel sacco e rimossi quasi tutto, vestiti, scarpe, berretto, sciarpe e il mio diario di viaggio. Una busta scivolò fuori. Una busta di cui non avevo alcun ricordo. Era chiusa, leccata e incollata. La aprii e trovai una cartolina. Davanti l’immagine del ponte di Saint Louis, quello di Eiffel, non lontano dal famoso hotel dove avrebbe soggiornato Sawira. Sul retro una frase scritta a matita. Chissà, diceva, forse un giorno tornerai di nuovo, magari da solo. E poi un indirizzo, di Timbuktu. Sotto, incollata, sotto la trasparenza di una striscia di scotch, una pietruzza sfaccettata, un piccolo diamante grezzo.

Aprii la finestra e uscii in balcone. Guardai a sud, verso Saint Louis, a oltre trecento chilometri di distanza.

Da lontano, s’intravedeva un mare di uno strano colore ferruginoso e i primi goccioloni di pioggia cominciarono a tintinnare sull’inferriata. Il suolo polveroso, smosso dalla pioggia, emanò uno strano odore, sapeva di jella e di merluzzo fritto. Un rabbioso sentimento di frustrazione iniziò a pervadermi. Oh mio Dio! Pensai, deve avermi preso per un bamboccione. Ed io, io, sono proprio l’ultimo degli imbecilli.

Poi arrivò quel taxi, una vecchia Renault 12 verde mela con uno striscione giallo sul tettino. Depose un’anziana coppia davanti alla pensione. L’autista, aprì il bagagliaio, sfilò due enormi valige, le depose ai loro piedi e intascò il prezzo della corsa.

Lo interpellai con un fischio e, quando alzò lo sguardo, gli feci segno di aspettarmi.

Indossai la camicetta stropicciata, appallottolai e infilai il resto nel bagaglio.

Sulla porta, posai la mano libera sulla maniglia aspettando che il coraggio arrivasse. Era ancora a mezza strada, fra il cuore e il cervello ed io ne avevo bisogno subito per annunciare la notizia ai compagni di viaggio.

Sul corridoio, borsa in spalla, incontrai Tonio.

– Già pronto? – mi domandò – Dov’è il Traga? È ancora di sotto?

Esitai un attimo prima di dirgli la verità e chiedergli una piccola parte della cassa comune, quindi mi feci forza e svuotai il sacco. Terminai con:

– Vi raggiungo alle piroghe. Diciamo solo che faccio il giro più lungo.

Mi gettò uno sguardo scuro poi ridacchiò. Asciugò il sudore della fronte con il braccio e disse:

– Non serve a nulla dirti di non andare, vero? Suppongo che sia inevitabile.

– Sai, preferisco rischiare che rimpiangere di non averlo fatto.

– Allora ci si rivede a Ziguinchor, è così? – Tirò fuori i biglietti verdi dal calzettone, dopodiché aggiunse – Nonostante la pancia gonfia e i crampi, sai cosa sogno?

Mi ricordo che aveva gli occhi leggermente lucidi. Allungò il braccio e mi infilò la valuta nel taschino della camicia.

– Dai, spara! Di cosa hai voglia?

– Di una capricciosa, con le acciughe, il prosciutto e i carciofini a spicchi, tanti, tanti carciofini.

° ° °

L’auto, un mucchio di lamiere imbullonate e ribadite alla meglio, partì cigolando fumosa sotto una pioggia oramai battente. Si fermò allo stop prima di immettersi nell’arteria principale.

Mi girai e li intravidi sulla porta della pensione. Il fumo del gasolio combusto lasciava appena intravedere la scena: Tonio che si sbracciava e il Traga, di nuovo inturbantato, che agitava scherzosamente un fazzoletto nella mia direzione.

Con sorpresa, mi sentii subitamente solo. Sapevo che in quella separazione c’era qualcosa di sbagliato ma mi aiutò pensare che tutto era come doveva essere e che, comunque e al disopra di tutto, dovevo imperativamente finire quel qualcosa rimasto a metà.

Il taxi balzò in avanti e si ficcò di prepotenza nel traffico indolente di quell’umido mattino autunnale. L’odore dei gas di scarico si mescolò a quello della muffa dei sedili. Inspirai un po’ di esalazioni tossiche, stesi le gambe, appoggiai la testa sul borsone e lasciai infine andare il cervello: avevo diverse cose belle a cui pensare.


Aspetta non andartene: questa era la quarta parte! Ecco dov’è il resto della storia!

https://dimmiluna.wordpress.com/2016/04/18/blu-inferno/

https://dimmiluna.wordpress.com/2016/05/17/blu-inferno-parte-seconda/

https://dimmiluna.wordpress.com/2016/06/04/blu-inferno-parte-terza/

 

 

Er sorisetto

O sai?

Caronte vo’ ‘na monetina per pedaggio,12021195436_50c50afac6_z
E manco d’oro, ma solo luccicosa de sudore,
Tanto pe’ ripagatte der favore
de fatte traversá tranquillamente,
dopo ‘na vita de tribolazioni,
e giugne in quer paese,
dove che pare,
la gente è onesta e nun c’è so’ ladroni.
E poi, pe’ annà ‘n fonno ‘n fonno a ‘sto pensiero,
er cervelletto mio,
amico caro,
sta già seduto llì, su quella riva,
e guarda, stoico e divertito,
‘sta coda de papponi senza core,
convinti da fregà er traghettatore
Ma ce solo io, co’ quarche amico,
(Caronte quatto quatto è già partito)
Co’ sto pennello colore rosso impero
e ‘no striscione, l’urtimo, er più vero,
che nun c’è scritto gnente, proprio zero.
E aspetto,
senza stizza e nè dolore arcuno,
che se buttino a fiume, a uno a uno,
inzavorrati d’oro e de diamanti.
Belli e pesanti, certo, e co’ la panza piena,
ma già nun c’hanno più
quer sorrisetto tipico de iena.

Immagine in evidenza di Astuto Roedor

(Caronte –  Luca Giordano)
Seconda immagine di Lola Montiel
(“Perturba”- Monedas para Caronte…)

L’epicentro del viaggio

 Viaggiare mi lega all’immenso

 

L’avevamo trovato per caso, proprio quando le speranze di procurarci un passaggio a basso costo su un mercantile, cominciavano a affievolirsi.

Dopo aver passato l’intera mattinata negli svariati uffici delle compagnie di navigazione, entrammo nella più misera delle agenzie marittime di Las Palmas. Un ufficetto spoglio e malridotto, maleodorante di fritto e umidità. All’hotel, Donna Benita aveva detto: È un vecchio sparagnino, compra rattoppa e rimette in mare tutto quello che gli altri destinano alla demolizione, basta che galleggi. Quello vi prende su, ve lo dico io.

L’impiegata, una ragazzotta sorridente, tutta in carne, liberò tre panchetti dagli incartamenti e ci fece accomodare.

– Forse ho qualcosa per voi – disse – Devo solo verificare se “El Chapo” salpi ora o in serata. Credo che non abbiano ancora finito di riempire la stiva.

Fu rapida e efficace e, dopo un paio di telefonate, calcolò e annunciò il prezzo del trasporto fino a Dakhla, nel sud del Sahara.

– Non avete nulla per Dakar? – chiesi.

– No, le nostre navi non scendono così a sud e se perdete questa possibilità dovrete probabilmente ritornare su Cadice. Da lì, forse…

Ci consultammo con lo sguardo e annuimmo.

– Ok – dissi – eviteremo il deserto e i guerriglieri del Fronte Polisario viaggiando lungo la costa Mauritania. So che ci sono dei bei tratti di strada e piste protette dalle forze regolari.

La ragazza accennò un mezzo sorriso, decisamente finto. Quindi riempì la polizza di carico del fuoristrada e, mentre il Gatta controllava la ricevuta, intascò alla svelta i venti biglietti da dieci dollari che Tonio aveva sfilato da un calzettone.

– Dovete affrettarvi – ci esortò – mentre il brontolio di un tuono echeggiava prepotente in quel cielo grigio di novembre – Hanno annunciato un acquazzone da un momento all’altro.

Sulla porta aggiunse: – Ragazzi, avete un gran coraggio. Più di trecento miglia su un cargo dell’anteguerra. Bah! Che dire? C’è gente così, come voi, attirati dall’oceano come le papere da uno stagno.

 

*     *     *

 

Era un ex incrociatore degli anni trenta, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e rivenduto all’asta dalla marina imperiale giapponese negli anni sessanta.

L’armatore, il vecchio sparagnino, lo aveva acquistato per un tozzo di pane e ora trasportava merci sulla tratta che legava le isole Canarie al continente nero.

Quella sera, avremmo dovuto dunque caricare la vecchia Land Rover su quel ferrovecchio e prendere il largo per raggiungere la costa africana.

Arrivammo al porto sotto un nubifragio. Erano le diciotto e non si vedeva a un passo dall’auto.

– Ma è una mareggiata! – urlò il Gatta, davanti alle onde che allagavano l’imbarcadero e si infrangevano sulle ruote del nostro automezzo – Altro che acquazzone, e adesso valla a trovare la nave, al buio e in questo putiferio.

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Dopo un po’ rinvenimmo El Chapo. Squassato con violenza da una parte all’altra, strideva lamentandosi dei suoi mille acciacchi. Un rumore sinistro di lamiere tenute insieme e a stento dalla ruggine e dalla stoppa intrisa di catrame. Non c’era anima viva. Nulla: solo la bufera che imperversava e la disperazione, la nostra, infreddoliti com’eravamo e posseduti da atroci dubbi.

Non osammo scendere. Restammo al riparo nell’auto mentre le trombe d’acqua venivano giù, fredde e perverse.

Erano gli anni ‘70, la radio mandava in onda sweet home alabama, un fragile filo di spensieratezza in quel frangente buio e avvilente, dove sarebbe stato più appropriato un requiem di Mozart o una messa di Bach.

Non ce lo confessavamo, certo, ma ognuno in cuor suo se la stava facendo addosso. Tutti avremmo preferito il tepore dell’hotel di Donna Benita. A quell’ora di solito serviva gli stuzzichini e la sangria al bar del salone. C’erano sempre le acciughine bianche, calamares fritos e le croquetas di patate con pollo. Al solo pensiero veniva l’acquolina in bocca.

Ad un tratto, apparve un ragazzetto. Rischiarato dalla timida luce di un riverbero, scese dalla passerella e attraversò la nostra visuale. Un fuscello ossuto spostato qua e là dal vento, bagnato e tremolante, con una camiciola leggera, gli occhi truccati e una striscia di rossetto acceso sbavato fra bocca e naso. Dietro di lui spuntò un individuo a torso nudo, cadaverico, traballante, con un copricapo da marinaio. Un’apparizione, un’ombra, uno spettro con dei baffoni grigi sporchi di rosso. Una ventata si affrettò a portargli via il cappello, che volteggiò e cadde in mare. Non gli dette peso. Aprì con una mano la patta dei pantaloni e con l’altra finì d’un fiato quella che sembrava essere una birra da tre quarti. A passi incerti, scese la pedana coll’affare di fuori e si piantò a un passo dalla Land. Orinò a scroscio poi gridò qualcosa al giovinetto, del tipo “a presto, fiorellino”! Quindi frantumò la bottiglia contro la murata della nave e rottò a pieni polmoni.

– Allucinante! – esclamò Tonio, mentre quello risaliva sulla nave – In realtà comincio a divertirmi.

No a rump i ball, Ostia! Che non è il momento di scherzare – rintuzzò il Gatta, mentre addentava un resto di panino – Burdéll! Chissà cosa ci faranno mangiare su ‘sta cacchio de bagnarola.

– Ci daranno la stessa sbobba dei marinai – rincarò Tonio – D’ora in poi scordiamoci le raffinatezze.

Non dissi nulla. La fame e l’angoscia si erano occupati del mio stomaco, vuoto ma pieno di nodi.

Pensai a quanta gente stava già ai fornelli, preparando una buona cena, magari in famiglia, al caldo, lontano dalla pioggia battente e da quella nave fatiscente. Ma non noi, ovviamente. Obnubilati dalla sete d’avventura, ci ritrovavamo incastrati in quel vicolo cieco, soli e sconnessi dal mondo, tutt’altro che propensi a lasciare il certo per l’incerto.

Alcuni lampi tagliuzzarono l’oscurità illuminando il cargo, mentre il vento accompagnato dal fragore dei tuoni, mandava a cozzare tutto contro tutto, ululando cinico e divertito. Pareva un campo di battaglia dove si affrontavano cielo e mare, avvolti nella loro stizza, nella loro indifferenza all’uomo e alle sue fragili cose.

Le piccole imbarcazioni, ancorate e legate con grosse gomene alle bitte d’ormeggio, sobbalzarono mugolando malinconiche, come perplesse sul loro futuro.

Di colpo, la nave schiacciò i copertoni posti contro la banchina per evitare colpi secchi e si sfregò contro il cemento. Un lungo stridore d’abrasione s’aggiunse al chiasso della tempesta. Tutto era al limite. Nessun Cristo sensato avrebbe preso il mare in quelle condizioni.

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– Mi sentirei più al sicuro su un gommone che su questo secchio arrugginito – si lagnò il Gatta – due giorni su un coso sopravvissuto alla guerra, oh signur! St’odissea alla Corto Maltese mi ha rotto già i coglioni. Sapete che vi dico? Torniamocene in albergo, va’ a dar via el cul i duecento dollari! Ci siamo fatti fregare. Io, lì sopra non ci monto.

Girò la chiave, azionò i tergicristalli e accese il potente faro di ricerca sul tettino. Nessuno aprì bocca ma in fondo ci sentimmo tutti più leggeri. Forse non avevamo raggiunto la destinazione che c’eravamo prefissati, ma che importa, avremmo trovato un altro mercantile, o un altro punto di partenza o, alla peggio, un altro punto d’arrivo: l’importante era avere una meta. Ce ne voleva sempre una per andare avanti!

Poco dopo ammucchiammo le borse da viaggio sul parcheggio inondato del nostro amato hotel. Lo sfrigolio dei calamari nella cacerola di Donna Benita attraversava muri e finestre. Per ora era quello l’epicentro del viaggio. La nostra giovanile e vitale necessità di sentirsi altrove, preconizzò una pausa, un intermezzo, una notte “al calduccio” prima di riaffrontare l’impossibile.

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Foto:

Murales: https://www.flickr.com/photos/101922531@N02/23582234840/

Tempesta: https://www.flickr.com/photos/cherryispop/6523032577/

tempesta-2: https://www.flickr.com/photos/hndrk/1951201688/

Calamari: https://www.flickr.com/photos/70626035@N00/7313875726/

 

 

A “bombisogno”

 

Questa non è una novella, è solo un mix a cacchio di cane, una miscela di vecchie emozioni, e va bene così.

 

La gioventù è un sogno, una forma di pazzia chimica.

F. Scott Fitzgerald

 

A “bombisogno”…

…ce sarà n’antra guera.

 

Mi disse sì a fine febbraio, dopo una corte difficile, a singhiozzo, poiché padre e madre la tenevano stretta e lei usciva solo per andare alla Upim o al mercato.

La mia fu una vera partita di caccia, con appostamenti, pedinamenti e relativi agguati.

Una sera, non c’era un cane in giro, mi arrampicai fino al suo balcone e lasciai un mazzetto di fiori con un messaggio: Allora è sì, o è no? Guarda che non tengo più.  

Aprì la sorella, Antonietta, disse a mezza voce: È sì! È sì! Basta che la smetti de rompe.

– Je l’hai sfangata – esclamò Pier, amico e confidente – bravo, era ora! – Quindi dispiegò il giornale  e si soffermò sul titolone della prima pagina.

– Guarda qua: “Bestiale aggressione poliziesca contro gli studenti a Roma. Via la polizia dall’università”.  E io qui, a famme ‘e seghe. Nun so’ sceso nemmeno ‘n piazza…


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Siamo stati dei? Molto di più. Eravamo giovani.

 

Ivana era bionda, piccola e con le anche paffutelle. Aveva una bella bocca carnosa. Quando la baciavo aveva il sapore del latte in barattolo, quello della Nestlè.  

Cotto e senza via di scampo: ecco com’ero! Come se il cuore stesse sbocciando e salisse su, fino al cervello, invadendo e conquistando ogni parte di me. Un’occupazione pacifica del pensiero, millimetro dopo millimetro, giorno dopo giorno, inesorabile, che in pochi mesi mi aveva “rincojonito” (aggettivo di mio padre!) trasformando il mare spumeggiante dei miei diciott’anni in un laghetto calmo e placido dove nuotavano le papere.

Ci vedevamo di nascosto e con la sorella in mezzo, sennò niente. Gli appuntamenti erano fra i reparti del supermercato, al cinema o raramente alle festicciole, con gli amici. Ma il più delle volte, ci incontravamo in uno slargo, dietro al mercatino, nascosti dietro i camion dei rivenditori di frutta e verdura, mentre Antonietta girava fra i banchi, caricando la sporta di verze, aranci e insalate. Una mezz’oretta di baci e palpeggiamenti che ci lasciava senza fiato.  

C’era un altro pretendente, di un annetto più grande di me. Il suo bar era proprio sotto casa di Ivana, fra la macelleria e il portone. Non appena usciva gli s’incollava dietro, la seguiva e l’assillava. Era uno scansafatiche, e pure spocchioso. Un  “cazzaro” che se ne stava a panza all’aria coi soldi de’ mamma: il mattino al bar, il pomeriggio agli allenamenti del Bettini, la sera al bar, e nient’altro. Ma era più alto e più carino e col tempo ebbe causa vinta.

Per me, come per qualsiasi altro ragazzo al mondo, fu la morte nell’anima. Ma non bevevo (in effetti non m’ero ancora mai ubriacato) cosí decisi di scuotermi e trovarmi uno o due lavoretti, che a quei tempi erano ancora a portata di mano, cosí, tanto per non colare a picco.

Eravamo alla fine dell’anno scolastico, misi via rapidograph e  lucidi e mi detti da fare.

* * *

Nella vita mi sono innamorato solo di una bottiglia di birra e di uno specchio

(Sid Vicious)

 

Entrai nel bar della piazza, col cartoncino in mano. Il cigolio delle pale dei ventilatori accompagnava monotono i tremolii dei neon vetusti della vetrina delle paste.

Nonostante fosse ora di pranzo e malgrado la canicola, gli habitués erano al loro posto, irremovibili.

Fumavano. L’olezzo del tabacco appestava il locale. Presi lo sgabello accanto al “Secco” che, oltre di birra, sapeva di sudore rancido e patchouli.

Feci rumore e lui sobbalzò, distogliendo lo sguardo puntato fisso sullo specchio di fronte.

Mi guardò, senza vedermi. Poi, lentamente, si tolse gli occhiali da sole e abbozzò un sorriso. Aveva un boccale con mezza spina calda sotto al naso.

– ‘Tacci tua, Umbé – cincischiò, sfiorandomi la camicetta nuova con la punta delle dita – te sei rimesso a novo.

Aveva la bocca messa di sbieco, violacea, in tema con la polo color vinaccia, quasi sempre la stessa. Il jeans, logoro e abbondante e le tennis malridotte completavano lo stile trasandato, non ancora di moda.

– Nun sono Umberto, so’ Nino – risposi.

Ridivenne serio, rinforcò i Ray-Ban e riprese a fissare il suo riflesso, dissociandosi di nuovo dal vociare del bar e dal mondo in generale.

Poggiai il bristol formato lettera sul bancone. Scrissi “Cerco qualsiasi lavoro”, con un pennarello rosso, poi il mio numero di telefono.

Passai il cartellino a Modesto, il barman, che lo lesse più volte prima di incollarlo con lo scotch sulla porta vetrata, accanto al manifesto che annunciava l’arrivo imminente di un circo nel quartiere.

– Prendi grossi rischi – disse, col sorrisetto sotto i baffi – Immagina tutto quello che potrebbero proporti, ha, ha! E poi, messo così, mi sembra un po’ degradante.

Tornò accanto alla macchina del caffè, gongolando, tutto contento d’aver detto la sua.

Er Secco, già cotto da un pezzo, ravviò all’indietro i capelli lunghi e spettinati, poggiò la fronte sul bancone e cominciò a russare. Il braccio, cosparso di forellini rossi e lividi giallognoli, penzolava, agitandosi macchinalmente come la coda recisa di una lucertola.

– Ma ‘n vedi questo! – borbottò Giggione – E mo chi ‘o porta.

Restai un attimo a guardare fuori, contando i rari passanti e le poche macchine in circolazione. Era un mezzogiorno di luglio. Il sole s’era rimboccato le maniche e ci dava dentro, con gusto.

Mi girai e contai gli spiccioli in tasca: mi restava di che prendere un chinotto fresco.

Modesto mi servì la bevanda su una montagna di ghiaccioli, incassò le mie ultime monete e, guardandomi al di sopra degli occhiali, aggiunse:

– Innanzitutto è una bugia, perchè tu non sei capace di fare qualsiasi lavoro e poi, detto fra noi, non significa che sai fare di tutto anzi, al contrario, significa che non sai fare niente e, ancora peggio, che non hai un mestiere in mano.

Giggione, dall’alto del suo metro e novanta, annuì. Si avvicinò al Secco per sfotterlo: Aho, sei così zozzo che se te fai er bagno ar mare i pesci scappeno.

Pier, sbragato sulla seggiola di vimini, semi nascosto dietro al “Paese” decretò:

– A Ni, ch’ha ragione Modesto, tu sai disegnà? E disegna! Stai a perde tempo co’ tutte l’antre stronzate – abbassò il giornale e mi scrutò da capo a piedi – A proposito – riprese – se ch’hai ‘na piotta me pijo n’antra biretta. Su, che sto ‘n ‘bianco.

Rovesciai entrambo le tasche, a fargli vedere che non restava nemmeno la polvere. Allora cambiò bersaglio:

– A Modè – quasi urlò – famme buffo e tira fori ‘n peroncino dar frigo, daje!

Il tranvetto attraversò la piazza, avanzando lemme, scampanellando. Alla fermata scese Marino, detto “er micio”, carico di volantini. Ci raggiunse al bar, bevve un gran bicchiere d’acqua e distribuì i ciclostilati ai presenti. Annunciavano lo sciopero generale e una grossa manifestazione.

Co’ ‘sto callo! – punzecchiò Modesto – Ma come ve và d’arrostì ar sole.

Davanti alla vetrina, un signore grasso e bassoccio, lesse con attenzione il mio annuncio. Entrò, si avvicinò al banco. Disse: Ecco, mi interesserebbe incontrare quella persona, quella che cerca lavoro, naturalmente. Forse una cosetta ce l’ho.

Er Secco sollevò il capo, guardò il tizio con gli occhi appannati, sganciò un sorriso agli angeli, una scorreggia a chi gli stava intorno e reclinò di nuovo il capo sullo zinco, questa volta con un tonfo sordo.

* * *

 

La prima rosa che vendetti fu ai tavolini del bar Farnese, a un coattello con un panama leggero in capo, che voleva offrirla a una bionda dall’accento vagamente tedesco.

Pagò con un grosso biglietto,

Era una serata umida, alimentata da un vento impietoso che sbuffava folate calde e polverose.

Ricordo che il tipo, dopo aver afferrato il resto, dovette correre dietro al cappello, col fiore  in una mano e i biglietti da cinquecento nell’altra, intanto che la bionda s’alzava e spariva nelle viuzze laterali, quasi fuggendo via.

Girai per tutta campo dei Fiori, dove riuscii a smerciarne una decina, poi attraversai il fiume e feci le pizzerie e i ristoranti di viale Trastevere.

A mezzanotte in punto arrivai a Santa Maria, dove avevo appuntamento col tipo e una mezza dozzina di ragazze con i cesti delle rose semi vuoti.

– Ti sto aspettando da più di un’ora – si lagnò, mentre sfilava un supplì da un sacchetto e se lo infilava in bocca, sano sano – Quante n’hai vendute?

– ‘Na trentina – risposi passandogli i soldi – adesso contiamo.

– Solo?

– Come, solo? Come prima volta dovrebbe andar bene.

Dalla smorfia capii che non avrei più venduto altre rose, infatti espresse così il suo disappunto: – Nun te la prenne a male, giovinò. Guarda, Cosima n’ha date via più de settanta e le altre ‘na cinquantina. Me sa che te nun ch’hai voja de camminà.

Intascai le nove monete da cento lire che mi rivenivano e girai le spalle senza fiatare. Cercai un bar, bevvi un chinotto e rientrai in quartiere.

L’indomani, strappai via l’annuncio.

Modesto fece l’offuscato:

– Novecento lire pe’ trenta rose. –  protestò – A Ni’, se te fidi, stavorta er coso ‘o compilo io.

Prese un cartoncino arancione sul quale c’erano i prezzi dei vari cornetti, maritozzi e bomboloni, lo girò e scrisse sul lato bianco, esattamente così:

“Studente cerca impiego di breve durata, motorino proprio, quindi, a bombisogno pure fori porta. Nun s’accettano stipendi de fame” .

– A Modè, ma che c’entra mo ‘sto bombisogno?

– C’entra, c’entra, damme retta, significa “se serve”, “all’occorrenza”, magari qualcuno te propone quarcosa artrove.

– Guarda che l’avevo capito! È che nun ch’azzecca cor finale, perché pure qui semo fori porta.

Non rispose. Si fece un caffé e lo ingollò amaro. Era ancora mattina e c’era poca gente.

Er Secco, seduto sul solito sgabellone, ripeteva il suo rito misterioso: birra e immagine riflessa. Immagine riflessa e birra!

Modesto sospirò, poi soggiunse: – Penso che se nun ce fosse ‘sto specchio se scorderebbe chi è… Se nun è già successo!

 

*   *   *

 

Ne la malinconia de li ricordi

naturalmente resta er primo amore

come diavolo voi che me ne scordi?

Trilussa

 

Passai più volte sotto casa di Ivana, a pochi metri dalla fermata della linea del T3.

Un giorno finalmente la vidi mentre usciva dal portone. Aveva un bel sorriso, tutto estivo, euforico, in tema col solleone e il vestito corto a fiori. Me ne regalò un pezzettino, sgranando i denti bianchi e regolari, poi sparì dentro il negozio del macellaio: “Da Manlio, carni scelte, anche equine”.

Indugiai troppo. Un lungo minuto, volendomene per non aver traversato la strada, con la triste impressione d’aver sciupato qualcosa di vitale. Restai così, imbambolato, finquando la madre non spuntò fuori dal nulla e, dopo avermi fucilato con lo sguardo, entrò nella bottega e ne riuscì subito trascinando e strattonando la figlia per la manica del vestito. Rividi così, incidentalmente, le bianche spalle nude e le areole larghe e chiare intorno ai suoi capezzoli, le sole parti di quel corpo adolescente che avevo osato accarezzare nei rari momenti d’intimità.

E fu la prima volta che morii, morii su quel marciapiede zozzo di cicche, cartacce e biglietti dell’autobus, pensando che gli amori che sarebbero seguiti in futuro, sarebbero stati tutti irrilevanti, banali, che non avrei mai più provato, assaporato, salvaguardato nel cervello fra un appuntamento e l’altro, il gusto dolce e  unico di quella bocca al latte condensato.

Girai sui tacchi, con quella croce sulle spalle e andai al bar. E questa volta bevvi.

*   *   *

Nando e Settimio, dopo aver letto il nuovo annuncio, presero in mano le mie sorti in quella strana estate.

Erano due fratelli, venivano da Colonna con il carico e piazzavano il banco sotto casa mia.

– Taja ch’è rosso! – Si spolmonavano, dopo aver scaricato i pani di ghiaccio e le angurie. Aprivano verso le sette di sera e restavano fino a tardi, approfittando del fatto che in pochi riuscivamo a dormire.

C’era un sacco di gente affacciata alle finestre, chi fumava una sigaretta, chi ansimava maledendo la “callaccia”.

In molti scendevano e si gettavano sui frutti rossi rinfrescati dal ghiaccio. La piazzetta s’animava, si riempiva di proletari, operai, imbianchini, maestri, impiegati e quelli che vivacchiavano fra un impiego e l’altro. Giravano tutti in calzoncini e canotta o magari col sotto del pigiama e a torso nudo. Avevano le facce stanche di chi non era partito in vacanza. Si portavano sulle spalle l’enorme peso della vita e dei suoi guai, ostentando quel sorriso fragile e distaccato che affiora a stento sui volti di tutti i meridionali del mondo, di qualsiasi  classe sociale.

Li vedevi per le strade o ai giardinetti co’ ‘ste belle fettone rosso vivace, sputacchiando semi e sbuffando nuvolette di nazionale, alfa, mentola e super con filtro.

Il quartiere si trasformava in un paesone di case popolari e la luna sorrideva, bella al fresco, lassù nello spazio siderale, mentre quaggiù, in purgatorio, si schiattava.

 

A volte, mio padre, anche lui boccheggiante, mi dava qualche soldo per un cocomero.

– Me raccomanno – diceva – fatte fa’ er tassello prima de comprallo.

Ma Nando e Settimio li sceglievano loro e vietavano a tutti di toccare la merce.

– Aho, so’ dorci dorci, nun serve che je famo er buco. E poi, che je bussate a fa’ – s’incazzavano – tanto mica ve risponnono. Lasciate fa’ a noi.

Modesto, quando seppe che cercavano un garzone li portò davanti all’annuncio. Disse è un ragazzo a posto, potete sta’ tranquilli. Qualche giorno dopo ebbi la loro proposta, una delle prime del mio laborioso e versatile inizio di “carriera”.

– Ma davero t’hanno chiesto de lavorà pe’ loro? – Chiese mio padre.

– Dice che vonno aprì un banco davanti agli studi, a Cinecittà. Un fratello qui e l’altro là, se gli do una mano mi danno 1500 lire al giorno.

– Cocommeraro – bofonchiò – ma che te ce manno a fa a scola!!

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Il banco era proprio davanti all’ingresso degli studi. Era piccolo ma con una caterva di angurie  impilate  sul marciapiede, a due passi dal capolinea dei bus.

Vendevo tanto, i prezzi erano bassi e la merce buona. In molti si fermavano, assaporavano una fetta succosa e fresca e ripartivano con due, tre cocomeri. Settimio restava sempre un paio d’ore poi, dopo i panini di mezzogiorno e mezzo bianchetto, mi lasciava solo, all’ombra di un ombrellone inefficace, che non proteggeva dal caldo, lasciando passare una luce diafana e pesante.

– Se vedemo dopo –  diceva, e s’infilava nella cuccetta del camion, appisolandosi, Dio solo sa come, sotto il sole cocente.

 

A volte, spuntava Marino che fra l’altro aveva il pallino del cinema e che sperava d’incontrare qualche personalità, attore o regista. Fu il caso di Paolo Stoppa e la Cardinale che gustarono due fette al banco. Erano agli studi per ultimare le ultime riprese di “C’era una volta il west”.

Mi procurai altri autografi, quello di Gazzolo, che doppiava Henry Fonda, che nel film era il cattivo e anche quello di Bertolucci. Marino bloccò un macchinone americano con i vetri affumicati e pescò Sergio Leone con Bronson in persona. Venne al banco esultando, con i due autografi abbozzati su un volantino del movimento studentesco.

– Questo si che è ‘n pezzo da collezione – strepitò –  Mo l’incornicio e me lo metto in cameretta, accanto a ‘na foto de Mao.

 

Dopo tutto fu una bella estate. Senza vacanze, certo, ma variopinta.

Modesto, mentre passava lo straccetto umido sui tavolini della terrazza, disse la sua in proposito:

– Aho! Hai visto che lo scritto mio ha funzionato? Fra poco è tempo de callarroste. Se voi, a bombisogno, ‘o famo ‘nsieme. Er materiale ‘o rimedio io, tu fai li cartocci e venni. Fifty fifty.

– A Modè, me fai paura. Co’ te rischio che a Natale me fai fa’ pure ‘o zampognaro.

– Vattelappesca! Pure quella è n’idea.

Arrivarono Giggione, Pier e Marino er micio. Avevano diverse notizie fresche.

– ‘O sapete, hanno ricoverato er Secco – esordì Giggione. Qualcuno l’ha trovato coll’ago piantato ner braccio. Se se la cava è un miracolo.

Il termometro era sempre al rosso fisso, non scendeva più sotto  i trenta.

Pier tirò fuori l’Unità. Si sventolò qualche secondo, poi si accomodò e spiegò il giornale

Forse sta mejo ‘ndo sta adesso – disse, prima di attaccare i titoli – Magari all’ospedale riescono a curallo, se campa, certo…

Giggione mi prese da parte: – A Ni’, ch’ho n’antra notizia – disse, pacatamente e a voce bassa, come se stesse al capezzale di un malato – Meno grave ma nu te farà piacere lo stesso. Comunque nun posso nun dittelo.

– E annamo, vai!

– Ivana se sposa. Ho ‘ncontrato Antonietta, pare che sia pe’ dicembre.

– Pe’ la mignotta! Co’ quer cojone? …Possa schioppà ‘ndo se trova.

– Macchè, mica cor carciatore. Se sposa cor macellaro, er roscio, quello sotto casa sua. Pare che sia già ‘ncinta. Aspetta, nun s’allarmamo, ho detto pare…

Riuscii a deglutire nonostante il groppo alla gola. Tutto era andato troppo svelto. Non avevo ancora digerito il primo trauma che già ne stavo subendo un altro.

Pier si alzò. Pareva avesse visto un fantasma. Spianò il giornale sul tavolino e indicò il grosso titolo di testa, dandosi una  gran manata in fronte.

– Ma dimme te! – gridò – I cari armati so’ ‘ntrati a Praga. A ‘sto Breznev gl’ja svaporato er cervello.

Ci avvinammo e circondammo il tavolino. Modesto aggiunse : – Signore mio! Vedrai che a  bombisogno, ce sarà n’antra grossa guera!

Io, Ivana in mente, entrai nel bar e mi diressi ai cessi. Volevo piangere due minuti in santa pace.

Davanti allo sgabellone mi fermai. Lo specchio era sporco e opaco. Guardai e  vidi il Secco. Sorrideva. Aveva un boccalone di birra fresca e spumeggiante in mano e dietro s’intravedeva un tank russo col cannone puntato sur baretto nostro. Un baretto innocente, pieno de matti, ma innocente. Ma magari ricordo male, oppure anche oggi è il caldo.

 

unita

 


Foto cocomerai dal Corriere della Sera: http://roma.corriere.it/foto-gallery/cultura_e_spettacoli/15_agosto_13/taja-ch-rosso-riti-che-resistono-27aac0dc-41db-11e5-b414-c15278464aa4.shtml

Acqua azzurra, acqua chiara

Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua…

…humile et pretiosa et casta.

(San Francesco d’Assisi)

“Come un cielo senza nuvole”

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Uscì fuori a mezzo busto proprio mentre Mariuccio stava avvicinandosi di nuovo all’imboccatura del cunicolo, appena trivellato.

– Cosa sei riuscito a prendere?

– Un bel niente, è tutto sotto chiave. Prendo il piede di porco e ci torno.

Il budello era stretto, caldo e soffocante. Prese la trivella elettrica e la calò nel pertugio. Pearl, la torcia frontale sul berretto sudicio, si fece da parte e lasciò passare Mariuccio che, nonostante fosse esile come un cerino, fece fatica a scavalcare l’amico.

Pearl sudava a grandi gocce. Non era una vera e propria claustrofobia ma il cunicolo era angusto. Decise di riscendere anche lui. Camminò carponi, a marcia indietro, fino al muretto divelto, nella fogna.

L’odore era insopportabile e la mascherina era inutile. La tolse. Mariuccio stava rovistando nel sacco degli attrezzi. Ne estrasse il piede di porco e un grosso cacciavite.

– Vado – disse – se non te la senti aspettami qui. Ci metterò un attimo. In ogni caso, se hai bisogno, chiamami.

Pearl era grassoccio, ma sotto al grasso era nerboruto. Una spallata e tirava giù una porta. Il muretto scassato era opera sua, due colpi di mazza ed era partito in frantumi.

– Non serve Pe’, è solo una cella frigo. Spacco la serratura, apro, prendo la merce e arrivo.

– Già. Fai presto che questa puzza mi sta ammazzando.

Mariuccio prese il grosso zaino e s’infilò nel condotto buio e opprimente.

 

*   *   *

 

– Allora, cosa avete trovato? – chiese Olimpia, afferrando il sacco– Puzzi come un maiale, vorrei sapere con cosa ti laverai.

– Non c’è più disinfettante?

Olimpia non rispose, inforcò gli occhiali e poggiò il sacco sul tavolino.

– Da quant’è che non beve Samuele? – continuò Mariuccio .

– Da questa mattina: ho sciolto il latte in polvere nell’ultimo quartino d’acqua rosa.

– Pare che abbiano localizzato un ghiacciaio nel sottosuolo, a duecento metri dalla superficie di un esopianeta. Il problema adesso è l’estrazione.

– Sì, certo. Questa è come la storia della spedizione comunale nell’atmosfera di Nettuno. Un viaggio di quattrocento anni luce. Dodici mesi di attesa per qualche migliaio di litri di acqua satura di metano e, come se non bastasse, una volta rigenerata, se la sono fregata quasi tutta sindaco e compagnia bella.

– E adesso progettano di andare su Xoom, pare che il ghiaccio sia costituito anche d’acqua, ma allo stato supercritico, cioè in condizioni di pressione e temperatura estremi.

– Non berremo più acqua, te lo dico io. A meno che non venga giù un bel temporale.

– Tu sogni. Oramai non piove più. È caduta un po’ d’acqua solo in Val Grisenche, è la terza volta quest’anno. È da lì che arrivano questi grossi flaconi, hai visto?

Il bambino cominciò a frignare. Olimpia sfilò un primo contenitore d’acqua millesimata dal sacco. Lesse: “Acqua piovana del Gran Paradiso 2090”.

– È  ancora fresca – si compiacque, quindi riempì il biberon e si avvicinò alla culla. Samuele capì e smise di piangere.

– Quanto costa un bidoncino così?

– Bah! Un mese di stipendio o poco più – rispose Mariuccio.

– Bel colpo! Bisognerà procurarsene degli altri. Il bambino è allergico al colorante che aggiungono a quella loro acquaccia.

– Pare che cambieranno tonalità. Sicuramente per rendere più accettabile l’idea di ingerire quella pisciazza! Fra non molto passeremo al blu.

– Si, lo so. Aggiungeranno spirulina e aromi di anice. Verrà fuori un bell’azzurro.

Il bambino finì di bere. Mariuccio si avvicinò alla culla, tolse il biberon vuoto dalle manine di Samuele, quindi chiese:

– Quant’è che da noi non piove?

– Due anni. Le rare nuvole sono andate a farsi fottere al nord. Hanno emigrato anche loro. Dovremmo seguirle, andare anche noi, a Châtillon, Brusson, che so io.

– Si certo, e con quale documento? Passano solo i testoni.

– Scherzavo!

– Piuttosto, ascolta! – esclamò Olimpia, mentre si versava un misurino d’acqua – L’ho visto alla tele, un paio d’ore fa. Hanno risolto il problema delle nuvole artificiali, con un nuovo catalizzatore. Una sostanza innocua per la salute che, esposta all’atmosfera, produce solo vapore acqueo e anidride carbonica.

– Ha, ha! Oh mio Dio! Pioverà acqua gassata.

Olimpia pensò che era molto bello quando rideva e gli venivano le fossette. Gli passò un misurino d’acqua e continuò:

– Sembra tutto pronto, tanto che hanno invitato quelli del telegiornale e hanno sparato due razzi in cielo con quella roba. Con la scia hanno scritto Romani, presto l’acqua. Speriamo che non sia un’altra trovata per tenerci buoni.

Bussarono alla porta.

–  Ecco Pearl! Resterà qui con te, io esco, vado in fabbrica, ma prima passo all’Unità di Riciclo di zona.

Olimpia andò ad aprire. Mariuccio partì nell’orinatoio. Tirò giù la lampo e pisciò di getto nel bidone di raccolta delle urine. Era pieno. Chiuse, sigillò con il piombo e il cartellino menzionante il nome della famiglia e l’indirizzo, quindi raggiunse gli altri.

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Fuori era caldo. Mariuccio si fermò un istante davanti alla finestra, col recipiente colmo. Si sentiva sporco e stanco, e lo era.

– Vado – disse –  Se mi sbrigo, magari per sabato avremo di nuovo un po’ d’acqua rosa. O azzurrina: come un cielo, senza nuvole!

Mariuccio non trovò nulla da rispondere, uscì e subito alzò gli occhi al cielo. Gli parve giallo, tristemente giallo.


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Il viaggio numero cento

Il vuoto ha la forma esatta del rimpianto”

Chapka’a azionò il comando e la materia opaca del portellino di poppa divenne trasparente. Guardò fuori: la scia dell’aeronave disegnava un semicerchio bluastro nel vuoto. Ne dedusse che stavano piegando verso la costellazione del Centauro, a diversi anni luce da quel pianeta d’acqua, terra e aria, diventato oramai un puntino sulla mappa galattica.

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Quanto aveva dormito? Si sentiva fiacca e intorpidita come nei lunghi salti interstellari. Osservò la propria aura: il riverbero azzurro, abitualmente intenso, ora virava al grigio.

Stanchezza, pensò. Ho organizzato troppi esodi verso i nostri pianeti e questo potrebbe essere il prossimo.

Sbadigliò ripetutamente, stropicciandosi gli occhi con le lunghe dita affusolate. Fra poco passo la mano, mormorò, è tempo ch’io prenda questo benedetto secolo di riposo.

Fece qualche esercizio di stiramento per rilanciare le energie messe a riposo durante le ore di sonno, infilò la tuta di volo e calzò i morbidi mocassini di fibra.

Guardò l’oscillometro, la nave non aveva nessun rollio e filava spedita verso casa. Si disse che sarebbe stato stupendo se fossero riusciti ad arrivare in tempo per festeggiare il terzo millennio del maestro.

Si avvicinò a prua, si versò una bevanda calda dal distributore e passò lo schermo di luce che la separava dal posto di comando, con la tazza fumante in mano.

Le radiazioni luminose dei suoi capelli rischiararono il modulo di pilotaggio, mantenuto in modalità notturna. L’amico timoniere era al suo posto.

– Quant’è che si viaggia insieme, Ajar?

– Ah, si è svegliata comandante. Abbiamo percorso quattro anni luce, siamo quasi arrivati. Quanto tempo insieme, dice? Duecento rivoluzioni, alba più alba meno.

– E già. Ancora una missione, un ultimo viaggio e poi sarai tu a prendere il comando dei recuperi.

– C’è tempo, c’è tempo comandante. E poi, non credo che lei abbandonerà così facilmente le missioni di integrazione.

– Quanto manca a Variana, Ajar?

– Non siamo lontani, si e no mezza orbita.

– Bene, vado a finire la mia relazione. Appena si intravede il mare, chiamami.

– Amo il mare anche visto da quassù, riesco quasi a sentirne il mormorio.

– Sempre romantica, comandante, inguaribilmente!

Chapka’a osservò i brillamenti della sua stella nella fotosfera. La nave spaziale, anche se protetta dallo scudo magnetico, ora percepiva leggere onde d’urto.

***

L’aria fragrante dei fiori degli alberi di velia era quasi stordente, tanto quanto il loro colore rosa, acceso, quasi impossibile da guardare a lungo. I petali tappezzavano il viale. Chapka’a ne raccolse una manciata, quindi si affrettò a traversare l’enorme frutteto, a grandi passi, e entrò nella hall del palazzo.

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Percorse i cento metri del corridoio che la separavano dal maestro col cuore in gola. Ce l’avevano fatta, erano rientrati in tempo per i festeggiamenti. La cerimonia sarebbe cominciata al calar di Proxima, di lì a poco.

L’anziano dirigente la stava aspettando. Chapka’a chinò il capo in segno di saluto e depose il documento sul tavolo da lavoro, l’aria soddisfatta, gli occhi vividi di gioia. L’altro sorrise.

– Allora, comandante: gira voce che ce l’hai fatta. Sembra che questo tuo mondo sia abbastanza evoluto.

– È un immenso onore potervi dare questa notizia, maestro. E che ciò avvenga il giorno di questa sua ricorrenza, è semplicemente straordinario.

– Se ben ricordo, ero ancora sui banchi di scuola, i nostri esploratori visitarono questo tuo pianeta quasi venti secoli fa, ma ne rivennero inorriditi. A quei tempi lapidavano ancora i loro simili.

Chapka’a, tossicchiò nervosamente, sperando che il tono di quell’affermazione non avesse voluto essere pungente, ma appena ironico.

– Sai, ora non avrò il tempo di studiare il tuo rapporto però, Chapka’a, già dimmi: pensi che potremmo dar loro segno della nostra esistenza, senza che ci prendano per delle divinità o delle entità superiori capaci di gestire il destino di ogni singolo individuo? O, peggio ancora, degli aggressori, come fu il caso per quel pianeta nano transnettuniano, ti ricordi? Quei minuscoli esseri valorosi pensavano di essere invasi da terribili giganti. Salirono sui loro insetti volanti e attaccarono i nostri esploratori con delle rudimentali balestre.

– Sta a lei giudicare. Io ho trascritto tutto qui, vedrà e interpreterà lei stesso.

– Guerre in atto, ce ne sono?

– Purtroppo sì maestro, e questo è dovuto ai loro sistemi di governo, che da sempre usano sentimenti di paura e di ansia per tenere i loro sudditi in una specie di tensione permanente. La chiamano politica. Basterà destituirli. Ma penso che al nostro presumibile arrivo, sparirebbero da soli.

– E i viaggi nello spazio?

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– Sono ancora agli albori. Hanno iniziato a inviare sonde alla ricerca di nuovi mondi abitabili. Conoscono la loro galassia e già progettano di avventurarsi oltre. In pratica, stanno già osservando la nostra costellazione. Ma Variana è fuori dalla loro portata, non ne conoscono l’esistenza. Comunque, se dovessimo offrire loro il nostro ventesimo pianeta, potremmo insegnare loro a vivere in pace, come gli altri popoli della coalizione. E tutto ciò assai facilmente, vedrà, fra di loro sa, c’è tanta brava gente.

– E l’energia, a che punto siamo?

– A parte gli idrocarburi del sottosuolo, sono riusciti a scindere l’atomo.

– Bah, non è detto che questo sia un passo in avanti.

– Energie a parte, maestro, hanno la passione per l’arte, la letteratura, coltivano fiori e alberi simili ai nostri. Hanno il pino, il larice e anche la velia, che loro chiamano ciliegio, con lo stesso frutto carnoso e quasi lo stesso gusto. E poi hanno strani animali, alcuni anche belli, li allevano e poi li mangiano. Si lo so, non mi guardi così, sono ancora carnivori.

– Uhmmm… E questa famosa energia atomica, cosa ne fanno?

Chapka’a si rese conto che stava ancora stringendo in una mano quei petali, raccolti poco prima nel viale. L’odore le arrivò alle narici e la rincuorò. Lo sapeva, il maestro non avrebbe lasciato passare nessuna inesattezza, com’era solito chiamarle. I recuperi non ammettevano errori, la serenità della comunità dei mondi di Proxima era nelle loro mani: nessun essere senza qualità morali avrebbe mai dovuto infiltrarsi nel loro sistema, un sistema che da tempi immoti aveva dimenticato la malvagità e l’egoismo.

Portò il pugno chiuso alle narici, respirò a fondo e infine rispose:

– L’atomo sta sostituendo l’energia elettrica, ma alcune nazioni ne hanno fatto delle armi, per lo più di dissuasione. A parte qualche prova, non le usano per scopi bellici.

 

– E dove fanno queste loro cosiddette prove? Su quali satelliti, asteroidi o meteoriti vaganti?

 

– Nel fondo dei loro oceani, per la maggior parte, e alcuni, di piccola portata, anche nel sottosuolo.

Il maestro ebbe un sussulto, ma cercò di non darlo a vedere.

 

– Chapka’a, vuoi dirmi che la radioattività è scesa negli strati minerali del loro pianeta e nei loro mari? E dove scaricano le scorie nocive? Anche quelle nel sottosuolo? E poi, di’ un po’, che ne è dell’aria che respirano?… Immagino bene cosa ne sia rimasto.

Chapka’a non rispose. L’aura del maestro per un attimo s’era scurita, lanciando dei guizzi rossi d’indignazione. Poi riprese il suo colore tenue, abituale.

L’anziano sapiente alzò il capo e sorrise.

– Non te la prendere Chapka’a. Lo so. Quanto lavoro, quante energie dedicate a quest’ultima missione, ne sono consapevole, ma non possiamo integrare un mondo che, anche se appena uscito dalla preistoria, non pensa al futuro dei propri figli.

Sospirò. Con benevolenza prese il fascicolo. Un ciliegio in fiore ne ornava la copertina. Lesse il titolo “Viaggio numero 100: La Terra e i suoi abitanti”Guardò il comandante con sguardo affettuoso e ne scorse gli occhi ancora lucidi d’emozione, ma rattristiti. Nonostante ciò, prese il documento e lo avvicinò all’inceneritore.

– Ne riparleremo fra un millennio o due, comandante. Penso che questi terrestri, mi sia concessa la battuta, debbano ancora cuocere a lungo nel loro brodo, come la carne dei loro animali, suppongo.

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Dedicato a Anton Čechov, grande autore russo di cui lessi, all’età di 16 anni (e nonostante alcuni amici di quartiere mi prendessero in giro) il mio primo libro “importante”: l’opera teatrale Il giardino dei ciliegi.

Photo Credits:

immagine in evidenza e “Cherry Tree”: Matthew Roth

Stormy seas in Sagittarius: NASA Goddard Space Flight Center

Greenwood Space Travel: W & J

Meat: Jesus Caballero Varela

 

Supermarket

Un amore definito è un amore finito.

(André Berthet)

Il signor Fabio non provava più alcuna tristezza. O almeno, parlo di quell’intensa tristezza che ti impedisce di andare avanti camminando dritto e a testa alta, quella che cerca di toglierti la semplicità, i sogni e spesso l’amor proprio. Restavano pezzetti, brandelli di malinconia dovuti alle magre risorse mensili e ai rari momenti di solitudine. Soprattutto la domenica e gli altri giorni festivi o quando la pioggia veniva giù a scrosci, obbligandolo a restare in casa, il naso appiccicato ai vetri gocciolanti, a maledire le austere torri periferiche, così lontano dal familiare e febbricitante vociferare dei grandi magazzini.

Per il resto, a settant’anni compiuti, rari acciacchi a parte, aveva trovato il buon antivirus, infallibile per restare in equilibrio e proteggersi dalla povertà e dagli svariati nodi alla gola: i nuovissimi sfolgoranti grandi magazzini del New City Market.

Alle nove di mattina era già fra quelle mura, fresco e entusiasta di passarci una buona decina di ore, distribuite tra il bancone dello snack e la comoda poltroncina del Kimbo’s bar, al secondo piano, a due passi dalla scala mobile e dall’entrata del supermercato.

Non pranzava nemmeno più in casa. Da un po’, preferiva mangiucchiare sul posto: focaccine a basso prezzo alla vineria o tutt’al più un trancio di pizza al Ciro’s food. Però il sabato, a sua detta ultimo giorno di spensieratezza, onde combattere il magone nascente del fine settimana, si accomodava al Thai Home Express e ordinava un piatto di ali di pollo con verdure impastellate e fritte, accompagnandole con la solita birretta thailandese.

In tutto, una spesa mensile che intaccava appena di un terzo la sua misera pensione. Gli restava di che pagare affitto, acqua, corrente e infine i libri. Per questi ultimi, in aggiunta, il costo s’era ridotto di colpo a zero poiché, da alcuni mesi, una discreta quantità di donatori s’era presentata al suo tavolino con ogni sorta di pubblicazione.

Se avete qualche libro di troppo, portateli al qui presente” aveva scritto un giorno su un cartoncino, piegato in due e poggiato accanto al caffè, “Ne prenderò cura e, credetemi, mi aiuteranno a distanziare la morte di una buona lunghezza. NB: leggo di tutto!”

Giorno dopo giorno, cominciarono a piovere romanzi, libri d’avventura, horror, gialli, riviste settimanali e libri di poesie, un’enciclopedia tascabile, diversi atlanti geografici e perfino la bibbia. Di che riempire ogni angolo libero del suo striminzito appartamento. Al momento, ce n’erano un po’ ovunque, maniacalmente ordinati per ordine alfabetico, negli armadi, in cucina e persino nel vano doccia. Ma i romanzi d’autore, di gran lunga i suoi preferiti, restavano a portata di mano, impilati ai piedi del letto e lungo i muri, fino a un passo dalla porta.

Insomma, dopo svariati anni di noia nel suo grigio e disadorno monolocale, aveva finalmente raggiunto l’invidiabile impressione di vivere in pace e a colori, nel trambusto di quel provvidenziale bazar a tre piani di recente costruzione, in mezzo a quelle migliaia di persone che transitavano quotidianamente.

Decine di buongiorno, di come va e di sorrisi, l’ex professore con la cravatta, le lenti sulla punta del naso, era sempre là, sereno e sorridente, spesso immerso nella lettura, sotto lo sguardo benvegliante della signora Pina, la gerente del bar.

Quella brava donna, tutta pepe e energia, lo aveva preso a benvolere e, non solo gli offriva il primo caffè del mattino, ma a sera, alla chiusura, gli incartava un paio di tramezzini o una pizzetta perché gli servissero da cena.

Così andavano i giorni di Fabio. Ogni mattina, dopo un ovetto alla coque, annodava una cravatta variopinta sulla camicia pulita, sempre bianca, e si avviava gongolante, quasi su di giri, verso la meta abituale, percorrendo i cinquecento metri che lo separavano dal centro commerciale, a passi lunghi e veloci.

Il lunedì”, aveva detto un giorno alla signora Pina “ ho la deliziosa sensazione di partire in vacanza ma senza lo stress del viaggio”

E poi arriva qui da me e trova le palme finte” aveva risposto l’altra “ che razza di villeggiatura!”

Si, ma l’atmosfera è pur sempre esotica.

Esotica, dice? Davanti all’entrata di un supermercato? Lei ha l’anima dolce di un sognatore, signor Fabio, ma non esageriamo!

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* * *

Melinda, dalla cassa numero sette, aveva adocchiato e sbirciato spesso quell’uomo, con quegli occhialetti a mezza luna, e quell’eleganza un po’ fuori moda, le cravatte accese, i capelli a spazzola sale e pepe e il viso rasato di fresco.

E già, le piaceva non poco. Sembrava il tipo giusto del quale avrebbe potuto innamorarsi o magari farci solo sesso, insomma una cosa o l’altra le sarebbe andata bene, importante era mettere fine a quella lunga astinenza che stava diventando una vera e propria afflizione.

Da ben dieci anni, data del rientro, o per meglio dire fuga, del marito all’Havana, aveva avuto una sola (ben corta!) relazione, con un avvocatuncolo giovane e inesperto che aveva messo su le pratiche del divorzio e che, Dios mio!, non le aveva fatto ottenere nemmeno un briciolo di pensione alimentare. “Una mezza parentesi con un mezzo uomo”, come definiva lei quell’amoretto, che non era riuscito a riaccenderle minimamente il fuoco della passione.

Ci vuole un uomo maturo, non un ragazzotto, aveva ben riflettuto, e la soluzione sarebbe potuta venire da quel tipo alto e robusto, così ammodo e attraente.

All’inizio, aveva supposto che fosse un parente della signora Pina, vista la familiarità fra i due e il numero impressionante di ore trascorse a leggere nel salottino d’angolo del bar. Poi, un giorno li sentì discutere e darsi del lei, quindi escluse il grado di parentela, si fece coraggio e, alla pausa caffè, interrogò la gerente.

– Non è la prima sa, a chiedermi del signor Fabio – aveva rintuzzato l’altra, seccata dall’ennesima persona che investigava sul soggetto – Quell’uomo non ha nulla di strano. È solo un pensionato che odia la solitudine, allora viene qui e passa intere giornate divorando un libro dopo l’altro. Come fa, in mezzo a questo casino, non lo so, ma lui, imperterrito, legge, legge e non da fastidio a nessuno.

Mi ci sono abituata. Se un giorno non dovesse più occupare quella poltroncina, ne sarei molto addolorata. Sa, all’inizio gli ho chiesto perché mai passasse così tanto tempo qui ai grandi magazzini, e lui mi ha risposto: vengo a cogliere ogni giorno la mia dose di calore umano. Poetico, no?

Melinda, da quel momento in poi, non smise più di rimuginare sul come accostarlo o, meglio ancora, farsi accostare.

A stare immobili non si guadagna mai, s’era detta, stufa della consuetudine per cui l’uomo dovrebbe assolutamente fare il primo passo. Pertanto, a quarantott’anni compiuti, decise di prendere le cose in mano e non seguire nessuna etichetta, poiché le regole e la prudenza, a suo dire, l’avevano condotta alla passività e alla monotonia.

Quell’uomo, in definitiva, stava riportando a galla, dal fondo della sua anima creola, la sfrontatezza dei suoi vent’anni e una certa smania che cominciava già a rodergli dentro.

Un piano, tutt’altro che angelico, cominciò a farsi strada fra le meningi della bella cubana.

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* * *

Il signor Pick, gestore del nuovissimo centro commerciale, chiuse il computer con l’aria soddisfatta. La direzione centrale aveva dato l’accordo per la manifestazione d’apertura della seconda insegna all’interno degli stessi grandi magazzini. Un’estensione di oltre tremila metri quadri, per ora chiusa al pubblico, che prevedeva un ipermercato del designetnico” dal titolo evocatore di avventure: “In and Out of Africa”.

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Ora, era solo questione di decidere la data dell’inaugurazione. Avrebbe invitato la stampa e anche il sindaco con qualche assessore.

Ne era più che convinto, quel magazzino avrebbe fatto scalpore e avrebbe tolto una grossa parte di mercato ai vari low cost tipo Ikea, Fly o Habitat, sia per i prezzi che per la qualità. E se tutto andava come aveva previsto, il suo 15% delle azioni sarebbe aumentato se, come stipulava il contratto, il giro d’affari avesse conseguito il milione di euro e ciò, entro e non oltre la fine dell’anno, data della chiusura dei conti. Dunque, bisognava aprire alla svelta!

A tal fine, aveva dato l’incarico di un allestimento oltremodo esotico, a uno dei migliori decoratori del momento, un giovane architetto romano che aveva ideato e messo su, in soli due mesi, un ambiente “giungla e savana” con tanto di baobab, banani, palme e cactus fioriti e, nel bel mezzo un autentico lodge in stile keniota, nel quale, nec plus ultra, doveva troneggiare un gabbione con un autentico gorilla.

– Ci mettiamo anche Tarzan e Jane – aveva proposto Pick – O che so io, un balletto tribale, solo per la cerimonia d’apertura beninteso, giusto per fare colpo, che ne dice?

– Non facciamo cose pacchiane – aveva ribadito l’altro – lasci fare a me. Vedrà, sorprenderemo tutti.

Per quel grosso orango color pel di carota, avevano dovuto sudare oltre il previsto e riempire tutte le richieste delle autorità sanitarie, per non parlare di quelle di sicurezza. Alla fine avevano ottenuto il via libera all’istallazione zoologica, ma unicamente per un periodo determinato. Lo scimmione sarebbe dovuto rientrare allo zoo prima della fine dell’estate, sostituito, come da contratto con il bioparco, da un nugolo di lemuri del Madagascar.

Pick si attardò qualche secondo sul manifesto pubblicitario, un fotomontaggio preparato a bella posta per annunciare la data d’apertura, con il grosso ominide comodamente seduto a un tavolo in bambù, circondato da immensi caschi di frutti tropicali.

Bah, chissà se le mangiano veramente, tutte ‘ste banane, a me sembra un banale stereotipo, pensò sorridendo, quindi annunciò alla segretaria che sarebbe sceso a dare un occhiata al nuovo arrivato, quel gigante dal nome inverosimile, Gron-Ka, installato in tutto segreto nell’apposito recinto, interamente nascosto e camuffato con teloni occultanti, onde non rovinare l’effetto sorpresa dell’inaugurazione.

Prese con se la polaroid. Avrebbe scattato qualche foto per mostrarle ai ragazzi.

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* * *

Non vorrei sbagliarmi ma ha uno sguardo più che insistente, pensò Fabio, incrociando le occhiate caramellose di quella signora, mentre faceva la coda alla cassa numero sette.

In verità, dopo un giretto fra i vari reparti del supermercato e un piccolo acquisto di lame e dopobarba, aveva osservato, non senza interesse, quella cassiera dalle forme morbide e opulenti, con il foulard portato a fascia sui capelli lunghi e crespi e i grandi cerchi dorati che le pendevano alle orecchie.

Decise allora di mettersi in fila ma, arrivato il suo turno, non riuscì ad aprir bocca: solo un imbarazzato buongiorno mentre contava le monete, intimidito dalle esplicite occhiate, dirette e audaci, di quel bel donnone color caffè.

Più tardi, seduto al solito tavolino, ancora turbato, decise di cambiare posizione e dare le spalle alla vetrata, pensando che quella fosse l’unica soluzione per continuare a leggere e finire in santa pace il famoso giallo di Dashiell Hammett: piombo e sangue!

Per non perdere il filo del racconto, si trattenne più volte dall’andare in bagno, ma dopo un po’ l’impellenza lo costrinse a abbandonare la lettura, così, suo malgrado, piegò un angolo della pagina e si recò ai servizi.

All’uscita, la lettera era poggiata sul libro.

Si guardò intorno, ma non notò nessuno in particolare. Interrogò la signora Pina che, gli occhi chini sui conti di fine giornata, borbottò a mezza voce di non aver visto nessuno avvicinarsi al suo tavolino.

Si sedette, aprì la busta e lesse il biglietto, un cartoncino profumato che diceva così: “Ho bisogno di carezze, di eros e risate a crepapelle. Se hai capito chi sono, fammi segno.

P.S. : I fiori sono la mia passione”.


* * *

Si era alzata prima del solito. Ne aveva approfittato per innaffiare abbondantemente piante e fiori in balcone, un giardino di pochi metri quadri, che faceva non pochi gelosi fra i dirimpettai e i condomini.

Nasturzi rossi, gialli e tropaelom color arancio che le ricordavano la Havana. E poi gerani, ortensie, rose e gelsomino, lievemente accarezzati da quel venticello tiepido e profumato d’erba inumidita dalla notte.

Posò l’innaffiatoio, andò in cucina e caricò la moka. L’orologio del micro onde segnava le sette.

Sarà una mattina lunga e pigra, si disse, non uscirò nemmeno a comprare il pane.

Bevve un primo caffè, andò in bagno e lasciò scorrere l’acqua nella vasca.

La radio, trasmetteva rilassanti brani di musica classica. Niente avrebbe potuto farle cambiare programma, avrebbe trascorso l’intera giornata a “pigrare” beatamente e prendersi cura della propria persona. Magari a sera avrebbe fatto due passi, forse.

Il sole cominciava appena a filtrare attraverso le persiane e il gatto sonnecchiava sul marmo del davanzale. Si versò un secondo caffè, tornò in bagno e svuotò il gel nella vasca, quindi aggiunse una manciata di sali, agitò il tutto, posò la tazzina sul bordo e lasciò cadere in terra l’accappatoio.

Chissà se sono stata troppo sfrontata, rifletté, mentre si immergeva nell’acqua profumata. Comunque non credo di averlo fatto arrossire, anzi…Gli uomini si sa, si ringalluzziscono subito davanti a un po’ di spregiudicatezza. E poi, chi se ne fotte! Meglio essere diretti e andare dritti al sodo, che i sogni sono solo fumo.

Per un attimo, realizzò che si sentiva di nuovo in piena forma. Dopo il buio di quegli ultimi anni, da quando il marito l’aveva abbandonata come un cane, aveva finalmente ritrovato il perfetto equilibrio e adesso si sentiva di nuovo se stessa, bella e felice. Aveva un lavoro e un appartamentino dignitoso e fra poco, se lo sentiva, anche un amante, un uomo di cultura decisamente affascinante, si Dios lo quiere!

Infilò il guanto doccia, lo inumidì di bagnoschiuma e iniziò a strofinarsi il collo e le spalle. Quando arrivò ai seni, pensò che era giunto il momento di metterli in risalto con un abitino adatto all’impresa. Uscì dalla vasca e, tutta gocciolante, andò all’armadio e fece scorrere a uno a uno gli omini. Tirò fuori un abitino fantasia, in chiffon, con lo scollo profondo.

– Con este lo sacaré!* – esclamònon gli lascio scampo!

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* con questo lo stendo!

* * *

Il sesto senso gli aveva subito detto che si trattava della cassiera, e chi altro sennò? La signora Pina? Mai e poi mai. Quella pelle e ossa del lava a secco? Mmh, no, non era un linguaggio che quella donnetta, così misurata, avrebbe potuto tenere.

Quel dubbio andava risolto, non poteva restare così, nell’eventualità dell’equivoco, doveva riuscire a confermare quello che l’intuito gli aveva indicato. Ma come? Riservato com’era non avrebbe mai trovato il fegato per avvicinarla, chiederle se era lei l’autrice di quel messaggio licenzioso e confessargli che in fondo anche lui provava una forte attrazione.

Ma la timidezza, quella, come vincerla? Il pudore conferisce alle donne un’invincibile attrattiva, meditò, ma mica agli uomini, oh no, i maschi diventano degli incapaci, si trasformano in impiastri insicuri e maldestri.

Ripensò al momento in cui aveva letto una prima volta quelle due frasi. Era diventato subito rosso, poi s’era ripreso, aveva raccolto le sue cose, salutato la signora Pina e si era diretto all’uscita, con lo scritto ben stretto in mano. Arrivato a casa, l’avrebbe studiato parola per parola, ma per ora doveva lasciare il City Market in tutta fretta, andare via, sparire, non si sa mai che la misteriosa donna spuntasse fuori all’improvviso… Oddio, che imbarazzo!

Ed ecco che, sulla strada di casa, quel maledetto acquazzone l’aveva beccato in pieno e lui che non aveva nemmeno cercato di ripararsi, percorrendo il mezzo kilometro che lo separava da casa sotto i goccioloni, ripetendo all’infinito quelle parole che gli risuonavano in testa: Ho bisogno di carezze, di eros... Santo cielo, che rompicapo, bisognava assolutamente venirne a capo.

Si toccò la fronte: calda, fin troppo. Le due aspirine non erano servite a nulla e la febbre stava aumentando e pure il mal di testa. Alzò per l’ennesima volta lo sguardo verso il cartoncino, appeso col nastro alla spalliera del letto. Allungò la mano, lo staccò e lo annusò. Che profumo era? Avrebbe detto leggermente acre e legnoso. Maledizione, quella signora dalle spesse labbra aveva fatto più volte il giro del suo cervello e non ne usciva più. Chiuse gli occhi, e la voluttuosa mulatta riapparve. Ora era nuda. Si avvicinava sorridendo, era un angelo nero con dei seni meravigliosi.

Il battito cardiaco s’accelerò e sentì salire una leggera erezione. L’affare continuò a crescere. Si gonfiò, diventò turgido come un legno. Tirava sui testicoli. Abbassò il pantalone del pigiama e lo osservò: era grosso, violaceo, pareva stesse per esplodere.

Suonarono più volte. Dei suoni squillanti che somigliavano agli scampanellii di una bicicletta.

Sicuramente è il medico, si disse, si trascinò giù dal letto e andò in bagno con un forte senso di sbandamento dovuto alla febbre e allo stato d’animo confusionale

Un attimo, urlò. Lo mise rapidamente sotto l’acqua fredda e lo asciugò alla meglio. Si ravviò i capelli davanti allo specchio: era bianco, più magro del solito, il torace scarno cosparso di una calugine bianca e rada. Pensò che sebbene stesse invecchiando, quella tumescenza, tutt’altro che modesta, lo aveva improvvisamente imbaldanzito. Ma quell’emicrania, accidenti, e quei capogiri. Le tempie pulsavano forte. Si avviò alla porta. Dopo solo due passi vacillò, inciampò su una pila di volumi, li mandò all’aria e ci cadde sopra. Alcuni persero le pagine, altri ebbero la copertina strappata.

Si rialzò e osservò freddamente la scena. Per la prima volta, la sua maniacale dedizione ai libri prese un colpo. Non solo non li raccolse ma li spinse di lato con una pedata: una parte nuova di se stesso stava già pensando ad altro.

* * *

Aveva insistito per cambiare l’orario di lavoro continuato e aveva ottenuto quello con la pausa pranzo. In quel modo, già da una settimana, consumava i suoi pasti al fast food dove, l’oggetto imprescindibile dei suoi desideri, avrebbe dovuto sedersi al bancone e far fuori il taglio di pizza con tonno, rucola e radicchio che, a detta di Ciro, il proprietario, era la più raffinata del suo assortimento. Ma di quel misterioso signore, nemmeno l’ombra ed ora, dopo un’intera settimana di pizzette e panini, constatava tristemente d’aver fatto un buco nell’acqua.

Quel lunedì, Melinda, per compensare l’amarezza, aveva preso il menu “food large” con timballo di speck, provola, carciofi e verdurine grigliate e, per chiudere in bellezza, una doppia panna cotta al caramello.

Forse ho esagerato, rimuginò, visto che non aveva granché appetito, ma si sforzò di arrivare alla fine, quindi spinse il piatto di lato e ordinò un espresso. Era delusa e appesantita dal pasto, inoltre quella specie di seggiolone stretto e scomodo le aveva indolenzito le cosce.

L’espresso arrivò. Guardò l’orologio da polso, era quasi l’ora di riprendere il lavoro. Scese dall’alto sgabello, bevve d’un sorso il caffè ancora fumante, pagò e, senza aspettare il resto, si avviò all’uscita.

E fu là che lo vide, sulla porta dello snack, ritto e bianco come un cadavere, con un mazzetto di lillà nelle mani.

Avrebbe voluto urlare forte ma non poteva, non era né il luogo né il momento, allora gli si avvicinò, le braccia penzoloni, e le parole le uscirono dalla bocca suo malgrado. Con la voce rotta dall’emozione disse: – Perdio, caro signore, era ora!

* * *

Il signor Pick si avvicinò al tecnico. Chiese:

– Come stiamo con la cascata?

– Abbiamo aggiunto una pompa di riciclaggio e le luci sono a posto, ora variano fino a sei colori.

– E per il fumo, ci siamo?

– La Fog Machine è a posto, ed è connessa al computer. La gestione del flusso è regolata via wireless con un digital multiplex ultima generazione, così come le lampade fluorescenti e i proiettori. Avremo una prima coltre di nebbia rosa che sale dal basso, si trasformerà piano a piano in un bel color giallo, l’effetto alba nella savana è pienamente riuscito. Quell’architetto è una mente.

– Bene, allora, se avete finito fate tutti una bella pausa, salite a bere qualcosa nel mio ufficio. Kate vi ha preparato qualcosa. E pensate a spegnere le luci… A proposito: qualcuno l’ha visto ‘sto benedetto architetto?

* * *

Il signor Fabio era terrificato. Non aveva avvicinato una donna da oltre quindici anni ed ora si trovava lì, davanti a quella meravigliosa femmina con le spalle semi nude e un decolleté mozzafiato che lasciava intravedere tutto.

– “Perdio, caro signore, era ora!” – gli aveva detto, magari anche per camuffare l’emozione. Lui era rimasto immobile, col mazzolino stretto, tenuto dritto davanti a se, come se avesse avuto il braccio ingessato, con un sorriso rigido come un sofficino congelato.

S’era fatto forza, era riuscito a trovare il coraggio per affrontare quella sfida difficile. Ed ora? Come avanzare? Qual era il secondo passo?

Erano trascorsi almeno dieci secondi e non aveva ancora aperto bocca. Si sentì ridicolo, piuttosto imbranato. Lei provò a prendere i fiori ma non ci riuscì, lui li stringeva forte, sembrava quasi che non volesse darglieli.

Improvvisamente, si resero conto d’essere nel bel mezzo del passaggio. Allora cominciarono a ridere e parte della tensione accumulata svanì.

Fecero qualche passo verso l’entrata del supermercato, lui sempre con i lillà in pugno. Lei si fermò, gli sfiorò la mano e disse:

– Sono per me, spero. Li tenga ancora qualche minuto, è così carino con questi fiori. E mi aspetti qui. Vado a inventarmi qualcosa per non lavorare questo pomeriggio. Spero che lei sia libero…

Lui provò a rispondere ma le parole gli si strozzarono in gola. Aveva le mani sudaticce e un formicolio al braccio che aveva artigliato i fiori. Si limitò a ridacchiare come uno scemo. Lei si allontanò, dirigendosi verso l’ufficio del responsabile del personale. Lui si appoggiò contro un muro, si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte, respirò a fondo, chiuse gli occhi e provò a fare il punto della situazione. Ma già e comunque, si sentì fiero di se poiché, al dunque, ce l’aveva fatta. Per il resto, il pomeriggio prometteva bene.

* * *

La signora Pina alzò gli occhi e incrociò lo sguardo di quel caro signore. Il vecchio ricambiò il sorriso e guardò subito altrove. Pareva molto a disagio.

Che diavolo stava facendo l’enigmatico signor Fabio con quei fiori in mano? Curiosa, sfilò una sigaretta dal pacchetto, prese l’accendino e uscì fuori nel corridoio proprio mentre Melinda afferrava il mazzetto di lillà e lo prendeva sotto braccio. Partirono a passo svelto verso la scala mobile.

Se potessi li seguirei, pensò divertita, ma non ho molto tempo, quel rompitasche di Pick vuole ch’io vada assolutamente a ‘sta cavolo d’inaugurazione.

* * *

Erano entrambi su di giri, dopo aver sbevazzato alla vineria gran parte del pomeriggio, guardandosi negli occhi come due ragazzini innamorati.

Lui, ora era allegro e spavaldo come un galletto. Sovente, dava una sbirciatina a quel decolleté che tanto gli trapanava il cranio, mentre lei gli faceva il piedino sotto al tavolo, facendogli rimontare su l’affare. E lei lo capiva, lo vedeva dall’espressione di disagio e, ogni volta che lo vedeva arrossire, infilava il piede sotto la stoffa del pantalone e saliva un po’ più in su, fino al polpaccio, provocando nel povero gentiluomo dei veri e propri sussulti.

A un tratto decise che era tempo di passare alle cose serie. Quel bell’uomo era sicuramente cotto ma non sarebbe mai passato alla marcia superiore. Prese l’iniziativa e lo invitò ad alzarsi.

– Andiamo – disse con lo sguardo umido, tutt’altro che verecondo – conosco un posticino tranquillo dove potremo fare meglio conoscenza.

Lui pagò e la seguì. Si sentì di nuovo la gola chiusa. Era più che chiaro che quella donna non conosceva mezze misure e che oramai era arrivato al punto di non ritorno.

Scesero al piano terra e percorsero la galleria, poi lei tagliò per un corridoio dove una transenna e i cartelli “Lavori d’ampliamento” e “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori” erano stati spostati di lato.

Fecero ancora una ventina di metri. Lei lo precedeva, avanzava dondolando felinamente le natiche, quindi si infilò per prima dietro il telone. Lui esitò, ma l’eccitamento prese il posto della ragione, scansò l’incerata e la raggiunse.

Dentro, il luogo era poco illuminato. Le luci di sicurezza poste sulle colonne rischiaravano timidamente un vasto giardino artificiale nel quale facevano bella mostra mobili e manufatti artigianali,

Il rumore di uno scroscio li sorprese. Una cascata d’acqua, s’illuminò e iniziò improvvisamente a gorgogliare lungo le pareti a roccia di un laghetto artificiale circondato da palmizi nani. Sullo sfondo si intravedevano delle acacie e dietro le acacie un enorme capanno.

– L’ho scoperto qualche giorno fa – disse lei – Credo che questa sia la nuova ala commerciale dedicata all’arredo. Incredibile, no?

– Sembra di essere in piena foresta tropicale – riuscì a rispondere lui.

– Guarda – continuò lei indicando il lodge seminascosto dagli alberi – andiamo a vedere.

– Al centro della costruzione, un telone blu e rosso, come quello di un circo, occultava un’inferriata. Un cancelletto apparve. Melinda spinse di lato l’enorme chiavistello che bloccava l’apertura.

– Dai – disse – qui non ci disturberà nessuno.

* * *

Gron-Ka era giù di morale. Da oltre un mese l’avevano strappato alla vita tranquilla e selvaggia del parco.

Trenta lunghissimi giorni senza libertà, così lontano dalla compagna, una giovane gorilla dal pelo lungo e lo sguardo dolce e profondo.

Qualcuno l’aveva punto ripetutamente e aveva dormito. Un sonno agitato, a volte profondo a volte semi sveglio. Aveva avuto dei forti crampi a causa di quella brodaglia di verdure e frutta marcia che gli avevano rifilato. La volta seguente non l’aveva nemmeno toccata, ma la nausea era rimasta. Forse, oltre a quello strano cibo erano state quelle punture.

E poi quel recinto pieno di animali e gabbie, gabbie, gabbie. L’unica cosa buona erano i manghi, un po’ troppo maturi, ma buoni. Quell’uomo glieli portava tutti i giorni, verso sera, quando il sole andava giù e la nostalgia della giungla gli annodava la gola. Poi un nuovo lungo sonno e un nuovo trasporto e di nuovo quel gusto strano che gli saliva su dall’esofago. Ed ora lì, in quel posto buio e triste, con delle piante che non erano piante e non avevano alcun odore, con delle strane liane verdi, delle funi rigide che gli sbucciavano le mani.

Aveva proprio il morale a terra.

D’un tratto sentì un rumore, qualcuno stava entrando nella recinzione. Alzò il capo al di sopra dell’alta e finta erba gialla e li vide. Erano in due. Un lui molto alto e una lei dalla pelle scura che gli ricordava qualcuno e che ora aveva iniziato a togliersi gli abiti rapidamente, con frenesia. Gli venne in mente quel piccolo villaggio ai confini del parco, con poche capanne sparse tra la sabbia rossiccia e l’erba secca. Là, una donna simile cantava. Lui l’ascoltava da lontano, senza avvicinarsi, a volte a lungo, poi riprendeva la strada della giungla.

* * *

Il signor Pick dette il via e tutto si svolse nel giro di pochi secondi.

Alcuni inservienti fecero cadere i teloni di protezione. Altri, con un semplice tiro di fune, fecero cader giù la tenda che recintava il gabbione.

Entrarono tutti, camerieri in divisa coloniale con guantiere ricolme di dolci e salatini, sommeliers con noci di cocco al punch e succhi alla guaiava e al litchi. Il tutto all’unisono, ben accordato come un balletto dell’opera.

Una nebbia fumogena dall’odore dolciastro, cominciò a venir su, pallida e rosea.

I proiettori si accesero e una musica del recife si sparse ovunque. Gli invitati, addetti stampa e assessori comunali compresi, seguivano il direttore che quasi correva a passi lunghi e svelti verso la gabbia del gorilla, impaziente di sfoderare il pezzo forte della sorpresa.

La signora Pina, faceva parte del plotone di testa tallonando il direttore da vicino. Quando quest’ultimo si arrestò di colpo evitò di un soffio il tamponamento. Poi, anche lei sgranò gli occhi.

Fu un attimo più che imbarazzante.

Quando il signor Pick vide quei due, vestiti delle sole mutandine, pallidi di terrore, con le lunghe braccia del gorilla posate sulle loro spalle come fossero vecchi amici, ebbe un attimo di smarrimento. Ruotò lo sguardo a destra e a sinistra alla ricerca del decoratore ma incontrò solo lo sguardo inorridito e al contempo estatico, della signora Pina. Che razza di scherzo era mai questo? E chi erano quei due? Quel burlone aveva finalmente optato per la sua prima idea? Un Tarzan e una Jane nelle braccia del gorilla? Magari, pensò, ma in mutande, santo cielo! E poi, fra l’altro, Tarzan, era così vecchio e macilento? E sta cacchio di Jane, ma non era bionda?


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Un posto in Paradiso

Un posticino in Paradiso

«Nessuno può essere saggio

a stomaco vuoto» (G. Eliot)

1. Er dottore

Ero alla finestra. Cercavo di riprendermi dai postumi di una sbronza di birra mista a un Frascati servito al litro, più svariate sambuche offerte dall’oste. Un modesto compleanno in una modesta pizzeria di quartiere, con Pier e altri amici, tutti finiti a quattro zampe sotto al tavolo.

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L’autunno si avvicinava e iniziava a tinteggiare Roma di colori caldi e soffici e l’odore delle prime caldarroste era già in agguato all’angolo della strada, portato da una brezza vivace giunta dal mare.

– Qualcuno brucia castagne alle otto di mattina – sollevò mia madre e aggiunse – Toh, c’è ancora la luna in cielo!

Il campanello squillò. Spensi la radio e andai alla porta. Era Sergio D’Angelo, detto Sergione, con quel testone di capelli sale e pepe scomposti dal vento.

– Ciao, Sergio, sei un tantino in anticipo.

Citò subito una frase, credo di un re di Francia:

– La puntualità è la cortesia dei re – declamò, e aggiunse con enfasi – Ma anche di un Gentleman o di un Dottore!

Bene in carne, né alto e né basso, con quell’aria un tantino aristocratica, passò la soglia con un avanzo di sigaro pendente fra le labbra e la sempitèrna pizzetta alle alici in mano.

Lo squadrai da cima a fondo.

– Già mangi?

Questa se magna a tutte l’ore – replicò – Per essere felici, ce vonno pizza e donne e, in mancanza di una mi accontento dell’altra.

Per la prima volta indossava una strana giacca a quadri, un po’ fuori moda, risicata su quella sua inabottonabile panzetta che occultava la cintura. Una semisfera ballonzolante in piena «lievitazione», dovuta all’eccessiva quantità di panini ingoiati al volo e all’incalcolabile numero di tranci di pizza. Un lembo di tessuto fuoriusciva dalla giacca, sul di dietro.

Pensai che sciatto e elegante erano i due aggettivi che, a turno, lo descrivevano meglio.

– Non avevo altro da mettermi – si scusò, incrociando il mio sguardo stupito – Ho portato tutto in tintoria.

– Entra dottò, mamma ti serve il caffè mentre finisco di vestirmi.

Dottore – rimuginai fra me e me, mentre indossavo il primo pullover stagionale – Perchè mai gli piacerà così tanto attribuirsi un titolo accademico!

Un giorno mi aveva risposto – A Roma so’ tutti dottori, e io? Io che conosco tutto Trilussa e pure Giggi Zanazzo e Gioacchino Belli, ma volemo scherzà!

Mentre infilavo i mocassini, sentii mia madre dirgli – Signor Sergio, quel nodo di cravatta è esagerato, sembra una patata.

– Mi sono vestito in fretta, signora Carmè, ci sono dei giorni così, che partono a razzo.

– Le ci vorrebbe una moglie sa? Oramai, non è più un ragazzino.

– Parole sante, signò, parole sante – ripetè – è che non c’ho mai tempo di niente e la sera esco poco. E poi, gli incontri buoni avvengono quanno uno nun ce la fa più e nun è ancora er caso mio. Comunque, detto fra noi, sto’ sulla strada buona, vedrà che fra poco mi fidanzo. Ho trovato ‘na donnetta che me fa dei sorrisi grossi come una casa. Pare n’angelo.

– Sa cosa le dico? A lei piace fare lo scapolone, sor Sergio, ma attento alla vecchiaia, spunta all’improvviso senza avvertire, s’è fatta lega’ le mani pe’ nun bussa’ a la porta. Mi ascolti, lo vuole un consiglio?…

Entrai in cucina e la interruppi con un gesto della mano.

– A ma’, lascialo in pace, il dottore non ha nemmeno cinquant’anni, ma di che vecchiaia parli.

Sorseggiammo il caffè, poi ci avviammo. Mia madre ci accompagnò. Sulla porta mi guardò con occhi teneri e preoccupati.

Da oltre due anni mi accontentavo di lavoretti saltuari, troppo spesso pagati a tozzi e bocconi e la cosa stava andando per le lunghe, sapeva di vecchio, superato, e una sorta di fatalismo stava mettendo radici nel mio cervello avvicinandosi quatto quatto all’anima. Ero in zona rossa. Rischiavo la rassegnazione.

Per questo, a volte, quando Sergione veniva a prendermi in quartiere, colla vecchia 500 scalcinata, tutto agghindato e la solita decina di quadri sul sedile posteriore, lo accompagnavo di buon cuore, anche perché, quando un gallerista riusciva a piazzargli una crosta, ci scappava una mille lire per il sottoscritto, ma soprattutto perché lo trovavo disperatamente solo, e anche un po’ sbandato. E poi, mi faceva ridere, con quella sua aria da capitano di yacht, con le giacche con lo stemma di non so bene cosa cucito sul taschino e il foulard di seta o la cravatta col nodo sproporzionato.

Ah Ni’, rifamme er nodo che tu’ madre m’ha sgridato – mi ordinò una volta saliti in macchina – Dai, che oggi è una giornata speciale, aspetto una risposta importante.

Gli annodai la cravatta. Un bel nodo scarpino, preciso, coi tre lati perfettamente uguali, mentre lui borbottava: E te? Ma quann’è che te metti ‘na camicia e te dai ‘n’aggiustata?

Partimmo in centro, con i quadri di un poveraccio che copiava paesaggi dalle cartoline ed era pagato alla giornata.

Facemmo il giro delle gallerie e per buona sorte ce ne fu una, dietro ai Cappellari, che aveva appena venduto uno di quelle tele, un colosseo all’alba. Pensai subito: forse ci scappa qualcosa per il sottoscritto.

Il tipo contò 10 banconote da duemila, quelle con Galileo, nuove nuove, fresche di banca. Sperai di vedere spuntar fuori dei biglietti da mille, poiché quello da duemila non me lo avrebbe mai dato.

Lo incalzai: la giornata è cominciata bene, «abbiamo» rimediato ‘na cosetta, ma il messaggio si perse nel vuoto.

Mi offrì un caffè in via Condotti, in un locale «in» dall’atmosfera malinconica e zuccherosa, con decine di quadri di autori famosi appesi ai muri.

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Il cielo era ambiguo e cambiava ogni mezz’ora. Ora azzurro ora grigio a seconda del momento e la brezza mattinale aveva lasciato il posto a un vento gelido che zufolava fra i tavoli della terrazza. Sergione si ravviò i capelli scarmigliati con le dita, a mo’ di pettine, degustando un secondo caffè.

Aho, dimme, so’ abbastanza elegante?

– Stai a posto, sembri Mario Carotenuto – risposi, pensando che non aveva ancora mai messo una giacca così pacchiana, a quadrettoni – L’hai visto quel film, uomini e nobiluomini?

Ma vattene a quer paese…

Il cameriere portò il resto di uno di quei biglietti nuovi.

Te devo confessà ‘na cosa – disse – dovemo annà sull’Appia Antica, all’istituto missionario, dove ce so’ le monache. Te devo presentà a qualcuno. Cerca de nun famme fa’ brutta figura. E ricordete de chiamamme dottore…

Aspettavo sempre che il famoso biglietto da mille si trasferisse nelle mie povere tasche ma lui raccolse banconote e monete e gettò il tutto nel borsello di pelle, disse: Oggi ti invito a pranzo, niente ceriola co’ ‘a porchetta, te porto a un’osteria chic, a du’ passi dar convento.

Il panino con la porchetta, mannaggia eva, me lo sarei perso! Di norma era quello il pasto abituale e anche il mio preferito. Una ciriolina calda e croccantella con un trancio di porchetta con la cotenna e gli aghi di rosmarino ancora piantati nella carne arrostita. Un lusso per soli iniziati, consumato in una vecchia taverna all’Esquilino.

Quel giorno, mi presentò Maria. Una bruna piacevole, di almeno vent’anni più giovane di lui. Non seppi mai cosa ci facesse in quel monastero, né come l’avesse conosciuta. Non chiesi nulla. Mi ricordo il suo aspetto acqua e sapone e un leggero profumo di violetta, unico segno di civetteria di quella donna semplice, gonna scura, camicetta bianca con su un pulloverino color fumo abbottonato fino al collo. Pensai ecco il diavolo e l’acqua santa, chissà adesso che cacchio uscirà fuori.

Sergio restò sulla soglia del portoncino. Con gli occhi da pesce lesso illuminati dall’emozione e il sudore che gli imperlava la fronte nonostante la tramontana.

Parlarono a lungo. Io, dopo le presentazioni, mi allontanai bighellonando in quel paradiso occultato dai cipressi e dai pini del ciglio della strada, fra magnolie, ciclamini, narcisi e gatti vagabondi. Gli effluvi della mensa si diffondevano e confondevano con le essenze del giardino. L’aria era un misto di brodo di carne e fiori.

Sergio finalmente mi raggiunse.

– Ma ‘o sai come magnano bene qui ar convento? Senti che odorino. Me sa che so’ tortellini cor consommè de pollo. A proposito…È fatta! adesso la «smonaco» e me la porto via. Hai visto che caruccia?

Quindi attaccò alcuni versi di Trilussa:

C’è un’ape che se posa

su un bottone de rosa:

lo succhia e se ne va…

– Ho già trovato l’appartamento – riprese – Un atticuccio a via der Viminale, aho! a du’ passi dar porchettaro! Quer taverniere finirà pe’ ammazzamme!

2. L’imbianchino

Da quel momento in poi, lo incrociai di rado. Ma non mi dispiacque. Ero contento che avesse trovato una compagna e in più, da parte mia, ero riuscito a sviluppare un’attività ben più redditizia che i suoi magri compensi: pittore di saracinesche.

– ‘Ndo vai tutte le sere dopo cena? – aveva chiesto mio padre – Ma che è ‘sto lavoro? –

Gli spiegai che proponevo ai proprietari dei negozi del Tuscolano il rinnovo delle loro vecchie serrande, di notte, mentre l’esercizio era chiuso. Alzò gli occhi al cielo, poco convinto, poi si decise: scese in garage e tornò su con un trapano al quale aveva fissato una spazzola di metallo.

– Con questa vai più svelto – disse – e ricordate quanno rientri ch’io m’arzo alle cinque. Vedi da nun fa’ casino.

Quindi, quasi ogni sera dopo le venti, mi recavo «allo sgobbo», con scala, tinte, pennelli, carta abrasiva, e adesso anche la spazzola d’acciaio.

Inizialmente, la prima notte, scartavetravo o davo l’antiruggine e l’indomani, sempre a tarda sera, attaccavo la verniciatura con una miscela a rapida essiccazione affinché, al mattino, il lavoro fosse finito e pronto alla consegna e per questo, spesso, tiravo fino all’alba.

Ogni tanto, qualcuno mi chiedeva di scrivere delle lettere, tipo «casa della camicia» o il «mago del supplì» e questo mi faceva intascare qualcosa in più, ma la maggior parte delle volte erano solo una spessa mano di grigio.

Mia madre vide la cosa di buon occhio, e ogni sera mi preparava il termos col caffè caldo e mi legava la sciarpa al collo.

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 Tutto pareva semplice e fluido e per nulla al mondo avrei rinunciato alla mia nuova occupazione e peraltro, averla inventata di sana pianta, mi riempiva d’orgoglio.

Inoltre, trovavo il paesaggio notturno perfetto: dalla bianca e marmorea basilica dei salesiani alle piazze e piazzette alberate e anche le case popolari color rosso pompeiano, ben più a taglia umana delle torri di cemento che spuntavano prepotenti negli altri quartieri periferici. E poi c’era il «tranvetto», che sferragliava fino a mezzanotte, e anche i vigili notturni o le volanti di servizio che rallentavano e salutavano o stazionavano un paio di minuti, sparavano un paio di stronzate e ripartivano nel buio della notte.

Passavano pure ragazzi che conoscevo. Parcheggiavano l’auto e si fermavano a fumare e si scambiava quattro chiacchiere.

La cosa più divertente era che più il tempo passava e più gente veniva a trovarmi, cercandomi per le vie di Don bosco, come in una caccia al tesoro.

Alcuni dicevano:

– Aho! Pe’ trovatte avemo perlustrato tutta Cinecittà. Oppure:

Meno male che ce stai te, che nun ch’avemo più ‘na sigaretta – E io aprivo la grossa scatola di metallo delle Muratti’s Ariston e offrivo un giro.

Ero l’imbianchino by night che rompeva la monotonia dei sonnambuli e animava il quartiere sotto il pallore carezzevole della luna, col mio mangiacassette e gli strimpellii dei Black Sabbath, le svisate di Hendrix o le note più dolci di Dylan, le vecchie superga macchiate di grigio e lo zucchetto di lana.

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Circa due mesi dopo, a sera inoltrata, alle soglie del Natale, qualcuno gridò dall’auto: Aho! A Michelangelooo!

Era Sergione, a bordo di una 124 sport, color giallo verdastro come la cacca delle oche.

– M’hanno detto che hai rinnovato mezzo quartiere – mi sfotté – Comunque mi fa piacere. Fossi stato più giovane t’avrei dato una mano, che me servono li sordi.

Scese dal coupè e aggiunse:

– Ci vuole la salute per stare in piedi di notte e al freddo.

Quindi recitò:

Pe’ conto mio la favola più corta

è quella che se chiama gioventù:

perché c’era una vorta…

e adesso non c’è più.

– Fumamose ‘na sigaretta, va! E daje, monta in macchina – proseguì – che t’offro ‘na cosa.

– A Sergiò, sono le nove e ho appena iniziato a togliere la ruggine. Nun me fa perde troppo tempo.

Montai nell’auto. C’era un gran casino: quadri, scampoli di stoffa e cianfrusaglie varie. Il profumo della tappezzeria in cuoio si mischiava all’odore del fumo e alle note della sua colonia muschiata. L’autoradio trasmetteva un pezzo di Jannacci.

– Adesso vendo pure tessuti, disse, c’ho un campionario di marca, pezze di tweed, spinati, lana vergine e piquè…

– E i quadri?

– Vendo pure quelli, ho dovuto ampliare il campo d’azione. Maria aspetta un pupo. Me tocca ruscà, come dicono al nord, Dio solo sa quanto corro.

I suoi capelli erano sempre più bianchi, ma tagliati corti, alla Umberto.

Fumammo le sue stop senza filtro ascoltando Messico e nuvole.

– Allora, di quanto è?

– Quasi tre mesi. Ch’avevo l’occhi ‘mprosciuttati e non ho fatto attenzione. L’amore non bada a quel che sarà…

– E adesso, come ti senti?

– Un po’ sfasato ma contento. Maria è una brava ragazza, che altro può chiedere un vecchio buzzicone come me? È una manna del cielo. M’ha tolto dalla naftalina. ‘O vedi? M’ha fatto pure cambià machina.

– Accidenti, se è bella.

Ficcò la mano nel portaoggetti, tirò fuori un pacchetto chiuso con lo scotch e me lo porse.

Mentre scartavo accese il motore e azionò il riscaldamento.

– Grazie Se’ – dissi, sfilando una cravatta blu dall’involucro – Questa sarò obbligato a metterla.

– È un pensierino, a giorni è Natale.

– Bella, ce so’ pure i puntini.

Continuammo così per un’oretta. Ogni tanto tirava fuori due sigarette dal pacchetto, le accendeva e me ne passava una. Non aveva voglia di rincasare.

– Abbiamo litigato – esordì a un tratto.

– Non mi dire che se n’è andata.

– No, no, è a casa. Poraccia, dalle monache nun potrebbe nemmeno più tornacce. ‘Ndo voi che vada.

– Niente di grave, allora.

Te spiego. Ha fatto venì a sorella a Roma, ‘na regazzetta de diciott’anni. Doveva fermasse due tre giorni e mo’ fa già un mese. La casa è piccola, non c’è più intimità. L’altro giorno, era l’alba, so’ annato in bagno mezzo gnudo e quanno so’ uscito c’era sta ragazza davanti alla porta. Io ce l’avevo dritto, ha visto ‘sto mandarino rosso e s’è messa paura. T’emmagini Maria? È successo un putiferio, ancora c’ho li strilli ne’ l’orecchie. E oggi è riscoppiata la lite, sempre a causa de ‘sta regazzina.

– E ‘sta volta che hai fatto?

– Gli ho dato un pizzicotto…

– Su una guancia…

– Eh, lallero! I pizzicotti se danno su ‘e chiappe a Ni’!

– Ah! E allora?

– Allora ho preso e so’ uscito, me ne so’ annato ar cinema a vedé Maciste contro Zorro.

– E mo’ te piace ‘sta robba?

– No, però me rilassa, Quanno sei tutto nervi che voi fà? Nun poi mica annà a vedette Don Giovanni. Devi stà sur leggero, è come legge topolino al cesso.

3. Il poeta

Dopo di che, passò molto tempo, forse troppo. Un giorno, a mezzodì, alla vigilia del Natale successivo, portai Pier a mangiare una di quelle famose ciriole, a due passi dal domicilio di Sergio.

– Dai – dissi dopo la stuzzichevole porchetta – Andiamo a vedere se è a casa. Gli facciamo una sorpresa.

Sapevo qual’era il palazzo anche se non c’ero mai andato.

Salimmo a piedi, fino all’ultimo piano. Sulle due porte c’erano nomi diversi.

– Che si fa, si suona?

Pier si decise e spinse il pulsante del campanello. Una, due, tre volte.

Si affacciò quella della porta di fronte. Una donna coi capelli arruffati e la faccia rossa di febbre. Tossiva e sputacchiava in un fazzoletto.

– Cercavamo il signor D’Angelo.

Ah, er dottore – bofonchiò con la voce smorzata – È da ‘n pezzo ch’è partito. Saranno boni du’ mesi.

Spiegai che era un caro amico e che l’avevo perso di vista.

Nun ce posso fa’ gnente, me dispiace.

Mi guardò con occhi impietositi, allora insistetti.

– Mannaggia! E adesso quando lo trovo più – frignucolai – chissà dove s’è cacciato.

Stavamo per riscendere le scale quando la signora finalmente s’intenerì: – Aspettino – disse a sorpresa – forse ve posso aiutà. M’ha lasciato n’indirizzo, pe’ la posta, ovviamente.

Così sapemmo che s’era trasferito sulla Colombo, a Spinaceto.

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Ma da solo però, perchè ‘a moje se n’è annata er mese prima, ar sud credo, ma nun me chiedete dove perché a me nun me parlava, solo bongiorno e bonasera. Col sor Sergio era n’antra cosa. Era un signore, ch’aveva sempre ‘na parolina gentile.

Quando tornò con l’indirizzo aggiunse – Se nun avessero perso la creatura, nun sarebbe mica finita ccosì. Che storiaccia!

Comprammo panettone e spumante e andammo a cercarlo.

Impiegammo quasi un’ora a uscire dal traffico intenso delle feste e raggiungere uno dei quartieri dormitorio per eccellenza, una roba senz’anima a un chilometro dal raccordo anulare.

Giungemmo al casermone, una costruzione a scala che si affacciava su un vallone abbandonato. Un capolavoro di tristezza ideato da uno dei palazzinari dell’epoca.

Trovammo il suo nome sulla cassetta delle lettere. Dottor Sergio D’Angelo, rappresentante di commercio.

– Stavolta ci siamo – si rallegrò Pier – Ce l’abbiamo fatta, sperando che sia a casa.

Salimmo fino al quarto e lo trovammo lì, sulla porta, con un litro di latte in una mano e il mazzo di chiavi nell’altra. Restò di sasso.

– Ma guarda ‘n po’ – esclamò – pare che se semo dati appuntamento oppure, ditemi, ma che mi stavate seguendo? – Co’ tutte ‘ste chiavi – aggiunse – nun ce capisco più ‘na mazza. Uno de’ ‘sti giorni levo ‘a porta e ce metto ‘na tenda. Tanto a me che me rubbano, er ciufolo?

Entrammo. Era un monolocale completamente vuoto, fiocamente illuminato da un’unica finestra che dava sul vallone.

Ci accomodammo su dei cartoni non ancora sfatti.

– Scusate er casino, sto qui da appena due tre giorni – mentì – Nun ho avuto er tempo de fa’ gnente.

Faceva un freddo cane. Andò alla stufetta a gas e spinse la fiamma al massimo.

A Sergiò, ma ‘n do’ dormi? – chiesi, non vedendo alcun letto.

Ci indicò una poltrona carica di libri.

Se tira giù la spalliera e diventa un letto. Oggi c’ho rovesciato un cartone pe’ fa’ l’inventario dei volumi, ma nun me ce so’ ancora messo.

Non sembrava come al solito. La sua proverbiale spavalderia s’era smosciata, rattrappita come un pistolino nell’acqua fredda del mare. Pensai, forse è il gelo, forse è la solitudine e sicuramente la scomparsa del piccolo

Dappertutto c’erano mozziconi di candela sui colli delle bottiglie vuote e posaceneri con le cicche delle stop e dei sigari. Su una parete, accanto a un quadro dei fori romani, una ventina di cravatte pendevano su una corda appiccata a due chiodi.

Aprì la finestra e posò il latte sul davanzale.

Er frigo nun funziona – si lamentò – e manco ‘a luce, nun m’hanno ancora allacciato ‘a corente. Intanto a che serve…Co’ ‘sto freddo pure ‘e parole se congelano quanno t’escono da’ ‘a bocca.

Nessuno tolse il giaccone.

Lo spumante provò a riscaldarci, ma inutilmente e così anche la stufa, piccola e poco efficiente e poi puzzava, un odoraccio di cherosene da mal di testa.

Discutemmo un po’, ma nessuno osò toccare l’argomento di Maria e del bambino. Mi chiese se la mia attività commerciale avesse spiccato il volo o se avevo già cambiato «professione».

Se tira avanti, è tutta n’arte, tu me lo ‘nsegni. Adesso dipingo pure l’appartamenti. Finchè dura… E te?

Prese un’aria un po’ ampollosa, ma non proprio falsa. Era semplicemente la sua seconda metà che emergeva dall’iceberg di quella personalità variegata e delirante, da opera «guitta». Parlò come un esperto e senza accento romano:

– È la fine della pace economica e il mercato si sta chiudendo; il prezzo dell’energia sta toccando livelli stellari. Siamo in piena crisi della sovrapproduzione, quindi c’è un calo della domanda.

Poi l’altra metà prese il sopravvento –‘A gente comincia a comprà de meno a Ni’ – concluse – Ma n’ii leggi i giornali?

Chiuse l’argomento.

Dio che freddo! – protestò. Si sfregò le mani e si alzò di scatto, scuotendosi come se avesse dovuto liberarsi di uno strato di brina dalle spalle.

Cor dorce ce vo’ er santo caffè – decretò – Callo callo. Però ho finito ‘o zucchero. Mejo ccosì, questo se beve ar naturale, è ‘n velluto, ‘pe’ comprallo devo arivà fino ar Senato.

Andò nell’angolo cucina, preparò la macchinetta e la mise sul fornellino a gas, quindi affettò il panettone.

Ma dimme te, invece der cenone me faccio ‘na merenda de Natale.

C’era una profonda emozione in quella voce arrochita dal tabacco. Notai gli occhi lustri – È un bel regalo quello che m’avete fatto. E chi se l’aspettava.

– Oggi e domani magari no – disse Pier – ma a Santo Stefano, se vuoi, veniamo a prenderti e si va a pranzo fuori.

Ma Sergio declinò l’invito, con una scusa inventata al volo.

– Er 26?… C’ho n’aereo da prenne. Sargo su a Prato, pe’ affari.

– Beh, allora un altro giorno, prima che finiscano le feste. Telefoni e ci vediamo. Mi raccomando, fallo!

Nessuno parlò per un po’. Fu come se avessimo deciso di osservare un minuto di silenzio, poi, lo sbruffo della moka ruppe quella sorta di imbarazzo creatosi all’improvviso.

Sergio accese un resto di sigaro e distribuì il nettare caldo nelle tazzine. Restammo ancora per poco; dopo dolce e caffè, Piero guardò l’orologio e fece segno che era ora di levare le tende. Spiegò che dopo avermi accompagnato a casa sarebbe ancora dovuto ripartire per le ultime spese del veglione.

Fuori il cielo già imbruniva. Sergio si alzò e cominciò a accendere le candele.

– È ora delle strenne – disse e andò a frugare nel mucchio dei libri accatastati sulla poltrona. Ne prese uno, lo aprì alla pagina marcata da un segnalibro e lesse:

… È bello ave’ ‘na donna che sparecchi

 ma lascia er boccaletto accanto a du’ bicchieri,

pe’ fasse ‘nsieme l’urtimo goccetto

che scaccia li pensieri.

Perchè si bbevi solo è come se bevessi…acqua ‘cetosa

‘na donna dentro casa è n’antra cosa

Tiè, pija – disse, porgendomi un libro di sonetti di Aldo Fabrizi – te lo regalo. E questo è pe’ te a Piè. So che nun te ne frega gnente ma prova a legge, so’ li racconti de nonno, de Checco Durante, a meno che nun voi ‘na cravatta…Nun c’ho nient’artro da offrivve, ma questi pe’ me so’ come ‘e dita de ‘na mano.

Sulla soglia, tirai fuori dei gettoni del telefono dalla tasca.

– Questi lo sai a che servono? So’ pe’ chiamacce a Sè, e nun sparì n’antra vorta.

Partimmo con i libri e un gran magone, pensando che lasciarlo in quella miseria fosse davvero indecente, così solo e nelle grinfie dell’inverno.

– Spicciamoci – fece Pier, mentre scendevamo le scale – che se trova i soldi è capace di correrci dietro.

– Quali soldi Piè?

– Quelle cinquemila co’ fatto scivolà sotto ar panettone.

Quella sera, dopo aver scartato i regali in famiglia e dopo che tutti andarono a dormire, mi accoccolai al calduccio del divano e cominciai a sfogliare il libro.

Spuntò fuori un foglietto di carta, piegato in quattro fra una pagina e l’altra. Era una poesiola corta, quattro versi scritti a mano. Lessi:

So’ stato vagabondo e anche dottore

e perché no, pure commendatore

A vorte era ‘na scarpa e ‘na ciavatta

A vorte er doppio petto e la cravatta

Se ppenso a ‘sto destino mio, me dico,

m’è annata pure bene, e cor soriso

Parlo a San Pietro mio e lo invoco

de nun lasciamme arrosolà dar foco

Lo so che nun so stato assai preciso,

ma famme ‘n posticino, ar Paradiso

‘No strapuntino ‘n fonno

Me po’ abbastà ampiamente

Lì, dove c’hai messo er monno

Che ha dato poco e gnente

Anche se er freddo de ‘sta tera nun ch’a pari,

tanto t’agghiaccia d’odio

E indifferenza

Der callo dell’inferno,

abbi pazienza,

me pare arto er prezzo.

San Pié, se poi: famo ‘na via de mezzo.

Sergio D’Angelo

Mi rivenne in mente il vallone spoglio di Spinaceto e lo studio striminzito e disadorno. Pensai che un giaciglio all’inferno doveva fottutamente somigliare a quella poltrona polverosa ricolma di libri, al cucinino e alla debole fiammella della stufetta puzzolente. L’inferno è freddo, è invernale, è una sinusite cronica, è nebbia e assenza, altro che calore e fiamme!

Ma ecco mia madre, spuntò alle mie spalle con un morbido plaid in una mano e un decotto di castagne e fichi nell’altra.

In fondo, il mio di posticino in paradiso era là, e non c’era altro da fare che tenerselo stretto.

D’un tratto il telefono squillò. Mio padre smadonnò dal letto. Corsi all’apparecchio, era lui. Disse:

– Ahò, state ancora a giocà a tombola?

– No, stanno tutti a letto. Mio padre domani lavora. E tu dove sei? E com’è che chiami a quest’ora? Che t’è successo?

– Da nun credece a Ni’: Ho preso ‘na quaterna. Tutt’e quattro i numeri de mi fijo, uno dietro l’altro. So’ minimo tre o quattro mijoni! Fortuna che c’ho ‘sto transistor co’ ‘e pile bone, sinnò manco l’avrei saputo. Quanno ‘a radio l’ha annunciato me so’ inteso male. Mo so’ annato a la basilica de Pietro e Paolo, su viale Europa. Ho acceso cinquecento lire de ceri, ho infilato tutt’e due e mani nell’acqua santa e me ce so lavato er viso.

Cercai di immaginarlo tutto infagottato, nella cabina telefonica, con la voce spezzata, potevo quasi vedere le lacrime scorrergli sulle guance mal rasate.

– Che Dio ve benedica, che se nun m’avreste lasciato que’e cinquemila sotto ar panettone, nun avrei mai potuto famme sta giocata…

Il telefono era accanto alla finestra. Fissai la luna. Era alta e illuminava i rami spogli degli ippocastani dei giardinetti, poi, mentre le campane di Don Bosco rintoccavano la mezzanotte, l’attacco di ridarella zampillò all’improvviso dal fondo dell’anima, scuotendomi in tutti i sensi, come una marionetta disarticolata. Una bella risata, pulita, divertente.

Mio padre venne a dare un’occhiata, col suo pigiama di flanella a rigoni, incuriosito oforse preoccupato mentre mi davo delle manate sulle gambe e mi piegavo in due.

– Tutto a posto, ragazzo?

– Tutto a posto, pà.

– Bene! Allora vedi da smette ‘sto casino, che er gallo, pe’ chi sgobba come me, canta pure er giorno de Natale. E mo’ bonanotte!

Si versò un po’ d’acqua e bevve tutto d’un fiato.

– Beato te che ridi – aggiunse. E finì così, la notte di Natale.


Foto in ordine di

Gian Luigi Perrella

Damianos Chronakis

Manuela

Fillea Roma e Lazio

Autoritratto

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Sulla Luna – Gianni Rodari

Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.

Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.

Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.

Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…

A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.

Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!