Il gelso nero

…Chi può sapere cosa essi dicono quando parlano degli uomini, gli alberi parlano albero, come i bambini parlano bambino…(da «Alberi» di Jacques Prevert)

* * *

Il pianoro era leggermente rialzato e dominava il mare, prima di San Vito, sulle rive del Tirreno. Uno scrigno di vegetazione, imbalsamato dai profumi dei piccoli fiori gialli del finocchio selvatico e del perpetuino che si mescolavano alla salsedine e all’odore delle alghe che essiccavano al sole.

Da lì si scendeva in un baleno. Quattro salti fra gli artigli dei fichi marini ornati di petali accesi e pluff, potevi gettarti nell’azzurro infinito del mare.

Quel cantuccio fu un amore a prima vista, sin dal primo giorno quando, appena ragazzo, il padre lo portò per la prima volta sulla lunga lingua di sabbia che si inoltrava nel mare come un pontile. Si andava in punta e si gettava la rete a lancio, l’ombrello del rezzaglio si apriva e intrappolava i pesci.

Più in su, sul piccolo rilievo, nascosto fra alti ciuffi di tagliamani, un giovane gelso cresciuto liberamente dominava la baia, ritto e fiero come una sentinella. Era il signore incontestato del luogo. Sebbene avesse il fusto mingherlino, in estate si caricava di bacche nere e carnose. Danilo si teneva lì, all’ombra del piccolo albero, mentre il padre arrostiva le sarde appena pescate.

Quel mattino di mezza estate, aveva trovato l’automezzo sul ciglio della strada. Posteggiò il vespone, mise il casco nel bauletto e si avviò a passo svelto lungo il viottolo che conduceva all’albero. Cento metri col batticuore, inebriato dal sole e dal canto assordante delle cicale. Se lo sentiva, c’era qualcosa di strano, di insolito.

Due uomini, armati di teodolite e paline graduate, stavano misurando il terreno.

– Che succede, che fate qui? – chiese

Il geometra rispose che dovevano controllare le planimetrie e tracciare il perimetro. Presto sarebbero cominciati i lavori, un hotel di 60 camere avrebbe visto il giorno di lì a poco.

– Lo vede l’albero? Beh, esattamente lì, fra un anno, quel piccolo gelso troneggerà nel bel mezzo di una piscina, su un isolotto di cemento e rocce. I turisti dovranno nuotare per spiccarne i frutti. Non male, no?

Danilo si allontanò. Scese giù per il pendio fino alla riva. Un gabbiano si alzò da un tronco semisepolto dalla sabbia. Danilo lo seguì con lo sguardo finché non si posò, più in là, su un fazzoletto di terra rialzato, seminascosto fra le rocce. Danilo s’inerpicò. Un leggero venticello prese a soffiare e lo accompagnò sulla china. Non una nuvola in cielo, il sole di luglio governava il giorno e il mare era immenso.

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È un gran bel terreno – pensò – gli piacerà.

Quando tornò indietro il geometra stava stendendo il metro a nastro, l’altro aveva il muso arrossato dalle more appena mangiate.

L’albero si mosse leggero con la brezza. Danilo si avvicinò e lo carezzò, come sempre, prima di cogliere un frutto. Sentì qualcosa, percepì un sospiro, un alito che non veniva dal vento. Un suono, un lamento? Forse una preghiera.

Ti porto via – disse.

Quella notte Danilo scavò, scavò a lungo, sotto lo sguardo attento delle stelle. E la luna sorrise.


Le immagini sono quadri sono di A. Possenti

Piedi Nudi

(Novellina sul piagnucolio)

La caletta era ancora distante, ma ne valeva la pena. Per accedervi ci si doveva inerpicare su un alto promontorio con la macchia fitta e poi ridiscendere e percorrere un paio di chilometri lungo una striscia sabbiosa addossata alla scogliera. Nessuno ci metteva piede. Era un posto dimenticato da Dio, abitato da uccelli che s’annidavano sulle pareti rocciose.

Di solito partiva presto al mattino, col sacco a tracolla e il Te Deum di Mozart negli auricolari.

Quel posto era la sua valvola di sfogo. Si ripuliva l’anima e il cervello parlando ad alta voce e a volte anche urlando e lanciando al vento le sue tiritere senza che nessuno gli rompesse l’anima.

* * *

Ancora uno sforzo bella mia, ci sei quasi, mormorò nella quiete di quel particolare lunedì mattina.

La sabbia era già calda che non erano ancora le dieci. Martina spense il walkman e allungò il passo, osservando con tristezza i suoi piedi nudi.

Due piedi enormi, pensò, due grossi stupidi piedi!

Si era di nuovo alzata col piede sbagliato, era proprio il caso di dirlo, e la cosa non andava migliorando nonostante la stupenda giornata, mare immenso e cielo blu, un cielo che lei nemmeno guardava, presa com’era a fissarsi i piedi e lamentarsi.

Che schifo, che croce! Non vi sopporto più. Potessi togliere di mezzo qualcosa, farei sparire voi e quel poco di cuore che mi resta. Mi tengo il cervello, per continuare a lagnarmi e fare incazzare il mondo intero (dette un calcio a un mucchio d’alghe secche insabbiate). Una spina nel fianco, ecco cosa sarei, una zeppa appuntita fra le costole di quell’esaurita di mia madre con quei grossi piedi pelosi tramandati di padre in figlio. E poi Giò, anche lui ci metto dentro, lui e quella manica di stronzette che gli girano intorno. Ah, come gli incasinerei la vita al mio bel casanova, con quel cacchio di sguardo di ghiaccio che faccio fatica a guardarlo negli occhi…

Tirò fuori un buondì dal sacco, lo scartò e ne fece due bocconi. Scacciò alcune mosche eccitate dal caldo che gli svolazzavano intorno per ristorarsi nel sudore e pizzicarle le spalle.

Si fermò. Sotto aveva messo il costume. Si sfilò il toppino e i pantaloni, ne fece un palla di stoffa, l’allacciò con le bretelle e la prese a pedate per una buona ventina di metri finché non urtò in qualcosa di duro e cacciò un urlo.

Di nuovo, fra le lacrime, le venne in mente sua madre, Minerva, magra come un chiodo, con i ciuffi sotto le ascelle che non depilava mai… È lei che avrebbe voluto prendere a zampate nel culo.

– Ma che fai? – L’aveva redarguita un paio d’ore prima – Lavi i piatti col bagnoschiuma? E perchè non col dentifricio…Hai proprio qualcosa di storto in quella testa! Dovresti curarti, sai?

Che rispondere? Che da chissà quanto tempo non c’era più sapone per i piatti? Fiato sprecato, per carità! Avrebbe negato l’evidenza, ancora una volta.

Inghiottì un’altra merendina, la quinta quella mattina.

Si sedette. Pausa, pensò e scartò il sesto buondì, l’ultimo finalmente. La sabbia gli scottò le natiche. Prese la palla di stoffa e ci si accomodò sopra. Ora lo sguardo si posò sulla ciambella intorno alla pancia. Se l’era fatta crescere apposta. Ci aveva lavorato sodo. Una dieta assidua di cannoli, cassatine al forno, gelo di anguria e robe varie al cioccolato, lei che non amava affatto i dolci. Così almeno era fatta, non c’era più da pensare alla prova costume, era riuscita a raddoppiare culo e fianchi e buona notte. Più nessuno l’avrebbe guardata, ora che sprizzava vaffanculo da tutti i pori. Sarebbe finalmente stata in pace di Dio, lontana da qualsiasi speranza, dagli impostori e da qualsiasi ipotetico principe azzurro.

– Sei bella così, grassottella al punto giusto – le aveva detto Giò, incrociandola all’uscita del supermercato.

E che sono, un maialetto? Aveva pensato lei, ma non aveva osato rispondere e, dopo aver degludito, aveva quasi acconsentito:

– Se lo dici tu…

– Ho poco tempo, devo andare. Ma tu, dimmi, come ti butta?

– Non molto bene, sai? Con mia madre è sempre il solito disastro, sto quasi per perdere il lavoro e quelle fitte intercostali, te le ricordi? E le palpitazioni? Ebbene sono di ritorno e anche tutti quei rumori nella pancia, soprattutto al mattino…

Giò aveva alzato gli occhi al cielo. Ecco che ci risiamo, doveva aver pensato, ricomincia a piagnucolare.

– Davvero, ti stanno bene questi chiletti – aveva comunque insistito, ostentando una finta espressione d’indulgenza, come se fosse stato condannato a subire tutte quelle manfrine ogni volta che la incontrava – Sembri uscita da un quadro di Rembrandt…sai quello con le bagnanti – aveva aggiunto tamburellando nervosamente l’indice sul filtro della sigaretta ormai spenta (sembra debba pepare il linoleum del parcheggio, aveva pensato lei sprezzante)

Poi Giò aveva tagliato corto, lanciando un’occhiata a quella mingherlina della Margy che lo aspettava con le mani sui fianchi puntuti che spuntavano fuori dai jeans.

– E ora scusami ma ho fretta.

– Se vuoi ci si vede un’altra volta – aveva osato lei – ci si beve un caffè e ti racconto un po’ di cose.

Sai? Minerva adesso si dipinge le unghie con gli smalti fluorescenti, ci aggiunge cuoricini, fiorellini… un vero caso patologico e…

– Perchè no, uno di questi giorni ti chiamo – l’aveva interrotta lui concludendo con un «ciao e a presto» ed era schizzato via, zigzagando fra i carrelli, per raggiungere quella pelle e ossa senza tette della sgarzolina di turno.

Brutto ipocrita. Aspetta che mi gonfio come un pallone e ti esplodo in faccia. Splash, ti riempio di tutta la panna montata che ho ingurgitato in queste ultime settimane. Ti ci affogo!

Si odorò le ascelle sudate e il proprio odore le piacque, quasi la commosse; pensò: aiuto… e se rimanessi sola per sempre?

Si chinò e massaggiò il piede, ora le doleva forte.

1937 - Donna sulla spiaggia

Piccolissime onde si formarono all’improvviso infrangendosi sulla riva. Sembrava mormorassero, o peggio, brontolassero, ma Martina ascoltava solo il ronzio delle mosche e la fitta che si acutizzava. Un minuscolo granchio si sporse da un forellino nella sabbia a un centimetro dal piede dolorante per poi rifugiarsi di nuovo nel cunicolo. Martina dette un pestone rabbioso sul buco, col piede buono, quindi guardò finalmente il mare, si alzò e fece qualche passo verso il bagnasciuga mentre lo sciabordio delle onde aumentava, sospinto da una improvvisa corrente.

L’acqua le alleviò il dolore rinfrescandogli le caviglie per poi ritirarsi gorgogliando. Avvertì una lieve sensazione di benessere venire su dai talloni. Per un corto istante si sentì bene e in pace con se stessa. Si distese e si lasciò andare, adagiata nella finissima rena dell’ansa. I gabbiani schiamazzavano mentre alcuni falchi pescatori intrapresero ampi cerchi di cui lei, stranamente, era il centro. Osservò i loro volteggi finchè le palpebre non cominciarono a appesantirsi…

* * *

Ebbe l’impressione di non essere più sola. Si rizzò sui gomiti, si sedette e lo vide. L’uomo, grande, grosso e capelluto e con la barba bianco latte, uscì dall’acqua e si scosse come un cane, scrollandosi di dosso alghe, meduse e stelle di mare.

Ha una faccia da perverso, pensò, anzi no, da bonaccione, ma da dove cacchio è uscito?

Il gigante fece una smorfia di rabbia, dette un colpo di tridente e un’onda si formò rovesciando sulla rena morbida un’intero branco di pesci. Ne dette un secondo e il mare s’appiattì. Allora parlò:

– Donna, mi stai assordando il cervello con tutte queste lamentele. Proprio qui, su questa spiaggia tagliata fuori dal mondo, devi venire a gemere di continuo? Di sotto, nessuno riesce più a discutere, ascoltare, sorridere, giocare, dormire, mangiare, suonare, ballare…Ho l’impressione che il demone della lagna abbia trovato in te una comoda e durevole ospitalità. È sicuramente molto felice, ben al calduccio nel tuo ansioso inconscio.

Chi non si sarebbe sbalordito dopo tale apparizione e quel modo di parlare? Tuttavia, Martina restò immune allo stupore e ancor più allo spavento. C’era qualcosa in quella specie di omone di rassicurante e, ovviamente, di fiabesco. Pensò comunque Oddio, Meglio sedersi!

– Sei già seduta! – Tuonò il gigante e proseguì: – Piangersi addosso è la soluzione più comoda e veloce, nevvero? È dunque questa la tua strategia? Attirare l’attenzione del prossimo e intrappolarlo nel tuo becero gioco? Non ne hai abbastanza di intortare il prossimo impegolandolo nei tuoi stati d’animo?

Sono anni che ti rivolgi al cielo solo per affligerlo con un profluvio di lamenti, donna a cui piace fare la vittima.

Martina ne aveva sentito abbastanza, si fece coraggio e protestò:

– Non pensavo fosse pure vietato essere disperati. E poi, a chi do fastidio? Non ho mica la sindrome di Calimero, sa? Di solito nessuno mi ascolta e allora parlo, parlo da sola. Il mio è solo uno sfogo, punto!

– Ha, ha – il titano rise e, divertito e rabbonito dalla sfrontatezza di Martina, continuò:

– Uno sfogo è una cosa, e le lagnanze ne sono un’altra. Tu nutri in te il piagnisteo e tutte quelle bruttezze che, per effetto specchio e per tua convenienza, vedi solo negli altri…e ti lagni, ti lagni, ti lagni sempre. Ne abbiamo le scatole piene della tue geremiadi!

– Scusi?

– Delle tue tristi solfe, è più chiaro?

Marina provò ad alzarsi ma il tridente del colosso si alzò minaccioso.

– Non ho finito, mignatta – disse, ora scuro in volto – Ascolta! Ciò che pensavi fosse chimerico, oggi sta per avverarsi, ringrazia questo mio insolito buon umore! Ed ora dormi, che ho da andare!

Dette un’ennesimo colpo di tridente e svanì, inghiottito dalle acque.

* * *

Quando aprì di nuovo gli occhi, il sole era già basso all’orizzonte.

Oh mio Dio, ma quanto ho dormito, pensò Martina, è già sera.

Aveva la gola secca e un certo languore allo stomaco. Brontolò, forse per l’ultima volta: Oh Cavolo! Non ho più merendine e mi sento tutta infiacchita…

In un angolo del cielo un fine quarto di luna sembrava sorgere dal mare. Si guardò intorno ed i pesci erano tutti lì, ammonticchiati l’uno sull’altro, boccheggianti. La risacca ora le bagnava le spalle e i capelli, riportando in mare alcuni sgombri luccicanti e le sarde che saltellavano affannate a un passo dalla meta. Una leggera brezza la fece rabbrividire. Pensò di rivestirsi. Cercò di alzarsi: impossibile, qualcosa le bloccava le gambe. Martina sorrise, gli ultimi raggi di sole fecero scintillare le scaglie argentee della sua lunga coda.

Si aiutò con le braccia per entrare in acqua e avere un po’ di fondo, agitò le pinne e si allontanò, senza pensarci due volte, verso il largo e sotto le prime stelle. Con la notte sarebbero nate altre fiabe.

Si era di nuovo alzata col piede sbagliato, era proprio il caso di dirlo, e la cosa non andava migliorando nonostante la stupenda giornata, mare immenso e cielo blu, un cielo che lei nemmeno guardava, presa com'era a fissarsi i piedi e lame


Credits:

La prima foto è un quadro di Picasso “Donna seduta sulla spiaggia” per saperne di più -> http://www.mba-lyon.fr/mba/sections/languages/ltaliano/collezioni/capolavori/opere1476/donna-seduta-sulla-s?b_start:int=23

La foto di copertina, così come la seconda foto modificata, è un quadro di Antonio Possenti, altri suoi lavori si possono trovare qui: http://www.antonio-possenti.it

Allagato ma non troppo!

Ispirato da tutti questi giorni piovosi di maggio

Non c’è niente di più bello del farsi stringere sotto le coperte mentre fuori piove.

Ricopiò la frase, in rosso, con un grosso pennarello. Cambiò colore, prese il blu e aggiunse:

Certe giornate di pioggia sono favorevoli al concepimento e all’incubazione dei guai e delle future rotture di coglioni!

«Qual è la frase buona?» ­ si interrogò ­ «E soprattutto, cosa succederà adesso?»

Chiuse il diario e lo ripose nel cassettino della scrivania, sotto alla finestra. Sono un ottimo ricercatore di rogne – pensò – un vero asso nella materia.

L’aveva fatto. Aveva telefonato a Brigida ed ora se ne stava pentendo.

«Hallo?»

«Sono io. Sei sveglia?»

«Beh, adesso più che mai. Non ci posso credere, sei tu? …Oh Dio mio! Questo si che sveglia più di un caffè».

Eppure lo sapeva, ne era certo, che se avesse fatto quel passo non avrebbe

potuto più tornare indietro. Ma continuò.

«Lo so, avrei dovuto chiamarti prima ma non ho osato…» lungo silenzio, grugnito, presentimento di esplosione incombente…

«Ci sei?»

Ancora qualche secondo di assenza.

«Si, ci sono. Stavo solo meditando… Sei certo che volessi comporre il mio numero?»

Aveva già cambiato voce. Ora era un tantino più nervosa, proprio quel tono acido che lui tanto odiava. Se non fosse per questa maledetta pioggia che mi blocca in casa, probabilmente – rimuginò lui – avrei tenuto duro, non l’avrei chiamata.

­ Aspetta un attimo – disse lei – che mi verso un caffè. Il cielo scuro, carico di tristezza e noia, aumentò di colpo la cadenza della pioggia.

Lui chiuse gli occhi e ascoltò lo scrosciare incessante sulle tegole.

Non amava i temporali né tantomeno i lampi, i tuoni, l’odore della terra bagnata, i vetri appannati… Ed ora era troppo, l’inverno aveva oltrepassato i limiti, penetrando nel mese di maggio come un barbaro invasore. Dieci giorni di pioggia ininterrotta. I romani non vivevano più, lumacavano fra un pasto e l’altro sperando in una schiarita. E lui? Tappato in casa, abbracciato al violoncello da mane a sera davanti allo stesso spartito e lo scooterino che non poteva nemmeno più circolare. Meno male che, qualche giorno prima, una schiarita gli aveva permesso di riempire un carrello alla Coop.

Brigida riprese il telefono. La sua voce ora era suadente, si poteva immaginare il suo splendido sorriso.

«Questa volta pensavo di non rivederti più – disse – ci avevo messo una croce».

«Allora…vuoi dire che, insomma… ti andrebbe di vedermi?»

«Non mi dispiacerebbe…»

«Non sei arrabbiata con me?»

«Bah… anch’io sai, avrei potuto chiamarti. E tu, avresti dovuto farlo prima»

«Oh si, è vero. Me ne voglio più di quanto tu possa supporre. Ma credimi, ti ho pensato talmente tanto…Vieni, dai. Tu col fuoristrada passi senza problemi, io col motorino…»

«Mmmhhh…»

­«È domenica. Ci facciamo le ciambelline al Vin Santo – aggiunse lui, pensando a quanto era pazza per i dolci – ­ E anche le crepes – infierì – con la crema di castagne e la panna fresca. Ho tutto in casa.».

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Dopo un ennesimo silenzio lei sussurrò: D’accordo Isidoro, fra un’oretta o due sono da te ma… dolcetti a parte… scalda il letto!

Riattaccarono. Lui ebbe una grossa erezione. Si diresse nella stanzetta che gli serviva da studio. Sul leggio da tavolo, accanto al violoncello e in una bella cornice, osservò con bramosia la foto di Brigida in uno string glamour quasi inesistente. Uno scatto «osè» carpito a sua insaputa col cellulare, da uno spiraglio della porta del bagno. L’aveva messa lì a bella posta, cosicché, mentre ripeteva le arie del Barbiere di Siviglia, fra la Calunnia è un venticello e Largo al Factotum, avesse potuto posare lo sguardo sulle abbondanti natiche, tenere e sode, della bella cantatrice siciliana… e fantasticare.

L’ingrossamento aumentò, il cuore prese a battergli forte. Ecco, lo sapevo – pensò ­ Non avrei dovuto. La strega, già ricomincia a mangiucchiarmi l’anima.

Prese la foto, tornò alla scrivania, aprì il cassetto e ce la infilò, sotto al diario. Guardò fuori. La pioggia, sempre più torrenziale, aveva ricoperto la strada e cominciava ad allagare il giardino.

Era ora di sprofondare in un bagno caldo.

* * *

Brigida entrò nella stanza da letto. L’uomo si mosse brontolando.

-Che ore sono?… Sei già in piedi?

Brigida avvolse le sue forme opulente nell’accappatoio di spugna, mentì:

-Mi ha chiamato Paviousky. Abbiamo una prova al Flaiano, avevo dimenticato di dirtelo. Tutto quello champagne… Non avrei dovuto bere così tanto Marc, sono tutta stordita.

-Vuoi dire che stai andando?

-Si, e devo darmi una mossa. La ripetizione è tra un’ora.

-Con un tempo simile, avrebbe potuto annullarla. Senti come scende giù. Mi ricorda la mia Bretagna.

Lei non rispose, andò in bagno e s’infilò sotto la doccia. Doveva sbrigarsi, dare l’impressione di essere in ritardo, Marc non doveva sospettare nulla.

Gli effluvi del kyfi e del latte di palma imbalsamarono l’aria. Beatrice chiuse gli occhi cospargendosi il corpo con un’enorme dose di bagnoschiuma.

Isidoro ne va matto – ruminò e svuotò completamente il flacone di Aegyptus sulle parti intime, intonando con la sua voce ricca e piena di volume un’aria di Rosina. Io sono docile, son rispettosa, sono ubbidiente, dolce, amorosa, mi lascio reggere, mi fo guidar… Avvolse la testa in una salvietta di cotone e frizionò i capelli… Ma se mi toccano qua nel mio debole, sarò una vipera…Sarò.

Si dette una sventolata di aria calda col fono. Niente trucco – si disse, ammirandosi davanti alla specchiera ­ Ottanta chili di grazia, senza una smagliatura! Andò all’armadio. Scelse e infilò un abito lungo fasciante, di un color zaffiro vivace. Due giri di perle intorno al collo cantando un’ultima strofa… Una voce poco fa, qua nel cor mi risonò…

Marc la interruppe gridando dalla stanza:

-Di, non vuoi che ti accompagni?

­ No, mon chéri, ti stancheresti. Sono solo prove, noiosissime prove e Paviousky, lo sai, non ama estranei.

– Come vuoi – rispose Marc e cacciò la testa sotto al cuscino.

­ Mangiucchio qualcosa e scappo, chéri. Sacco vuoto non regge in piedi…

Passò in cucina, finì un resto di plumcake alla nutella, bevve un caffè e si affrettò a infilare un coprispalle in raso per poi filare prima che Marc si alzasse e sfoggiasse quell’orribile espressione, la peggiore, fra il corrucciato e il perplesso, con quella boccuccia stretta a papera.

Mentre lei richiudeva la porta, l’uomo borbottò qualcosa, un brontolio incomprensibile attufato dal cuscino. Lei non rispose e si precipitò per le scale.

* * *

Aveva calzato le galoche e infilato un cappello impermeabile da pescatore con la tesa piegata all’ingiù, allacciato sotto al collo. Prese anche l’ombrello e uscì. Porco cane! Mi ci voleva la panna andata a male, proprio adesso. Se non è iella questa!

Sui marciapiedi, l’acqua ricopriva il lastricato. Presto avrebbe debordato la soglia del bar all’angolo e quella del panettiere. I proprietari erano sull’uscio con la saracinesca a mezz’asta e si apprestavano a chiudere i battenti.

Bisogna che mi sbrighi o addio crepes. È primordiale ch’io trovi un alimentari aperto – rimuginò affrettando il passo.

La pioggia aumentò d’intensità e nel giro di pochi istanti dovette cedere e trovarsi un riparo. Si intrufolò fra alcune anziane signore, sotto il telone della farmacia di turno. Le fogne avevano esondato e le povere donne avevano l’acqua alle caviglie. Le prime raffiche di vento, violente e improvvise gli rivoltarono l’ombrello. Le stecche si ruppero. Provò a rimetterlo a posto ma invano, il vento lo rigirò fracassandolo. Incazzato, lo abbandonò in un cestino dei rifiuti. Qualcuno, da un’auto in sosta gridò:

– Signor Isidoro, salite, vi do un passaggio fino a casa.

Era il vicino. Lui fece cenno di no con la mano e si gettò a testa bassa nella pioggia. In lontananza, vide la macelleria di Alì. Era aperta e vendeva un sacco di prodotti alimentari, anche freschi. Forse avrebbe trovato la panna.

* * *

Sembra Venezia! – ­ esclamò davanti all’imponente anfiteatro – ­ Pure il Colosseo ha i piedi a mollo. – Si camminava al massimo sui 30 all’ora. Qui e là, auto abbandonate e immerse fino a metà portiera, s’ammollavano e guastavano in un bagno d’acqua sporca. Brigida diresse il Suv su via Claudia, via della Navicella e poi via Gallia fino a piazza Tuscolo, quindi biforcò in direzione dell’Appia Nuova, da lì non avrebbe più cambiato fino a Frattocchie, la frazione di Marino dove abitava Isidoro.

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Altro che un’ora – rifletté – se tutto va bene ce ne vorranno due.

Prese il Samsung e cliccò sull’icona del violoncellista. Guardò divertita l’immaginetta che gli aveva attribuito, una foto di lui in parannanza, mentre spolverava col zucchero a velo le frittelle alla ricotta. Lasciò squillare a lungo: nessuno!

­ Dev’essere a mollo nella sua mega vasca da bagno, il paravento! ­ – borbottò ­ – Ed io, in giro con questo tempaccio…Con la scusa della moto, ‘stu minchione…

* * *

Non trovò nessuna bomboletta spray nella vetrina frigo, però trovò la panna fresca della centrale. Non male! ­- si disse, e ne prese cinque confezioni, una bella scorta. Per il resto, a casa aveva tutto, le uova, la vanillina…

– Due botte di frullino e la monto io – disse al negoziante. Pagò e uscì dalla macelleria. Una nuova e eccessiva folata di vento lo trascinò per alcuni metri. Sembrava stesse per volare via. Lasciò cadere le confezioni in terra per aggrapparsi alla macchinetta del parcheggio.

Che bufera! -­ mugugnò fra i denti mentre i goccioloni gli martellavano la schiena – Chissà se Brigida ce la farà.

Raccolse il prezioso carico e si trascinò penosamente fino all’antro di un portone. Un lampo squarciò l’etere e scintillò fino al suolo. Sembrava che avesse toccato terra in fondo alla strada, nei pressi della parrocchia di San Giuseppe. Ne vennero giù altri, a tagliuzzare come pagliuzze di fuoco il cielo annerito dai nuvoloni.

La deflagrazione assordò e fece tremare la piccola borgata. Isidoro strinse la panna contro il petto e chiuse gli occhi. I tuoni lo avevano sempre intimorito, andavano oltre il suo controllo, ma era inutile restare là a piangersi addosso. Scattò all’improvviso, lanciandosi a capofitto in quel putiferio d’acqua e vento…

Ruumble, rumble, rumble – lo minacciò di nuovo il cielo.

* * *

Non appena imboccata l’Appia, il temporale si trasformò in un vero e proprio nubifragio. Si faceva fatica a vedere, appena di che distinguere i fanalini di coda delle auto. Brigida, preoccupata e con i nervi a fior di pelle, non sapeva se accostarsi e aspettare che si calmassse o avanzare cautamente, con l’anima oramai in subbuglio.

Pensò a Marc, ben al calduccio nel suo piccolo e accogliente nido sul lungotevere. Marc… Un bravo tenore conosciuto l’estate precedente al concerto di villa Torlonia. Un tipo solido, con il quale avrebbe potuto costruire qualcosa di duraturo, ma così prevedibile e a volte noioso e poi… in cucina un vero disastro, mentre Isidoro, lui…

Qualcuno strombazzò ripetutamente. Sbirciò nel retro, l’autocarro la tallonava da vicino. Brigida ripiegò a destra per lasciarlo passare. Una raffica di vento fece sculettare l’automezzo durante la manovra di sorpasso obbligandola a mordere il ciglio della strada. Il cuore le saltò in gola. Raddrizzò e inserì le quattro frecce.

-Scimunitu! ­ gridò, mentre le prime lacrime le inumidivano il viso.

Più lontano una serie di lampi si stagliarono contro il cielo di piombo.

Bedda matri! – mormorò asciugandosi le guance – Non ci riuscirò mai.

Finalmente, vide il pannello stradale. A un centinaio di metri il bivio di Frattocchie, grazie a Dio l’incubo stava finendo. Poi venne il tuono, rintronò nell’abitacolo facendola sussultare. Toccò istintivamente il freno e il telefonino cadde dal posaoggetti insieme agli occhiali e le golia. Riuscì ad afferrare il tubicino delle caramelle, ne prese una e la mise sotto la lingua, poi cominciò a cantare, per esorcizzare il panico imminente.

…Dunqu’io son la fortunata!…

Già me l’ero immaginata…

* * *

La radio annunciò che il livello d’acqua all’idrometro di Ripetta aveva raggiunto i 12 metri contro i sei abituali. Il Tevere ingrossava a vista d’occhio e si preparava all’onda piena.

Marc osservò le fredde tonalità grigie e brune del fiume. Il suo pensiero andò a Brigida, era crucciato. La tirannia del maestro stava superando i limiti, con un tempo simile avrebbe dovuto evitare quelle cavolo di prove domenicali.

Al diavolo lui e le nozze di Figaro. Adesso l’avrebbe chiamata sul cellulare, che si infuriasse pure il Paviousky ­ – Je m’en bats les couilles! – ­ esclamò. (me ne sbatto le palle)!

* * *

Era quasi arrivato all’oratorio, dopo aver percorso faticosamente un centinaio di metri, controvento. Ora non erano più folate intermittenti ma un potente flusso continuo che, soffiando oltre i cento, lo obbligava a una danza scomposta, una macumba incontrollata con spostamenti improvvisi da parte e d’altra, come in una galleria del vento, mentre i goccioloni freddi e densi gli sferzavano il volto impedendogli di tenere gli occhi aperti.

Era l’unico «passante», grondante e malridotto. Un povero Cristo zigzagante, avvinto a cinque tetrapack di panna. Sono nelle tue mani ­ disse, storcendo il collo per guardare in alto.

Il cielo rispose con tuono rauco e poco rassicurante, ma questa volta Isidoro interpretò quel grugnito come un sostegno da parte dell’Onnipotente, e continuò.

Attraversò, per imboccare il rettilineo finale, il vialetto coi cipressi. Vide l’enorme crepa e con un salto la evitò.

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* * *

Era spossata e aveva gli occhi arrossati, affaticati dallo sforzo. I pennacchi degli alti cipressi, piegati all’estremo dall’impeto del vento, annunciarono l’ingresso nel viale, l’ultimo tratto di strada prima del villino d’Isidoro. Beatrice ebbe l’impulso di accelerare per porre rapidamente fine a quel disgraziato viaggio. Spinse il piede sul gas e raggiunse i sessanta. Un ennesimo tuono, prolungato come un brontolio, precedette la suoneria del Samsung, una registrazione baritonale di Marc che intonava la marsigliese!

-Porca l’oca, proprio ora!

Cercò di stendere il braccio e allungare la mano per raccogliere il cellulare dal fondo dell’auto, sul tappetino, ma inutilmente. Allora si chinò e riuscì ad afferrarlo con la punta delle dita.

Rialzandosi vide l’enorme spaccatura nell’asfalto, un crepaccio profondo di terra franata e acqua che le barrava la strada. Sterzò d’istinto. Il fuoristrada entrò con la ruota posteriore nell’enorme buca, sobbalzò e ne uscì fuori di sbieco. Il mezzo, già inclinato, si adagiò e scivolò surfando sulla carreggiata sommersa, fino al marciapiede.

Quando udì il tonfo era troppo tardi. Aveva sbattuto contro qualcosa… o qualcuno!

Isidoro, schiacciato contro il muro, con il busto e il volto ricoperti di panna schiuse leggermente gli occhi. Addio crepes – pensò – mentre il Samsung riprendeva a cantare con voce grave le prime strofe della marsigliese …  Allons enfants de la patrieee

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran

lunga i miei romanzi. Agatha Christie


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Blu inferno – parte terza

Malik, l’ingenuo

Dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate. F. De André

Il Traga sfilò la Glock dai pantaloni e la posò sulle cosce.

– Adesso ascoltami bene! – fece.

Gli occhi congestionati del marinaio ebbero un guizzo. Si alzò e indietreggiò di un passo. Eusebio scosse la testa, le cose non stavano andando per il verso giusto. Si avvicinò al compagno e gli intimò, con voce ferma e forte:

– Lascialo dire!

Il Traga continuò, lentamente, con voce monotona:

– Ve lo spiego io l’accordo (si raschiò la gola). Noi siamo diretti a Noaudhibou, per ora è tutto quello che ci interessa, arrivare in quella fottuta città, recuperare l’auto e proseguire il viaggio. Di una cosa potete essere certi: non tollereremo imposizioni da nessuno!

Malik si avvicinò a Eusebio, gli mormorò qualcosa all’orecchio e l’altro andò a sbirciare alla porta.

Il Traga mantenne l’occhio vigile sui due marcantoni. Si versò il caffè, mise lo zucchero e lo girò con la forchetta sporca d’uovo, il tutto con una mano, l’altra sempre stretta al cane della pistola.

L’osservai preoccupato. Pensai Eccheccazzo! Doveva essere un viaggio di piacere…

– Ci pagano poco e col contagocce – riprese l’altro – con la scusa che gli ultimi trasporti non sono stati onorati. Non possiamo mandare nemmeno una peseta a casa. Ora basta! Ci prendiamo nave e carico. Eusebio conosce qualcuno che recupera il Chiquita e ci molla più di duemila dollari a testa e la metà della vendita della merce. A noi basta, non facciamo altro che riprenderci quello che ci è dovuto!

– E che se ne fanno di questo rottame? – chiese Tonio.

Eusebio avanzò di un passo e prese la parola:

– Cosa se ne fanno a noi non interessa. L’affondano, la smontano, la fanno navigare, a noi non importa. In Africa comunque, una bagnarola come questa ha ancora venti o trent’anni di servizio e loro saprebbero camuffarla e rimetterla in servizio, statene certi.

Malik approvò annuendo col capo e riprese parola:

– Esattamente, magari cambiano bandiera e la dipingono di rosa e non viaggerà più sul mare ma su un fiume, vai a sapere…

Su un fiume? – rimuginai, e mi venne subito in mente la meta del nostro viaggio: Ziguinchor, una città del Senegal sul fiume Casamance, dove un nostro contatto, un Joola che lavorava nelle risaie, doveva farci percorrere un centinaio di chilometri in piroga, fra mangrovie e palmeti, fino a Sédhiou, in pieno cuore mandinga.

– Comunque o con voi o senza di voi la cosa ormai si deve fare. Ci stanno aspettando. Noaudhibou è un porto piccolo e affollato di navi da pesca russe e giapponesi. Ogni volta, ci lasciano un giorno o due alla fonda prima di lasciarci attraccare e quelli potranno avvicinarsi tranquillamente col gommone e appena salgono a bordo ce la filiamo.

Aggireremo l’isola di Boa Vista, a Capo Verde, e poi si scende giù, fino al Gambia che, come sapete, è incastonato nel Senegal. Praticamente vi portiamo a destinazione, vi risparmiate un migliaio di chilometri senza tirar fuori una peseta e non vi succederà nulla, Eusebio ed io ve lo garantiamo.

– E se non siamo d’accordo? – obiettò il Traga.

Malik continuò, come se non avesse sentito.

– Con la tua pistola disarmiamo il capitano e lo rinchiudiamo nella sua cabina, nient’altro, nessuna violenza. Una volta a Capo Verde ci avvicineremo all’isola e molliamo tutti su una scialuppa, a una decina di miglia dalla costa, con una grossa gamella di pesce fritto e le loro fottute birre!

Il Traga rise di cuore.

– Sembrate dei ragazzini – intervenni – Il vostro è un atto di pirataggio con sequestro di persona. Ma a chi cazzo volete mettere nei guai, a noi?

– Ascolta bene amico – riprese il Traga – Noi arriviamo a Noaudhibou, tiriamo giù la Land e ce ne andiamo per la nostra strada. Dopo, fate quel che cazzo vi pare. Intesi? Ma se posso darvi un consiglio, cambiate idea e in fretta, prima di commettere l’irreparabile, perchè vi daranno la caccia e vi prenderanno, ci potete giurare.

Di nuovo l’altro fece finta di non sentire e continuò, trascinato dal proprio fervore:

– No, nessuno potrà trovarci. Diventeremo invisibili come ombre nella notte, non ci sarà nemmeno bisogno di nascondersi, mamma Africa ci proteggerà.

– Sei un ragazzo spontaneo e schietto, Malik, ma molto, molto ingenuo. Già il fatto che stai raccontando tutto a degli sconosciuti è una grande boiata. Se fai così con tutti quelli che incontri, amico… Sei del gatto!

Sentimmo dei passi. Eusebio fece cenno a Malik di muoversi.

– A dopo, fece Malik, alzando il pollice come se avessimo già concluso un patto, presero due pezzi di pane e sgaiattolarono nell’ombra del corridoio.

Non sapevo se stavo entrando o venendo fuori da un brutto sogno o se, peggio ancora, un qualcosa della mia vita stesse uscendo dai binari scivolando chissà dove. Pericolo, pericolo… segnalava il cervello, sentimento di impotenza in arrivo!

Con Tonio ci guardammo, piuttosto sconcertati e increduli.

Il Traga lui, imperturbabile, sfilò una Fortuna dal pacchetto, l’accese e aspirò diverse volte, con voluttà. Stava già riflettendo, con quella sua faccia da lupo, sempre attento e perennemente sul chi vive.

Giocando con gli anelli di fumo, ci confidò: mi fanno una gran pena! Davvero! E quel pirla lì ne ha dette abbastanza perchè le loro vite, già di merda, si trasformino in inferno, un cazzo di inferno pieno di rogne. Non so se parlarne al capitano o tentare di nuovo di farli ragionare…

Il capitano entrò. Dette un gran pugno su un tavolino:

– Ha rovinato la mia riserva! – gridò – Quelle bottiglie di Mendoza costano un occhio. Maledetto cuoco! Lo spello vivo! Centimetro dopo centimetro…

“Pigrando” sul ponte

«Sarebbe bello vivere una favola»

«Ah si, si… Ma tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più» Corto a Venezia

Dormimmo un paio d’ore e ci ritrovammo sul ponte. Un altro vento, ora leggero e quasi caldo, girava nel cielo e increspava le onde, piccole e di un insolito verde palude. Tonio e il Traga fumavano, seduti sul cordame all’estremità della prua mentre io, appollaiato sulla piattaforma d’avvistamento, giravo in tondo con un vecchio cannocchiale in ottone per ammirare alcune mante che balzellavano verso la costa.

Una pausa ben meritata ma che sarebbe durata fino e non oltre il tramonto, ora alla quale il capitano ci aveva invitato a bere una birra in coperta. Poco prima avremmo cercato di convincere Malik e i suoi accoliti di fare marcia indietro e rinunciare al loro sciagurato progetto. In caso contrario, avremmo dovuto mettere in guardia Zacarias che ora, dal canto suo, andava a destra e a manca in compagnia del capo macchine, con la sua Astra ben in vista come se avesse avuto sentore della cosa.

Dirlo al capitano mi sa di tradimento – aveva detto Tonio.

– Tradimento? Ma cosa racconti – replicò il Traga – Ma chi li conosce?! Vuoi trovarti intrappolato nel loro vicolo cieco? Ma lo sai dove ci troviamo? Su una nave di squilibrati, ecco dove siamo, e siamo appena usciti fuori da una tempesta. Ma scherziamo? Ascolta, se non mollano prima di sera toccherà al capitano trovare una via d’uscita, se la sbrogliasse lui.

Aveva riempito l’intero caricatore della Glock e la portava, dopo aver tagliato la fodera della tasca, sotto il pantalone della tuta, in un foulard legato alla coscia.

Durante la breve siesta, aveva persino dormito con l’arma stretta in mano, dopo aver messo gli zaini davanti alla porta della cabina e disseminato in terra i cocci di un bicchiere.

Per il momento dunque, ci godevamo la bonaccia, oziando e pigrando sul ponte, approfittando di un po’ di quiete dopo le piroette della notte.

Puntai il cannocchiale verso terra. La fascia costiera ora distava una ventina di miglia. Il litorale sabbioso aveva sostituito quello granitico e si distinguevano le prime dune sfumate di rosa. L’Africa era a due passi.

Don Anibal suonò la campana del «rancio». Aveva fritto una mezza cassetta di sardine accompagnate con patate bollite. Niente vino ma ancora e sempre Coca Cola, che lasciammo volentieri al resto della ciurma.

I tre piantagrane si sedettero a tavola mentre ci alzavamo. Malik si avventò sulla coca, prima che qualcun altro lo facesse.

– Hada day, my man? (come va oggi?) – salutò – A proposito, Don Anibal ha del vino nascosto, volete sapere dove?

– Dio Santo, ma che volete alla fine? – protestò il Traga – Noi non siamo in guerra con nessuno. Ne con voi e tantomeno con Zacarias. Che se lo tengano il vino, non abbiamo nessuna voglia di complottare, di giocar sporco…

Malik alzò le spalle e versò la coca nei loro tre bicchieri. Pensai che era veramente giunta l’ora di rimettere le cose al loro posto.

Bisogna che questi la smettano di tirarci in ballo! – affermai.

Il Traga annuì – Dopo li prendiamo in disparte e chiudiamo la storia – disse – ne ho le palle piene!

Verso le cinque scendemmo nella stiva e intercettammo il trio dei «rivoltosi» al completo, Malik, Eusebio e Simba, seduti sui cartoni, in piena discussione.

Chiedemmo loro se avessero soppesato i pro e i contro e abbandonato il loro piano bidone!

– Siete in pochi e nemmeno armati – dissi loro – la cosa sa di ridicolo! Ma dite un po’, se la nave non avesse avuto passeggeri, cosa avreste fatto? Avreste aggredito il capitano per sfilargli la pistola? E con cosa, con coltelli e forchette? Sapete, Zacarias non è uno stinco di santo e tanto meno uno sprovveduto…

– È quasi sempre sbronzo – ribadì Malik – Pensate che non saremmo capaci di neutralizzarlo? Io credo di si.

– Tu vivi nelle favole, bello mio. Quello, anche sbronzo vi tiene testa.

– Ad ogni modo ne abbiamo parlato a lungo, è chiaro che senza il vostro aiuto non si fa può fare nulla. Il problema è che ora siamo incasinati, poichè quelli che devono salire a bordo sono già pronti ed è gente che non scherza.

Il Traga s’intromise: – Nella vita, ci sono sempre degli sfigati che hanno il dono di ficcarsi fra l’incudine e il martello e oggi quelli siete voi. Noi non diciamo niente al capitano e le cose le aggiustiamo fra di noi, e per quello che concerne i vostri complici a terra immagino che è previsto un segnale per dire se tutto è andato bene, no?

– Una volta presa la nave, dobbiamo usare il riflettore. Cinque lampeggiamenti rapidi e a più riprese per dare il via libera.

– E quelli prendono una barca e vi raggiungono?

– È così.

– Ebbene, se non li fate questi cazzo di segnali penso che non si avvicineranno, giusto? Non credo che nel dubbio salgano a bordo.

Malik si rivolse ai suoi complici, nella loro lingua. Simba prese la parola:

– Ok, ci avete convinto, sta diventanto tutto troppo complicato.

Eusebio, lui, non disse nulla, alzò la testa e fulminò tutti con quel suo sguardo sospettoso, il volto deformato da una smorfia. Non era d’accordo con gli altri, si vedeva. Sicuramente era l’unico che rischiava la faccia, visto che i potenziali «acquirenti» del Chiquita li aveva trovati lui.

Si alzò lentamente e cacciò una mano in tasca.

Il Traga ci fece segno di indietreggiare, infilò la destra sotto il pantalone della tuta e estrasse la Glock.

Tonio gridò : – Trag! Ti sei bevuto il cervello?

Eusebio, tranquillamente, avanzò, interponendosi fra l’arma e i gli altri due, i muscoli tirati, gli occhi fissi sulle mani del Traga. Pensai «qui ci scappa la cazzata! Con un po’ di fortuna questa storia terminerà nel sangue». Sentii una gran confusione nel cervello, fu come se uno sciame d’api fosse entrato da un’orecchia e non trovasse più l’uscita. Per la seconda volta da quando salimmo sulla nave, ebbi paura, peggio che nella tempesta.

Ma il Traga, non perse il controllo. Dall’alto del suo metro e novanta considerò l’energumeno da capo a piedi e tuonò:

– Adesso basta! Mi hai rotto i coglioni! Cosa diavolo hai in mente?

Eusebio cacciò fuori dalla tasca tabacco e cartine e sorrise. Disse, fra i denti:

– Avete distrutto i nostri piani… E i miei sogni! Con quei soldi avrei comprato barca e motore e sarei tornato alla pesca. Maledetto il giorno in cui avete messo piede su questa nave. Siamo d’accordo: tenetevi pure la vostra arma!

– Finalmente! – esclamò il Traga e, senza mettere via la pistola, fece un cenno a Tonio, che tirò fuori dal taschino della salopette un’involto. Erano 10 biglietti da cinquanta franchi, i soldi avanzati dal tratto percorso sulla costa francese, poco più di un centinaio di euro. Per quei tempi e per quei poveri diavoli erano soldi.

– Capisco i vostri casini e le delusioni, magari siete proprio disperati – disse il Traga porgendoli a Eusebio – Ma non è con un piano del cacchio che riuscirete a risolvere i vostri problemi, e le cose potrebbero mettersi male e in fretta.

– Loro saranno al porto – ribattè Eusebio, leggermente rabbonito – Vorranno capire cosa è successo. Cosa mi invento, adesso?

– E tu digli che a bordo c’erano altri passeggeri. Siete solo in tre, fa troppa gente da controllare e rendere inoffensiva.

Eusebio passò i biglietti a Simba. Il Traga mise la pistola sotto la felpa. Io e Tonio tirammo un sospiro di sollievo.

Dopo cena (pesce fritto e patate, again!) mi recai sul ponte di comando, tanto per vedere come andava il capitano, mentre il Traga e Tonio si giocavano le sigarette a briscola.

Zacarias non c’era. Trovai Don Anibal accanto al timone e Faustino, il cuoco stava mostrando una vecchia foto in bianco e nero al capo macchine. Era un gruppetto di aviatori giapponesi in posa, senz’altro prima della battaglia.

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– Stavo riavvitando un pannello di lamiera e la nave ne ha sputate una dozzina ai miei piedi. Guarda anche tu, questi sono i piloti suicida, dell’ultima guerra!

– E Zacarias non c’è? – chiesi mentre osservavo la foto.

– Si da una rinfrescata – rispose Don Anibal – Sicuramente si sbarba, como siempre alla vigilia dello sbarco. Tienila pure la foto – aggiunse – ne ho altre.

Quella notte dormimmo poco, forse anche meno della precedente. Diffidavamo dei tre gagliardi così, a turno, montammo la guardia sulla porta della cabina.

Noaudhibou, il porto

Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura. Kerouac

«Fish meal and fish oil» (Farina e olio di pesce) era il cartello che spiccava in bella mostra sulla facciata del magazzino. Eravamo nel caos di Noaudhibou, fra i clacson chiassosi dei camion vetusti e multicolori che uscivano dalle zone di carico del porto, dopo aver tentato inutilmente di negoziare il transito della Land. Accompagnammo allora Zacarias, rasato e improfumato, negli uffici della compagnia di trattamento del pesce, dalla quale avrebbe dovuto ricevere un carico di farine per viaggio di ritorno. Il capitano ci assicurò che se c’era uno capace di trovarci un secondo passaggio nave per Dakar quello era proprio Brahim, il direttore commerciale.

L’odore fetido sprigionato dal pesce che essiccava al sole era insopportabile. Attraversammo a passo svelto l’area di stoccaggio e arrivammo allo sportello del manager dell’azienda. Un tipo baffuto col caffettano azzurro ci accolse con un gran sorriso illuminato dagli incisivi d’oro.

Zacarias lo mise al corrente delle nostre noie, spiegando come la dogana ci aveva impedito di far transitare il fuoristrada. In effetti, per passare il posto di frontiera, avremmo dovuto sborsare una cauzione pari al valore dell’auto. La somma, che non avevamo, ci sarebbe stata restituita in seguito, all’uscita del paese.

– Oh signur ! E chi si porta dietro una somma simile? – Si lamentò il Traga – E magari poi ci mettono un mese per restituirla… Questa è proprio una gran menata! Non ci resta che mettere l’auto su un’altra nave e noi proseguire con mezzi di fortuna.

Zacarias firmò le sue bolle di carico e tornò al Chiquita per le operazioni di sbarco della Land e delle altre mercanzie.

– Vi lascio in buone mani – disse – Brahim ha già reperito una porta container svedese che va in Senegal.

Purtroppo, il cargo non volle prendere passeggeri a bordo. L’auto, quella si, l’avrebbero caricata senza problemi. Accettammo il compromesso e ripartimmo subito alla fabbrica di pesce.

– Ecco, questo è quanto ho trovato – Ci annunciò Brahim, che in due ore era riuscito a inventare e orchestrare il nostro viaggio attraverso il deserto. Aprì una cartina e ci indicò le varie tappe dell’itinerario.

C’è un treno diretto a Zouerat, nell’entroterra, quasi al confine con il Sahara. Scenderete a metà strada, a Choum, una cittadina in pieno deserto e là, vi aspettano le guide. Dei Tuareg. Vanno da Timbuctù a Dakar lungo le vie carovaniere, in pick up. Fino a pochi anni fa, percorrevano quelle piste a dorso di cammello. C’è una donna con loro, Sawira, è la sorella del mio capo pesca. Conoscono la regione come le loro tasche e con loro non correrete nessun pericolo. Viaggerete sui cassonetti o nell’abitacolo, questo non lo so, dipende dal convoglio e da quanti passeggeri hanno con loro. Se è troppo scomodo, potete scendere al confine, sul St Luis e da lì prendere un taxi-collettivo per Dakar. Vedete voi, comunque in due tre giorni sarete al porto e recuperate il fuoristrada.

– Una passeggiatina – borbottò il Traga – Nulla di più rilassante, nevvero?

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Tonio ed io eravamo abbastanza affascinati dalla piega che stava per prendere il viaggio. Il Traga no, lui avrebbe preferito fare la costa e raggiungere Rosso, sul confine, ma alcune scaramucce fra ribelli e militari impedivano il passaggio dei civili sulle piste che costeggiavano l’oceano.

E fu così che dopo il mare, con l’aiuto di Brahim, il destino ci stava spedendo in un’altra immensità, quella del deserto.

In primis, sul famoso «treno del ferro», un convoglio destinato al trasporto merci appartenente alla compagnia mineraria. Una cinquantina di vagoni merci alla cui coda veniva agganciata un’unica carrozza passeggeri.

– Sporca e sgangherata – ci confessò Brahim – E stipata come una scatola di sardine; ma è pur sempre un «lusso», basta pensare alla gente del posto che per spostarsi gratis si arrampica sui vagoni e viaggia sui blocchi d’ematite con bagagli e animali al seguito.

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Da il Post: Un asino viene caricato sul treno utilizzando delle corde, mentre altri due asini aspettano il loro turno, 1 ottobre 2015. Per i commercianti che trasportano animali e bestiame il viaggio è gratutito ma devono sopportare un viaggio di 20 ore con spesso forte vento e temperature che in estate possono raggiungere i 50 gradi MauritaniaGeorge Popescu

Un tragitto scomodo e forse un po’ lungo – aggiunse – dato che il treno, benchè trainato da due locomotive, raggiunge al massimo i 30 chilometri all’ora. Ora hanno aggiunto dei vagoni con su militari e sacchi di cemento per far fronte ai guerriglieri, nel caso in cui…

Lo ringraziammo con una semplice stretta di mano e ci recammo di nuovo al porto, dove Zacarias ci aspettava accanto alla Land, sulla banchina, all’ombra del Chiquita. Gli riferimmo le modalità del nostro viaggio.

Benone – disse – Mentre voi andate a imbarcare l’auto, io vado a bermi una birra. Ho mandato Faustino e Chancha a fare qualche spesuccia su un bastimento russo. Un po’ di vodka e altri sfizietti per il viaggio di ritorno. Fate alla svelta, vi aspetto.

Prima di pranzo caricarono la Land fra i containers del cargo. Dopo aver pagato la compagnia portuale che gestiva la gru e il trasporto navale, firmato i documenti di viaggio e bevuto un surrogato di caffè col comandante, raggiungemmo di nuovo il capitano. Avevamo poco tempo, il treno sarebbe partito di lì a poco e dovevamo passare la dogana e trovare un «taxi» per la stazione ferroviaria. A piedi e con gli zaini in spalla non avremmo fatto in tempo.

Zacarias aveva cambiato divisa. Ora indossava una sahariana coloniale, lavata e stirata e il solito berretto blu.

– Allora – se ne uscì – li avete convinti voi i miei marinai, è così?

Noi ci guardammo.

– Che c’è? Vi meraviglia ch’io sia a conoscenza delle loro stronzate? Sul suo viso riapparve quel ghignetto sardonico che gli storceva la bocca.

Sono dei cretini – continuò – Parlano ad alta voce e non si accorgono nemmeno se c’è qualcuno che gli ronza intorno. Il loro creolo è semplice, c’è molto inglese in mezzo… Sia io che Faustino lo capiamo, soprattutto Faustino che ha vissuto qualche mese a Monrovia.

Faustino, lupus in fabula, arrivò con la lancia, accompagnato dal «nostromo», rasato di fresco, con una camicia bianca immacolata: irriconoscibile.

– Lo lascio a terra fino a domani – disse Zacarias riferendosi a Chancha – Povero Cristo! Chissà in quale buco andrà a cacciarsi.

Chancha saltò sulla banchina, ci fece un cenno con la mano e sparì nel via vai degli operai, coi cafetani impregnati di sudore e le variopinte fasce di tessuto avvolte a turbante, piegati da pesanti sacchi di juta, casse, fagotti o enormi pesci sanguinanti portati a spalla, fra gli schiamazzi e gli strombazzamenti dei camion, dei furgoni e dei carrelli elevatori.

Faustino rimase sulla barca, seduto sulle casse di vodka.

Era l’ora degli addii. Tonio chiese al capitano se avrebbe preso delle sanzioni cotro i marinai.

– È la seconda volta che mi viene all’orecchio una cosa del genere… Imbecilli! Il loro piano era comunque un fallimento, poichè oltretutto sono riuscito ad attraccare subito, non appena giunto al porto. Detto fra di noi, non credo che quelli a terra conoscano bene i loro complici a bordo, altrimenti non si sarebbero ammanicati con dei marinaruncoli così sprovveduti.

– A meno che non lo siano anche loro – aggiunsi.

– Bah! Al rientro, dirò al padrone di pagarli e togliermeli di torno, niente di più. E adesso ditemi, pensate davvero che mi sarei fatto soffiare la nave? Pero miren (guardate)… Voi che amate le armi, ha, ha…

– Faustino! – gridò – Muéstrales esta escopeta! (fagli vedere il fucile)

Il capo macchine si chinò, scostò una coperta e sollevò un fucile a pompa, corto e ricurvo, quindi alzò la maglietta e lasciò apparire una piccola automatica col manico d’avorio.

– Sono giovani e scervellati – continuò – Si credono furbi e confondono l’incoscienza col coraggio. No, non avranno alcuna sanzione – ci assicurò – ma li butteremo fuori prima che un giorno succeda l’irreparabile. Ed ora adios, los italianos, io qui a terra, in mezzo a tanto casino, non ci resto.

– Aspetti – dissi, mentre lui con un salto salì sulla barca – Anch’io ho una domanda da farle.

Faustino gli passò un bustone con del ghiaccio, lui sfilò tre scatoline di caviale e ce le lanciò.

– Assaggiatemi questo – urlò, poi alzò la mano, agitandola in segno di saluto.

– Mi dica Zacarias – chiesi infine – Chancha è nostromo, perchè non ha governato lui la nave durante la tempesta?

– Perchè non ci sta con la testa. Inoltre è narcolettico, si addormenta improvvisamente, pure mentre caca!

– Bella squadretta – mormorò il Traga, mentre Faustino avviava il motore.

Guardammo la scialuppa allontanarsi, nella direzione opposta al Chiquita, chissà verso dove, su quel mare blù ora liscio come una tavola d’olio. Zacarias, ritto in piedi, svitò il tappo e attaccò una bottiglia di vodka.

Restammo un paio di minuti a fissare la lancia che si allontanava, con un leggero magone, il primo nodo alla gola di quell’avventura.

Guardai un’ultima volta il Chiquita. Malik e Simba manovravano la gru e scaricavano merce sotto il cielo cocente del tropico del Cancro.

– Che storia! – disse Tonio – Chissà se un giorno avranno una vita normale.

– Normale? – reagì il Traga – I cadenn fussen anca d’or, tegnen ligaa (Le catene, anche se d’oro, legano!)…e ora ‘ndem!

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aspettate, prima di andar via! Se vi siete persi il resto, la prima parte della storia la troviate qui! E la seconda qui!

credits:

Immagine in evidenza da http://www.bassavelocita.it/sahara-express-treno-lungo-mondo/

Immagine Kamikaze giapponesi da http://numistoria.altervista.org/blog/?p=12984

Immagine chiquita da nauticareport.it

Blu inferno – parte seconda

Amava i lunghi silenzi e le immense distanze; non c’erano confini segnati e i porti servivano solo per riposarsi, prima di riprendere il viaggio. Hugo Pratt, a proposito di Corto Maltese.

Caddi due volte, di cui una contro uno scalino di ferro, e mi ferii allo stinco. Zoppicando e maledicendo la tempesta trovai la cambusa, un corridoio ricavato dal ponte, scarsamente illuminato.

Tutto era sottosopra. In terra, una sfilza di conserve, fiaschi e brocche rotolavano da babordo a tribordo.

Osservai l’etichetta su un coccio di bottiglia, era un’acquavite di vino di Jerez, un ottimo brandy spagnolo, senz’altro la riserva personale del capitano. Tenendomi al corrimano, mi recai in un angolo con meno schegge di vetro e poche scatole sballottolate dal forte rollio. Gli sportelli delle credenze penzolavano e sbattevano, tenuti a stento dalle cerniere piegate e divelte a metà.

A un tratto l’imbarcazione si piegò su un lato, salì sulla cresta dell’onda e si tuffò in basso, dando l’impressione d’aver sollevato la chiglia fuori dall’acqua.

Barcollai e scivolai, atterrando con la testa su qualcosa di morbido. Era il ventre gonfio e floscio di Don Anibal, ubriaco e privo di sensi, con la camicia imbevuta di alcol. Giaceva come morto, rincattucciato dietro i cartoni. Una bozza, violacea e grossa come mezza mela, spiccava in piena fronte e aveva alcuni tagli sulle guance mal rasate.

La nave ebbe un ennesimo sussulto. Rotolai di fianco. Una luce bianca entrò dagli oblò, un lampo caduto non molto distante che illuminò la cambusa e tutto il suo scompiglio.

Ci siamo, mi dissi, è giunta l’ora. Pensai al Traga e a Tonio intrappolati in basso, in quella tana per topi. Eravamo ridotti all’impotenza, su quell’ammasso di lamiere dominato dalle onde.

Chiusi gli occhi, mentre tutto andava a scatafascio, aspettando lo scossone successivo, o la fine.

Di colpo lo scafo si raddrizzò e tutti gli stridori metallici del bastimento si unirono in un triste e disperato coro, come se il vecchio incrociatore urlasse di rabbia, cercando di resistere alla furia del mare.

Ed ecco che dalla mensa venne un calpestio di passi, fra i cocci. A fatica mi misi carponi e mi trascinai sulle ginocchia verso la cucina mentre la nave riscendeva dal cavallone. Finalmente, riuscii ad alzarmi, aggrapparmi con forza al corrimano e raggiungere la finestrella della porta. Vidi Zacarias, con un’orecchia sporca di sangue. Porca boia! – mi chiesi – ma allora chi governa la nave?

E di nuovo una risalita, quasi un balzo, e questa volta con la prua puntata verso il cielo. Pensai, la morte ha preso il comando della nave, stiamo volando! Si va a casa, oltre le nuvole…

timoniere

– Anibal! Anibal! – urlò l’altro – Alcoholico! Borracho! Donde estas?!

Diede un pugno violento contro una parete, si voltò e traballando si allontanò.

Ritenni più prudente uscire dalla dispensa. Pencolando di sbièco e cozzando contro tutto, imboccai diversi corridoi, alla ricerca del ponte di comando mentre la nave continuava, uno scossone dopo l’altro, a emettere tristi suoni inarticolati.

Si aprì una porta. Ne uscì il lavapiatti. Odorava di vomito ed era come stordito.

– Zac-Zac…arias la cerca – farfugliò – Sono sceso in cabina e non l’ho trovata.

– Cerca me? Ma ne è sicuro?

– Si, mi ha detto portami quello con la barba. Mi segua, l’accompagno dal comandante.

2016-05-17

Al timone!

Anche lui aveva bevuto, si sentiva dall’alito. Ma non era ubriaco, solo un po esagitato davanti alle carte nautiche.

– Ah, eccolo qui, finalmente! – esclamò – Ti ho fatto cercare dappertutto, ma dov’eri?

– Prendevo l’aria, approfittavo della crociera – tentai di scherzare, mentre un sobbalzo mi appiattì di schiena contro una parete.

– Devo ristabilire la posizione della nave – mi informò – Il timone automatico è in panne e stiamo deviando.

Si grattava di continuo i capelli, arruffati e pieni di pagliuzze, pareva appena uscito da un giaciglio d’erba secca, l’orecchia sporca di sangue raggrumato.

– Bella notizia – dissi, mentre il Chiquita s’infilava a testa bassa nel successivo avvallamento, fra le onde.

– Il mare è meno mosso, se riesci a stare in piedi puoi darmi una mano alla barra. Quel dannato Anibal è un bidone! Maledetto pelapatate, ubriacone!

Restai di stucco. Che cosa voleva il comandante? Che io, no dico IO, prendessi in mano le sorti dell’ex incrociatore?

– È molto semplice, amigo, non devi mica governare la nave, tranquillo! Solo tenere saldamente la barra mentre io valuto la deriva e ristabilisco la rotta.

Mi avvicinai al timone. Era enorme, in mogano e ottone. Quell’oggetto mi aveva sempre affascinato, fin dall’infanzia, quando mi incantavo davanti ai film di pirati. Avrei potuto finalmente toccarlo, rotearlo, aggrapparmi alle maniglie e anche manovrarlo! Era là, a portata di mano, lusinghiero. Sussurrava: Dai Nino, che un occasione così non si ripeterà più.

Allora, sebbene intimorito, annunciai – Ok, sono pronto!

Zacarias tolse un asse di fortuna che bloccava la ruota e la spostò di qualche grado.

– Ecco, mantieni così. Un minuto, solo un minuto.

Si curvò sulla carta nautica e trafficò col sestante, tracciò delle linee, lavorò con un cerchio graduato, concentrato e imperturbabile nonostante la gravità della situazione e l’eccessivo ondeggiamento, intanto che io, sudato per lo sforzo e la tensione, stringevo con forza le maniglie per non cadere.

Tornò rapidamente alla barra.

– Bisogna mantenere la rotta in modo che la nave avanzi e salga sul fronte d’onda in arrivo – mi spiegò.

Mi feci da parte, lui afferrò il timone, lo ruotò di circa 45 gradi e la nave scivolò leggera come una foglia sulla cresta dell’onda.

– Ecco, tieni così adesso.

Andò alla carta e poi tornò al timone, e alla carta e al timone. Non era più lo stesso, svolazzava agile e disinvolto come se il vento lo governasse, ringalluzzendo quella vecchia spugna imbevuta di birra e brandy. Il lupo di mare aveva ripreso servizio, lucido e efficiente.

Andammo avanti così per più di un’ora con quei va e vieni brevi e spediti, miranti a cavalcare l’onda e evitare botte sulle fiancate. Un lavoro preciso e tenace che tenne a galla il Chiquita e lo mantenne sulla buona direzione.

Cento tempeste e tre cicloni!

Il mare e il cielo decisero una tregua e dimezzarono la furia delle onde, della pioggia e del vento.

La cabina di comando aveva finestre su tre lati.

Zacarias poggiò le mani contro il vetro di un grosso oblò rettangolare che dava a poppa e fissò la volta celeste, ad ovest. I suoi occhi ora brillavano, sembrava pago e in pace con se stesso, forse anche felice. Parlò con voce sommessa:

Mira! Mira che spettacolo. Fra poco tutto riprenderà il suo colore e quest’inferno sarà di nuovo blu. Come l’amo questa immensità, hombre! Quando passeggio sulle sue acque assonnate o mi affanno contro una burrasca, l’amo comunque! L’amo sempre! A terra, non resisto, mi prende il cattivo umore. La mia adrenalina è qui, fra queste onde tormentate dal vento, su questo mare ambiguo. Solcare queste acque è di per se una grandiosa avventura, caro mio.

All’orizzonte, un curioso amalgama di turchese e di grigio diluiva il cielo nel mare e le prime luci del mattino lambivano la spuma delle onde.

Il comandante si allontanò dall’oblò e si avvicinò al portavoce. Comunicò alla sala macchine di aumentare il ritmo dei motori poiché, si lagnò, avevamo percorso appena 120 misere miglia ed era ora di prendere un’andatura più sostenuta.

Mi mostrò la carta, presto avremmo avvistato la costa. Eravamo a non più di quattro ore da Bojado, una piccola cittadina fra mare e deserto rivendicata da Marocco e Fronte Polisario. Da lì, via terra, avremmo dovuto percorrere tutta la costa sahariana per raggiungere il confine con la Mauritania, ma la nostra idea di raggirare via mare quella parte di deserto ci stava facendo risparmiare oltre 700 Km di strade sabbiose e piste, evitando una regione malsicura, dove i guerriglieri saharawi si opponevano militarmente alle forze regolari marocchine e mauritane.

Mappa-Sahara-Occidentale

Zacarias mi informò che avrebbe potuto continuare da solo.

– Però prima – disse, mentre tirava fuori da una cassa una bottiglia di brandy – Ci vuole un goccio di quello buono! Questo qui è meglio del Cognac – affermò riempiendo due bicchieri – Coraggio, mandiamolo giù d’un fiato! Beviamo alla salute della tempesta. La centesima, per l’esattezza. Cento tempeste e tre cicloni! Un bel primato, verdad? (non è vero?).

Una gradevole sensazione di vittoria, di pericolo scampato, mi avvolse mentre l’alcol incendiava le budella. La paura di capovolgersi, della morte, la stanchezza… tutto svanì come una gelida brina all’arrivo del sole.

– L’abbiamo scampata bella – disse – Stavamo derivando verso Tenerife.

Ingollò un secondo bicchiere, poi un terzo. Ispezionò con lo sguardo il ponte di comando e controllò la bussola di rotta sulla colonnina. Tutto a posto, mormorò a se stesso, todo esta bien!, quindi agguantò le maniglie del timone.

* * *

Jafar arrivò con del caffè. Ne bevemmo alcune tazze bollenti, in silenzio, poi spuntò Chancha. Era zuppo d’acqua (come al solito), avresti detto che qualcuno l’avesse legato sul ponte, durante la tempesta.

I due discussero a bassa voce. Il nostromo ingollò un po’ di quella ciofega calda con un’aggiunta di brandy e ripartì da dov’era venuto. Ma da dove?

A turno, uno dopo l’altro, passarono tutti in coperta. Il macchinista, la faccia nera di carbone, chiese a Jafar di andare a svegliare Eusebio, che il suo turno era finito.

– Deve occuparsi una volta per tutte di Don Anibal – confidò a mezza bocca al comandante – Non si può andare avanti così. Non ha nemmeno scongelato il pane.

– Ti mando Jafar in cucina, no te preoccupe, e a quel pelandrone ci penso io, al rientro lo sbatto fuori, e a calci nel culo.

Faustino partì soddisfatto, il capitano ingollò un’ultima sorsata di brandy e in un attimo sprofondò nei propri pensieri, gli occhi puntati sul mare, un leggero sorriso a fior di labbra, sul confine fra cielo e terra…

E il mare si calmò del tutto e il dondolio divenne semplicemente piacevole. Scesi giù a controllare gli amici ma non c’erano. La cabina puzzava, inutile pensare di distendersi sulla branda. Rinvenni i bagni e lavai la ferita allo stinco. Tornai in cabina, presi un cerotto dallo zaino e lo applicai sulla ferita.

Risalii sul ponte. Strada facendo incontrai Malik. Mi chiese se avevo dieci minuti da dedicargli che aveva bisogno di parlarmi, non appena avesse finito il suo turno. Risposi che per me andava bene ma che prima avrei cercato di dormire, che ero sfinito.

– Capisco, ma il viaggio è corto – disse – sarebbe bene che ci vedessimo un attimo prima dell’arrivo! Mi sembrate tipi giusti e vorrei mettervi al corrente di una cosina, dunque a presto!

Risalendo, mi imbattei nel cuoco, con la stessa camiciola maleodorante e sudicia della notte. Aveva un benda in fronte e alcune spennellature di tintura di iodio sulle ferite del volto. Con quella faccia gonfia e deformata dai tagli e in più le orecchie a sventola, pareva un dipinto di Soutine.

– È caduto? – chiesi ipocritamente – Anch’io. Guardi qua – aggiunsi, sollevando il pantalone fino al ginocchio – Mi sono aperto uno stinco!

– Uhmmm – grugnì, fottendosene del tutto – Si mangia un pochino più tardi, diciamo all’una! Se avete fame prima, Jafar vi darà del pane, o dei biscotti.

Ritornai sul ponte di coperta e chiesi al capitano se potevo sfogliare qualche pagina dei suoi volumi.

Sei amico dei libri? – domandò.

– Credo di si.

– Tieni il volante – disse, lasciandomi il timone.

Aprì un armadietto. Ce n’erano una cinquantina, molti dei quali rilegati, altri con i disegni d’epoca.

– Me li porto sempre dietro – mi assicurò – Se il mare dovesse un giorno divenire la mia tomba, scenderanno nel fondo, con me.

Praticamente, mi seguono da decine di anni, nave dopo nave… Puoi dare un’occhiata, se vuoi, ma da qui non escono!

Dopo un po’ Tonio s’affacciò alla porta, col suo folto parruccone, un autentico piumino cotonato. Il capitano si voltò e salutò con un cenno della mano.

– Ni, ci siamo persi il Traga. Non l’hai visto? – chiese.

– Dove vuoi che sia. Sarà fuori a controllare la Land, visto che pioviccica appena.

Chiusi il libro e l’osservai, sembrava Phineas dei freak brothers, magro e riccioluto, con la salopette azzurra.

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– Cosa ti sei trovato da leggere? –

Lessi il titolo a voce alta: «Fra l’equatore e i tropici» di De Sagarra.

Zacarias si voltò, un ghigno malizioso gli contrasse i muscoli della faccia storcendogli la bocca, un corto istante, poi riprese quella sua aria simulatamente assente, le mani sul timone e lo sguardo lontano.

Uova al piatto e patatine.

Un’ora dopo, il mare s’era completamente appiattito.

Tonio decise di andare sul ponte e vedere «sto benedetto incrociatore», alla luce del giorno.

Avevo fame. Decisi di andare in mensa e elemosinare un pezzo di pane, magari col burro.

Il Traga mi raggiunse poco dopo. Come previsto era andato a ispezionare la Land.

– Allora? Tutto a posto?

– È entrata l’acqua. Dopo prendo un canovaccio e asciugo. Per il resto i cavi hanno tenuto e, da non crederci, c’erano quattro ganasce imbullonate al suolo che bloccavano e assicuravano l’auto. Pare che le abbia fatte aggiungere il capitano prima della partenza! Bella mossa, il Zacarias!

Aveva indossato un completo azzurro da ginnastica, con la felpa larga e zippata, sicuramente per occultare la Glock.

– Sembri bello fresco – dissi.

– Tu invece hai una di quelle facce…

– Sono rimasto quasi tutta la notte sul ponte. Zacarias era solo alle prese con i comandi e le carte nautiche. Gli ho dato una mano.

– A che fare, scusa?

– Non ci crederai mai: ho retto il timone.

– Ah, ecco! Per un po’ ho pensato che la nave si stesse rovesciando, siamo caduti dalle brande, io e Tonio, non ti dico il casino.

– Quello era senz’altro prima. Sono caduto anch’io, per le scale, dietro la cucina…

Rise – He, he, he! Adesso si che hai di che scrivere stronzate sul tuo diario.

Scorgemmo Zacarias. Dava continue pacche sulla spalla di Faustino. Ripeteva «poveri cretini, poveri cretini…»

– E adesso chi c’è ai comandi?

– Sicuramente Don Anibal…

– Il cuoco? Ma su che cazzo di nave siamo saliti!

– Pare che sia stato nocchiere, ai suoi tempi…

– Si, mezzo secolo fa!

Zacarias sedette al tavolino accanto al nostro, davanti a un bel piatto di uova fritte.

Il Traga tirò fuori le napoletane e cominciò a mescolarle con una sola mano. Gli piaceva fare colpo e con le carte era un asso, sapeva farlo in tutti i modi, anche frammischiandole in aria, all’americana. Fece tre o quattro mescolate e distribuì le carte.

Jafar si avvicinò e chiese se avremmo gradito delle uova, magari con patate. Ci sembrò una buona idea e il Traga chiese se poteva averne quattro come il capitano.

Terminammo la seconda briscola e le uova erano già là, calde e stuzzicanti, con una montagna di patate fritte.

Divorammo il tutto in silenzio, pucciando il pane in un vasetto di salsa piccante.

Il Chiquita aveva smesso di cigolare, restavano il brontolio dei motori e un tintinnio metallico che veniva dal ponte.

Tonio ci raggiunse. Chiese un caffè e un po’ di pane che Jafar s’affrettò a servirgli. Aveva un’aria strana, era scuro in volto e si agitava sulla sedia.

Appena il capitano si allontanò ci riferì che Malik lo aveva abbordato sul ponte.

– Ha fermato anche me dissi, questa notte, ma dopo le parole del capitano ho evitato di dargli retta.

– Sapete cosa ha detto? Aprite bene le orecchie che qui c’è da ridere. A proposito, parla italiano…

– Si lo so – lo interruppi – dice che ha studiato a Perugia.

Il Traga mise un pezzo di pane in bocca, masticando chiese:

– E allora? Cosa cavolo vuole ‘sto pirla adesso?

– Ascolta Trag, il tizio mi afferra un braccio e mi fa: «Anche tu sei armato? Dimmi, siete tutti armati?»

Gli ho risposto che nessuno di noi porta armi, che non sapremmo che farcene.

– E lui?

– E lui ha detto che non dovevo mentire, che l’avevano vista tutti quella pistola! È finta, gli ho detto. È un giocattolo che il mio amico porta sempre con se. È del figlio, lui ha un figlio che non vede molto spesso… È come un portafortuna.

– Cazzate! – reagì il Traga – Ma mandalo a fanculo e basta.

Jafar si avvicinò e sbarazzò solo i piatti, lasciando le posate sporche sul tavolino. Avrebbe avuto bisogno di una doccia, appestava l’aria con un odoraccio di fritto e di sudore. Il Traga gli rifilò qualche pesetas. Disse: Quando hai tempo dai una pulita alla cabina così si dorme un po’.

– Il capitano mi vuole in coperta – rispose l’altro – Devo mettere un pò d’ordine. Ma dopo porto giù secchio, straccio e sapone e metto a posto. Intanto tenete, ho rifatto il caffè.

Scansò le posate sporche, dette un colpo di spugna, posò il bricco fumante e si dileguò.

– Vai, vai pure, che con quel tanfo appesti l’aria – si lagnò il Traga stringendosi il naso con le dita, e ridistribuì le carte.

A parte il sonno, stavamo bene. Scampato il pericolo, tutto sembrava semplice. Nemmeno la storia di Malik ci aveva preoccupato più di tanto. Insomma, le cose andavano lisce come l’olio e una briscolata ci stava.

Giocammo fino a metà mattinata, fin quando il Traga non cominciò a accendere una sigaretta dietro l’altra, quella intera dal mozzicone della precedente. Disse: smettiamo, sono cotto!

Jafar passò veloce per annunciarci che i letti erano a posto, che aveva perfino cambiato le lenzuola e passato lo straccio con un sapone profumato.

Stavamo per scendere in cabina allorchè Malik si presentò in mensa seguito da Eusebio. Indossavano pantaloni larghi da marinaio e magliette bianche pulite. Gli impressionanti bicipidi del gigante straripavano dalle maniche corte e attillate. Sembrava Lothar di Mandrake. Si appoggiò allo stipite della porta, schivo e diffidente come un orso.

Ci siamo, pensai, adesso ricominciamo con quella storia, e non mi sbagliai.

– Fantastico! – sbottò il Traga non appena lo vide – proprio ora che stavo andando a letto. Ma va föra di pè! (vai fuori dai piedi).

– Ragazzi – esordì il marinaio – Siete capitati nel momento sbagliato, oppure in quello giusto, dipende da voi.

De bun? (davvero?)- esclamò il Traga. Chiuse il mazzo di carte nell’astuccio e lo infilò nella tasca dei pantaloni, lasciando le mani sotto al tavolo, a un palmo dalla Glock. Lo conoscevo bene, si metteva in guardia, come al solito. Poi esordì:

– Hai gli occhi completamente rossi. Adesso scoppiano, che ti sei fumato?

– Mastico noce di Kola, nient’altro. Voi la bevete nella Coca Cola, io la consumo al naturale. Combatte la fatica, è ricca di caffeina e ci tiene su. Ed è tutto, nessuna droga.

– Allora, cos’è ‘sta storia della rivoltella? Cosa vi frulla in testa?

– Siamo a un passo da prendere il controllo della nave – rispose l’altro, senza fioriture – E non è uno scherzo, badate bene. È una cosa studiata e organizzata da tempo e siccome è per domani, poco prima dello sbarco, vorremmo assicurarci che voi siate dalla nostra parte. Siamo in tre, ma con le due uniche armi a bordo sarà più che sufficiente. Una volta tolta la pistola a Zacarias, quei pochi ubriaconi che restano se ne staranno buoni buoni e se c’è bisogno li chiudiamo in una cabina, con quattro o cinque bottiglie di acquavite.

Tirò una sedia a se e si sedette a cavalcioni. Eusebio, le braccia incrociate contro il petto e le mani chiuse a pugno, masticava e impastava lentamente la sua noce africana. Malik gli getto un’occhiata e continuò:

– Ascoltatemi bene. Il vostro arrivo su questa nave non era previsto, siete spuntati fuori all’improvviso ed ora noi siamo nei casini! Fra poche ore il Chiquita cambierà padrone e noi vi abbiamo fra i piedi… Dobbiamo trovare un accordo.

Blu inferno

Isola di Gran Canaria

L’avevamo trovato per caso, proprio quando le speranze di procurarci un passaggio su un mercantile, cominciavano ad affievolirsi.

Dopo aver passato l’intera mattinata negli uffici di tutte le compagnie di navigazione, entrammo nella più misera delle agenzie marittime di Las Palmas. Un ufficetto spoglio e malridotto di una decina di metri quadri, maleodorante di fritto e umidità, con cartoni e fascicoli posati in terra, sugli sgabelli e perfino sul davanzale della finestra. All’hotel Donna Benita ci aveva detto: – È un vecchio sparagnino: compra, rattoppa e rimette in mare tutto quello che gli altri destinano alla demolizione, basta che galleggi. Quello vi prende su, ve lo dico io.

E in effetti fu così.

L’impiegata, la señorita Aguilar, una ragazzotta sorridente, tutta in carne, liberò tre panchetti dagli incartamenti e ci fece accomodare.

– Ho qualcosa per voi – disse – ma l’imbarco è quasi immediato. Devo solo verificare se la nave parte ora o in serata. So che non avevano finito di riempire la stiva.

Fu l’unica a cui non parve strano, ambiguo, stravagante o peggio ancora sospetto, il nostro periplo per raggiungere il continente nero. Un itinerario insolito, più lungo del dovuto, che da Malaga avrebbe dovuto condurci nella regione senegalese di Casamance, fra Gambia e Guinea, passando per Gran Canaria.

– Non avete nulla per Dakar? Chiese il Traga – Magari non subito.

– No, le nostre navi non scendono così a sud e se perdete questa possibilità per Nouadhibou, dovrete ritornare su Cadice. Da lì, forse…

Ci consultammo con lo sguardo e annuimmo.

– Ok – dissi – vada per Nouadhibou. Al limite, faremo la costa Mauritana con il fuoristrada.

Fu rapida e efficace e dopo aver passato un paio di telefonate, calcolò e annunciò il prezzo del trasporto, riempì la polizza di carico e intascò alla svelta i venti biglietti da dieci dollari che Tonio aveva tirato fuori dall’elastico di un calzettone.

– Il capitano non sarà contento, disse ridacchiando compiaciuta, non gli piace avere estranei a bordo, ma peggio per lui. Quell’uomo non piace a nessuno, non sorride mai, non saluta mai, un vero caprone. Ad ogni modo il padrone ha dato l’ok. Il resto non conta!

Ci indicò il nome del piccolo mercantile e la sua ubicazione nel porto.

– Dovete affrettarvi – ci esortò, mentre il brontolio di un tuono echeggiava prepotente in quel cielo grigio di novembre – Hanno annunciato un acquazzone da un momento all’altro.

Ci accompagnò dolcemente verso l’uscita. Sulla porta, disse: avete un bel coraggio. Più di trecento miglia su un cargo dell’anteguerra. Ma che dire, c’è gente così, come voi, attirati dall’oceano come le papere da uno stagno.

La nave

Era un ex-incrociatore degli anni trenta, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e rivenduto all’asta dalla marina imperiale giapponese negli anni sessanta.

L’armatore lo aveva acquistato per un tozzo di pane e ora trasportava merci sulla tratta che legava le isole Canarie al continente nero.

Quella sera, avremmo dovuto caricare a bordo del Chiquita la nostra vecchia Land Rover e prendere il largo per raggiungere la costa africana. Ma non eravamo così felici di imbarcarci, perlomeno non in quella circostanza dove la parola finimondo assumeva tutto il suo reale significato.

Arrivammo al porto sotto un nubifragio. Erano le sei e non si vedeva a un passo dall’auto.

– Ma è una mareggiata! – urlò il Traga davanti alle onde che allagavano l’imbarcadero – altro che acquazzone. E adesso chi la trova la nave, al buio e in questo putiferio.

Dopo un po’ rinvenimmo il Chiquita, ma solo perché era lungo e occupava un’intera banchina. Ondeggiava cigolando, lamentandosi dei suoi acciacchi: un rumore sinistro di lame tenute insieme a stento e dalla ruggine e dalla stoppa intrisa di catrame.

Non c’era anima viva. Nulla, solo la bufera che imperversava e la disperazione, la nostra, posseduti da una fifa blu e da profondi dubbi.Non osammo scendere. Restammo al riparo nell’auto mentre le trombe d’acqua venivano giù, fredde e perverse.

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Erano gli anni 70, la radio mandava in onda sweet home alabama, un fragile filo di spensieratezza in quel frangente buio e avvilente, dove sarebbe stato più appropriato un requiem di Mozart o una messa di Bach.

Non sapevamo cosa dire, cosa fare, infreddoliti e rannicchiati nel proprio cantuccio. Tonio, allungato sul sedile posteriore, batteva il ritmo sulle ginocchia, il Traga sfumazzava le sue Fortuna, una dietro l’altra, ed io scrutavo la pioggia, domandandomi come fosse possibile che tanta acqua potesse scendere da quella coltre di nuvole, tanto grande e rigonfia fosse.

– Con tutti quei razzi che mandano in cielo l’hanno sforacchiato – cazzeggiai, tanto per rompere il silenzio – Ora è uno scolapasta.

Avevamo paura, paura che quella nave potesse prendere il largo in quelle condizioni demenziali. Non ce lo confessavamo, certo, ma ognuno, in cuor suo se la stava facendo addosso.

Avremmo preferito tutti il calduccio dell’hotel di Donna Benita. A quell’ora di solito serviva gli stuzzichini e la sangria al bar del salone. C’erano sempre le acciughe bianche, i calamari fritti e le croquetas di patate con pollo. Al solo pensiero ti veniva l’acquolina in bocca.

Ad un tratto, apparve un ragazzetto. Rischiarato dalla timida luce di un reverbero, scese dalla passerella e attraversò la nostra visuale. Un fuscello ossuto spostato qua e là dal vento, bagnato e tremolante, con una camiciola leggera, gli occhi truccati e una striscia di rossetto acceso, sbavato fra bocca e naso. Dietro di lui spuntò un individuo con il copricapo da marinaio, traballante, cadaverico e a torso nudo. Un’apparizione, un’ombra, uno spettro con dei baffoni grigi sporchi di rosso. Il vento s’affrettò a portargli via il cappello, che volteggiò e cadde in mare.

Il tizio non gli dette peso. Aprì con una mano la patta dei pantaloni e con l’altra finì d’un fiato quella che sembrava essere una birra. A passi incerti scese la pedana coll’affare di fuori e si piantò a un passo dalla Land. Pisciò a scroscio poi gridò qualcosa al giovinetto, del tipo «va a casa e aspettami, fiorellino» quindi frantumò la bottiglia contro la murata della nave e rottò a pieni polmoni.

– Allucinante! – esclamò Tonio, mentre quello risaliva sulla nave – Sapete? In realtà comincio a divertirmi.

No a rump i ball, ostia! Che non è affatto il momento di scherzare! – rintuzzò il Traga, scartando un vecchio panino. Aveva fame, fra un bagaglio e l’altro avevamo saltato il pranzo. Stappò l’ultima bottiglia di rosso e riempì tre bicchieri di carta.

– Chissà cosa ci faranno mangiare a bordo – disse Tonio, mentre brindavamo – Non credo che ci sia un bar con le tapas.

Si mangerà la stessa sbobba dei marinai, ve lo dico io – aggiunse il Traga – D’ora in poi scordatevi le raffinatezze.

Non dissi nulla. La fame e la l’angoscia si erano occupati del mio stomaco, vuoto ma pieno di nodi.

Pensai a quanta gente stava già ai fornelli preparando una buona cena, magari in famiglia, al caldo, lontano dalla pioggia battente e da quella nave fatiscente. Ma non noi. Obnubilati dall’avventura, ci ritrovavamo incastrati in un vicolo cieco, soli e sconnessi dal mondo, tutt’altro che propensi a lasciare il certo per l’incerto.

E pensare che l’idea era venuta al sottoscritto: evitare il Marocco e il deserto per non incappare in quella stupida guerra fra il Fronte Polisario e le forze regolari. Avremmo raggiunto Dakar via mare, costeggiando col Chiquita l’intero Sahara fino al nord della Mauritania, dove avremmo cercato un altro passaggio nave.

Una serie di lampi tagliuzzarono l’oscurità illuminando il vecchio incrociatore scorticato mentre il vento, accompagnato dal fragore dei tuoni, mandava a sbattere tutto contro tutto, ululando cinico e divertito. Pareva un campo di battaglia dove si affrontavano cielo e mare, avvolti nella loro stizza, nella loro indifferenza all’uomo e alle sue fragili cose.

Le piccole imbarcazioni, ancorate e legate con grosse gomene alle bitte d’ormeggio, sobbalzavano mugolando malinconiche e assai perplesse sul loro futuro.

La nave si sfregò ai copertoni messi a bella posta contro la banchina per evitare colpi secchi. Un lungo stridio d’abrasione che superò i rumori della tempesta facendoci rabbrividire.

Tutto era al limite. Nessun Cristo sensato avrebbe preso il mare in quelle condizioni. Nessuno, tranne quel capitano portoghese, un osso duro senz’altro figlio di un maremoto.

– Mi sentirei più al sicuro su un tronco che su questa bagnarola – si lagnò il Traga – Due giorni di mare su un coso sopravvissuto alla guerra, oh signur, questa avventura alla Corto Maltese mi ha rotto già i coglioni. Sapete che vi dico? Torniamocene in albergo, va’ a dar via el cul i duecento dollari! Ci siamo fatti fregare! Io, lì sopra non ci salgo.

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Ma non andò così e ovviamente non restammo a terra.

Il marinaio con i baffi sporchi di rossetto (…il cui nome era Chancha) spuntò poco dopo con un ragazzo di colore, Malik, e insieme iniziarono a manovrare una gru installata sul ponte di coperta.

Issarono a bordo il fuoristrada nonostante la bufera, evitando d’un pelo e a più riprese la fiancata. Il Traga, cereo e sempre più di pessimo umore, camminava su e giù stringendo i pugni mentre Chancha, sempre a torso nudo nonostante le trombe d’acqua, tirava e fissava le funi per bloccare l’auto sul ponte.

Tonio disse – Ma sarà umano, quello? Nemmeno un tricheco oserebbe sfidare un tempo simile senza coprirsi. – Ma l’altro cantarellava, affrontando la bufera come se nulla fosse. Il Traga, il passamontagna calato sulle orecchie, cominciò a sbraitare:

«Hei! Ma l’avete capito? La Land viaggerà allo scoperto, in mezzo alla tempesta. ‘Sti mangiamerda! Non hanno più posto nella stiva», «Stai attento a quello che fai, pirla!», «Mai vista una cosa così, robb de matt!», «E voi due non dite niente?», « Oh signur! C’è da dar di matto!».

Il capitano Zacarias, sbucò fuori all’improvviso. Era ben piazzato, i capelli rosso irlandese colle basette lunghe fino al mento mal rasato. Aveva i modi bruschi e lo sguardo a terra, sembrava uno a cui la fortuna aveva smesso di sorridere da un pezzo. Gli occhi piccoli e nascosti, risucchiati all’interno del volto grassoccio, ci scrutarono rapidamente, senza soffermarsi. Urlò qualcosa al giovane, controllò i nodi delle corde che saldavano l’auto al ponte e sparì veloce com’era venuto, ignorandoci sfacciatamente.

Il vento invertì il senso di marcia ricoprendo il ponte con il fumo nero della ciminiera mentre i vecchi motori martellavano a pieno ritmo. Tonio, i capelli folti e crespi acconciati come un’indivia riccia, alzò il cappuccio della mantella antipioggia e si appigliò al corrimano della murata mentre i goccioloni lo colpivano in volto.

– Oh Gesù! – disse costernato, realizzando che non avremmo più potuto fare marcia indietro – E adesso?

– E adesso ce l’abbiamo nell’osso! – lo «rincuorò» il Traga.

A lavoro terminato, Chancha ci fece segno di seguirlo e ci accompagnò alla cabina, situata in basso, molto in basso. Un pertugio con quattro brandine in ferro e un gran puzzo di pittura all’olio. Non ci si stava in piedi. Il Traga, alto quasi uno e novanta, dette una testata.

– I marinai giapponesi erano nani o cosa? – ringhiò, toccandosi la fronte – Questi ci hanno preso per gonzi! Nemmeno una cabina passeggeri…

Aprì il borsello e controllò la Glok semiautomatica, una calibro 45 che portava con se ad ogni viaggio.

– Dorme con me – prevenne – me la tengo sotto al guanciale. Ehi tu, ciaparàtt, ma non ci sono i cuscini?

L’altro rise, mostrando i denti piccoli color caffè. Era zuppo di pioggia. Si asciugò il busto senza peli con una delle nostre coperte. La gettò sulla branda e si riavviò i capelli grigi e giallognoli all’indietro. Puzzava di birra e sudore.

– Uno così lo incontri solo nell’oltretomba – commentò Tonio, mentre quello sghignazzava divertito.

Lo osservai con attenzione, aveva rughe profonde e grosse borse sotto agli occhi grigi e opachi. Potevi dargli trent’anni o ottanta, o magari chissà, aveva ragione Tonio, era già morto ma l’avevano rispedito in terra.

– Che gente! – continuò Tonio, mentre il Traga nascondeva l’arma sotto il dolcevita – Qui c’è poco da annoiarsi.

Mi rivolsi allo spagnolo Ho dimenticato un quaderno in macchina – gli dissi – Un bloc de notas, un cuaderno…Vorrei recuperarlo.

Non capì, o fece finta di non capire.

– Si mangia alle 8 – annunciò, lisciandosi i baffi – A las ocho! Comprendes? Il capitano non ama aspettare!

Zacarias

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Poco prima di cena, ci presentammo in plancia, dal capitano. Indossava una giacca con le ancorette ricamate sul colletto e un cappello di lana blu coi fregi. Sembrava quasi rassicurante in quella tenuta da ufficiale. Era di spalle e osservava la tempesta. Si girò con un libro in mano e una birretta nell’altra.

Il Traga si avvicinò e lo squadrò dall’alto. Anch’io mi avvicinai, curioso di leggere il titolo del libro. Era Cuore di tenebra, di Conrad.

– La nave salperà, è così?- chiese il Traga

Zacarias non rispose. Andò al frigo e tirò fuori quattro birre. Le stappò a una a una con i denti e le distrbuì.

Salud! – fece, facendo tintinnare le bottigliette gelate – Dite, è il vostro primo viaggio su un mercantile?

Rispondemmo di no ma che comunque avevamo una «marea» di dubbi sul fatto di partire con quel mare forza dieci.

– Forza nove – precisò lui – e domani in giornata è previsto un riassesto del tempo. Abbiamo preso il largo con un mare molto peggiore. Il Chiquita ha un bel pescaggio e rolla poco. Sapete, è sfuggito al siluramento di chissà quanti sommergibili, non saranno certo quattro onde a metterlo in difficoltà.

Il Traga sembrava più sereno, o meglio, aveva le mascelle un po’ meno contratte. Finì la birra d’un fiato e chiese:

– Allora, tra due giorni saremo in porto, è così?

– Con una mezza giornata di ritardo, ma non di più. Navigheremo a zig zag le prime cento miglia, prua a mare, poi si vedrà… No se preocupen! Ed ora scusatemi ma ho molto lavoro, non ho nemmeno il tempo di cenare. Ma voi andate pure… Mangerete con l’equipaggio, se non vi crea problemi. Don Anibal fa una sola cucina. Sul Chiquita siamo in pochi e tutti fanno tutto, allora dobbiamo limitare e concentrare il lavoro. A questo proposito, un’ultima cosa: devo chiedervi di non dare troppa confidenza ai ragazzi di colore… Niente distrazioni, niente chiacchiere inutili!

Posò il libro sul tavolo, accanto a una dozzina di volumi impilati. Notai una vecchia edizione del «Viaggio al centro della terra» di Verne e alcuni autori spagnoli che non conoscevo. Avevo una gran voglia di dare un’occhiata a quei romanzi, quasi tutti con illustrazioni vecchie di mezzo secolo.

Mi guardò stringendo gli occhi come un miope, come a dire: quella roba non si tocca! Quindi aprì un cassetto e tirò fuori (anche lui!) una pistola.

– Una chicca – disse, puntandola verso il soffitto – una reliquia che conservo con molta cura. Ecco con cosa gironzolo a bordo, giorno e notte, con questa vecchia arma di ordinanza dell’esercito nella cintola, in bella mostra e con 8 colpi nel caricatore.

Il Traga tossicchiò, sicuramente pensando alla sua Glok, nascosta sotto al giaccone.

– Voi vi domanderete il perché – continuò il capitano – Ebbene, è il solo modo per farsi rispettare da certi energumeni. A parte il capo macchine e il nostromo, gli altri non sono uomini di mare. Si sono arruolati per fame, solo per fame e lavorano quindici ore al giorno per quattro soldi, di che pagarsi il tabacco e una bevuta al rientro. Se e quando la paga arriva, beninteso. Sono frustrati, insoddisfatti, – continuò – hanno il sangue che ribolle dalla mattina alla sera e la minima scintilla può trasformare il malcontento in qualcosa di peggio. È già successo e sono stato costretto a far sentire il freddo di quest’arma sulla nuca del fuochista: una mossa calcolata per calmare i bollenti spiriti di tutto l’equipaggio, naturalmente.

Tonio e il Traga si scambiarono un’occhiata, l’altro continuò, abbassando il tono della voce e, come se non volesse essere udito da nessun altro tranne noi tre, bisbigliò:

– Questa non è una crociera, amici cari. Siete su una bolgia che viaggia fra la terra e l’inferno e, qui a bordo ci sono anche i diavoli. Diffidate, statene alla larga!

Non sapevamo cosa dire, cosa rispondere. Zacarias voleva impressionarci e in parte c’era riuscito, ma quel paragone fra i neri e i diavoli se lo poteva risparmiare.

Mi feci coraggio e avanzai:

– Noi non cerchiamo grane, abbiamo pagato per farci trasportare il più vicino possibile al Senegal e il più lontano possibile dalla guerra. A sentire lei, sembra di essere su un vascello pirata o qualcosa del genere. Non è molto rassicurante, non crede?

– Me ne rendo conto – rispose – ma provate a mettervi nei miei panni. Questa nave, ai suoi tempi, impiegava un equipaggio di oltre cinquanta persone, fra militari e marinai. Noi la facciamo navigare in otto, avanti e indietro in questo oceano della malora, anzi in sette, perchè il lavapiatti non conta. Capite dove voglio andare a parare o è così difficile? Tenetevi al vostro posto e tutto andrà bene.

Si tolse la giacca, l’appese a una sedia e infilò l’Astra nella cintura.

Noi avevamo indossato abiti caldi, fin troppo. Dolcevita, giacconi e sciarpe di lana. Zacarias lo notò, disse – Farà caldo in mensa, sapete? Perciò sbarazzatevi di tutta quella roba superflua e raggiungete l’equipaggio, sono tutti a tavola. Stasera pesce fritto!

Il Traga voleva dire qualcosa ma l’altro lo ammutolì con un gesto dell’arma.

– Andate, andate – disse – ci vediamo dopo… La vita a bordo del Chiquita è particolare ma ha un suo fascino, vedrete. Bisogna solo prendere il lato giusto delle cose e… stare lontano dai guai. Niente di più.

Posammo le bottiglie vuote sul tavolo, accanto ai libri e uscimmo, varcando un vecchio portellone in legno con l’oblò rivettato e la maniglia a volante. Ci accompagnò sulla soglia e aggiunse un’altra frase con quella sua aria solenne: – Qualcuno ha detto «Tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura», entiendes ? Allora… Cercate di non farvela addosso per un po’ di mare mosso, non ne vale la pena. Sogghignò smorzatamente, poi aggiunse: Spero comunque, che abbiate un buono spirito d’adattamento!

La Ciurma

L’equipaggio, oltre al capitano, era formato dal vecchio marinaio Chancha, che poi scoprimmo essere il nostromo, dal giovane Malik, da Simba il mozzo e da Faustino, il capo macchine che si occupava delle caldaie nelle profondità dello scafo insieme a Eusebio, il fuochista addetto al carbone, un nero liberiano dalle forme erculee. E poi c’era lo sguattero, Jafar, un giovinetto meticcio, lacchè del capitano, addetto alle pulizie e aiuto in cucina.

E per ultimo il cuoco, Don Anibal, roscio e bene in carne come il capitano e anch’egli portoghese.

Erano tutti là, s’ingozzavano di sardine fritte e patate, sballottati controvoglia dal movimento delle onde.

Salutammo e prendemmo posto a uno di quei tavolini imbullonati al suolo, apparecchiato sobriamente con posate e salviettine di carta. Jafar arrivò con una gran coca cola che posò davanti a Tonio. Don Anibal si alzò e venne a servirci.

– Non è che voglio snobbare la sua pietanza – lo bloccò il Traga coprendo il piatto col palmo della mano – Ma non credo che riuscirei a mangiare.

– Neanch’io – aggiunse Tonio – ho già lo stomaco in subbuglio. Però non porti via la coca, quella la bevo.

Io, mi lasciai servire. Il fritto aveva un buon odore ed era croccante al punto giusto e presi una doppia razione di tutto.

Come aveva avvertito il comandante, faceva caldo.

Il Traga si sfilò la giacca e tutti videro la Glok, mal nascosta dal pullover.

– Ma sei matto a tenerla così? – lo ammonì Tonio.

– E cosa vorresti, che la lascio in cabina? Te se mat? Tanto l’aveva già vista quel pigliainculo coi baffi, che di certo se l’è già cantata, altrimenti il comandante non avrebbe tirato fuori l’artiglieria. Non l’hai capito?

– Dovremmo dargliela in custodia, che ne pensi? – dissi.

– Ma a chi? – rispose – Ma hai visto le facce?

– Al capitano, giusto il tempo del viaggio. Avrà senz’altro un posto per tenerla al sicuro. A cosa ci serve tenere un’arma qui a bordo?

– Io non la mollo – ribadì – Questa è una nave di pazzi e di morti di fame. Magari pensano che abbiamo un sacco di soldi e ci attaccano per ripulirci e poi ci buttano a mare e nessuno avrà niente da dire, nemmeno Zacarias, ci puoi giurare.

– La penso come lui – aggiunse Tonio – Anche se era meglio non ostentarla come ha fatto.

Malik mormorò qualcosa all’addetto alla fornace, l’armadio tutto muscoli, poi si rivolse a noi e in inglese, disse – Immaginate un po’, noi non abbiamo diritto alla coca, in fondo non abbiamo diritto a niente, solo patate e pesce fritto! I congelatori ne sono pieni. A volte una mela… A volte! E quando Anibal è di buon umore ci fa il riso con pesce e verdure, ma non è una paella, oh no, il suo è un intruglio, a «concoction», you know? Ci mette di tutto, principalmente cipolle, tante cipolle. Lui dice che sono quelle le verdure.

Risero tutti, eccetto Jafar.

Don Anibal alzò gli occhi al soffitto, sbuffò, prese un grosso coltellaccio da cucina e lo puntò contro il marinaio.

– Ehi tu, maricon, se non la smetti ci aggiungo le tue palle nella mia concoction!

Questa volta rise solo Jafar. Malik, per nulla intimorito, prese a rollare una sigaretta. Jafar continuò a ridacchiare, battendo i palmi delle mani sul tavolo.

Eusebio si alzò, si avvicinò allo sguattero sovrastandolo con la sua mole, posò una mano sulla sua spalla e con l’altra fece il gesto di passargli una lama sulla gola.

– Tu, mezzo uomo – lo schernì – Chiudi quella bocca! E ricordati che io e te abbiamo un conto in sospeso.

Tornò a sedersi. Malik disse: – Quando ride sembra una gallina che ha appena fatto l’uovo.

– E tu tieniti tranquillo – intervenne Don Anibal – O d’ora in poi mangi in sala macchine col tuo amico, sui sacchi di carbone.

I due uomini di colore si alzarono e sparirono in un baleno.

Ve l’ho detto che c’era da divertirsi – disse Tonio.

Il Traga lo guardò di sottecchi, tirò fuori il mazzo di napoletane e attaccò un solitario.

Spicciati a finire Ni’ – mi disse – che ci facciamo una briscoletta, così non penso a star male. Senti come balla, non siamo ancora partiti e ho già la nausea, oh signur!

La prima notte di viaggio

C’era da non crederci, eppure Zacarias riuscì a staccarsi dalla banchina, a manovrare fra le altre imbarcazioni, superare il faro e infine allontanarsi dal porto e, anche se adesso le onde sollevavano in alto lo scafo, ebbene, l’essere giunti in mare aperto, in un certo senso, mi stava rincuorando. Però si stava male, male da cani. Il Traga e Tonio, allungatii sulla brandina, vomitavano a turno in un secchio preso a prestito in cucina. Io, per evitare di dar di stomaco, decisi di continuare a mangiucchiare pane, sdraiato sulla branda, la mano stretta alla traversa di ferro per non cadere giù, assecondando il movimento della nave.

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Mi lasciai dondolare al ritmo dell’alternanza delle onde medie e di quelle giganti finché, per miracolo, fui sorpreso dal sonno, o meglio un semi-sonno, un dormiveglia fatto di stanchezza e incubi brevi, ispirati dalla morte in agguato.

Aprii gli occhi tre o quattro ore dopo. Sudato e con lo stomaco a rovescio. Avevo ancora la mano stretta alla sbarra di metallo. A dire il vero non avevo mai allentato la presa, neanche dormendo.

Scesi e mi trascinai fuori, pensando che un po’ d’aria fresca mi avrebbe fatto bene. Mi avventurai fra i corridoi per raggiungere il ponte, barcollando e cozzando contro le pareti.

A metà strada incontrai Malik, aveva un’ascia antincendio e una corda.

– Hei, il turista – mormorò sottovoce, in italiano! – Dove cavolo stai andando? Se ti vede Zacarias ti spella vivo.

– Cerco un po’ d’aria. In quel buco si soffoca e c’è puzza di vomito. Ma come diavolo è che parli italiano?

– Ho studiato a Perugia, ingegneria. Ma non ho potuto laurearmi poiché mio padre è morto all’improvviso, a Conakry, ucciso per sbaglio dagli independentisti. In effetti vengo dalla Guinea, sono un malinké, mica un liberiano.

– E adesso fai il marinaio.

– Faccio la fame, altro che marinaio! Ho molti fratelli e sorelle, otto per l’esattezza, allora mi sono imbarcato. Adesso devo andare, amico, e… cerca di evitare il senõr Zacarias, è un odioso bastardo!

– Farò attenzione. Però ora salgo su. Non ci resto in quel buco, fa caldo e c’è tanfo.

– Il capitano non ama intrusi. È diventato viola quando ha saputo del vostro imbarco. Stai attento, quello è capace di metterti ai ferri come ha fatto con Leon.

– E chi sarebbe questo Leon?

– Un passeggero clandestino montato a bordo a Nouakchott per raggiungere la Spagna. Gli ha dato una batosta e poi lo ha rinchiuso. Voleva consegnarlo alle autorità ma Leon gli ha confessato di avere dei soldi nascosti e che glieli avrebbe dati se lo lasciava scendere a Las Palmas. Ebbene non c’è voluto molto per convincerlo. Lo ha persino fatto assumere al porto, come magazziniere e, ad ogni fine mese, gli rende visita e va a riscuotere una parte dello stipendio.

Dei passi rimbombarono sulla scaletta di ferro. Malik mi spinse di lato e s’eclissò in un baleno.

Era Simba, il mozzo. Sbucò da uno dei corridoi. Aveva anch’egli una fune, un rotolo di una decina di metri infilato in spalla.

– Hai visto Malik? – chiese. La bocca grande e carnosa si allargò in un sorriso – Grazie per la coca – aggiunse – lo avete fatto apposta a non berla e lasciarla sul tavolo, è così?

Indossava una tuta verde, sudicia e impregnata di fumo. Il cranio, completamente rasato, grondava di sudore.

– Non ho visto nessuno – risposi – stavo cercando le scale per salire in coperta! Uno schianto improvviso ci gettò in terra.

– È solo un’onda più forte delle altre – biascicò – Il capitano deve averla presa piena. Merda! Ho sbattuto la testa. Zacarias della malora! Dev’essere già ubriaco.

Mi alzai e lo aiutai a sollevarsi. Sanguinava da un’orecchia. Si asciugò col braccio e raccolse la corda.

– La scala è di là – disse, indicandomi un corridoio – Molto meglio se il capitano non ti vede in giro. C’è un angolino tranquillo, dietro le cucine. Apri la porta accanto al forno, da sul corridoio della cambusa. È la dispensa di Don Anibal, di solito lui schiaccia un pisolino fra i cartoni ma ora, con questo mare, anche lui avrà il suo bel da fare. Il capitano di solito lo tiene in coperta, al timone. Pare che in gioventù sia stato nocchiero sul ferry che va da Gibilterra al Marocco e che si sia fatto beccare con una scimmia ripieno di hashish. Comico, no? – proseguì sogghignando – E ora è con noi e manovra il timone…

Non volli approfondire la cosa, in particolar modo la storia della scimmia.

– Adesso devo andare. Mi raccomando, se vai in magazzino, puoi pure fumare che ci sono gli oblò senza vetri, ma attenzione, bisogna aggrapparsi, lassù si balla!

Sparì in fretta anche lui, nella stessa direzione dell’altro.

to be continued…


photo credits

Foto Mareggiata di Manuela Barattini

Foto Statua di Corto Maltese di Sylvain Naudin

Foto Captain di Juan Salmoral 

Foto Montain of water Joe Thomissen

Rue de l’Hirondelle

Vendredi 2 mai 1945. J’ai une envie folle de travailler et il faut que je le fasse même si ça me raccourcit la vie. J’aime mieux la création que la vie, et il faut que je m’exprime avant de disparaître. Sonia Delaunay.

Piccolo scenario senza illustrazioni e senza pretese. L’immagine della donna dal volto color ocra è del grande Moebius. Io, non ho mai preso il tempo di disegnare questo strip. Mea culpa! Mi dico, così imparo!

* * *

Léonce c’era passata davanti almeno un centinaio di volte persuasa che era l’enorme ingresso di un palazzo, ma quell’arco, alto e ampio, di fatto non era solo l’entrata di un edificio ma anche un passaggio che sfociava in una stradina, quasi un vicolo: rue de l’Hirondelles.

Un giorno, poco prima di Natale, il comitato di redazione aveva festeggiato le diecimila copie vendute, in un ristorantino, le Passepartout, in basso e quasi a ridosso del passaggio. Fu così che Léonce aveva scovato quell’angolino discreto, quasi confidenziale del quartiere latino, una mini galleria che riuniva la place St. Michel alla rue de l’Hirondelle. Inoltre aveva scoperto che la viuzza era stata creata prima del 1200, con il nome rue Arrondale-en-Laas, trasformato poi in rue Hyrondale e per finire in rue de l’Hirondelle: via della rondine.

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L’aspetto secolare della cosa legava perfettamente con il tema del suo ultimo fumetto intorno ai viaggi nel tempo attraverso un portale intergalattico e quell’androne, quella volta, ne era diventato l’accesso! Le donne di Horo sarebbero passate di là per scendere sul nostro pianeta.

L’aveva disegnata decine di volte, a differenti ore del giorno, per poterne cogliere tutta la magia e quel suo alone di mistero che l’aveva tanto intrigata e ispirata sin dal primo istante. Aveva persino preso una camera nel piccolo albergo confinante, le Clos de Notre Dame, a poche decine di metri dal quello spazio, per poterlo ritrarre dall’alto. Quel luogo era pieno di buone vibrazioni e Léonce ci si trovava veramente a suo agio, mentre frugava, rovistava fra i volti dei passanti per individuare quelli da attribuire ai propri personaggi.

Quel mattino, per evitare la pioggia, il dubbio era se entrare nel bistrot vicino e approfittare del tepore del bar e dell’aroma dei caffè o ripararsi sotto l’arcata e lavorare un po’. Scelse l’azione, poichè il tempo le era contato, il prossimo numero sarebbe uscito da lì a tre settimane. 

Bisogna essere nel posto giusto, pensò, ed è questo, per forza!

Si appoggiò con le spalle al muro, con il taccuino e la sanguigna e schizzò rapidamente un primo profilo. 

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La federazione interstellare aveva bisogno di un leader e non era riuscita a sagomarlo, ma quello era il giorno buono, se lo sentiva. Uomo, donna? La cosa non s’era ancora delineata. Questa volta cercava un carisma esclusivo, fatto di autorità, saggezza e…grazia. Le piaceva molto la parola «grazia», incorporava la signorilità, la benevolenza, ma anche la clemenza e soprattutto, per Léonce, la femminilità. Si, finalmente avrebbe scelto una donna.

Si concentrò su un’anziana signora dai capelli argentei raccolti in uno chignon sul capo. Forse non così matura, pensò, chiuse il taccuino e si avvicinò all’entrata dove qualcuno arrostiva castagne. Era la prima volta che vedeva una donna asiatica, sicuramente cinese, vendere caldarroste. Ne comprò un cartoccio. Erano grosse e profumate. Le spellò e le mangiò tutte in poco tempo, con l’occhio sempre vigile, pronto a cogliere quel profilo mancante.

Passò la mano sotto il berretto di lana e si grattò il capo. Decisamente il prurito non diminuiva, anzi. S’era svegliata all’alba, molto prima del solito, con quella sensazione di formicolio sulla parte alta della fronte e sul capo, fra i capelli biondi e lisci. Forse erano stati tutti quei calamari fritti e le cozze, una grande abbuffata di molluschi innaffiati di vino bianco da Natanaëlle, la co-autrice dello scenario, per festeggiare il suo nuovo appartamento. S’era allontanata troppo dalla sua cena abituale, a base di verdure e di un buon litro di tè, consumato senza fretta al tavolo da disegno mentre illustrava le sue folli creature.

Si grattò vigorosamente, quindi calò il berretto fino a metà fronte e riprese a disegnare. Qualcuno le toccò la spalla. Era Didier, un suo ex. Era elegante come sempre, in un completo grigio fumo e una cravatta azzurrina.

Ci mancava pure lui, rimuginò, me l’ero dimenticato.

– Non sei cambiata affatto – disse lui mentre la baciava sulle guance – Che fai adesso, lavori in strada? Il tuo lato bohemien ha preso il sopravvento, se ho ben capito.

– Dubito fortemente che potrei cambiare – rispose lei, aggrottando le sopracciglia, per niente contenta di averlo incrociato – E tu, che ci fai da queste parti? Sei completamente fuori zona.

Didier ravviò i capelli un pò troppo lunghi all’indietro e allargò un bel sorriso.

È bello come il sole, pensò Léonce, ma così pretenzioso…

Un appuntamento, ma chérie, non lontano da qui, all’entrata della metro. E sono pure in ritardo.

– Beh, avviati allora, non farti aspettare!

Lui sorrise, cercando la solita battutina pungente.

– A proposito – esordì – Fai sempre volare le tue creature su quegli enormi e orribili uccelli?

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Léonce abbozzò una smorfia di disappunto – Ogni tanto qualcosina carina sai dirla anche tu – rintuzzò sarcastica.

– Ohh, siamo di buon umore, vedo. Forse è meglio che io vada.

Sparisci una volta per tutte, pensò lei mentre lui si allontanava.

Poi si girò e la vide. In effetti era già là, ma prima le aveva voltato le spalle discutendo con qualcuno. Ora era di faccia. Si concentrò e iniziò a disegnarne i tratti. La donna la notò, gli occhi erano chiari, quasi celesti, dolcemente magnetici. Léonce pensò che l’aveva già vista o meglio già incontrata, ma dove?

La pioggia ora faceva un gran baccano, martellando all’impazzata e scagliando goccioloni pesanti sugli ombrelli e i crani scoperti della gente che cercava rifugio nel passaggio, un va e vieni di gente inzuppata alla ricerca di un angolo riparato. In molti la urtarono. Di colpo si sentì nervosa, confusa. Devo tranquillizzarmi, pensò, sgombrare la mente da tutto questo casino sennò non avanzo. Fece qualche passo e si appoggiò a una colonna, chiuse gli occhi e provò a «staccare l’anima dal corpo», com’era solita dire, fare il vuoto e concentrarsi su un’immagine che la rendeva felice. In quel momento le venne in mente il mare della sua città, cercò di concentrarsi sullo sciabordio delle onde sulla battigia e l’odore delle alghe della spiaggia di Hendaye durante le sue passeggiate autunnali. Poi pensò inevitabilmente al suo fumetto che, ora più che mai, le teneva così tanto a cuore, sul quale aveva passato così tante ore di lavoro.

E fu lì che con il suo cervello, e non con i suoi occhi, vide l’androne bagnato di luce. Non era più lo stesso, era color sabbia e profumava. Pensò odora di giallo, il giallo ha un’odore…

I capelli dorati della donna notata poco prima, uscivano dallo zucchetto di lana. Uno strano berretto a punta, e anche il viso, un po’ più scuro ma dello stesso colore ocra, come la sabbia delle dune di quell’Erg in Marocco, dove aveva ambientato parte della sua storia. Aveva un bimbo fra le braccia, o piuttosto la sagoma luminosa di bimbo. Le donne di Horo, pensò, portano le anime dei futuri nascituri alle madri-angelo in terra.

Riaprì gli occhi. Una, due, tre, contò dodici persone, di cui un uomo e undici donne. La osservavano sorridendo.

Léonce si allontanò, un po’ frastornata e quasi traballando, verso l’uscita mentre «quelli» continuavano a guardarla. Uscì, fece alcuni passi sotto la pioggia ed entrò nel bistrot. Ordinò un doppio espresso con latte e si avviò alle toilettes.

Sta succedendo anche a me, lo sento, pensò, sembra un copia e incolla del mio scenario.

Scese di corsa nel sottoscala, aprì la porta e andò al lavandino. Tolse il berretto e si specchiò. Aveva tre corni sulla fronte, all’attaccatura dei capelli. Tre piccoli corni fra il rosa e il marrone e un occhio in più, un occhio piazzato nel bel mezzo del cranio. Lo schiuse. Era la prima volta che lo apriva e lo usava. Vide il soffitto con l’occhio sulla testa. Era un soffitto verdastro con un neon nel centro e diverse macchie di umidità. Le contò. Una, due, tre, erano venticinque macchie, di cui dieci piccole e dodici grandi e screpolate. Prese il berretto di lana e lo calzò per coprire quegli strani cornetti e proteggere quell’occhio cranico. Senza spavento, senza provare alcuna emozione…Doveva succedere, pensò, poichè i tempi erano maturi, questo era tutto.

Risalì le scale e andò a bere il suo caffè. Lo trovò buono e ne ordinò un secondo. Lo assaporò, prendendo tutto il tempo necessario. Sapeva che doveva raggiungerli, era inevitabile, imprescindibile. E poi, e poi forse a casa.

Quando passò di nuovo l’arco erano ancora là, e tutti col berretto d’ordinanza, con il fregio reale, i dodici. Dei berretti di quel color ocra, con i paraorecchie lunghi e penzolanti come quello della donna. Sorridevano, sorridevano ancora. Léonce non riuscì a stupirsi. Ci provò ma non gli venne bene. In effetti non riusciva a meravigliarsi di nulla, era come se quelle entità interagissero con la sua mente e la immergessero in uno stato di serenità assoluta.

Attraversò l’androne e si affacciò sull’altra uscita. In basso, il piccolo ristorante di cucina italiana stava aprendo. Un allegro odore di ragù le avviluppò i sensi. Pensò a quella cena, ai suoi colleghi di lavoro e a Natanaëlle e gli venne un pizzico di nostalgia.

Si volse all’indietro e andò incontro ai dodici. Si scoprirono tutti il capo e guardarono in alto, con l’occhio superiore. La luce li inondò e il varco si aprì, un corridoio illuminato da milioni di puntini luminosi. Léonce pensò a del pangrattato fluorescente, a della polvere di neve, gialla! Sorrise: la sua fantasia continuava a galoppare a briglia sciolta, era un buon segno.

In undici si avvicinarono e una nebbia soffice di un colore nuovo, un colore il cui spettro non le era mai stato visibile prima, li avvolse e l’aria prese un odore insolito, un aroma di noccioline tostate. Léonce sorrise, pensò alla sua crema di nocciole, alla nutella, ai gianduiotti. Questo è un dono, pensò, un pensiero gentile per il mio rientro.

Qualcuno le prese la mano. Si girò, era Didier.

– Non c’era nessuno – disse – sono arrivato troppo tardi. Sono contento di ritrovarti. Che ne dici di un caffè?

Oh no! Non adesso! – rimuginò Léonce preoccupata. Cercò velocemente una soluzione. Ma non venne.

– Ehi, ma cos’hai sulla fronte, cosa ti è successo? Sembri il protagonista di un tuo fumetto. Sai uno di quei zuzzurelloni che cavalcano i draghi…

Léonce, imbarazzata, guardò il resto del gruppo. La donna col bambino alzò le spalle: -Troppo tardi,- disse, – partirà con voi.

La luce aumentò di intensità. Didier, lo sguardo stralunato, osservò tremante la propria cravatta in fiamme durante l’ascensione.

– Che ne farete? – chiese Léonce con un filo di voce mentre i piedi si staccavano dal suole. Ma nessuno rispose. L’universo aveva ben altro a cui pensare. 

Entrarono tutti nel tunnel e la porta si richiuse sotto lo sguardo attento della donna col bambino. «Tutto bene» pensò costei «posso andare tranquilla, o quasi». Prese per mano la sagoma di luce, era una bambina. Calò il berretto sulla fronte. L’occhio superiore si chiuse.

Quando passò l’arco, ora rosso rutilante, mormorò «Guarda, questo è lo Shanxi, siamo nell’età d’oro della dinastia Tang».

– Allora sono arrivata, disse la giovane anima. Sono un po’ tesa, è la mia ultima nascita.

Poco più in là, una vecchina, sull’uscio di casa, friggeva focacce.

– È quello il guardiano? – chiese – L’ho già vista mentre abbrustoliva castagne. È sempre lei, vero?

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– Si, è quello il guardiano del portale.

– E Léonce?

– È già in viaggio.

– Ma non ha finito il suo fumetto.

– È la nostra realtà. Non so come ha fatto ma ha riprodotto esattamente il nostro mondo. Qualcosa, nella sua memoria ha resistito. È sbocciata prima del tempo, un vero fenomeno.

– È in cammino verso Horo?

– Come noi tutti, chi prima e chi dopo un giorno prenderemo la direzione del sole. Ed ora andiamo, Guan-Yin, tua madre ti aspetta.

Il giorno era spuntato da poco. Non lontano, alcuni carillon di bronzo mossi dal vento rallegravano la strada. La vecchina raccolse le focacce, le sistemò nel cesto e prese a seguire da lontano l’angelo e la piccola Guan-Yin, meravigliosamente viva.

Il medico dell’undicesimo distretto

«Si può senz’altro immaginare una storia a forma di elefante, di campo di grano o di fiamma di zolfanello» Moebius, editoriale di Metal Hurlant 1975

***

Parigi, inizio ottobre. Le giornate erano corte e quasi non vedevo più il sole. Se ne andava presto, più o meno quando mi svegliavo. Ci si incrociava giusto a colazione la mattina o a metà pomeriggio, all’ora del mio pranzo quotidiano. Anche il gatto s’era adattato a quegli orari strampalati: seguiva il mio andazzo passando notti insonni e dormendo di giorno, in fondo al letto. Niente di eccitante, d’accordo, ma trovavamo entrambi ideale quella cadenza, si andava alla buona velocità. Una piroga tranquilla che ci teneva a galla in quel tratto di mare metropolitano.

Il fantino venne a casa un pomeriggio.

Dette un’occhiata al mio lavoro, bevve un caffè, mi lesse il suo ultimo articolo e poi chiese:

– Come ti senti? Hai ancora quei capogiri?

– Direi che la cosa peggiora. Ho dei vuoti di memoria, durano poco, al massimo un quarto d’ora e poi torna tutto a posto.

– Devi vedere qualcuno. Ho chiesto a Oreste e mi ha dato l’indirizzo di un medico, è in zona, nell’undicesimo, a un paio di fermate di metro. In realtà l’ha già chiamata, è una sua amica e ti aspetta domani alle dieci.

– Di mattina? – trasalii – Un vero disastro visto che non mi addormento prima delle sette.

L’indomani mi recai da quel dottore. Un po’ rincoglionito ma ci andai. Mi trascinavo a testa bassa, con una sensazione penosa di vuoto, solo e ignorato come un’ombra nella nebbia. Un’illusione deambulante, ecco tutto.

Salii sulla metro a Abbesses alle nove, linea 12 fino a Marcadet Poissoniers. All’uscita mi infilai subito in un bistrot. Il cielo era strano, grigio e giallastro, pesante come un coperchio di stagno. Ci voleva un caffè per tirarmi su. Chiesi al garçon se conosceva la strada del medico. Rispose che conosceva anche il medico, la dottoressa Martial, che c’era andato per una blenorragia.

– Interessante! – Replicai sarcastico, lui schizzò una mappa sul retro di uno scontrino e sparì con i miei 5 franchi.

Col bigliettino in mano percorsi un mezzo isolato, poi trovai il pannello, al numero 55 e non al 15 come indicatomi dal fantino.

«Violaine Martial-Levy, facoltà di medicina di Lione, Dermatologo».

Che cacchio c’entra la dermatologia nel mio caso, mi domandai, ma spinsi il cancelletto e attraversai un cortiletto invaso da camelie, quasi tutte ancora in fiore, rosse, rosa, gialle, variegate: sembrava un giardino del meridione nonostante fossimo al 42° parallelo nord, dove non si godono troppo i favori del sole, ma per quelle cose, a volte, la mano dell’uomo è buona.

La porta dello studio non si aprì, allora suonai. Due, tre, quattro volte. Al quinto scampanellio si aprì uno spiraglio.

– Non aspettavo nessuno, disse, è fine settimana sa? Beh, già che è qui la visito e poi scappo, ho qualche compra da fare. Poi picnic al parco, in solitario e con un buon libro, sono al mio terzo Agata Christie della settimana, non so se rendo l’idea.

Entrai senza dir nulla dell’appuntamento e non nominai l’amico Oreste. Le strinsi la mano. Una mano lunga e affusolata, fredda come il marmo.

– Questo studio è una cella frigorifera – Sembrò scusarsi – Non ho nemmeno acceso il climatizzatore, visto che non avrei dovuto essere qui…

Era senza camice, vestita con un abitino grigio di lanina leggera, aderente. Ne approfittai per sbirciare le gambe e il rollio delle natiche mentre mi precedeva. Era una neo-quarantenne dall’aspetto completamente parigino. Castana, taglio a caschetto, tutto indicava una donna pratica, moderna, una senza mezzi termini.

Mi indicò il lettino degli infermi.

– Prima si spogli – disse – poi si allunghi qui.

– Scusi, cosa tolgo, camicia e pullover?

– No, tolga tutto. Resti in slip, almeno quello.

Iniziai a denudarmi. Faceva un freddo cane.

– Allora, cosa le succede? – mi chiese mentre srotolava il lenzuolino medico.

– Ho dei giramenti di testa – cercai di spiegare – Non so, è come se la terra mi venisse tirata via da sotto i piedi.

– Da quanto tempo ha questi malesseri?

– Due o tre mesi, ma non sono così frequenti. Quello che mi preoccupa di più sono dei piccoli vuoti di memoria, brevissimi ma fanno paura, lei capisce…

– Uhmmm – fece piantandomi negli occhi uno sguardo severo, buio e inquisitore – Si metta piuttosto seduto.

Eseguii, posizionandomi come mi aveva chiesto, con le gambe ciondoloni.

– Mi dica, chi le ha dato il mio indirizzo?

– Beh, Oreste – dissi – È lui che mi ha consigliato di venire da lei.

Non rispose, andò a un’armadietto, prese un astuccio e tirò fuori l’otoscopio.

Prima di infilarmi l’estremità conica dello strumento nell’orecchio, mi squadrò da cima a fondo, poi di nuovo quello sguardo penetrante, quasi accusatorio.

Deve prendermi per matto, pensai, chissà che cacchio gli ha raccontato Oreste, ma ha dei begli occhi, e pure il resto…

– Si giri! – Mi ordinò perentoria e esaminò l’altro orecchio.

Et voilà – fece – Il problema è accanto alla membrana del timpano. Qualche ronzio, ogni tanto?

– Si, quando mi allungo, a volte…

Non mi fece finire la frase.

– C’è una leggera ostruzione, dovuta alla desquamazione delle cellule dell’epidermide del condotto uditivo. Ma da lì a provocarle dei capogiri, mah… Le prescrivo delle gocce e dei lavaggi auricolari. Niente antibiotici, ma se la terapia locale non funziona dovrà prendere qualche compressa… Torni fra una settimana, si vedrà.

– Quando? – chiesi – Di nuovo di sabato?

Mi ordinò di rivestirmi poi andò alla scrivania e controllò l’agenda.

– Già, di sabato. Gli altri giorni non ho nessun buco. Farò un’eccezione per lei – disse – Visto che la manda… Come si chiama il suo amico? Oreste?

Ero sempre più dubbioso sul fatto che quel medico fosse una conoscenza del mio amico ma continuai a far finta di niente e dissi:

– Se vuole posso venire un altro giorno, dopo il week end.

– No, non si preoccupi. Il sabato vengo sempre qui a studio. Mi ci fermo un’oretta, cazzeggio un po’ e poi vado al supermercato. Ma se il tempo è buono mi stendo al sole, al parco Monceau. Sa, dove dipinse Monet…Conosce?

– Conosco chi? – Monet o il parco?

– I due!

– Conosco entrambi!

– Immaginavo!

Tirò fuori una sigaretta lunga e fine, l’accese, aspirò voluttuosamente il fumo e lo rigettò verso il soffitto. Riprese:

– È il mio parco preferito e mi piace andarci da sola. Mio marito porta le bambine al tennis ed io ne approfitto per starmene un po’ tranquilla.

Bon, per il resto facciamo come oggi, la aspetto sabato alle dieci. Ecco la ricetta. Cominci sin da subito, mi raccomando.

Questa volta sorrise, finalmente! Mostrò persino i denti, piccoli e leggermenti separati davanti. Si infilò una giacca e mi accompagnò quasi spingendomi all’uscita. Sulla porta prese il tempo di guardarmi di nuovo di traverso, con la mezza sigaretta penzolante al labbro. Un ennesima occhiataccia a portar via, per il viaggio.

Rientrato a casa, decisi di fare un po’ di pulizie. Aprii le uniche due finestre della soffitta e Yuri partì a bighellonare sui tetti. A lui, da buon parigino, andava bene anche il grigio.

Cominciai con il letto, misi le lenzuola pulite e aggiunsi una coperta di lana rossa, quindi attaccai i pavimenti, strofinai a fondo la cucina, misi in ordine lo scrittoio e gli appunti, caricai le stilografiche, aprii una nuova risma di stupendi fogli immacolati e, per finire, ripescai nell’armadio un poster degli amanti di Botero e lo appesi a capo al letto.

botero

Credo che in fondo preparavo la tana per letargo invernale. Avrei ripreso di lì a poco il mio variopinto andazzo quotidano, una routine che mi andava a fagiolo, bellissima per quanto orrenda potesse apparire agli occhi dei pochi amici che frequentavo. Il problema era solo quel piccolo calo di salute ma bastava uscire poco e la storia era risolta.

Fuori, la gente andava e veniva, costantemente, da mattina a sera. Un insieme intricato di incroci fra migliaia di estranei abusati, ingannati dalle apparenze. C’era qualcosa di perverso in tutto ciò, come il pendolo di Newton o il vino dealcolato o peggio ancora la neve sporca.

Sedetti alla scrivania lontano da tutto, e lavorai sodo, alla ricerca del mio assassino.

* * *

Incontrai il fantino un paio di giorni dopo, verso sera, non lontano dal centro Pompidou, metro Rambuteau. Era tutto intabarrato, con uno sciarpone di lana che lo copriva fino al naso. Non so cosa si fosse beccato ma era combinato male. Rosso e febbricitante, riusciva a malapena a parlare.

– Allora? – chiese con un filo di voce – Col dottore com’è andata?

– Mi ha prescritto un paio di cose. Pensa che il problema sia nelle orecchie. E tu? Non ci vai dal dottore?

– Ne esco appena, disse, lo studio è proprio qui all’angolo. Adesso vado in farmacia e poi a letto. Porca troia, sto veramente a pezzi, trentanove di febbre.

– Ma tu non vai dove mi avete mandato, da quella Violaine?

Non ti ho detto Violaine ma Viviane, almeno credo, sono in stato confusionale. È Oreste che ci va, o la moglie, non so più.

– Ah! Devo aver capito male, dissi e tagliai netta la discussione.

Entrai nel mini-market non lontano da casa. Comprai latte e scatolette di pesce per Yuri e una piccola scorta di bucatini arrivati chissà come sugli scaffali di Zahir. Due o tre belle amatriciane mi avrebbe riconciliato col mondo intero e con le vertigini. Aggiunsi pomodoro, pancetta, peperoncini e due bottiglioni di vino sfuso per completare il carrello! Di che tenere qualche giorno alla grande.

* * *

La settimana passò in fretta. Lavorai molto, quasi tutte le notti fino al venerdì seguente giacchè, per non essere troppo sbattuto la mattina del sabato, mi infilai sotto le coperte appena dopo mezzanotte. In effetti avevo una gran voglia di andare da quella Violaine, anche se avesse dovuto sembrarmi un piacere piuttosto masochistico visto gli sguardi fulminanti, ma la cosa mi intrigava.

Non sapevo ancora se quella curetta mi avrebbe rimesso in sesto. Non ne avevo idea poichè restando quasi sempre in casa, non poteva succedermi nulla.

Per che i sintomi spuntassero fuori ci voleva casino, gente, metro affollati, allora mi facevo prendere dall’ansia, le orecchie zufolavano, la testa girava e una leggera sensazione di panico mi assaliva di soppiatto. Cominciavo a temere la famosa paura della piazza, nientemeno!

In effetti quei disturbi erano spuntati fuori un paio di mesi prima all’ippodromo d’Auteuil, al concerto degli Stones. La band presentava Tattoo You con uno European tour ed io ero in prima fila insieme al fantino, in un caldo e roseo tramonto di luglio, pareva che il sole non volesse più partire tanto il cielo era chiaro alle nove di sera. Ma fu lì, ahimè, sotto quel cielo tappezzato di soffici nuvolette di cotone, che tutto ebbe inizio. Jagger salì sulla pedana telescopica e si fermò a un paio di metri dalla mia testa… The girl who once had me down, under my thumb, e almeno tre generazioni lo accompagnarono in coro, under my thumb, a siamese cat of the girl… Qualcosa non andava, cominciai a sudar freddo.

2016-02-18

– Che hai? Mi chiese il fantino – Sei tutto bianco.

In effetti avevo appena superato un giramento di testa, chiudendo gli occhi e respirando a fondo…inspirazione, pausa, espirazione, pausa… quarto stadio dello Yoga, controllo ritmico del respiro…

– Non è nulla – mentii, ma le gambe stavano cedendo lentamente. Inspirazione, pausa, espirazione, pausa… Il mondo oscillava.

– Non hai mangiato un tubo – disse – vedrai che è un calo di zuccheri.

Ebbi la sensazione di cadere nel vuoto senza paracadute, come in quei sogni in cui piombi giù dall’albero o da un grattacielo. Mi afferrò per un braccio.

– Seguimi – mi esortò e, facendomi da scudo e spingendo la folla come un ariete, aprì un varco fino alle gradinate.

Ci sedemmo sugli spalti e seguimmo il concerto da lontano.

– Allora, che ti è successo?

– E che cazzo ne so – risposi – forse è la stanchezza! Passo troppe notti in bianco! Ho due storielle in cantiere e non riesco a venirne a capo.

* * *

Dovetti aspettare un paio di minuti prima che aprisse. Era in tenuta da ginnastica col berretto di lana color pistacchio calato sulle orecchie, l’asciugamano sulle spalle.

– Mi dispiace – disse – ma non sono pronta. Intanto si accomodi, ho bisogno di dieci minuti. Se vuole un caffè l’ho appena fatto, ce n’è un bricco lì sulla scrivania e dei bicchieri di carta e lo zucchero.

Non ebbi nemmeno il tempo di dire buongiorno. Sparì dietro una porta in fondo allo studio. Mi servii un fondo di caffè, tanto per ingannare il tempo e superare la situazione di disagio mentre sentivo venir giù l’acqua della doccia. Mi concentrai sugli effluvi del bagnoschiuma che fuoriuscivano: erano vapori di vaniglia o cocco o fiori tropicali.

Vidi uno spiraglio. Fui tentato di dare una sbirciata ma non lo feci, vinto dal mio perenne imbarazzo da imbranato. Mi versai un secondo caffè.

Di lì a poco spuntò fuori con un vestito blu a girocollo scollato dietro. Un triangolo di stoffa in meno che le lasciava la schiena a vista.

– Bien! – Fece, senza girarci intorno – Si fa come al solito, ci si spoglia.

A differenza della prima volta, il climatizzatore soffiava aria calda.

– Allora? – chiese mentre infilava un camice – Miglioramenti?

– Si, un po’, ossia, cioè, in effetti ci sento meglio, però la testa fa ancora brutti scherzi.

Ero in boxer, un classico a quadrucci Vichy con l’apertura a bottoni. Mi sentivo elegante e comunque più sicuro della prima volta.

J’aime les caleçons – disse – mio marito porta degli orribili slip neri, stretti e corti, quando ingrassa gli si forma un salvagente intorno alla vita, veramente poco sexy.

Che dire, stavo già per chiederle che tipo di mutandine indossasse lei, invece deglutii e accennai un mezzo sorriso.

Se ne rese conto, chiese: – Che c’è? L’ho turbata? Non ci faccia caso, io sono sempre diretta, forse un po’ troppo.

– Turbato io? – ribadii – E per cosa?

Le sue labbra larghe si strinsero come per trattenere un sorriso. Tossicchiò.

– Si allunghi – ordinò come al solito.

Toccò sotto le ascelle e poi alla base del collo con quelle lunghe mani ancora fredde nonostante la doccia. Scese giù, infilò la mano sotto il calzoncino e palpò l’inguine destro.

– C’è un leggero gonfiore qui. Le fa male?

Non proprio.

Sentii un dito che esplorava sotto ai genitali.

– Non c’è da preoccuparsi, è una cosa minima.

Passò a sinistra. La mano s’inoltrò leggera e cauta, una carezza vellutata a un centimetro dall’affare. Poi, di colpo, mi piantò la solita occhiata acuminata, anzi così incazzata che pensai adesso tira fuori un coltellaccio da sotto il lettino e me lo pianta nello sterno e poi, senza nemmeno prendere il tempo di dissimulare il cadavere, scompare per sempre. La polizia determinerà che in questo appartamento non ci abita più nessuno da un pezzo e si va sui giornali (pensai subito all’inizio di un poliziesco!)… Pensieri stravaganti ma che impedirono un’ingrossamento inopportuno, sconveniente, evitando d’un pelo un’increscioso imbarazzo. Mi fece girare su me stesso, mi dissi tanto meglio così il rischio è minimo. Abbassò la mutanda e applicò le mani sulle chiappe. Io pazientavo, aspettavo un seguito. Ma che fa? – sospettai – Se le scalda?

Restò qualche secondo così, poi mi fece sedere e, finalmente, passò alle orecchie.

– Va meglio, disse, molto meglio. Ma adesso facciamo delle analisi, sangue, urine… Me le porta in settimana, senza appuntamento. Le può lasciare alla segretaria, che la chiamerà dopo che le ho consultate e le fisserà un nuovo appuntamento.

Prima di congedarmi chiese:

– Ma cosa ci fa lei a Parigi? Non mi sembra che la cosa le riesca bene.

– Non lo so nemmeno io, risposi. Ho presentato un fumetto a un editore che ha trovato ottima la trama ma mediocri i disegni. Da allora scrivo intrighi e intrecci per arrivare a fine mese. Niente più disegni.

– E funziona?

– A volte si e a volte no! Per ora sono impelagato nella vostra città, un po’ come una moscerino sulle strisce adesive. Più in là si vedrà.

– Continui con le gocce e i lavaggi ancora per tre giorni – concluse – ci si vede sabato.

* * *

Avrei dovuto farmela a piedi invece imboccai l’entrata della metro. C’era una gran massa di gente. I corridoi appestavano di chiuso, di piscio, di disgrazia, di sfigati, di uova marce e sfiati di fogna, metano e acido solfidrico. Scorregge calde che venivano dal centro della terra. Loffie di un drago gonfio d’aria fetida tenuto a bella posta in quei sotterranei a impuzzare la parte bassa dell’inferno. In quella alta ci pensavamo noi. Eravamo bravissimi e autosufficenti.

Risalii in superfice per evitare il peggio. Camminai un po’ avanti e indietro, poi presi posto a un tavolino di un caffè. Mi sudava lo stomaco, qualcosa non funzionava bene o non funzionava affatto. Decisi di bere un doppio ristretto con cognac per darmi una sgrullata, a stomaco vuoto. Dovevo reagire a modo mio, chiodo schiaccia chiodo e via, altro che spruzzate nelle orecchie. Ne bevvi un secondo e mi avviai a piedi verso casa, con qualche problema di orientamento. Dove vado a destra, a sinistra? Mi era difficile ricostruire il cammino di casa, peraltro fatto e rifatto tante di quelle volte, con quel tanfo sempre incollato al cervello.

Ritrovai la mia tana e la sua calma ma il gatto non c’era. Mi sarebbe piaciuto che fosse là, ma avevo lasciato apposta una finestra aperta per lui. Ultimamente saltava dal cornicione (eravamo all’ottavo) e poi, temerario, scendeva uno spiovente molto inclinato e si lanciava sul balconcino del piano di sotto, dove mendicava qualche leccornia. Non lo aspettai, buttai giù uno spaghetto, doccia calda e letto!

* * *

Il venerdì seguente, tornai con i risultati degli esami e la sala d’attesa era piena. Cambiava tutto.

La segretaria, una donna di mezza età, piccolina e coi capelli corti e ritti, tinti di rosso, mi accolse con un sorriso malizioso attraverso un gran mazzo di camelie tagliate di fresco.

– Ah, così è lei l’uomo del sabato, il misterioso italiano. Dia qui! – fece, strappandomi le analisi di mano – La dottoressa la riceverà appena possibile. Prese a picchiettare nervosamente con la biro sui fogli, aspettando ch’io mi sedessi, pareva un fiammifero pronto a incendiare il mondo, disse: – Ci sono sedie libere, non vede?

Bussò alla porta e, senza aspettare, entrò nello studio. Quando ne uscì aveva un sorriso intrigante, direi pettegolo. Annunciò: – La signora la riceverà dopo le consultazioni. Resti seduto e pazienti.

Aspettai a lungo, scorrendo qualche rivista, mentre la fiammifera alternava occhiate investigative e sorrisetti ambigui a mio riguardo.

Finalmente entrai. Lei era lì, Violaine, con l’aria accigliata e le mie analisi in mano.

– Non ha un bel nulla – disse – Non c’è l’ombra di un batterio. Allora… Queste vertigini?

Di colpo capii il suo sguardo accusatore, lo stesso delle altre volte. Non mi credeva, non mi aveva mai creduto. E perchè diavolo allora sarei dovuto andare da un dottore? Per chi mi prendeva, un mitomane, un malato immaginario? Sentii le mie guance imporporarsi.

– Vuole sapere se ho mentito? – esclamai – Bè, non è così. Questi cazzo di giramenti di testa ce li ho avuti davvero e se non fosse stato per quel mio amico non sarei qui, poichè l’idea di andare da un medico non mi aveva lontanamente sfiorato la testa. È chiaro?

– Si, disse, è molto chiaro, ma lei cosa ci fa allora da un dermatologo?

Non obiettai. In effetti non avevo una risposta plausibile. L’imbroglio s’era formato da solo, avrei dovuto dirglielo subito, il primo giorno, che anch’io avevo pensato a un malinteso.

Era appoggiata alla scrivania e mi fissava. Aveva la blusa bianca corta sul ginocchio. La osservai dal basso in alto finchè gli sguardi non si incontrarono. Si mosse e mi passò accanto per andare alla console, sotto al climatizzatore. Mi arrivò il suo profumo, un odore provocante che richiamava l’estate, il mare, le spiagge, insomma un profumo di crema solare che non c’entrava un tubo con l’autunno, l’aria mefitica della metro parigina, dello smog e dell’odore degli ospedali. Prese il telecomando e alzò la temperatura della stanza. Poi aprì la porta:

– È mezzogiorno passato, Estelle – disse – può andare. Ci rivediamo alle quattordici e… Buon pranzo!

Richiuse e dette un giro di chiave… Si avvicinò e mi spinse delicatamente contro il muro. Mise le mani sulla fibbia della mia cintura e cantarellò:

– Allora, porta sempre quelle mutande a quadrucci?

* * *

Uscii dallo studio con una fame da lupi. Erano le tre passate. Sala d’attesa vuota, nessun paziente e la segretaria non si era fatta viva. Pensai che quel «Ci vediamo alle quattordici e…Buon pranzo!» doveva essere una frase in codice perchè nessuno venga a rompere prima di una certa ora.

Rientrai verso le cinque, dopo una pausa in una tavola calda, fuso e inutile come una lampadina fulminata, con l’anima a tratti in subbuglio e a tratti in pace, una strana miscela, un umore ambiguo che andava e veniva dalle mutande al cervello. Bevvi caffè e fumai sigarette nella penombra e il mondo mi sembrava meno crudo.

Verso sera composi il numero del fantino.

– Allora a che punto sei? – s’informò – Cosa hai concluso?

– Ho concuso, ho concluso – ripetei – Ma ha fatto tutto lei. Voglio dire che la messa in moto è roba sua, io non avrei mai osato, ti giuro che non le avrei mai fatto delle avances. Che vuoi che ti dica? Mi ha sempre intimorito, è così, è una che mette soggezione. Adesso, dirti qual è la scintilla che ha messo il fuoco alle polveri non saprei dire, certo che ha un bel culo, tondo tondo…
– La curiosità – rispose il fantino – A volte la curiosità ci spinge ad andare oltre… E poi, non dimentichiamoci che tutto ciò è legato a quelle sostanze chimiche secretate da un individuo e percepite inconsapevolmente dall’altro…

– Parli come un dottore – sollevai – Conosco i feromoni e i messaggi olfattivi. Quello che voglio dirti che lei ha preso le cose in mano e che poi mi sono lasciato trasportare da un piacere così intenso per una quasi sconosciuta. Ma non è da me, non mi assomiglia per niente! Di solito, mi ci vuole un po’ più di tempo, quantomeno essere leggermente invaghito, amouraché *, come dicono i francesi.

Comunque, per farla corta, siamo restati saldati l’uno all’altra come due magneti. Incastrati, inscatolati, intrecciati. Una roba unica!

Bon, vi siete dati da fare come ossessi, e allora?

– Allora niente. Non abbiamo smesso un attimo, solo una pausa per prendere il canapè in sala d’attesa e trasportarlo nello studio. Ma sai cosa penso? Senza preliminari non va. Il meglio rimane in un angolo del cranio, ad ammuffire…

Rise. Poi tossì, sbuffò e sputacchiò. Riprese alcuni secondi dopo, fra uno starnuto e l’altro.

– Noi maschi col sesso mischiamo di tutto, te lo garantisco! Dovere, onore, autocompiacimento… Ma la tenerezza, quella ce la teniamo stretta, è senz’altro paura della febbre passionale, del coinvolgimento. Mentre loro, loro non aspettano altro. Ma che vuoi fare? Siamo così. È il nostro miglior difetto. Manteniamo le distanze con la follia.

– Cribbio, sai qual è il massimo? Mi ha detto: Mon cher, lo sai che d’ora in poi il sabato ti voglio qui, a studio, magari non domani che vado in Borgogna da mia madre, ma il prossimo fine settimana mi raccomando, qui alle dieci in punto.

– E tu?

– Ed io gli ho risposto vada per il sabato, ma non ad una ora così mattutina, magari un po’ più tardi. E così, senza nemmeno riflettere mi sono impegnato, ti rendi conto? Il mio stile di vita andrà a rotoli, diventerà assurdo! Un’amante, oh mio Dio! Vuoi saperla tutta? Si spalma di olio di Tiaré, dappertutto.

– Vivere una passione fisica, nel tuo stato, può essere una chance – ribadì tirando ripetutamente su col naso. Poi riattaccò senza aggiungere altro.

* * *

Il lunedì seguente mi chiamò Oreste. Erano le due del pomeriggio. Scusa l’ora «mattutina», sfottè, corre voce che hai consumato con la Martial. Non male, non male! Mi fa piacere che il lupo esca dalla tana… A proposito dopo ci vado, ci porto la piccola, un po’ piu tardi nel pomeriggio. Diciamo fra due ore, che fai mi accompagni? Dai, che non ci si vede da due mesi.

Risposi di si, a condizione che non mi avesse rotto le palle con i pettegolezzi.

Venne a prendermi con la sua vecchia auto celestina. Sua figlia era pallida e starnutiva spruzzando e disseminando virus nell’abitacolo della Dauphine.

– È colpa del fantino – disse – è venuto a casa con una cazzo di influenza.

Indossava il solito trench svasato sotto e senza cintura, una gabardina intramontabile color mastice scolorito, alla Bogard.

– Hai dimenticato il borsalino! – feci – .

Toi, on t’as pas sonnè! * (Ma chi ti ha chiesto nulla) – disse – Ci mancava la pioggia, hai visto quanta ne è scesa poc’anzi? Cazzarola, m’innervosisce! L’influenza, sto’ tempaccio, sembra fatto apposta per mandare tutto all’aria.

Era nervoso, sudato, agitato, la cordicella degli occhiali pendente da un lato.

– Mia figlia ha un febbrone, mia moglie è a Roma ed io ho un sacco di roba in ballo! Con questa storia del film di J.M. non ho un attimo di tregua! E tu, perchè non ci fai sta cacchio di storyboard, eh? Questo almeno potresti farlo no? Quanto ti ci vuole? Una settimana, due?

Aprii il finestrino, l’odore degli scarichi era meglio dei bacilli. Il cielo buio minacciava un secondo temporale.

– Non ora – argomentai – ho due mesi per finire un mezzo thriller che non ha ne capo e ne coda e che per ora non fa rabbrividire nessuno. Nemmeno riesco a trovare l’assassino. Sembra una scusa ma è così!

– Bah! – mormorò, parlando a se stesso – A volte mi domando…

Percorremmo i due isolati nel traffico a due all’ora, come a un corteo funebre.

Un furgone ci tagliò la strada al semaforo. Lo evitammo d’un pelo.

– Beh – disse, dopo aver inveito contro l’altro – La dottoressa, dico, non è più una ragazzina…

– Avevamo detto che non ne avremmo parlato.

– Su, dai, racconta un po’!

– Cosa vuoi sapere? La mia salute o il resto?

Si fece una risatina e aggiunse: – Non è il momento, non siamo da soli, caro il mio furbacchione – poi, guardandomi di sottecchi aggiunse: – Gallina vecchia fa buon brodo, giusto?

– Vecchia? Ma di che vecchia parli?

Frenò di colpo.

Te la sfanghi bene – disse – siamo arrivati.

Quando si parcheggiò all’altezza del 15, non realizzai subito, ma allorchè spinse la porta vetrata di quell’ambulatorio capii l’errore.

Sul pannellino si leggeva così: Studio medico Docteur Viviane Martial (e non Violaine) medicina generale.

…Viviane Martial, pensai, poi dissi – È questo il tuo medico?

– Certo, perchè non è anche il tuo?

Non risposi, non ne valeva la pena. Il destino aveva scommesso su una partita a più giocatori e aveva vinto, puntando sul più affamato, ma anche il più distratto e uno dei più suonati. Uno facile da incastrare.

La luce diretta dei neon dello studio provò a offuscarmi la vista. La porta si richiuse e il rumore del traffico ci seguì dentro, strisciando fra i cardini e le fessure come un fantasma fuori dai gangheri.

Tenni gli occhi chiusi un istante e la rividi. Gli occhi neri, lividi, infervorati. Sentii di nuovo il mormorio rauco della caffettiera azionata in fretta e quel tono caldo di voce, mentre rivestendosi rideva e gridava – Dai, dai, accelera! Estelle arriva da un momento all’altro! Spicciamoci. Un caffè e via!

– Qualcosa non va? – insistette Oreste – Mi sembri un po’ stravolto.

– No, no! – risposi – tutto a posto. Preferisco star fuori e prendere un po’ d’aria. L’odore dell’etere e dei disinfettanti mi rivolta lo stomaco.

Aprii la porta e percorsi i venti metri che mi separavano dal numero 55 a passo svelto. Una pioggerella fine e rapida cominciò a percuotere il macadam liberando un odore ordinario di asfalto e di gomma. L’autunno andava al solito appuntamento con l’inverno, ma non io, non ancora. Avrei preso una piccola pausa, un intermezzo caldo e dolcemente profumato al Monoi… A Parigi!

2016-02-18 (1)

Sulla luna

Questo è un breve seguito di Yuri e la luna di cui riporto le ultime righe…

“Un giorno mio padre mi disse che i pescatori preferivano le notti di luna piena, poiché la luna attira i pesci in superficie.

– Anch’io sono un pesce, gli avevo risposto, perché la luna mi attira pa’: mi piace così tanto quando mi guarda e sorride!

Avevo solo cinque anni, Amstrong e Aldrin non avevano ancora messo piede sul nostro enigmatico satellite…”

Yuri con un balzo salì sulla pila dei gialli. Ora era più in alto, sul tetto del mondo…le orecchie appizzate, in ascolto…

“Mi svegliò a notte fonda. Bevvi il mio latte in pigiama, con gli occhi semi chiusi mentre lui sorvegliava la moka in attesa dello sbruffo finale.

Era già rasato e aveva il solito profumo, dolce e mentolato, lo stesso che regnava nella bottega del barbiere quando mi toccava il famoso taglio alla Umberto di fine mese.

– Mamma ti ha preparato questi abiti caldi, dai infilali che si va.

– Ma papà è estate!

Non rispose, riempì il termos col caffè, infilò un giubbino di lana e partimmo. Un’ora di macchina, un’ora guadagnata di sonno per il sottoscritto, accovacciato sul sedile posteriore.

Arrivammo ed era sempre notte. La luna, leggermente paglierina, rischiarava e ravvivava le acque nere del porto, illuminando le manovre delle barche e dei pescherecci che prendevano il largo.

Mio padre strinse la mano al marinaio o capitano, non so bene come chiamarlo e non ricordo bene chi fosse. La memoria mi rimanda un tipo smilzo, baffo e barba lunga, con la cerata verde a bretelle da pescatore. Anche papà indossò una cerata e infilò le galoches. Aveva organizzato quell’uscita in mare a mia insaputa, era una specie di regalo di compleanno con qualche giorno di ritardo ed io ero elettrizzato come una lucciola.

Salpammo alle quattro di mattina su quel piccolo peschereccio, la Gagliarda, un gozzetto color cobalto che puzzava di vernice appena rifatta. La cosa più divertente è che a bordo c’era un altro passeggero, decisamente inconsueto per un’uscita in mare: un gatto tricolore, bianco e roscio, con una mascherina nera intorno agli occhi, una palla di pelo maleodorante di pesce e gasolio che aveva eletto domicilio a bordo del battello. Il suo nome? Batman!

Navigammo per più di un’ora incrociando le lampare delle altre imbarcazioni. Io, con un plaid sulle spalle nella piccola cabina di comando, mi assopii di nuovo, col micio acciambellato ai miei piedi. Aprii una o due volte gli occhi, lanciando una rapida occhiata a quell’infinità di stelle nel cielo di luglio e a quella luna, così luminosa e sorridente, e già immaginavo migliaia di pesci scintillanti venire a galla e incanalarsi irresistibilmente verso la barca, attratti dalla luce seducente del nostro satellite.

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Mio padre mi svegliò mentre il pescatore tirava su una nassa di giunco dall’acqua con solo qualche seppia ed io, un pelo deluso, pensai che gli altri pesci non erano caduti nella trappola, oppure che quella storia di attrazione era un mezzo bidone.

– Tranquillo – mi rincuorò mio padre – la pesca non è finita, vedrai che portiamo a casa il pesce.

Ripartimmo. Dopo alcune miglia gettammo l’ancora e il pescatore agganciò la rete.

– Questa è più grande ed è a maglie larghe – mi disse – permette ai pesciolini di sfuggire ma i grossi restano tutti dentro.

Avviò il motore dell’argano per issare l’enorme sacco, questa volta pieno fino all’orlo.

Ricordo quell’immenso luccichio venire su dal mare mentre la carrucola cigolava e il braccio del paranco si piegava sotto il peso dell’enorme carico.

Il pescatore disse a mio padre: – Che san Coso ci protegga, quest’aggeggio non sopporta nemmeno mille chili. Mai vista una roba così.

La rete permase a lungo contro il fianco del battello per permetterci di tirare su tutto quel ben di Dio. Io aiutavo alla meglio col mio secchio, caricavo e svuotavo quell’infinità di sardine, sgombri, aringhe che saltavano e si dimenavano nella rete e nelle casse.

Ma il pezzo forte fu quel rombo quadrato e viscido, con gli occhi sulla schiena.

– È una razza – mi spiegò il pescatore – Guarda, ha queste due macchie sulla schiena simili a due occhi. E questi – continuò mostrandomi due tonnetti argentati – sono alalunghe. Mia moglie ci fa i paccheri con il sugo. Ce le dividiamo, una la tengo io e l’altra la porti a tua madre e ti fai fare la pasta. Mio padre sorrideva sotto i baffi, compiaciuto, mentre smistava i diversi tipi di pesce refrigerandoli col ghiaccio tritato.

Nemmeno due ore di mare ed ero già stanco.

– Sono morto! – protestai – Ed ho sonno, ho lavorato troppo!

– Adesso si rientra – precisò il comandante – Amuninne picciotti, che non abbiamo più posto nemmeno per un’alice.

Il pescatore tornò alla barra e avviò i motori. Il gatto, sempre più sporco e maleolente, si teneva dritto sull’estremità della prua mentre La Gagliarda avanzava flemmatica e prudente verso le luci del porto.

– Curioso animale – spiegò il pescatore – quando rientriamo con tanto pesce si inorgoglisce. Guardalo, ora resterà in piedi in pizzo alla barca fino al porto, fiero del carico!

Mio padre mi vide con gli occhi puntati verso il cielo e si avvicinò, si sedette al mio fianco e accese una sigaretta. Batman, sul ponte, apprezzava la lieve brezza mattutina mentre il buio della notte schiariva incalzata dal giorno.

Chiesi – Pà, adesso la luna va a dormire?

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Sorrise e restò in silenzio qualche istante, senz’altro per non turbare i miei sogni con una semplice verità.

– Ascolta – iniziò.

C’era una volta, non tanto tempo fa, dall’altro lato del mare, un reame senza luna e senza sole…

– Ecco – pensai, mentre mi copriva le spalle col suo braccio – È bravissimo, adesso ne inventa una, fatta apposta per me.

La manta sussultava nel secchio, il gatto seguiva la rotta. Lei, ora pallida e alta nel cielo, spiccava in quell’azzurro oltremare che precede l’alba. Il grande orologio caldo del cielo, a breve, avrebbe rimosso la magia della notte mettendo ordine nel proprio universo. Come di consueto, Blue Moon o meno, le cose dovevano tornare al loro posto…”

Sbadigliò, riavvitò il tappo della stilografica e osservò compiaciuto la pagina non più bianca.

– Mi è venuta fame. Come ce lo vedi un aglio e olio?

Yuri fino a quel momento non si era mosso di un pelo ma, beninteso, l’idea di mettersi qualcosa sotto i denti si era fatta strada nel suo cervello bulimico. Miagolò e si leccò baffi e muso, quindi saltò giù e prese a strofinarsi alle sue gambe. Era ora dello spuntino notturno…

– Ho qualcosina in scatola, se ti va… sardine o tonno, comme d’habitude!

La luna, sovrana, continuava a imbiancare quell’orizzonte di tetti e comignoli spenti. Un velo bianco rischiarava pallidamente la stanza.

– Non ho nemmeno acceso la luce – pensò – Ho scritto al chiarore della luna. Sto diventando come te, un vero gatto – aggiunse mentre insieme, perfettamente all’unisono, si recavano ai fornelli.


Immagini prese… dal web!

Il Viottolo

Le lepri lasciarono il prato e si diressero di corsa, tutte insieme, verso uno stagno vicino

(le lepri e le ranocchie, Esopo)

Il viottolo scende ripido, pietroso e stretto.

È una scorciatoia ben all’ombra, protetta dall’assalto dei raggi del sole, una sorta di galleria, un cunicolo magico rinfrescato da querce spinose e lentisco, ricco di more e selvaggina.

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Mio padre era solito mettermi a dorso dell’asino, di traverso, come in canna alla bicicletta, e teneva l’animale al passo.

– Tieniti forte – mi metteva in guardia – Ecco la discesa! – e l’asino s’infilava oltre i mandorli inselvatichiti e tormentati dalla sete, in quel fresco ma angusto pendio bordato di rovi invadenti che si avvinghiavano agli alberi.

Io tenevo con una mano il berretto calcato in capo e con l’altra mi aggrappavo al ciuccio che slittava sui sassi levigati – Arri, arri! – lo incitavo. Mio padre gridava e lo copriva di improperi. Ricordo quella volta che gli rifilò il calcio del fucile sul muso per farlo rallentare, poi imbracciò la doppietta e tirò svelto: una grossa lepre balzò in avanti e sussultò colpita dalla grandinata di pallettoni.

Io, esultante, gli saltai al collo – che mira il mio papà – esclamai pieno d’orgoglio – ogni bòta ni pigghi una!

– Ce n’è tante da queste parti – mi confidò – Là dietro c’è un acquitrino dove vanno a bere, ma l’accesso oramai è impossibile.

Se chiudo gli occhi e rivedo quell’uomo mi salgono subito alla mente la Hemingway a canne cromate, l’odore della polvere da sparo e il profumo dell’aranceto in fiore. È laggiù che conduce il viottolo.

Nella scala dei ricordi ecco che spunta mia madre, scura di carnagione con gli occhi grandi neri, e le sue melanzane fritte sui maccheroni al pomodoro che traboccavano dal portavivande, all’ombra del carrubo.

Avevo cinque, sei anni.

Parecchi anni dopo mio padre si fece condurre da me all’aranceto. Era vecchio ma aveva ancora tutti i capelli, bianchi, corti e dritti come un giovanotto. Per camminare si appoggiava al bastone ma quel giorno ci tenemmo sottobraccio.

Scendere il viottolo fu un’avventura, io avevo sedici anni e avevo appena finito la scuola. Era un giugno molto caldo. Sedemmo come al solito all’ombra del carrubo, lui ci mise un po’ a riprendere fiato.

– Orazio – disse – la mamma vuole vendere la terra.

Restò alcuni secondi in silenzio guardandomi negli occhi. Io non fiatai.

– Le femmine – continuò – hanno strani pensieri…

Ci pensò su un attimo.

– Vorrei che tu ti interessassi alla proprietà. Io, con questi figlioli moderni non ci capisco nulla. Sono spregiudicati e si istruiscono ma la campagna va in malora. Sono già anziano e non durerò più a lungo. Adesso devi dirmi se questa terra la vendo o la tengo per te. Sono circa quaranta ettari, oggi non valgono molto ma a vigna si chianta quannu u vinu ‘un vali nenti, capisci?

Una spina mi si piantò nel cuore: lo vidi vecchio per la prima volta. Mi rifiutai di pensare che si stava avvicinando quel momento.

– Pensaci su – mi disse – e rispondimi prima della fine dell’estate, sennò a ottobre torni a scuola e continui gli studi, così ti diplomi.

La domenica seguente morì.

Mamma vendette la terra. La comprò lo zio per sei milioni di lire. La Fiat Seicento costava circa 600.000 lire. Fu l’unica volta in cui parlai male a mia madre, le dissi: sunnu cosi fatti a minchia! Hai venduto un paradiso per 10 orribili seicento…

Proseguii gli studi e gli anni volarono, impalpabili.

Tornai spesso all’aranceto, soprattutto l’estate, quando il sole coceva e il roveto era carico di frutti e il viottolo ritornava ad essere il mio sentiero della felicità.

E anche quando conobbi mia moglie, nel pomeriggio partivamo a cogliere le more che pendevano pesanti di succo dai rami spinosi. Nel viottolo l’ombra arrivava dopo le cinque, allora era più facile scorgere le lepri. Un giorno, all’ora del tramonto, ne incrociammo una piccola con gli occhi smarriti, per sfuggire cadde là dove il pendio diventava scosceso e rotolò come un ciottolo tondo fino in basso. E lì trovai una cartuccia vecchio modello, col fondello di ottone ancora intatto: persino il cartoncino del bossolo era in buono stato. Mi piacque pensare che fosse appartenuta a mio padre. E a chi altro, pensai, di qui non ci passa nessuno. La tenni stretta in una mano, alla ricerca di qualcosa che non saprei descrivere, come quando assapori fra le labbra il resto di un bacio d’addio per riallacciarti, rimanere connesso un attimo di più a un amore andato via. Mio padre è qui, mi dissi sperandolo di tutto cuore, la caccia per lui continua, bracca le lepri con gli angeli.

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Il tempo volò di nuovo, senza tener conto di nulla e di nessuno e vivemmo in città diverse, senza terra, al massimo con due o tre agrumi in un giardino, lontano, lontano…

Ed ora eccomi qua, in quest’angolo di Sicilia accarezzato dalla brezza di mare, fra rossi tarocchi e aranci vaniglia. La prima cosa che ho fatto: ho cercato il viottolo, e l’ho trovato. È carico di more e scende a balzi verso l’aranceto.

Mia figlia ha avvistato la sua prima lepre e ha provato a corrergli dietro, inutilmente. Ma ecco che ne spunta un’altra, costeggia i rovi balzellando e imbocca uno stretto passaggio in quella fitta siepe incolta. Mia figlia si ferma e osserva con attenzione tutt’intorno, tira fuori dallo zainetto il tablet, lo accende e apre una pagina con i giochi interattivi. Ecco! – dice, mentre sullo schermo appaiono lepri e ranocchie – Dietro questo cespuglio ci dovrebbe essere lo stagno e forse pure il cacciatore!


Foto credits

Aranceto di Rolf Katzbergerer 

Mora di Stjen Hosdez

Bossolo di Neal Fowler