La biro blu

Chi non conosce se stesso è perduto.

(Indira Gandhi)

 

Stanotte l’ho vista. Era altissima, sopracciglia e capelli bianchi, ma il viso giovane. Molto giovane. Avresti detto 16 o 17 anni.

In piedi a bordo del letto, mi osservava senza fiatare. Eppure, mi aveva svegliato, ma come? O forse sarà stata la finestra aperta e l’odore di mare che aveva invaso la stanza? Un odore insolito di  mare in tempesta, carico d’alghe e salsedine.

Non posso dire di avere avuto paura, Dio no. Anzi, ebbi una singolare sensazione di aver perso ogni insicurezza e con lei quella parte di me dove risiedevano le angosce, i rimorsi, i rimpianti. Insomma, ero sereno. Se c’era un luogo dove c’era la pace quella notte sulla terra, era proprio in quella stanza.

Fui subito colpito dal suo sguardo intenso, intenso ma anche un po’ scocciato, stufo, avresti detto un viaggiatore stanco, sfuggito alle intemperie e appena giunto in porto.

– Sono un angelo – disse – l’angelo della celebrità. Immagino che mi aspettassi.

– Si – risposi subito, pimpante come un grillo – è talmente tanto che paziento. È vero, ho chiesto una mano al cielo ed è passato così tanto tempo.

– Bene – reagì in un lampo e aggiunse in modo stringato:  – Il cammino era lungo. Ecco il contratto.

Mi ero appena poggiato sui gomiti per tirarmi su che lei già aveva aperto il grosso volume, all’ultima pagina. Mi porse una biro, una semplice biro blu, col tappino tutto masticato.  Angela dormiva respirando affannosamente, ignara di tutto.

– Va sempre così di fretta? – chiesi.

Non rispose subito, abbozzò prima un sorrisetto fra il sardonico e l’annoiato, quindi mi confidò:

– Ho finito il mio lavoro. Sei l’ultimo e non ho che un desiderio: sbrigarmi e rientrare al più presto, lassù, fra le stelle. Cinquemila anni son lunghetti, moscerino.

 

Lessi lo stampato. Conteneva un’unica piccola frase ed era redatto in antico persiano, ma la cosa non mi meravigliò. Non mi stupì nemmeno che lo sapessi leggere così bene, l’antico persiano. Il mio nome troneggiava al centro del foglio.

Antonio il Grande

E poi:

Mi impegno a tradire i miei sogni da bambino,

Data e Firma.

«Sogni da bambino»…Questa non ci voleva. Soppesai la cosa qualche secondo prima di afferrare la biro per sottoscrivere. Pensai: Io che non volevo farne un cazzo della mia vita… Ma quali sogni, aspirazioni… Da piccolo non avrei voluto altro che continuare a giocare e evitare, se possibile, di diventare un vero adulto. Quindi, in fin dei conti, i miei sogni infantili erano già stati belli e che traditi.

Affondò lo sguardo nei miei pensieri, ecco dove mi guardò, una specie di radiografia dell’anima o del cervello.

– Allora mo-sce-ri-no – scandì – convalida questa paginetta, griffala col tuo nome e chiudiamola qui.

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La cosa cominciò a infastidirmi, scivolai fuori dal letto e mi piazzai, dritto e  fiero, davanti a lei. Gli arrivavo al gomito. Dissi:

– Perchè mai dovrei sottoscrivere una così grande stronzata. Mi ascolti, sembra scontato, ma non lo è: Tutti i grandi sono stati bambini una volta e tutti, o quasi tutti, hanno sognato di diventare qualcuno, qualcosa… Ma io no, non mi ricordo proprio d’aver sognato di diventare un Grande…

– Senti, cocco, mi sto annoiando, mi resta un posto nella storia, uno solo, o te lo becchi tu o ci metto una croce chiudo il libro e mi sgancio.

– Un momento – dissi, socchiusi gli occhi e provai a concentrarmi di nuovo sulla rilevanza di quella frase «mi impegno a tradire…»…

Quando li riaprii era piegata sul grande tomo e stava scrivendo qualcosa. Mi chinai e lessi: Vanteria vuota!

Appose un sigillo con la testa del suo anello, quindi firmò: La Gloria.

– Ci vediamo mo-sce-ri-no – mormorò – il tuo tempo è scaduto. Ti trovo un tantino capriccioso. Non sai nemmeno tu quello che vuoi oppure, non ne sei consapevole.

E spiff, si dileguò nel nulla.

 

Mi svegliai e non era ancora l’alba. Mia moglie, ritta davanti alla finestra, osservava il cielo scuro, ascoltando il sommesso sciacquio della risacca. Disse:

– Si direbbe che persino la luna e le stelle si siano affrettate stanotte. Non c’è più nulla che brilla, eppure il cielo è sereno…Qual è il tuo programma, oggi?

Guardai sul comodino, la biro (quella biro!) era là, col tappino masticato dalla gloria, e sotto la biro una risma di fogli, bianchi e immacolati.

Era evidente, cos’altro avrei potuto risponderle.

– Scrivere – affermai – ho un notevole ritardo da colmare.

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Bic Biro di John Cooper

Follow your dreams di Chris Devers

Ossigeno

Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore.

William Faulkner

Sessantunesimo piano. Comprensorio periferico.

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Il corridoio, freddo e sinistro, sembrava ancora più lungo tanto era male illuminato dai pochi led inseriti nelle fasce che correvano alla base dei muri.

Juno percorreva lentamente, respirando corto, i trecento metri che la separavano dalla cellula 961.

Il manometro segnalò con uno zufolio quasi beffardo gli ultimi grammi di ossigeno nel fondo dell’unità portatile appesa alla tracolla. Ora, se voleva raggiungere l’abitazione, doveva tenere bassa la frequenza respiratoria e procedere in semi-apnea: una boccata d’aria ogni trenta secondi.

Forse, avventurarsi così lontano e superare l’area metropolitana, era stato imprudente, giacché alla fine aveva dato fondo alla riserva.

Chissà se ne è valsa la pena, si chiese, mentre il sudore le appannava il plexiglas trasparente della protezione.

L’ultimo piano era ormai inabitato e gli unici moduli ancora occupati erano il 1000 e il 1001, molto più distanti, e in quel budello, da oltre un mese sotto-ossigenato e via via ridotto al solo azoto, si rischiava rapidamente l’asfissia.

Gli altoparlanti gracchiavano e ronzavano cupamente come grosse mosche in bottiglia.

Prima l’aria e adesso anche la musica – li maledì fra se – Ci stanno togliendo tutto. Ci abbandonano come appestati.

La cellula distava ancora un centinaio di metri. La spia si accese e l’erogatore smise di inviare la miscela gassosa nell’inalatore. Due minuscole lacrime le spuntarono agli angoli degli occhi. Aveva la testa pesante e una prima sensazione di vertigine la avvertì del pericolo imminente.

È tutto come in quel maledetto sogno. Da un momento all’altro i miei polmoni dovrebbero sfrigolare e disintegrarsi in una brodaglia di sangue e organi. Molto divertente – pensò, mentre cercava affannosamente di raggiungere l’abitacolo familiare.

958, 959, 960… Grazie a Dio sono salva.

L’indicatore di presenza sulla porta stagna era blu. Guth era in casa. Si trascinò per quegli ultimi metri, riuscì a fatica a comporre il codice, aprì il portellone, entrò e si strappò d’un sol gesto la maschera dal volto.

Guth era davanti all’unico oblò che dava sull’esterno. Non si girò e Juno poté respirare profondamente, una due tre volte, lentamente, senza far rumore.

Il gatto, grigio e macilento, le si avvicinò. Miagolò, strofinando il lunotto trasparente sulle gambe della padrona.

Guth finalmente distolse lo sguardo dal grigiore del panorama e la osservò, mentre lei, di spalle, scioglieva e lasciava cadere i lunghi capelli bianco latte, evitando così di mostrare il viso stanco e sudato e gli occhi lucidi.

– Con me Mimí si annoia! È te che vuole! – esclamò Guth – quindi tornò a fissare lo scialbo tramonto attraverso lo spesso vetro. Il sole, filtrato dallo scuro strato di pulviscolo, appariva smorto e opalescente.

Juno si asciugò il volto e si avvicinò al dispenser del cibo del gatto.

– Hai guardato il notiziario?

Lui fece no scuotendo la testa.

– Adesso è ufficiale, niente più animali nei comprensori. Domani verranno a prendercelo.

– E per il resto?

– Non ce l’abbiamo fatta. La Riserva ci ha negato la proroga del debito e anche il Cancellum.

Guth, lo sguardo fisso sulla luce diafana del cielo, sfilò le cannule dal naso e respirò l’aria già povera d’ossigeno della stanza.

Juno chiese:

– Quanta ne rimane?

– Quel poco che ci resta è già intaccato dall’anidride carbonica. Il digitale indica un’aria al 17 % di ossigeno. Abbiamo un modulo abitativo di circa 24 metri cubi, quindi più o meno 5 giorni, respirando a pieno ritmo.

– La morte, questa sconosciuta – disse lei mentre sfilava il casco al gatto.

Prese la scatola delle crocchette, la aprì e riempì il dispenser. Guth le si avvicinò e le accarezzò il viso.

– Sembri più stanca del solito. Fatti un bel cioccolato caldo.

– Ho visto Mark. Ci sono andata dopo aver parlato con le banche e, colmo della sfortuna, non era nemmeno nel suo modulo.

– Cavolo!

– Ma non mi sono arresa. L’ho trovato da Maria, nel secondo comprensorio.

– E come hai fatto a passare?

– Guth, da due giorni di sotto non si vede a un metro! E poi, domani è vigilia…

– Hai preso un enorme rischio! Abbiamo il pass in rosso.

– Si, però ho trovato qualcosa.

– Cosa perdio? Dai su, svuota il sacco.

– 170 litri di ossigeno puro.

– Un’intera bombola?

– Si, una! Una sola!

– A che prezzo?

– Novanta eurilleri al litro. Adesso non abbiamo più gettoni.

– Porco mondo. Cento volte più cara dell’acqua.

– Lo so. Ma non ti preoccupare, Mark si è portato garante. Pagheremo più in là, dopo le feste.

– Se ci arriviamo Juno, se ci arriviamo. E ora dov’è?

– Di sotto, al solito posto. Non ho potuto prendere il montacarichi. C’erano i guardiani in portineria. 61 piani con 15 chili sulle spalle non ce l’avrei fatta.

– OK, scenderò io dopo, a notte.

– Tanto è tutto inutile, non basterà.

– Perché dici questo?

– Mark e Maria la pensano così. Dicono che non rimetteranno in funzione gli erogatori prima di tre settimane e che oramai anche il mercato nero è tenuto in pugno dallo stesso Cancellum che non tira fuori più nulla e lascia gravitare i prezzi. È tutto sotto chiave, vorrei proprio sapere dove.

– Vuoi dire che lasceranno schiattare la metà del comprensorio nel giro di un paio di settimane? Idiozie!

– No, Guth, hanno ragione. L’aria del purificatore verrà pompata di nuovo negli impianti di aerazione fra venti lunghi giorni. Il giusto lasso di tempo per mandare all’altro mondo le migliaia di debitori insolventi, recuperare i moduli e affidarli a quelli delle periferie in lista d’attesa. Nuovi lavoratori. Nuovi clienti. Nuovi consumatori.

– D’aria.

– D’aria!

Juno azionò il pulsante delle poltroncine che si alzarono dal pavimento.

– Sediamoci un attimo – disse – facciamo il punto sul gatto.

– Il gatto?

– Certo. Dobbiamo salvare Mimì. Se passano domani…

Guth si massaggiò il mento ricoperto dalla peluria ispida e grigia. Lei notò il lieve tremolio della mano.

– Come ti senti Guth?

– Sto bene, almeno per ora. Sono solo stanco, anzi scoglionato. E tu?

– Tutto a posto Guth.

– E della foresta? Ne hai parlato con Mark?

– Certo. Ma è come pensavamo. Uscire dalla città è impossibile. Hanno già chiuso i due tunnel fino alla prossima erogazione. Per il resto è tutto muro. Nessuno entra, nessuno esce. Passano solo gli alti funzionari.

– Sembra ci sia molta gente sotto e soprattutto sopra gli alberi, a causa dei lupi.

– Pare sia così. E quelli che hanno capanne di fortuna crepano di freddo.

– Già.

– Bel Natale.

– Bel Natale.

– Ma almeno hanno l’aria.

– Nemmeno quella è pura, Juno, anche là l’ossigeno è a meno del 20%. Gli uomini di mano del Cancellum provocano un incendio dopo l’altro, ai margini della foresta. L’aria è satura di gas e l’ossigeno si riduce rapidamente.

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Bussarono alla porta.

– Chi potrà mai essere?

– Mio Dio, avranno trovato la bombola.

Guth, prima sollevò il gatto e lo infilò nel ripostiglio, poi andò ad aprire.

Erano in due. Il primo aveva la tuta bianca degli agenti del Cancellum. Il secondo era un buffo Babbo Natale col cappuccio rosso infilato sul casco.

Quest’ultimo parlò. La voce uscì arrochita dal microfonino del facciale a ventilazione assistita.

– Art Guth?

– Sì, sono io. ..

– Il sindaco quest’anno ha diviso i premi della riffa fra i cittadini del comprensorio. Il sorteggio è avvenuto questa mattina. Voi siete gli ultimi della lista. Questo è per voi. Buona fortuna e buone feste signori Art.

Porsero l’involucro e partirono.

– Buone feste, dice quello, piuttosto beffardo come augurio – mugugnò Guth, col pacchetto in una mano e aggiunse – Non è che poi pesi così tanto.

Juno, tutta eccitata, glielo tolse di mano.

Aveva ancora la testa pesante, la scarsa quantità di ossigeno nell’aria della stanza non l’aveva aiutata a rimettersi dallo stress respiratorio. Ma, nonostante ciò, gli occhi le brillavano di gioia e, tutta eccitata, prese immediatamente a sballare la scatola con la stessa frenesia di un bambino.

La febbrilità dei gesti fece rotolare in terra i barattoli, rossi e con la scritta bianca.

– Ma cos’è, Coca Cola? – chiese Guth.

Erano dodici lattine da cento grammi, come quelle della celebre marca, piccole e scintillanti, con tubicino e mascherina. Su ognuna una scritta ornata di stelline d’argento. Juno lesse ad alta voce: Aria di Natale. Denominazione di Origine Controllata. Ne stappò una, portò la mascherina alla bocca e inalò avidamente.

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Credits

Foto Skyline ( Staring into the future) : https://www.flickr.com/photos/chrischabot/

Foto foresta invernale (Forest) : https://www.flickr.com/photos/piter79/

Ultima foto (I think I saw Santa Claus) : https://www.flickr.com/photos/alexander_mueller_photolover/

Foto in evidenza : internet

…Salvo imprevisti!

Il tempo è ciò che impedisce alle cose di accadere tutte in una volta

John Archibald Wheeler

scassinatore

Tobia, seduto sul water, sudato e con un torcibudella fulminante, ascoltava i passi vellutati dei compari mentre mettevano a soqquadro l’appartamento.

Cazzo! Sto seduto su un trono da milionari, colla tavoletta riscaldata, pensò, mentre un ennesimo spasmo gli percorreva l’addome,

S’era ficcato in quell’assurda storia per far colpo su di lei. Una bravata, così, tanto per mostrargli che era all’altezza delle cose difficili, scervellate.

Per conquistarla non vedeva altro modo: doveva lasciarsi coinvolgere in una delle sue peripezie. Ed ora erano lì, entrambi, nel vivo dell’azione, al lavoro, come diceva lei.

Fece uscire tutto, si pulì con la carta profumata, tirò su i jeans, avviò lo sciacquone, nebulizzò un bel po’ di profumo per donna e uscì.

– Va meglio? – Chiese Luca, indaffarato a rovistare i cassetti della scrivania – È sempre così la prima volta. Al cesso comunque ci vanno in molti, anche dopo decine di scassi. È psicologico: la tensione ti stringe le budella e arriva la colica, violenta e improvvisa, impossibile da controllare.

Tobia finì d’allacciarsi la cintura.

– Da dove comincio?

– Dalla camera da letto. Prendi questo coltello, se serve trancia tutto. Io finisco il salone. Di’, ma ti sei messo il profumo della signora?

– No, ne ho spruzzato un po’ per disinquinare l’aria. Hai detto che volevi passare al setaccio il bagno, no?

Si annusò le mani. La fragranza dell’eau de toilette dava decisamente alla testa.

– E Poppy? – volle sapere.

– È di sopra, nella mezzanina.

Sara, detta Poppy per il papavero tatuato sul collo e le chiome tinte di rosso, aveva avuto quella dritta dal vecchio, al bar, e s’era vista quasi costretta a portarsi dietro Tobia che da un mese gli stava appiccicato come una mosca cavallina assetata di sangue.

– Perdio – smadonnò Luca – dovranno pur essere pure da qualche parte. Uno mica va a vedersi un film con tutti quei soldi in tasca – grugnì, mentre spostava un dipinto del Campigli.

– Guarda che quadri. Dì, ma lo sai quanto vale una roba così? E questa litografia firmata? – aggiunse con l’aria di capirne molto – Un Carrà. E poi c’è un Burri, quello dei sacchi di juta, e un Fontana. Prendi su un lenzuolo che li avvolgiamo e poi li carichiamo in macchina.

Tobia entrò nella stanza. Avrebbe voluto chiudersi di nuovo in bagno ché il brontolio alla pancia aveva ripreso. Si sedette sul letto, sfinito. Sfilò una federa dal cuscino e si asciugò la fronte dal sudore.

Uno schiamazzo improvviso venne su dalle scale. Si immobilizzò, le orecchie appizzate a individuare l’origine del rumore. Era gente che saliva a piedi e ora stava attraversando il pianerottolo.

Thief with a bar of iron

Rivide la porta sfasciata. Luca, con quell’enorme cavachiodi, l’aveva quasi divelta, senza mezze misure, e il fracasso del legno spaccato di netto aveva riecheggiato in tutta la palazzina.

– La gente di notte è meno curiosa – aveva cercato di tranquillizzarli – ci pensa su due volte prima di abbandonare il calduccio del letto.

Tobia guardò l’orologio, le undici e quaranta. Una nuova fitta gli percosse gli intestini.

Niente da fare, non fa per me. Qualsiasi cosa succeda, non ci sarà una seconda volta.

Il vocio s’attenuò, dovevano essere già al piano di sopra.

Luca chiamò. S’era affacciato sul ballatoio.

– Che c’è?

– Dai vieni, fammi la scaletta che non ci arrivo.

Erano ambedue lunghi e slanciati. Tobia lo aiutò a issarsi fino al soffitto.

L’altro tolse la plafoniera e svitò la lampadina.

– Imbecille, avrei dovuto pensarci prima. Comunque, non hanno visto nulla o si sarebbero fermati a curiosare invece hanno continuato a salire e ghignare come deficienti.

Poppy li raggiunse. Puntò il fascio del torcione sui volti tesi e già impalliditi dal lungo inverno.

– Ahó, ma che cavolo succede?

– Ho tolto la luce. Su, rientriamo. E tu accosta bene la porta – ordinò a Tobia – Da qui non si parte senza la grana.

Poppy precedette Tobia. Lui, nel buio del corridoio, le sfiorò con fare distratto i lunghi capelli fiammeggianti, accostò il naso e tirò su, avidamente, quasi volesse riempirsi i polmoni dell’essenza del suo shampoo. Lei si voltò e gli piantò dolcemente gli occhi neri e profondi nei suoi. Tobia avvertì come una scossa elettrica lungo la schiena. Fu un momento di panico totale misto a beatitudine, un meraviglioso miscuglio di sensazioni estreme. Si domandò quando avrebbe mai avuto il coraggio di dirglielo ch’era cotto di lei. Ma quando?

Ogni volta che ne aveva avuto l’occasione una specie di nodo assurdo gli si era formato in gola: impossibile di articolare una frase. Eppure se lo sentiva, lo sapeva, era a un soffio dal conquistarla.

Certo era più giovane, ok, ma era alto, belloccio e dimostrava molto di più, soprattutto ora, con la barba ispida e incolta che gli dava quella mezza grinta da duro.

Poppy riprese le scale che conducevano al piano, Tobia, ancora trasognato, contemplò le natiche sode e bombate nel pantalone aderente. Quante volte aveva sognato di afferrarle a piene mani… Oh Gesù, pensò, meglio non pensarci troppo.

Rientrò nella camera da letto mentre il campanile rintoccava la mezzanotte. Bisognava muoversi, presto i Duncan sarebbero rientrati. Dopo una settimana di filature li avevano seguiti fino al cinema d’essai, in centro e quel film di Bergman era una manna, durava ben tre ore.

– Adesso o mai più – li aveva incoraggiati Poppy – Presto, al lavoro!

Un gatto spuntò dal nulla. Saltò sul letto miagolando. Aveva gli occhi sgranati, quasi gialli. Tobia cacciò fuori il serramanico, fece scattare la lama, gettò all’aria coperte, lenzuola e gatto e cominciò a squarciare il materasso.

* * *

Poppy agguantò le tre birre passando le braccia sopra le teste dei clienti. Il bar traboccava di gente. Ce n’era ovunque, consumavano ai tavoli e anche in piedi, appoggiati al banco, fumando davanti all’ottima spina, un caffè o uno dei famosi bianchetti e frizzantini che facevano la nomina del bar.

Ma il meglio del meglio, in quel locale, erano gli intrallazzi. Ce n’erano di tutti i tipi. Nel retro si giocava d’azzardo e davanti, al solito tavolino accanto alla vetrata, sedeva André. Un vecchio marsigliese rifugiatosi in Italia alla fine del ’40 dopo aver rapinato alcuni camion della milizia.

Con lui potevi avere di tutto. Avevi bisogno di un passaporto, patente, o di qualcosa di forte per rimetterti in orbita? André ti aggiungeva alla sua lunga lista d’attesa assicurandoti che la data (e anche l’ora) della consegna sarebbe stata rispettata. Un uomo apparentemente bonario e sorridente ma intrattabile sulle «operazioni in borsa» come soleva chiamarle.

Poppy aveva un profondo rispetto per quella vecchia canaglia. Con André, diceva, la più piccola transazione è sempre una roba seria. Non esistono inciuci, solo affari e, soprattutto, ci si può fidare.

Il barman li raggiunse al tavolino. Aveva un naso schiacciato da ex pugile che piegava da un lato e gli occhi molto vicini, piccoli e svegli. Si chinò e bisbigliò all’orecchio di Poppy. Tobia lo guardò di traverso.

– E quel pivellino chi è? – chiese, indicando Tobia col mento, mentre quest’ultimo s’era alzato per recarsi al distributore delle sigarette.

– Niente, non c’entra un tubo con la storia. È solo un amico, è qui per caso.

– Allora, dai Duncan? André vuole sapere com’è andata!

– Abbiamo i quadri, sono in macchina, ma tutti quei soldi col cacchio che c’erano, solo qualche gioiello e un centinaio di mila lire. Una miseria! Abbiamo cercato fra i libri, rovesciato i pacchi della pasta, sventrato i materassi, i fustini del sapone, niente. Luca ha persino smontato il pannello della lavatrice. Era una dritta storta, e per poco non incrociavamo i proprietari. Noi a caricare la macchina e quelli che aprivano il portone. Di’ al vecchio che gli passiamo i dipinti e anche i gioielli. Se ne dovrà occupare lui e quando li vende si dividerà in parti eque e per le centomila, beh, noi ce le spariamo al ristorante, è una settimana che mangiamo panini in macchina.

Il barman si allontanò.

I due sorseggiarono le birre in silenzio sbirciando a tratti il francese, completamente assorto, gli occhi puntati sullo schermo in fondo alla sala.

D’un tratto, sulla porta, si materializzò un colosso con una gabardina nera aperta. Doveva fare sul quintale. Portava i capelli lunghi e disordinati. Il ventre prominente copriva la cintura del pantalone di fustagno. Tossì, come per richiamare l’attenzione di qualcuno, ma nessuno si mosse.

– Dovremmo andarcene – mormorò Luca – quello è un commissario.

– Si, lo so – fece Poppy – prendiamo Tobia e andiamo.

Il gigante roteò lo sguardo tutt’intorno, quindi raggiunse il bancone e comandò qualcosa.

Poppy fece un cenno a Tobia indicandogli la porta, si alzò e s’avviò per prima seguita da Luca. Tobia li raggiunse fuori.

– Che succede? – chiese scartando il pacchetto – perchè andiamo via?

– Niente di grave, ma è entrato uno sbirro che ci conosce, meglio non venirgli in mente.

Si avviarono lungo il viale in direzione dell’auto, parcheggiata a distanza, per precauzione. Il grosso della refurtiva era ancora nel bagagliaio.

– Tienila tu e cammina un po’ in dietro – disse Luca passandogli una vecchia Beretta 6,35. A te non ti conoscono, e attento a non togliere la sicura, che è carica.

Tobia si fermò e si lasciò distanziare controvoglia.

Era un lunedì sera spento e cupo. Ti metteva la fiacca. Non c’era un cane in giro e una pioggerella sottile aveva lasciato i marciapiedi umidi. Faceva piuttosto fresco per un fine aprile e molti negozi stavano abbassando le saracinesche con qualche minuto in anticipo. La luna, calante, stava posando il suo ultimo quarto fra una nuvola e l’altra. Un quarto fine fine, appena visibile.

Luca ripensò allo scasso. Dei soldi non gliene importava un becco, d’altronde quei pochi biglietti li aveva scovati lui, arrotolati in un tubo vuoto delle aspirine e li aveva subito portati ai compari. Lei si era alzata sulla punta dei piedi e gli aveva schioccato un bacio vicino alla bocca.

– Hai avuto naso! Tienili tu e domani ce li spariamo in trattoria.

Si carezzò quell’angolino di guancia sfiorato dalle labbra umide. A dire il vero, a cena fuori avrebbe voluto andarci solo con lei, altro che uscita a tre.

Down to ride to the bloody end, prese a canticchiare le rime di Tupac dedicate a Bonnie and Clyde, Just me and my girl friend.

Una sirena suonò, stridula e penetrante. Tobia, le mani in tasca, strinse l’arma, per nulla tranquillo. L’altra mano trovò i soldi del furto, piegati in quattro.

Poppy si girò lanciandogli un sorriso da lontano. Lui, si rammentò di quella volta, al Burger bar, quando ancora non la conosceva e s’era fatto sorprendere con gli occhi piantati sulla camicetta trasparente. E lei, e lei niente, era scoppiata a ridere e, allontanandosi con la coca e il panino, aveva sculettato apposta, poi s’era girata e gli aveva fatto segno di sedersi al suo tavolo.

– Di un po’ ma quanti cazzo di anni hai – le aveva chiesto dopo averlo osservato a lungo.

– E tu, quanti me ne dai?

– Forse venti, ma se ti radi credo meno, magari diciotto.

– Ci sei quasi – aveva risposto lui. Fra poche settimane compio gli anni. Se verrai fuori a cena con me, te lo dirò.

* * *

– Dai prendiamo la macchina – disse Luca – e andiamo a mangiarci un boccone.

– Ma sei sicuro? – chiese lei.

– Di cosa?

– Della macchina. Non è meglio saltare su un taxi e lasciarla dov’è?

– Dai Poppy, non essere paranoica! Sta ricominciando a piovere e poi è nuova, non la conosce nessuno.

Più indietro, Tobia cominciò a starnutire. Aveva le spalle gelate. Allungò il passo e li raggiunse.

– Merda, sono in camicia e ho dimenticano il pullover al bar – disse – e adesso ho freddo.

– Vai allora e fai presto, noi ti aspettiamo in auto.

– Dove si va a mangiare?

– Da Pietro, il lunedì c’è sempre il vitello tonnato.

– Ok, vi raggiungo all’auto.

Tobia allungò il passo. Osservò l’insegna blu del bar, quasi fluorescente.

Stava per attraversare quando vide il barman, quello che aveva parlato all’orecchio di Poppy. Era in un’alfa grigia, in piena discussione col colosso zazzeruto, il commissario.

Si affrettò a ritornare sui suoi passi. Doveva parlarne a Poppy, al diavolo il cardigan.

Stava arrivando alla piazzetta, a due passi dalla Volvo di Luca. Un’altra sirena risuonò. Quando girò l’angolo vide le due volanti. Avevano bloccato i due compari, proprio davanti alla macchina. Si sentì ghiacciare il sangue, non era un semplice controllo: Luca aveva aperto il cofano e uno degli agenti stava sollevando l’involto con i quadri.

Fece dietro front, domandandosi se era bene tornare al bar e recuperare il maglione o tirar dritto. Nonostante il freddo tirò dritto.

Si allontanò dall’isolato a passo svelto mentre la pioggia, ora fredda e sferzante prese a martellarlo.

Vide l’autobus. Stava arrivando alla fermata. Corse e ci saltò sopra. Era un auto a caso, non sapeva nemmeno dove portasse.

L’automezzo partì in tromba sulla corsia preferenziale.

Il destino giocò sporco e l’auto transitò proprio di là, davanti alla Volvo. L’autista rallentò incuriosito dai lampeggianti blu e dall’agitazione di alcuni curiosi. Stavano ammanettando Luca mentre Poppy era già in una delle volanti, col viso schiacciato contro il finestrino.

Lei gettò uno sguardo all’autobus che passava lento. I pochi passeggeri, in piedi, scrutavano la scena. Lui restò seduto, lo sguardo perso nel vuoto.

Il conducente accelerò e imboccò l’arteria principale, infiltrandosi nel traffico oramai rarefatto.

Impregnato d’acqua, tremante, reclinò il capo e chiuse gli occhi.

– Qualcosa non va? Non si sente bene? – chiese la donna, con un forte accento inglese.

Tobia si volse. Due occhi verdi lo osservavano.

– Non è niente, grazie.

– Ne è sicuro?

– Un’avventura finita male. Piantato. Scaricato dopo un solo mese, e poi la pioggia, me la sono buscata tutta io, ecco tutto.

La donna gli tese il foulard.

– Tenga, provi ad asciugarsi con questo. E prenda la mia sciarpa, sennò si prende un malanno.

Tobia la fissò. La quarantina, i capelli lunghi e ricciuti e quegli occhi…Dove l’aveva già vista? Prese il foulard e cominciò ad asciugarsi il volto. E quel profumo, dove l’aveva già sentito?

– Ognuno le sue disgrazie – continuò lei – quando il diavolo ci si mette non risparmia nessuno. Questo pomeriggio un imbranato ci ha sfondato la macchina e ieri notte ci siamo fatti svaligiare l’appartamento, mi dà i brividi anche solo parlarne…

Tobia, turbato, guardò fuori. Lei spinse il pulsante di fermata.

– Oh, sono arrivata – disse – Mi raccomando stia su col morale.

Si avviò all’uscita e aggiunse sorridendo: «plenty of fish in the sea, no one is indispensable», qui da voi dite morto un papa se ne fa un altro! La vita continua, caro giovanotto.

– Aspetti, si riprenda il foulard e la sciarpa.

– Lei ne ha più bisogno di me.

– Mi sembra troppo…

Facciamo una cosa, le mette in una busta e me le spedisce, ecco l’indirizzo.

Aprì la borsetta, prese un cartoncino e glielo passò.

Tobia lesse: Duncan & Duncan – Esperti d’Arte associati.

L’auto frenò. Le porte si aprirono e la donna saltò giù lasciando una scia del suo profumo piccante.

Fuori aveva smesso di piovere e la notte iniziava a avvolgere la città. Qualcuno, lassù, avrebbe ripreso tranquillamente a mescolare le carte.

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Credits

Foto carte di Michael

Foto scassinatori da internet

After Shave

Tutti gli esseri umani hanno piccole anime grigie…

e tutti se le vogliono imbellettare.

(dai Bassifondi M. Gorkij)

Enea era un coattello di borgata, con i cinque punti tatuati tra il pollice e l’indice, i capelli neri lunghi a caschetto con la frangia che gli copriva la fronte, zac, tagliata netta sulle sopracciglia. Sempre rasato di fresco (girava con l’astuccio del rasoio e l’Acqua Velva nella tasca portaoggetti) ci ubriacava di buon mattino con la fragranza del potente aftershave.

– Sembro ‘n pupetto – si pavoneggiava, mentre annaffiava letteralmente il volto col popolare cosmetico blu.

All’alba, quando mettevamo piede nella 600, Abarth naturalmente (sedili leopardati, cambio basso in radica e volantino!) , l’olezzo del sempitèrno dopobarba ci ammorbava e annodava lo stomaco. Allora, aspettavamo che aprisse il thermos per poi ficcare il naso nel bicchierino con l’espresso e inalare i vapori caldi e balsamici del caffè.

Più ristretto deccosì se more, manco l’oio de motore è più nero – ripeteva ogni volta, versando il nettare cremoso e denso, fatto coi cristi, come diceva lui, dalla madre, la sora Elvira.

Svuotato il thermos, una nazionale senza filtro e si andava. Il rombo dei cilindri, amplificato dai doppi scarichi laterali, lacerava l’aria quieta e svogliata del centro.

– Chissà in quanti ti maledicono – scherzava su Luciano, alto e secco come una canna, piegato in due nell’esiguo spazio del sedile posteriore – Solo tu fai ‘sto cazzo de casino!!!

Enea rideva sotto i baffi e spingeva il piede sul gas a tavoletta, sorpassando gli autobus semivuoti, i camion dell’immondizia, le piccole utilitarie degli operai e i furgoni delle consegne; dando colpi di tromba al suon di Cucaracha e piegando in curva con un gran stridìo di gomme pure quando non serviva. In dieci minuti netti eravamo a destinazione.

Alle sei e trenta del mattino il furgoncino della «mondopulito» passava a prelevarci nel ghetto. Arrivarci da Cinecittà era già un viaggio: con Luciano, si prendeva il T4 della Stefer che era proprio notte, fino a piazza dei Re di Roma, e là, Enea, in provenienza dal Tufello, ci caricava in macchina e ci portava al punto d’incontro davanti al ristorante da Giggetto, al portico d’Ottavia.

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Vendevamo porta a porta prodotti per le pulizie, profumi e deodoranti. Non si guadagnava granché, era tanto per dire che si aveva un lavoro e non piangersi addosso.

Fra quelli che avevano un diploma, in troppi l’avevamo attaccato al chiodo, obbligati a avanzare a tastoni, un lavoretto dopo un altro, nella speranza che le cose potessero prendere il verso giusto. In attesa dell’impossibile, riempivamo i bar e le piazzette e, fra un caffè e un Peroncino, ci si passava il Messaggero o il Paese, frugando fra gli annunci di lavoro i più disparati, troppo spesso mal pagati e senza tutele.

Ogni tanto qualcuno riusciva a tirarsi fuori dalle macerie e alzare la testa. Allora, tutti stringevamo i denti e tenevamo duro ed io, tanto pe’ campà, spacciavo prodotti di bellezza, lacche per capelli e detersivi. ‘Na favola!

Ogni giorno il furgone cambiava zona. Di preferenza quartieri popolari, enormi dormitori con pochi negozi, centinaia di appartamenti e scale, scale, scale… Ci scaricavano con i borsoni colmi di sottomarche nei differenti lotti di palazzine, per poi riprenderci a fine giornata. Tanto hai venduto e tanto hai guadagnato. Bisognava essere suadenti per evitare le porte in faccia e i «nun ce serve gnente, grazie» e arrivare al tramonto con un piccolo attivo.

Fra noi, c’erano quelli con la faccia tosta, come Enea, che avevano le battute giuste e vendevano come maghi, e poi gli imbranati, fra cui me, per i quali troppo spesso, a sera, la sacca sembrava più pesante del mattino.

Ma si andava, si andava comunque, anche per cinquecento lire al giorno (il caffè ne costava quasi cento). Il tutto era tenersi alla larga della povertà che se si interiorizza è come tutte le disgrazie o le malattie: alla fine ti annienta. Bisognava tenerla a distanza, questo era l’obiettivo, sotto controllo come un bacillo infettivo.

Quella mattina Enea venne con un’ora di ritardo e il furgone ci sfuggì sotto il naso lasciandoci sotto dei goccioloni freddi e opprimenti. Andammo nel bar all’angolo a bere il sacro cappuccio.

– È un male per un bene – esordì Enea, coi baffi di panna del maritozzo sul muso – C’ho ‘na dritta bonaUn lavorone. Ho discusso con un capo cantiere, un conoscente. Assumono una squadretta giovane, ma al nero. Soldi contanti. Sette otto manovali per il nuovo palazzo delle poste, vicino a quello dei Congressi. Danno dodicimila al giorno, oh, dico, più de du’ scudi. Ogni sera quando stacchi te li mettono in bocca… Aho, so sordi!!! – insisté Mi’ madre deve da lavorà ‘na settimana pe’ guadagnalli.

Eravamo solo in tre e tre non bastavano e occorreva presentarsi sul posto prima di mezzogiorno, ché poi il ragioniere avrebbe lasciato il cantiere.

– Io un po’ di disgraziati ce l’ho – dissi – quelli vengono. Ma bisogna riscendere al Tuscolano. Fra poco li troviamo tutti al bar, a piazza Don Bosco.

Andammo in quartiere per il reclutamento. Alle undici la combriccola era già pronta. C’era il Pecora, così detto poiché arrestato a un posto di blocco con quattro o cinque agnelli in macchina di cui era stato denunciato l’abigeato. Duilio, secondo anno di architettura, capelli lunghi sulle spalle e barba incolta. Manlio, comparsa a tempo quasi pieno, detto «er Davoli» per aver fatto il figurante per Pasolini in uccellacci e uccellini e anche nel decameron. E in ultimo Quirino, pelato, la quarantina, l’unico sposato e con un figlioletto, dieci anni di montaggio in fabbrica, sull’Anagnina, e poi più nulla.

Ci recammo tutti sul cantiere, elettrizzati come se dovessimo riscuotere un terno al lotto o partire per le Hawaii. Un capo mastro in tuta blu ci riunì all’entrata, era il conoscente di Enea. In due parole ci spiegò il da farsi. C’era «semplicemente» da caricare e montare a mano, su e giù per le impalcature, i pesantissimi impianti di aerazione e ventilazione, con gli aspiratori, i condotti e i rotoli dei cavi.

– E la gru non li po’ tirà su st’affari? – chiese Quirino. Ma nessuno rispose.

In quattro provammo ad alzare uno dei motori, ancora incellofanato. Quei vecchi modelli dovevano superare i cento chili. Restammo sì e no un minuto con uno di quei mastodonti sulle braccia, spostandolo avanti e indietro per una decina di metri, alcuni paonazzi e altri pallidissimi per lo sforzo, sotto lo sguardo attento di un tracagnotto incravattato appena giunto, il ragioniere.

Guardai su. L’ultimo piano era così distante, inaccessibile, quasi estraneo. Dava l’impressione di appartenere al vento e non alla terra. Solleticava sinistre nubi cariche d’acqua e ci snobbava dall’alto, mentre in basso tutta quell’attrezzatura sembrava ancorata al suolo: un’enorme massa di rame, ferro e piombo da portar su, su fino ai cumuli grigi.

Aho! So’ ‘na caterva – grugnì il Pecora – e poi, a regà, fa propio freddo!

Che devi da fa’ – sospirò Quirino – Mejo ‘e chiappe gelate che ‘n gelato tra ‘e chiappe!

Luciano, senza fiato, si asciugò il sudore cercando il mio sguardo.

– Per me va bene – sussurrai – Ci cambia dal borsone e tutte quelle scale.

– Allora? – chiese il capo mastro – decidetevi, che il dottor Trombetta non ha tempo da perdere. O è si o è no!

Trombetta, fece risuonare un tubo vuoto, picchiettando con il lapis, per richiamare l’attenzione. Quindi aprì bocca, una fessura appena visibile risucchiata dalle guance paffute e porporine, con in mezzo un naso largo, all’insù.

Ahò, me pare er salumiere de mi’ madre – scherzò Manlio – C’ha a stessa nasca! Pe’ scaccolasse ce po’ ‘nfilà er ditone.

– Vi diamo dodicimila al giorno – attaccò il tipo – Si comincia alle sette. Pausa da mezzogiorno all’una e alle quattro via, finirete un’ora prima degli altri. Ci sono circa dieci giorni di lavoro ma, se chiudete entro una settimana, c’è un premio, cinquemila a testa. Se siete d’accordo, prendo i nomi e domani mattina iniziate. Non c’è nulla di complicato, un paio di operai vi seguiranno e vi diranno dove posare il materiale, un piano dopo l’altro, mentre i tecnici passano i cavi nei condotti, per gli allacci.

Ci studiammo. Ognuno cercava il sì o il no negli sguardi degli altri. Il Pecora restò a testa bassa, piuttosto incerto.

E dimo che vabbé – esordì Enea – però ce pagate ogni sera, come ha detto er capoccia.

In fila, demmo nome e cognome. Avremmo potuto dire mago merlino, lo avrebbe scritto sul notes senza battere ciglio. Il Pecora, disse semplicemente pecora, scuotendo la testa a sinistra e a destra, per nulla convinto, e quello scrisse pecora.

Il vento prese a sibilare freddo e ostile fra i corridoi e le finestre vuote dell’edificio mentre il boato di un tuono venne a suggellare quell’ennesimo sciagurato patto per la sopravvivenza.

Forse il cielo era a favore oppure contro, chissà, ma, il fatto di non aver firmato nulla ci lasciava una via d’uscita. Avremmo potuto smettere e andar via in qualsiasi momento.

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Mejo così – concluse Quirino – ‘N se sa mai, metti che ce pia male!

Era l’inizio di marzo del 72 e l’inverno, che non sentiva ragioni, teneva testa alla primavera, mandando giù, ostinato, tutto quello che gli passava sottomano. Ci lasciammo sotto un’improvvisa gragnola di chicchi gelati.

* * *

Ci fecero parcheggiare al coperto, uno spazio mal illuminato tra le colonne in cemento del pianoterra, forse perché pioveva a dirotto oppure, visto che eravamo al nero, pensavano di tenerci lontano dagli altri operai. Non c’era pavimento ma la terra era ben battuta e asciutta.

– La pausa pranzo la fate qui, al riparo – disse il capo mastro, accompagnato da un operaio, un certo Pompeo, e dal guardiano del cantiere, uno smilzo ossuto coi pantaloni gialli con la pettorina a bretelle e un berretto rosso con la scritta «sicurezza».

Indossammo vecchi abiti caldi e seguimmo Pompeo in fondo al sottoscala, dove c’erano le bobine di legno avvolte da grossi cavi.

– Si comincia con queste – disse – oggi completiamo il primo piano passando per le scale, ma in seguito dovete tirare su tutto dai ponteggi, ché dal secondo al quinto stanno mettendo ancora le putrelle per le rampe. Mi raccomando, con cautela, e non fatevi prendere dalla fretta, cinquanta metri di questo cavo fanno più o meno un quintale. E poi ci sono i motori, pesanti e scomodi da prendere.

– ‘Sto Pompeo me pare ‘n brav’omo, me piace – approvò Duilio, che per l’occasione s’era legato i capelli sulla nuca in alto, un pallino alla samurai tenuto da un fiocchetto. – Nun se famo pià da’a fregola, annamo piano, senza mettece ‘r core.

Montammo le bobine a quattro. Gli altri si attaccarono ai condotti zincati e ai ventilatori. A fine mattinata avevamo caricato e disposto, là dove aveva indicato Pompeo, un misero quarto del materiale previsto per la giornata, ben lontani dall’obiettivo imposto. Doloranti e privi di forze, con le facce sudate e smarrite, eravamo già cotti. Pompeo tirò fuori delle sigarette e fece un giro.

– Cercate di riposarvi un po’ – ci esortò – come primo giorno non c’è malaccio. È questione d’abitudine, vedrete che domani andrà meglio. Vennero alcuni operai, accostarono delle casse, si sedettero e tirarono fuori il portavivande. Uno di loro disse a mezza voce – Aho! Ce so’ i magnifici sette. C’è pure Yul Brinner, ma ‘o sai er culo che se fanno questi! E di’ che ce lo volevano fa fa’ a noi.

Il capo mastro venne a dare un’occhiata, seguito dal guardiano. Ci studiò a uno a uno, senz’altro per valutare se eravamo la squadretta giusta e se saremmo arrivati alla fine dell’incarico. Soppesò a occhio gli elementi a terra, brontolò qualcosa fra i denti e i due sparirono.

Faceva freddo, eravamo in piena corrente d’aria e il sudore si raffreddava sotto le maglie. Fuori la pioggia martellava, abbondante e intensa, a ricordarci che non c’era via d’uscita. Eravamo come sorci intrappolati, incastrati all’angolo dal gatto.

Ci sedemmo fra le tubature e i profilati. Manlio cedette la metà della frittata – Manco ch’ho più fame – si lamentò, e si coricò in terra sui cartoni. Due secondi dopo russava, rannicchiato con le ginocchia sollevate contro il petto.

Dopo il panino, raggiunsi Enea nella seicento, reclinai il capo e caddi in uno stato soporoso, fino all’urlo straziante della sirena.

– Caffè? – propose Enea

– Caffè!

Si nun moro oggi, nun moro più!

 

Quel pomeriggio montammo condotte in lamiera e altri aggeggi. Tutta roba difficile da afferrare. Con delle corde fabbricammo delle maniglie per ottimizzare il sollevamento e il trasporto. Non ci voleva nessuna abilità, solo forza fisica e molta resistenza.

Era quasi finita la giornata quando udimmo uno strillo. Luciano s’era infilato un chiodo di una stecca d’imballaggio nella mano destra. Da parte a parte.

Pompeo trovò dell’alcol, ma nemmeno un cerotto. Lo bendò stretto con un fazzoletto e Luciano riprese il lavoro finendo la giornata con una sola mano, smadonnando a tutto spiano.

– Meno uno – fece Enea – Questo so ‘o semo giocato. Vedrai che domani non viene.

La paga arrivò alle quattro e mezza. novemila a testa, le tremila mancanti le avremmo percepite a lavoro ultimato, una sorta di cauzione per evitare che filassimo via prima. Qualcuno protestò, pur intascando i biglietti da mille e cinquecento lire, altri sbadigliando raggiunsero l’una o l’altra auto.

Questi so’ pazzi. Altro che lavori forzati – commentó Luciano, mentre il Pecora sbraitava dal finestrino – A regà: game overe! Se n’annamooo! L’inferno ariapre domani!

* * *

Trascorse una settimana e sgobbammo pure di domenica. Enea, barba ispida e nemmeno più profumato, proteggeva le sue dita avvolgendole con cerotti e nastro isolante. I guanti sono una cosa personale, sostenne il ragioniere, immaginate la spesa se dovessimo fornire tutti di tutto.

Eravamo doloranti, le schiene a pezzi, le braccia e le mani sbucciate e indolenzite. Salivamo sui ponteggi ondeggianti, spesso scavalcando i tubi delle impalcature con enormi zavorre che la gravità voleva a tutti i costi riportare in basso. A volte passavamo così rasente al limite del pianale che era meglio non guardare di sotto.

Luciano continuò a lavorare con la mano bucata, infilata in uno spesso guanto da elettricista. Avevamo facce livide, diverse, derubate di ogni sorriso. Persino il caffè della sora Elvira pareva meno buono.

Passerà, sospiravamo ogni mattina all’alba, al solito appuntamento con Enea, mentre svuotavamo un thermos (ora ne portava due) e provavamo a riflettere e motivarci per raggiungere il cantiere.

– Come fanno quelli che si guadagnano il pane così, tutta la vita?

– A ‘sto ritmo? Non credo che esistano.

– Ma tu scherzi. Forse qui è raro, ché i romani non li buggeri mica, ma altrove, in altri posti…

– Guardate che lavori inumani ce n’è ovunque e magari dieci dodici ore al giorno. Noi, quando suona la sirena, rientriamo a casa e mamma ce fa trovà ‘na bella pasta.

Ce stanno a fregà, mo te l’ho detto, o magari se stamo a fregà da soli, co’ le mani nostre…no’ ‘o so. Ma tanto è uguale, che differenza fa? Sempre fregati semo.

Dai, che fra pochi giorni è finita.

– Pochi giorni? Ci vorrà almeno un’altra settimana.

– Ce la faremo?

– Bah! Il capo mastro sostiene che se non recuperiamo il ritardo è un casino e Trombetta, quando viene, manco saluta.

– È vero, sembra che quer buzzicone ce stà a fà ‘n favore.

L’inquietudine stava penetrando nell’anima, rosicando ogni giorno frammenti di certezza, ottimismo, stima di se. Eravamo spompati e soprattutto distratti e quel giorno, nel primo pomeriggio, avvenne l’imprevisto.

Manlio scivolò mentre montavano a quattro un climatizzatore. Cadendo, fece perdere l’equilibrio agli altri tre e Quirino fu proiettato verso l’esterno. Urtò la faccia a un giunto metallico, con violenza. Aggrappato a un tubolare del ponteggio, fra il quinto e il quarto piano, con i piedi ciondoloni nel vuoto, si pisciò addosso dallo spavento.

Lo issammo su. Aveva tutto un lato del viso, fino all’angolo della bocca, scorticato a sangue. Lo aiutammo a scendere al pianterreno. Pompeo ci raggiunse con una fiaschetta di grappa e gliene fece ingurgitare una sorsata. Quirino si sciacquò la bocca e sputò in terra, poi, seduto ritto sulla sedia, lo sguardo stralunato, cominciò a battere i denti mentre il sangue ora gli colava anche dal naso e l’occhio cominciava a tirare al viola.

Restammo lì una decina di minuti, cercando di dire cretinate per farlo reagire e rinfrancarlo. Vennero gli addetti al montaggio e alcuni operai. Qualcuno telefonò a Trombetta che dette ordine di pagargli la giornata e spedirlo a casa.

Di lì a poco, si avvicinó uno mai visto prima, vestito con giubbino di renna e dolcevita, e gli consegnò tremila lire. Era uno dei geometri, pure lui del Tufello. Disse: Aho, sembri uscito da ‘na rissa co’ ‘n’orso. Adesso chiamo un taxi. Fatte portà al pronto soccorso, ar Sant’Eugenio, ma nun di che t’è successo in cantiere, me raccomanno, sennò so’ cazzi!

Dopo una mezz’ora giunse l’auto e Quirino montò dietro.

– A regà – disse senza voce, col fazzoletto arrossato dal sangue che tamponava la ferita – Pensatece voi a recuperà er resto. Domani nun ce vengo. Anzi, nun ce vengo propio più. Vaffa frega, me ne sto a casa co’ mi moje e ‘a creatura!!!

Alle quattro in punto staccammo. Un pizzico di sole rischiarava il pianoterra mentre fumavamo in silenzio, aspettando il ragioniere. Ma quella sera, niente paga. Il capo mastro ci annunciò che Trombetta aveva avuto un impedimento ma che l’indomani tutto sarebbe ritornato in ordine e ci avrebbero retribuito i due giorni.

Enea si alteró – A Mimmoo! – gridò, mentre l’altro si stava allontanando – Dicce ‘a verità, che sei pure ‘n’amico de mi madre. Ascolta: questi nun ce vonno pagà perchè ch’anno paura che domani ‘n viene più nisuno. Ma te pare ‘na cosa giusta, cor mazzo che se stamo a fà? Ma che dovemo d’annà ar sindacato?

Mimmo alzò le spalle, rispose che non dipendeva da lui e che era là per controllare e far avanzare i lavori, nient’altro.

Quando fummo soli, il Pecora, Manlio e Duilio riempirono il bagagliaio con dei grossi spezzoni di rame e cavi elettrici, di cui alcuni già denudati della plastica. Apparentemente dei residui messi belli in ordine da qualcuno che aveva avuto la stessa idea. Dovevano esserci settanta, ottanta chili di roba e il retro dell’auto si abbassò visibilmente.

– Si recupera il metallo e si vende. I soldi vanno a Quirino che ancora un po’ ci resta secco – ci spiegò Duilio.

Ce n’è pe’ ‘na cifra. Più de ‘no scudo – aggiunse il Pecora.

Non fecero in tempo a richiudere il cofano che arrivò il guardiano, a grandi passi. Spuntò fuori da dietro una colonna, era come se fosse stato tutto il tempo lì, nascosto a spiare.

– Quella roba – gridò – la rimettete dove l’avete presa, e in fretta.

Quale roba? Ma de che parli? – ribatté il Pecora e prese posto in macchina. Ci avvicinammo a braccia conserte, non tutti avevamo capito quello che stava succedendo.

Forza, regà, salite che se n’annamo – proseguì il Pecora mentre il guardiano s’era piazzato davanti alla macchina e faceva ostruzione.

– Questo sta a scaciottà. Mo scenno e je do ‘na papagna.

E subito arrivò Trombetta, seguito dal tizio delle tremila lire e da un ragazzotto piuttosto piazzato

E mo, er ragioniere da ‘ndo esce? – sollevò Enea – Ma nun ch’aveva ‘n’impedimento?

Ci fu un ribollimento generale.

– Che presa per culo, questo è ‘mpedito solo pe’ dacce i sordi!

– Guarda quant’è bellino cor casco de sicurezza, ner caso uno je desse ‘na tortorata.

– Ma davero….

* * *

Ci concedemmo un solo giorno di pausa prima di riprendere il lavoro con la mondopulito e affrontare la solita infinità di gradini. Decisamente, la mia vita era tutto un sale e scendi. Gli dei si divertivano forzandomi, come il figlio di Eolo, a montare pesi fin su, sempre più in alto, per poi ricominciare da capo, senza fine.

Enea era riuscito a rabbonire il capo settore che ci aveva reinserito nella stessa squadra. Mancava Luciano, che aveva iniziato un corso da infermiere mentre Manlio aveva preso il suo posto in attesa di un film di Steno, con Buzzanca, in cui a turno lavorammo tutti.

Quel mattino, prendemmo il cappuccio nel solito baretto. L’inverno aveva finalmente schiuso le porte alla primavera e i primi raggi di sole fecero capolino fra i tavolini.

– Ho rivisto Mimmo, er capo mastro – ci confidò Enea, felicemente infuso nel suo dopobarba.

A Enè, ma te ce fai er bagno co’ ‘sto profumo? – punzecchiai.

Sorrise e ne tirò fuori un campioncino ancora nella scatolina. Tiè, pi’a – mi disse – che quanno ‘a gente t’apre ‘a porta fa effetto! Damme retta.

– Allora? -chiesi – che dice il sor Mimmo?

– Apri bene le orecchie. Non me l’ha detto chiaro e tondo ma io l’ho capito e adesso so come stanno i fatti: quel rame ce l’hanno messo apposta. Era un tranello, un adescamento pe’ facce abboccà.

Era possibile. In effetti, secondo il costruttore, andavamo a rilento e il costo della manodopera era elevato e così, a detta di Enea, avevano messo in piedi quello stratagemma per metterci con le spalle al muro, magari nei guai, e toglierci di mezzo – E er Pecora – sottolineò Enea – ‘sto farloccone, s’è fatto beccà cor sorcio ‘n bocca.

Così, Trombetta, quel pomeriggio, aveva fatto di tutta l’erba un fascio e messo l’intera squadra alla porta, anche coloro che non avevano partecipato al presunto furto del rame. E per le tremila giornaliere mancanti, potevamo metterci una pietra sopra. Quello che avevamo intascato dovevamo farcelo bastare, ché era anche troppo per quello ( o per quel poco ) che avevamo «reso» all’azienda in una settimana.

Riuscimmo almeno a ottenere la parte di Quirino perché, se da un lato ci fu lo spettro della denuncia, dall’altro Enea cercò di intimorirli e li minacciò di tirare in ballo l’ispettorato del lavoro.

– Aho! A me mica m’empressionate – ringhiò – io ve sguinzajo er sindacato e, ancora de più, monto fino ar ministero, e poi vedemo chi ce va ‘n galera, che ch’avete fatto lavorà come funamboli.

Quella sera il borsone era leggero. Per la prima volta l’avevo svuotato e nel fondo c’era rimasto solo un abrasivo per le pentole. Non avevo mollato un attimo, mai, nemmeno davanti ai più recalcitranti, a quelli che aprivano la porta con la catenella, a quelli che avevano di tutto, a quelli che dormivano di giorno, ai vecchi soli, alle mamme indaffarate coi marmocchi, ai disperati, ai terrorizzati e ai delusi, ai malfidati e ai moribondi. La mia percentuale superò seimila lire, un record, il mio record personale, il doppio di Enea che aveva appena sfiorato il suo tremila abituale.

Era sabato, giorno di paga. Il capo squadra contò i biglietti e scrisse la somma sul foglio settimanale – Oggi hai fregato a tutti, disse, dandomi una gran pacca sulla spalla. Mi sentivo bene, quasi spensierato. Non avrei mai pensato, piedi gonfi a parte, di ritrovarmi così in forma dopo una tale sfacchinata.

Decisi di non rientrare subito in quartiere e andare un po’ in giro a respirare un po’ de Roma mia. Camminai sotto un tramonto sfacciato, col sole sanguinello, di quelli che oltre ai tetti e alle cupole tingono e confondono il grigiore dell’animo umano, che pure i diavoli (e i Trombetta) s’encantano a guardà.

Bighellonai verso Sant’Eustachio. I marciapiedi erano affollati di gente che aveva finito la giornata e di giovani, anziani e turisti. Tutti zompettavamo come grilli, eccitati dall’amalgama di quell’aria primaverile e la magia delle antiche strade.

A un tratto, mi ritrovai con le mani in tasca e, mentre l’una stringeva i sei biglietti da mille tutti incartocciati (un vero trofeo!) l’altra trovò il flaconcino, ormai vuoto, di Enea.

Oh, hai visto che to ‘o sei sparato tutto? – aveva scherzato mostrandomi delle altre scatoline omaggio.

Dietro al Pantheon, vidi il negozietto. Entrai. C’erano sei o sette clienti. Aspettai il mio turno curiosando tra le boccette, le creme, i make-up e la marea di accessori.

– Desidera? – chiese infine la commessa.

– Acqua Velva – risposi, col bigliettone sgualcito nelle mani – Blu, naturalmente!

acquavelva


Credits

Immagine in evidenza: di withnail80 

Roma ghetto: anlopelope

Castel Sant'angelo:Mariano Mantel

Aqua Velva da internet

Il diario di Yol

Quando ho finito di scrivere questa novellina, alla fine degli anni ottanta, mi sono messo paura da solo, e sono subito corso a comprare un alberello. Non avevo terra ma lo presi e andai a piantarlo nel giardino di un amico.

Il diario di Yol

(ovvero 37° Celsius, a malapena)

E subito riprende

Il viaggio

Come

Dopo il naufragio

Un superstite

Lupo di mare.

(Giuseppe Ungaretti)

Il mio nome è Yol, della famiglia Cussumeci.

Quando mio padre morì sul fronte di Aleppo, lasciando sole la piccola Rachele e la mamma in mia dolce attesa, quest’ultima pregò a lungo perch’io nascessi femmina, poichè i maschi – decretò – sono dei gran piagnoni e poi vanno tutti alla guerra e lasciano in lacrime noi donne! La chiamerò Yolanda come la nonna, che ha tirato fino a cent’anni!

Venni al mondo e mia madre mi chiamò Yolando, senza possibilità di scampo, per partito preso. Nemmeno un misero secondo nome cosicché nessuno potesse prendersi la briga di chiamarmi in altro modo.

Studente, ebbi molti colleghi stranieri, fra i quali un indiano, un certo Balram, nativo della città di Yol, nel Pradesh. Benissimo, pensai, non può trattarsi di una coincidenza, Balram ha incrociato il mio destino perch’io prenda pienamente coscienza che ho un nome inverosimile.

Colsi la palla al balzo e lo dimezzai. Yol, dissi a mia madre, sarà più che sufficiente ed è ben proporzionato. Che nessuno mi chiami più Yolando!

Divenni geometra e praticai a lungo il mestiere, negli anni in cui costruire aveva ancora un senno. In seguito, con la fine delle stagioni e il progressivo e inesorabile aumento delle temperature, mi gettai a testa bassa in un progetto di case frescura (in rattan e lacci di salice intrecciati) ma anche questo non durò a lungo, poiché le piogge prima si fecero rare e poi svanirono del tutto e così gran parte dei corsi d’acqua, tanto che la sovrana vietò l’irrigazione delle piante non commestibili e gli arbusti da vimini vennero meno.

Allora, abbandonai la professione e migrai più a nord, nell’Agro Pontino. Passai alla musica, di cui avevo già qualche rudimento. Mia madre mi passò il prezioso oboe d’amore in palissandro, eredità del nonno Pietro, e per anni presi corsi alla scuola del maestro Caccamo, uno dei migliori. Mi era stato consigliato da un intimo amico di Taiabbue, il taverniere di Anzio dove consumavo le domeniche.

Finii male. Senza soldi né buoni vestiti – l’ultimo è quello che porto sempre nel sacco: un doppiopetto di acrilico blu che data circa quarant’anni. La giacca non ha alcuna utilità, è solo un cimelio, un oggetto antico ma prezioso che conservo con cura e mi ricorda le ultime e rare precipitazioni d’inverno.

Ora, che anche febbraio si fa beffe di noi e ci arrosola con quaranta e passa gradi all’ombra, anch’io indosso la popolare maglina in fibra di carapace. Ha un odoraccio ma è più adatta a questo caldo demenziale.

Ho una barba che sembro San Cristoforo. Sarebbe bene che quel testone di Melchiorri mi passasse forbici e rasoio. Dice sempre di si e poi li dimentica di proposito, ne sono certo.

Fuori i cammelli blaterano e sbuffano mentr’io inganno l’afa scrivendo queste pagine.

I cammelli! Che idea far venire i cammelli qui a Segesta. Melchiorri afferma che presto saranno perfino nella fu Milano. Melchiorri è l’ingegnere capo. È lui che ha costruito questa fortezza in mattoni d’alga. Sembra che sia una mente coi materiali di riciclo ed è lui che ha fatto il mio nome (a seguito di un alterco) al faltabolo della missione, al quale sostenne d’aver bisogno di un assistente, qualcuno capace di servirsi del vecchio tacheometro, un archetipo del ventunesimo secolo che avevo imparato a usare negli ultimi anni di scuola.

– Sa bene che il nostro incarico è segreto. Siamo già abbastanza così – fu la risposta del faltabolo. Ma Melchiorri non si arrese, si inasprì e alzò anche il tono:

– La misurazione delle coordinate è primordiale e non abbiamo strumenti moderni – argomentò – ho bisogno di qualcuno che sappia usare quell’aggeggio ammuffito. Se devo fare tutto io i tempi saranno lunghissimi.

E la spuntò così, costringendo il vecchio capo dell’ambasceria a inserirmi nel programma e per me fu il gran ritorno in patria.

Melchiorri, ebbe il grande torto di sposare mia sorella Rachele, qui in Trinacria, in un polveroso e desolato mese di giugno di alcune estati fa, sotto un sole inclemente e uno scirocco torrido e disseccante che la facevano da padroni e iniziavano a ridurre l’isola, oramai messa a tappeto da una cappa che oscillava intorno ai cinquanta gradi, in un’arida distesa di sabbie grigie e pietrisco odorosi di metallo, e la volta (ex celeste) iniziava già ad assumere questo color avana sbiadito, così accecante da dissuadere chiunque ad alzare lo sguardo, obbligando noi poveri Cristi a camminare col capo chino, come penitenti. La mamma, sempre arzilla, dall’alto dei suoi novant’anni sentenziò: – Il cielo sta prendendo il colore della carta da forno d’un tempo. Ormai è chiaro che il diavolo ci sta arrostendo come grilli e fra poco, vedrete! ci mangeremo ben cotti l’uno con l’altro.

Ma quel giorno, nel pomeriggio, venne giù un miracoloso scroscio d’acqua, acida e sporca, ma pur sempre gradita. Io suonai felice, sotto quell’insperata pioggia fine e fitta, seguendo con lo sguardo quelle morbide nubi passeggere, simili ai fiocchi di zucchero filato della mia infanzia.

Mia madre pianse e abbracciò Rachele ripetendole – È buon segno, è buon segno! – e subito le sparò un antiquato proverbio augurale:

Se la sposa ha bagnato i piè – recitò – alla fine dell’anno sono in tre! – e inumidì a più riprese i piedi e il capo di Rachele con l’acqua piovana.

Fu una vera festa, mangiammo legumi freschi e anche sargasso, mauru con aceto di bambù e petali di nasturzio (già allora introvabili).

A metà pranzo, mia madre, con un goccetto nelle vene, si fece aiutare per salire sul palco e tenne un discorsetto sconclusionato:

– Fammi una femmina, figliola mia, almeno tu, che i maschi non hanno più amor proprio, e si son fatti togliere il diritto di voto e smantellare le chiese perché siano in numero proporzionato alle sinagoghe e alle moschee, manco fossimo ancora in Europa, ed ora siamo separati dalla penisola e il continente è frammentato come ai tempi di Mazzini. Io dico, evviva la nostra regina che è una persona spirituale e morale! Evviva le donne!

Nessuno capì granché ma ci fu una lunga ovazione e ognuno tornò a mangiare e tracannare e Rachele ed io salimmo sul palco a recuperare la vecchia mamma, brilla e malferma.

Avevamo alzato tutti un po’ il gomito, ma Melchiorri uscì dai limiti e bevve come un orco. Di colpo divenne paonazzo e cominciò a tremare sulle gote e sotto il mento, a causa degli psicotropi della bevanda sintetica. Quando il lungo ciuffo di capelli (portato di norma all’indietro) gli piombò sugli occhi mi cercò a tastoni, scilinguando inebetito. Era già sera e lo portammo di peso nell’alcova, una tenda riccamente decorata e predisposta alla prima notte di nozze dove mia sorella lo aspettava fremente, camminando su e giù con i suoi piccoli piedi nudi, sugli antichi tappeti della nonna.

– Con me parti male, bello mio! – s’infuriò Rachele – questo matrimonio non reggerà mai, te lo do a cento contro uno, altro che sposa bagnata!

Sei mesi dopo fuggì con un commerciante di carne (fennec e coyote d’allevamento) pare su un’isola delle Cicladi (non ne abbiamo più avuto notizie).

Melchiorri non si consolò facilmente ma trovò in me un amico e nella musica un valido conforto e a sera, quando il mare si ritirava dalla riviera di levante lasciando sulle antiche spiagge di Nerone solo gli odori salmastri delle alghe e del putridume dei pesci morti, veniva al ristorante dell’Antica Teglia a bere e spulciarsi il cuore dai malanni, mentre Taiabbue friggeva zeppoline di alghe e nudibranchi ed io suonavo fra i tavoli, in cambio di un pasto caldo e acqua pulita.

Brav’uomo, non mi dimenticò mai e a lui devo il mio ritorno nella mia amata terra e il giorno in cui fece il mio nome al faltabolo rinacqui (qui si mangia a pranzo e cena!) e il problema numero uno della mia esistenza si risolse di colpo.

Arrivai alla missione senza valigia, solo una tracolla con pochi indumenti, l’oboe e qualche spartito.

Un gruppo di cammelli sembravano in attesa davanti al portale. Dietro i quadrupedi il faltabolo, in grande uniforme nera, dietro il faltabolo Vittorio Melchiorri, con una sorta di fazzoletto madido di sudore sul cranio a guisa di copricapo e la ciocca lunga e già grigia che spuntava di lato. Mi parve sfatto. Aveva occhiaia blu e la fronte tutta solchi e rughe, fulminato, annientato dalla forsennata canicola e dal lavoro, ma forse anche dall’intramontabile nostalgia di Rachele.

Venne ad abbracciarmi e si affrettò a dirmi: – Abbiamo toccato i cinquantanove gradi Celsius, però abbiamo un pozzo, sai? L’acqua è salata ma viene su fresca.

Attraversammo il cortile, ampio e ovviamente dominato dal sole, senza aprir bocca. Di lato, un enorme quadrante solare senza l’asse verticale, giaceva inutile come una scusa. Sul disco, tracciato di segni scoloriti che un tempo avevano indicato il trascorrere delle ore, qualche buontempone aveva scritto a vernice nera: Scusate il ritardo, è molto che aspettate?

Più in là, semi nascosto dalla penombra del muro di cinta, un giovane leone dava strattoni alla catena e al suo spesso collare di metallo. Mi fermai.

– Anche a me ha fatto effetto la prima volta – disse Melchiorri – Qui li tengono tutti ai ferri. Pare ne siano sbarcati almeno un centinaio, ora che Segesta è bagnata dal mare, ma non si sa né come e né quando. E le scimmie, ci sono scimmie che vivono sulla spiaggia! E sono carnivore! Proprio come i leoni…

Camminando, mentre seguivamo l’uomo in nero, continuai a sbirciare quel gattone selvatico. Ero intimorito ma, più che altro, il fatto di vederlo attaccato a un ceppo come un cane da guardia mi confuse decisamente le idee. Ma niente oramai è più plausibile, ben poco stupisce e accettare aiuta a sopravvivere.

Attraversammo un portico e una fragranza di pietanze cotte m’invase lo spirito (sembrava cacciagione, avrei detto lepre, anche se di lepri non ce n’erano più da un pezzo).

– Cazzo, si mangia! – esclamai grossolano – ma venivo da un lungo digiuno e la battuta scappò via da sola, involontaria.

– Può rifocillarsi – reagì con tutt’altra eleganza il faltabolo – Faccia pure una pausa e prenda tutto il tempo che vuole – e aprì l’uscio dal quale fluiva l’odore del cibo – Oggi fennec in fricassea. Spero che lei non sia di gusti difficili come qualcuno! (pronunciò quel qualcuno! alzando di proposito la voce, lo sguardo cupo puntato su Melchiorri) e aggiunse sfottente: Cu la voli cotta e cu la voli cruda, quel povero cuoco non sa più dove mettersi le mani. Inoltre, il fennec è ottimo, meglio del coyote e Taiabbue lo prepara con i fichi d’india per temperarne il gusto. Quel cuciniere è un genio, vedrà che sciccheria.

– Taiabbue? – esclamai stupito. Melchiorri mi strizzò l’occhio e mi fece segno di tapparmi la bocca.

– Ci rivedremo con calma – riprese il faltabolo – Lei ingegnere gli assegnerà la camera nell’area australe, accanto all’alloggio di Alba Concetta. Non lo mettiamo nel dormitorio – e aggiunse, con un sorriso che gli mise la mandibola di sguincio – U ciavuri i pere è potente (l’odore di piedi è potente).

La stanza.

Il locale è piccolo e basso (il soffitto non supera di trenta centimetri la mia altezza). Una sedia, un tavolo con su una lampada di sale, uno scaffale vuoto. Il letto è un gran sacco imbottito di crine. Sulla parete di fronte, la testa impagliata di una iena (tutt’altro che ridens!) ha l’aria goffa e indignata.

Non c’è porta.

– Per ora starai qui – disse Melchiorri – non è male.

– Perché per ora? Ci sono altri alloggi?

– I lavori sono altrove, più a sud, dove prima era Montallegro, a due passi dal litorale.

– Quando comincio?

– Non subito. Mancano alcuni materiali.

– Dimmi, Vittorio, di cosa si tratta?

– Ti sembrerà strano, ma stiamo lavorando su un progetto di piramide.

– Hai detto piramide?

– Si, la edificheremo con materiali meno nobili. Sarà alta circa sessanta metri.

– E a cosa può servire?

– Il faltabolo ti spiegherà con calma. Vedrai, l’idea affascinerà anche te.

Aveva tutta l’aria di uno che volesse defilarsi, sottrarsi alle mie domande. Continuai:

– Sento odore di mistero, robe mistiche, stramberie. Comunque, basta che c’è da mangiare…

– No, nessun misticismo Yol, tranquillo, ma si è fatto tardi, sono atteso.

– Allora, cosa c’è sotto? – insistetti – Una nuova arma?

– Ancora armi? No, no. Non c’è nulla di militare qui, ma riposa ora ti prego, io ho molto da fare. Ne riparleremo, abbiamo tutto il tempo.

Melchiorri partì, io tolsi l’oboe dall’astuccio e suonai fin quando, a tramonto inoltrato, l’odore della tavola imbandita non venne a colpirmi di nuovo come un diretto allo stomaco.

Note diverse del giorno dopo.

Melchiorri m’ha portato uno specchio (ma non il rasoio).

Ho la barba ingiallita, la stanchezza del lungo viaggio ancora sul volto e l’aura celeste del musicante. Quando osservo la mia immagine riflessa, uno sguardo straniero mi esamina di traverso.

Ho perso qualche lacrima, non capisco se di gioia o disperazione. Sono cadute a mia insaputa, spontanee, come da un rubinetto spanato. Sapevano di sale e di ruggine o di sangue, non so. Ho uno sguardo allucinato da ragazzino intimorito dal buio e il resto è frusto e malconcio. Non conto più gli anni, né i mesi né tantomeno i giorni. A volte conto le ore, quello si, quando so che un po’ di cibo o un po’ d’acqua decente mi aspettano da qualche parte

lacrime

La zuppa delle diciotto è buona e copiosa, mi è sembrato di sentire un gusto d’aglio, ma chissà cos’è.

Ho bevuto latte di cammella.

Finalmente dopo cena ho incontrato Taiabbue e conosciuto gli altri componenti del gruppo.

Levi – non ho capito bene cosa fa, ma ha a che vedere con i giardini, o gli orti. Melchiorri dice che un tempo clonava vegetali (è bonario e panciuto, con un’aria sovralimentata e felice da prete di campagna. Quando qualcuno spara una cazzata, si scompiscia dal ridere. Sembra proprio che per lui l’inferno abbia stabilito una tregua).

Sciacca – entomologo (baffi lunghi a manubrio, ben curati, alla «belle epoque» dice lui. Mangia con lo zuccotto in testa, un fez di panno azzurrino che gli da un’aria di vecchio mago svampito).

Panigada – la geologa (porta la matita all’orecchio e legge fiabe di fantascienza).

Del Piano– impianto di desalinizzazione (con spessi occhiali che gli ingigantiscono gli occhi già tondi e sporgenti di suo).

Cannavale – esperto botanico (ha un occhio azzurro e l’altro marrone come Alessandro il Grande).

La Brunasti – egittologa (medico all’occasione. Afferma che un giorno saremo tutti molto scuri, come ai tempi dei faraoni, alla faccia dell’ormai tramontante etnia bianca).

Alba Concetta – la terza donna del gruppo, originaria di Stromboli. È l’occhio segreto del potere (segue il progetto per conto della corona).

Magi – economo e magazziniere della missione (azzimato e senza un granello di polvere sulle scarpe).

– A gennaio arriveranno oltre duecento operai – mi confidò quest’ultimo – e alcuni militi inviati dalla monarca, non si sa mai con questa recrudescenza di Integristi Soppressivi. Ma lo sa che hanno distrutto ponte Sant’Angelo?

La cosa non mi stupì, avevo visto molto peggio e conosciuto stronzi e malvagi di ogni tipo.

– Dove alloggerete tutta questa gente? – chiesi impressionato dal numero elevato di addetti ai lavori.

– Vicino al cantiere. Sarà un enorme accampamento. Ci andremo a giorni, ormai siamo quasi operazionali, aspettiamo le piante, le rane, le larve delle api e sembra anche sirfidi e coccinelle nate in laboratorio.

Quella sera ci radunammo tutti in cortile, spuntò anche il faltabolo, con una cassa di vino liquoroso dell’epoca in cui i vitigni dominavano la campagna marsalese.

– È dunque vero che non facciamo più attenzione al tempo e non si festeggia più nulla – quasi ci rimbrottò – Ma questa notte, diamine! È vigilia di Natale.

Stappò la prima bottiglia e l’alzò verso il cielo, come un ringraziamento: – Marsala! – gridò eccitato – Conservato in grotta, per quasi due secoli.

La luna era tutta, oleastra e bassa sull’orizzonte, sembrava ci osservasse da dietro un vetro appannato o che avesse tutt’intorno un velo di nebbia o di fumo.

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Suonai Marcello e Handel sotto lo sguardo stranamente mieloso del leone, sedotto o incuriosito dalle inattese note dell’oboe. Pareva una tela del doganiere.

 

Non ci fu baldoria ma molta euforia, come quando si è sopravvissuti a una tragedia, ognuno, in cuor suo, festeggiando l’essere ancora vivo e in conveniente compagnia.

Taiabbue grigliò pale di fico d’india e distribuì crema di datteri e abbondante vino di palma.

Sciacca danzò, volteggiando e girando in tondo come i monaci mendicanti. Cannavale batté a turno i suoi avversari alla Tavola Reale e gli altri, seduti in cerchio, provarono a rifare il mondo e rievocarono i tempi in cui il cielo era ancora uno smalto blu che a sera virava al rosa o anche al rosso e gli uccelli lo rallegravano a milioni tutt’intorno al mondo. Levi ribadì che i volatili erano molto più numerosi, altro che milioni! Dai sessanta ai quattrocento miliardi e gli insetti, aggiunse, più di un miliardo di miliardi!

Fu come se quel manipolo eterogeneo avesse intrapreso un viaggio di gruppo nel tempo, sognando e rimestando all’indietro, ognuno con i suoi aneddoti, le sue cifre, le ormai dileguate certezze, fin quando le stelle smisero di brillare e si ritirarono risucchiate dal freddo dell’universo e la luce esangue dell’aurora giunse a smorzare il vigore della bisboccia.

Melchiorri, che aveva dato fondo a diverse bottiglie (e discusso a lungo con il leone!) si inginocchiò col suo emblematico sorriso da sbronza e s’accasciò a due passi dalla belva, grazie a Dio assopita.

La notte, una volta tanto indulgente (37°Celsius a malapena) non aveva più nulla in serbo, e scemò.

Fu allora che il faltabolo mi prese sottobraccio e mi condusse nell’ala boreale.

Alla fine di un lungo corridoio, sboccammo di nuovo all’aperto e penetrammo in una cupola geodetica. L’intuito mi disse che stavo per essere messo a parte del segreto.

La luce fioca del mattino passava attraverso i pannelli trasparenti. Ci avvicinammo con passo felpato. Il cuore si mise a martellare veloce. Un’enorme collina di terra, con un esile albero di giuggiole, ciuffi d’erba e fiori di campo mi apparve agli occhi. Il verso di un assiolo notturno scandiva spensierato il tempo. Un nodo mi si formò in gola.

– Terra di castagno – mormorò il faltabolo – l’ultima, ora che il mondo è quasi tutto un deserto.

– Da non crederci…È bruna, quasi nera – balbettai.

– In effetti, questo nostro pianeta dovrebbe chiamarsi Polvere e non più Terra – aggiunse con un pizzico di ironia, passandomi la mano sulla spalla e spingendomi delicatamente verso l’uscita. La visita era finita.

– Si, ha ragione, usciamo – reagii, confuso ma soprattutto imbarazzato dal gesto familiare della sua mano – Meglio non disturbare!

– Ehi Vittorio – gli gridai all’orecchio. Sussultò, poi vide che il sole era già alto e pronto all’offensiva.

– Sai – dissi contento – l’ho vista, è una cosa stupenda.

– E l’hai toccata?

– No, non ho avuto il coraggio.

Si sedette, il naso arrossato dall’alcol e le palpebre pesanti, e iniziò a raccontarmi il progetto per intero.

– La nostra – disse – sarà una piramide energetica, ospiterà una gigantesca serra con terra buona, piante e insetti… Ne faremo senz’altro delle altre, la regina è pronta a finanziare il progetto. Vedrai, un giorno distribuiremo verdure fresche su tutta l’isola e chissà, forse oltre, fino ai confini dell’ambasceria di Matera. Allora, il sud sopravviverà.

Dormii fino all’ora di pranzo, nonostante l’aria opprimente e gli sbruffi dei cammelli che divoravano pale di cactus a due passi dalla mia stanza.

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Sognai uno stagno nel mezzo di un giardino. Le libellule svolazzavano ispezionando riflesse lo specchio d’acqua. Un coro di rane sparpagliate sulla riva riempiva l’immenso vuoto della piramide. Io, completamente solo, tenevo stretto l’oboe cercando in fondo all’anima il fiato per suonare.


Prima immagine e in evidenza di Gustav Klim su Flickr https://www.flickr.com/people/klimbrothers/

Seconda immagine di Henri Rousseau – Google Art Project: Home – pic Maximum resolution., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20080327

Terza immagine di Henri Rousseau – sconosciuta, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10741912

Il gelso nero

…Chi può sapere cosa essi dicono quando parlano degli uomini, gli alberi parlano albero, come i bambini parlano bambino…(da «Alberi» di Jacques Prevert)

* * *

Il pianoro era leggermente rialzato e dominava il mare, prima di San Vito, sulle rive del Tirreno. Uno scrigno di vegetazione, imbalsamato dai profumi dei piccoli fiori gialli del finocchio selvatico e del perpetuino che si mescolavano alla salsedine e all’odore delle alghe che essiccavano al sole.

Da lì si scendeva in un baleno. Quattro salti fra gli artigli dei fichi marini ornati di petali accesi e pluff, potevi gettarti nell’azzurro infinito del mare.

Quel cantuccio fu un amore a prima vista, sin dal primo giorno quando, appena ragazzo, il padre lo portò per la prima volta sulla lunga lingua di sabbia che si inoltrava nel mare come un pontile. Si andava in punta e si gettava la rete a lancio, l’ombrello del rezzaglio si apriva e intrappolava i pesci.

Più in su, sul piccolo rilievo, nascosto fra alti ciuffi di tagliamani, un giovane gelso cresciuto liberamente dominava la baia, ritto e fiero come una sentinella. Era il signore incontestato del luogo. Sebbene avesse il fusto mingherlino, in estate si caricava di bacche nere e carnose. Danilo si teneva lì, all’ombra del piccolo albero, mentre il padre arrostiva le sarde appena pescate.

Quel mattino di mezza estate, aveva trovato l’automezzo sul ciglio della strada. Posteggiò il vespone, mise il casco nel bauletto e si avviò a passo svelto lungo il viottolo che conduceva all’albero. Cento metri col batticuore, inebriato dal sole e dal canto assordante delle cicale. Se lo sentiva, c’era qualcosa di strano, di insolito.

Due uomini, armati di teodolite e paline graduate, stavano misurando il terreno.

– Che succede, che fate qui? – chiese

Il geometra rispose che dovevano controllare le planimetrie e tracciare il perimetro. Presto sarebbero cominciati i lavori, un hotel di 60 camere avrebbe visto il giorno di lì a poco.

– Lo vede l’albero? Beh, esattamente lì, fra un anno, quel piccolo gelso troneggerà nel bel mezzo di una piscina, su un isolotto di cemento e rocce. I turisti dovranno nuotare per spiccarne i frutti. Non male, no?

Danilo si allontanò. Scese giù per il pendio fino alla riva. Un gabbiano si alzò da un tronco semisepolto dalla sabbia. Danilo lo seguì con lo sguardo finché non si posò, più in là, su un fazzoletto di terra rialzato, seminascosto fra le rocce. Danilo s’inerpicò. Un leggero venticello prese a soffiare e lo accompagnò sulla china. Non una nuvola in cielo, il sole di luglio governava il giorno e il mare era immenso.

possente

È un gran bel terreno – pensò – gli piacerà.

Quando tornò indietro il geometra stava stendendo il metro a nastro, l’altro aveva il muso arrossato dalle more appena mangiate.

L’albero si mosse leggero con la brezza. Danilo si avvicinò e lo carezzò, come sempre, prima di cogliere un frutto. Sentì qualcosa, percepì un sospiro, un alito che non veniva dal vento. Un suono, un lamento? Forse una preghiera.

Ti porto via – disse.

Quella notte Danilo scavò, scavò a lungo, sotto lo sguardo attento delle stelle. E la luna sorrise.


Le immagini sono quadri sono di A. Possenti

Piedi Nudi

(Novellina sul piagnucolio)

La caletta era ancora distante, ma ne valeva la pena. Per accedervi ci si doveva inerpicare su un alto promontorio con la macchia fitta e poi ridiscendere e percorrere un paio di chilometri lungo una striscia sabbiosa addossata alla scogliera. Nessuno ci metteva piede. Era un posto dimenticato da Dio, abitato da uccelli che s’annidavano sulle pareti rocciose.

Di solito partiva presto al mattino, col sacco a tracolla e il Te Deum di Mozart negli auricolari.

Quel posto era la sua valvola di sfogo. Si ripuliva l’anima e il cervello parlando ad alta voce e a volte anche urlando e lanciando al vento le sue tiritere senza che nessuno gli rompesse l’anima.

* * *

Ancora uno sforzo bella mia, ci sei quasi, mormorò nella quiete di quel particolare lunedì mattina.

La sabbia era già calda che non erano ancora le dieci. Martina spense il walkman e allungò il passo, osservando con tristezza i suoi piedi nudi.

Due piedi enormi, pensò, due grossi stupidi piedi!

Si era di nuovo alzata col piede sbagliato, era proprio il caso di dirlo, e la cosa non andava migliorando nonostante la stupenda giornata, mare immenso e cielo blu, un cielo che lei nemmeno guardava, presa com’era a fissarsi i piedi e lamentarsi.

Che schifo, che croce! Non vi sopporto più. Potessi togliere di mezzo qualcosa, farei sparire voi e quel poco di cuore che mi resta. Mi tengo il cervello, per continuare a lagnarmi e fare incazzare il mondo intero (dette un calcio a un mucchio d’alghe secche insabbiate). Una spina nel fianco, ecco cosa sarei, una zeppa appuntita fra le costole di quell’esaurita di mia madre con quei grossi piedi pelosi tramandati di padre in figlio. E poi Giò, anche lui ci metto dentro, lui e quella manica di stronzette che gli girano intorno. Ah, come gli incasinerei la vita al mio bel casanova, con quel cacchio di sguardo di ghiaccio che faccio fatica a guardarlo negli occhi…

Tirò fuori un buondì dal sacco, lo scartò e ne fece due bocconi. Scacciò alcune mosche eccitate dal caldo che gli svolazzavano intorno per ristorarsi nel sudore e pizzicarle le spalle.

Si fermò. Sotto aveva messo il costume. Si sfilò il toppino e i pantaloni, ne fece un palla di stoffa, l’allacciò con le bretelle e la prese a pedate per una buona ventina di metri finché non urtò in qualcosa di duro e cacciò un urlo.

Di nuovo, fra le lacrime, le venne in mente sua madre, Minerva, magra come un chiodo, con i ciuffi sotto le ascelle che non depilava mai… È lei che avrebbe voluto prendere a zampate nel culo.

– Ma che fai? – L’aveva redarguita un paio d’ore prima – Lavi i piatti col bagnoschiuma? E perchè non col dentifricio…Hai proprio qualcosa di storto in quella testa! Dovresti curarti, sai?

Che rispondere? Che da chissà quanto tempo non c’era più sapone per i piatti? Fiato sprecato, per carità! Avrebbe negato l’evidenza, ancora una volta.

Inghiottì un’altra merendina, la quinta quella mattina.

Si sedette. Pausa, pensò e scartò il sesto buondì, l’ultimo finalmente. La sabbia gli scottò le natiche. Prese la palla di stoffa e ci si accomodò sopra. Ora lo sguardo si posò sulla ciambella intorno alla pancia. Se l’era fatta crescere apposta. Ci aveva lavorato sodo. Una dieta assidua di cannoli, cassatine al forno, gelo di anguria e robe varie al cioccolato, lei che non amava affatto i dolci. Così almeno era fatta, non c’era più da pensare alla prova costume, era riuscita a raddoppiare culo e fianchi e buona notte. Più nessuno l’avrebbe guardata, ora che sprizzava vaffanculo da tutti i pori. Sarebbe finalmente stata in pace di Dio, lontana da qualsiasi speranza, dagli impostori e da qualsiasi ipotetico principe azzurro.

– Sei bella così, grassottella al punto giusto – le aveva detto Giò, incrociandola all’uscita del supermercato.

E che sono, un maialetto? Aveva pensato lei, ma non aveva osato rispondere e, dopo aver degludito, aveva quasi acconsentito:

– Se lo dici tu…

– Ho poco tempo, devo andare. Ma tu, dimmi, come ti butta?

– Non molto bene, sai? Con mia madre è sempre il solito disastro, sto quasi per perdere il lavoro e quelle fitte intercostali, te le ricordi? E le palpitazioni? Ebbene sono di ritorno e anche tutti quei rumori nella pancia, soprattutto al mattino…

Giò aveva alzato gli occhi al cielo. Ecco che ci risiamo, doveva aver pensato, ricomincia a piagnucolare.

– Davvero, ti stanno bene questi chiletti – aveva comunque insistito, ostentando una finta espressione d’indulgenza, come se fosse stato condannato a subire tutte quelle manfrine ogni volta che la incontrava – Sembri uscita da un quadro di Rembrandt…sai quello con le bagnanti – aveva aggiunto tamburellando nervosamente l’indice sul filtro della sigaretta ormai spenta (sembra debba pepare il linoleum del parcheggio, aveva pensato lei sprezzante)

Poi Giò aveva tagliato corto, lanciando un’occhiata a quella mingherlina della Margy che lo aspettava con le mani sui fianchi puntuti che spuntavano fuori dai jeans.

– E ora scusami ma ho fretta.

– Se vuoi ci si vede un’altra volta – aveva osato lei – ci si beve un caffè e ti racconto un po’ di cose.

Sai? Minerva adesso si dipinge le unghie con gli smalti fluorescenti, ci aggiunge cuoricini, fiorellini… un vero caso patologico e…

– Perchè no, uno di questi giorni ti chiamo – l’aveva interrotta lui concludendo con un «ciao e a presto» ed era schizzato via, zigzagando fra i carrelli, per raggiungere quella pelle e ossa senza tette della sgarzolina di turno.

Brutto ipocrita. Aspetta che mi gonfio come un pallone e ti esplodo in faccia. Splash, ti riempio di tutta la panna montata che ho ingurgitato in queste ultime settimane. Ti ci affogo!

Si odorò le ascelle sudate e il proprio odore le piacque, quasi la commosse; pensò: aiuto… e se rimanessi sola per sempre?

Si chinò e massaggiò il piede, ora le doleva forte.

1937 - Donna sulla spiaggia

Piccolissime onde si formarono all’improvviso infrangendosi sulla riva. Sembrava mormorassero, o peggio, brontolassero, ma Martina ascoltava solo il ronzio delle mosche e la fitta che si acutizzava. Un minuscolo granchio si sporse da un forellino nella sabbia a un centimetro dal piede dolorante per poi rifugiarsi di nuovo nel cunicolo. Martina dette un pestone rabbioso sul buco, col piede buono, quindi guardò finalmente il mare, si alzò e fece qualche passo verso il bagnasciuga mentre lo sciabordio delle onde aumentava, sospinto da una improvvisa corrente.

L’acqua le alleviò il dolore rinfrescandogli le caviglie per poi ritirarsi gorgogliando. Avvertì una lieve sensazione di benessere venire su dai talloni. Per un corto istante si sentì bene e in pace con se stessa. Si distese e si lasciò andare, adagiata nella finissima rena dell’ansa. I gabbiani schiamazzavano mentre alcuni falchi pescatori intrapresero ampi cerchi di cui lei, stranamente, era il centro. Osservò i loro volteggi finchè le palpebre non cominciarono a appesantirsi…

* * *

Ebbe l’impressione di non essere più sola. Si rizzò sui gomiti, si sedette e lo vide. L’uomo, grande, grosso e capelluto e con la barba bianco latte, uscì dall’acqua e si scosse come un cane, scrollandosi di dosso alghe, meduse e stelle di mare.

Ha una faccia da perverso, pensò, anzi no, da bonaccione, ma da dove cacchio è uscito?

Il gigante fece una smorfia di rabbia, dette un colpo di tridente e un’onda si formò rovesciando sulla rena morbida un’intero branco di pesci. Ne dette un secondo e il mare s’appiattì. Allora parlò:

– Donna, mi stai assordando il cervello con tutte queste lamentele. Proprio qui, su questa spiaggia tagliata fuori dal mondo, devi venire a gemere di continuo? Di sotto, nessuno riesce più a discutere, ascoltare, sorridere, giocare, dormire, mangiare, suonare, ballare…Ho l’impressione che il demone della lagna abbia trovato in te una comoda e durevole ospitalità. È sicuramente molto felice, ben al calduccio nel tuo ansioso inconscio.

Chi non si sarebbe sbalordito dopo tale apparizione e quel modo di parlare? Tuttavia, Martina restò immune allo stupore e ancor più allo spavento. C’era qualcosa in quella specie di omone di rassicurante e, ovviamente, di fiabesco. Pensò comunque Oddio, Meglio sedersi!

– Sei già seduta! – Tuonò il gigante e proseguì: – Piangersi addosso è la soluzione più comoda e veloce, nevvero? È dunque questa la tua strategia? Attirare l’attenzione del prossimo e intrappolarlo nel tuo becero gioco? Non ne hai abbastanza di intortare il prossimo impegolandolo nei tuoi stati d’animo?

Sono anni che ti rivolgi al cielo solo per affligerlo con un profluvio di lamenti, donna a cui piace fare la vittima.

Martina ne aveva sentito abbastanza, si fece coraggio e protestò:

– Non pensavo fosse pure vietato essere disperati. E poi, a chi do fastidio? Non ho mica la sindrome di Calimero, sa? Di solito nessuno mi ascolta e allora parlo, parlo da sola. Il mio è solo uno sfogo, punto!

– Ha, ha – il titano rise e, divertito e rabbonito dalla sfrontatezza di Martina, continuò:

– Uno sfogo è una cosa, e le lagnanze ne sono un’altra. Tu nutri in te il piagnisteo e tutte quelle bruttezze che, per effetto specchio e per tua convenienza, vedi solo negli altri…e ti lagni, ti lagni, ti lagni sempre. Ne abbiamo le scatole piene della tue geremiadi!

– Scusi?

– Delle tue tristi solfe, è più chiaro?

Marina provò ad alzarsi ma il tridente del colosso si alzò minaccioso.

– Non ho finito, mignatta – disse, ora scuro in volto – Ascolta! Ciò che pensavi fosse chimerico, oggi sta per avverarsi, ringrazia questo mio insolito buon umore! Ed ora dormi, che ho da andare!

Dette un ennesimo colpo di tridente e svanì, inghiottito dalle acque.

* * *

Quando aprì di nuovo gli occhi, il sole era già basso all’orizzonte.

Oh mio Dio, ma quanto ho dormito, pensò Martina, è già sera.

Aveva la gola secca e un certo languore allo stomaco. Brontolò, forse per l’ultima volta: Oh Cavolo! Non ho più merendine e mi sento tutta infiacchita…

In un angolo del cielo un fine quarto di luna sembrava sorgere dal mare. Si guardò intorno ed i pesci erano tutti lì, ammonticchiati l’uno sull’altro, boccheggianti. La risacca ora le bagnava le spalle e i capelli, riportando in mare alcuni sgombri luccicanti e le sarde che saltellavano affannate a un passo dalla meta. Una leggera brezza la fece rabbrividire. Pensò di rivestirsi. Cercò di alzarsi: impossibile, qualcosa le bloccava le gambe. Martina sorrise, gli ultimi raggi di sole fecero scintillare le scaglie argentee della sua lunga coda.

Si aiutò con le braccia per entrare in acqua e avere un po’ di fondo, agitò le pinne e si allontanò, senza pensarci due volte, verso il largo e sotto le prime stelle. Con la notte sarebbero nate altre fiabe.

Si era di nuovo alzata col piede sbagliato, era proprio il caso di dirlo, e la cosa non andava migliorando nonostante la stupenda giornata, mare immenso e cielo blu, un cielo che lei nemmeno guardava, presa com'era a fissarsi i piedi e lame


Credits:

La prima foto è un quadro di Picasso “Donna seduta sulla spiaggia” per saperne di più -> http://www.mba-lyon.fr/mba/sections/languages/ltaliano/collezioni/capolavori/opere1476/donna-seduta-sulla-s?b_start:int=23

La foto di copertina, così come la seconda foto modificata, è un quadro di Antonio Possenti, altri suoi lavori si possono trovare qui: http://www.antonio-possenti.it

Allagato ma non troppo!

Ispirato da tutti questi giorni piovosi di maggio

Non c’è niente di più bello del farsi stringere sotto le coperte mentre fuori piove.

Ricopiò la frase, in rosso, con un grosso pennarello. Cambiò colore, prese il blu e aggiunse:

Certe giornate di pioggia sono favorevoli al concepimento e all’incubazione dei guai e delle future rotture di coglioni!

«Qual è la frase buona?» ­ si interrogò ­ «E soprattutto, cosa succederà adesso?»

Chiuse il diario e lo ripose nel cassettino della scrivania, sotto alla finestra. Sono un ottimo ricercatore di rogne – pensò – un vero asso nella materia.

L’aveva fatto. Aveva telefonato a Brigida ed ora se ne stava pentendo.

«Hallo?»

«Sono io. Sei sveglia?»

«Beh, adesso più che mai. Non ci posso credere, sei tu? …Oh Dio mio! Questo si che sveglia più di un caffè».

Eppure lo sapeva, ne era certo, che se avesse fatto quel passo non avrebbe

potuto più tornare indietro. Ma continuò.

«Lo so, avrei dovuto chiamarti prima ma non ho osato…» lungo silenzio, grugnito, presentimento di esplosione incombente…

«Ci sei?»

Ancora qualche secondo di assenza.

«Si, ci sono. Stavo solo meditando… Sei certo che volessi comporre il mio numero?»

Aveva già cambiato voce. Ora era un tantino più nervosa, proprio quel tono acido che lui tanto odiava. Se non fosse per questa maledetta pioggia che mi blocca in casa, probabilmente – rimuginò lui – avrei tenuto duro, non l’avrei chiamata.

­ Aspetta un attimo – disse lei – che mi verso un caffè. Il cielo scuro, carico di tristezza e noia, aumentò di colpo la cadenza della pioggia.

Lui chiuse gli occhi e ascoltò lo scrosciare incessante sulle tegole.

Non amava i temporali né tantomeno i lampi, i tuoni, l’odore della terra bagnata, i vetri appannati… Ed ora era troppo, l’inverno aveva oltrepassato i limiti, penetrando nel mese di maggio come un barbaro invasore. Dieci giorni di pioggia ininterrotta. I romani non vivevano più, lumacavano fra un pasto e l’altro sperando in una schiarita. E lui? Tappato in casa, abbracciato al violoncello da mane a sera davanti allo stesso spartito e lo scooterino che non poteva nemmeno più circolare. Meno male che, qualche giorno prima, una schiarita gli aveva permesso di riempire un carrello alla Coop.

Brigida riprese il telefono. La sua voce ora era suadente, si poteva immaginare il suo splendido sorriso.

«Questa volta pensavo di non rivederti più – disse – ci avevo messo una croce».

«Allora…vuoi dire che, insomma… ti andrebbe di vedermi?»

«Non mi dispiacerebbe…»

«Non sei arrabbiata con me?»

«Bah… anch’io sai, avrei potuto chiamarti. E tu, avresti dovuto farlo prima»

«Oh si, è vero. Me ne voglio più di quanto tu possa supporre. Ma credimi, ti ho pensato talmente tanto…Vieni, dai. Tu col fuoristrada passi senza problemi, io col motorino…»

«Mmmhhh…»

­«È domenica. Ci facciamo le ciambelline al Vin Santo – aggiunse lui, pensando a quanto era pazza per i dolci – ­ E anche le crepes – infierì – con la crema di castagne e la panna fresca. Ho tutto in casa.».

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Dopo un ennesimo silenzio lei sussurrò: D’accordo Isidoro, fra un’oretta o due sono da te ma… dolcetti a parte… scalda il letto!

Riattaccarono. Lui ebbe una grossa erezione. Si diresse nella stanzetta che gli serviva da studio. Sul leggio da tavolo, accanto al violoncello e in una bella cornice, osservò con bramosia la foto di Brigida in uno string glamour quasi inesistente. Uno scatto «osè» carpito a sua insaputa col cellulare, da uno spiraglio della porta del bagno. L’aveva messa lì a bella posta, cosicché, mentre ripeteva le arie del Barbiere di Siviglia, fra la Calunnia è un venticello e Largo al Factotum, avesse potuto posare lo sguardo sulle abbondanti natiche, tenere e sode, della bella cantatrice siciliana… e fantasticare.

L’ingrossamento aumentò, il cuore prese a battergli forte. Ecco, lo sapevo – pensò ­ Non avrei dovuto. La strega, già ricomincia a mangiucchiarmi l’anima.

Prese la foto, tornò alla scrivania, aprì il cassetto e ce la infilò, sotto al diario. Guardò fuori. La pioggia, sempre più torrenziale, aveva ricoperto la strada e cominciava ad allagare il giardino.

Era ora di sprofondare in un bagno caldo.

* * *

Brigida entrò nella stanza da letto. L’uomo si mosse brontolando.

-Che ore sono?… Sei già in piedi?

Brigida avvolse le sue forme opulente nell’accappatoio di spugna, mentì:

-Mi ha chiamato Paviousky. Abbiamo una prova al Flaiano, avevo dimenticato di dirtelo. Tutto quello champagne… Non avrei dovuto bere così tanto Marc, sono tutta stordita.

-Vuoi dire che stai andando?

-Si, e devo darmi una mossa. La ripetizione è tra un’ora.

-Con un tempo simile, avrebbe potuto annullarla. Senti come scende giù. Mi ricorda la mia Bretagna.

Lei non rispose, andò in bagno e s’infilò sotto la doccia. Doveva sbrigarsi, dare l’impressione di essere in ritardo, Marc non doveva sospettare nulla.

Gli effluvi del kyfi e del latte di palma imbalsamarono l’aria. Beatrice chiuse gli occhi cospargendosi il corpo con un’enorme dose di bagnoschiuma.

Isidoro ne va matto – ruminò e svuotò completamente il flacone di Aegyptus sulle parti intime, intonando con la sua voce ricca e piena di volume un’aria di Rosina. Io sono docile, son rispettosa, sono ubbidiente, dolce, amorosa, mi lascio reggere, mi fo guidar… Avvolse la testa in una salvietta di cotone e frizionò i capelli… Ma se mi toccano qua nel mio debole, sarò una vipera…Sarò.

Si dette una sventolata di aria calda col fono. Niente trucco – si disse, ammirandosi davanti alla specchiera ­ Ottanta chili di grazia, senza una smagliatura! Andò all’armadio. Scelse e infilò un abito lungo fasciante, di un color zaffiro vivace. Due giri di perle intorno al collo cantando un’ultima strofa… Una voce poco fa, qua nel cor mi risonò…

Marc la interruppe gridando dalla stanza:

-Di, non vuoi che ti accompagni?

­ No, mon chéri, ti stancheresti. Sono solo prove, noiosissime prove e Paviousky, lo sai, non ama estranei.

– Come vuoi – rispose Marc e cacciò la testa sotto al cuscino.

­ Mangiucchio qualcosa e scappo, chéri. Sacco vuoto non regge in piedi…

Passò in cucina, finì un resto di plumcake alla nutella, bevve un caffè e si affrettò a infilare un coprispalle in raso per poi filare prima che Marc si alzasse e sfoggiasse quell’orribile espressione, la peggiore, fra il corrucciato e il perplesso, con quella boccuccia stretta a papera.

Mentre lei richiudeva la porta, l’uomo borbottò qualcosa, un brontolio incomprensibile attufato dal cuscino. Lei non rispose e si precipitò per le scale.

* * *

Aveva calzato le galoche e infilato un cappello impermeabile da pescatore con la tesa piegata all’ingiù, allacciato sotto al collo. Prese anche l’ombrello e uscì. Porco cane! Mi ci voleva la panna andata a male, proprio adesso. Se non è iella questa!

Sui marciapiedi, l’acqua ricopriva il lastricato. Presto avrebbe debordato la soglia del bar all’angolo e quella del panettiere. I proprietari erano sull’uscio con la saracinesca a mezz’asta e si apprestavano a chiudere i battenti.

Bisogna che mi sbrighi o addio crepes. È primordiale ch’io trovi un alimentari aperto – rimuginò affrettando il passo.

La pioggia aumentò d’intensità e nel giro di pochi istanti dovette cedere e trovarsi un riparo. Si intrufolò fra alcune anziane signore, sotto il telone della farmacia di turno. Le fogne avevano esondato e le povere donne avevano l’acqua alle caviglie. Le prime raffiche di vento, violente e improvvise gli rivoltarono l’ombrello. Le stecche si ruppero. Provò a rimetterlo a posto ma invano, il vento lo rigirò fracassandolo. Incazzato, lo abbandonò in un cestino dei rifiuti. Qualcuno, da un’auto in sosta gridò:

– Signor Isidoro, salite, vi do un passaggio fino a casa.

Era il vicino. Lui fece cenno di no con la mano e si gettò a testa bassa nella pioggia. In lontananza, vide la macelleria di Alì. Era aperta e vendeva un sacco di prodotti alimentari, anche freschi. Forse avrebbe trovato la panna.

* * *

Sembra Venezia! – ­ esclamò davanti all’imponente anfiteatro – ­ Pure il Colosseo ha i piedi a mollo. – Si camminava al massimo sui 30 all’ora. Qui e là, auto abbandonate e immerse fino a metà portiera, s’ammollavano e guastavano in un bagno d’acqua sporca. Brigida diresse il Suv su via Claudia, via della Navicella e poi via Gallia fino a piazza Tuscolo, quindi biforcò in direzione dell’Appia Nuova, da lì non avrebbe più cambiato fino a Frattocchie, la frazione di Marino dove abitava Isidoro.

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Altro che un’ora – rifletté – se tutto va bene ce ne vorranno due.

Prese il Samsung e cliccò sull’icona del violoncellista. Guardò divertita l’immaginetta che gli aveva attribuito, una foto di lui in parannanza, mentre spolverava col zucchero a velo le frittelle alla ricotta. Lasciò squillare a lungo: nessuno!

­ Dev’essere a mollo nella sua mega vasca da bagno, il paravento! ­ – borbottò ­ – Ed io, in giro con questo tempaccio…Con la scusa della moto, ‘stu minchione…

* * *

Non trovò nessuna bomboletta spray nella vetrina frigo, però trovò la panna fresca della centrale. Non male! ­- si disse, e ne prese cinque confezioni, una bella scorta. Per il resto, a casa aveva tutto, le uova, la vanillina…

– Due botte di frullino e la monto io – disse al negoziante. Pagò e uscì dalla macelleria. Una nuova e eccessiva folata di vento lo trascinò per alcuni metri. Sembrava stesse per volare via. Lasciò cadere le confezioni in terra per aggrapparsi alla macchinetta del parcheggio.

Che bufera! -­ mugugnò fra i denti mentre i goccioloni gli martellavano la schiena – Chissà se Brigida ce la farà.

Raccolse il prezioso carico e si trascinò penosamente fino all’antro di un portone. Un lampo squarciò l’etere e scintillò fino al suolo. Sembrava che avesse toccato terra in fondo alla strada, nei pressi della parrocchia di San Giuseppe. Ne vennero giù altri, a tagliuzzare come pagliuzze di fuoco il cielo annerito dai nuvoloni.

La deflagrazione assordò e fece tremare la piccola borgata. Isidoro strinse la panna contro il petto e chiuse gli occhi. I tuoni lo avevano sempre intimorito, andavano oltre il suo controllo, ma era inutile restare là a piangersi addosso. Scattò all’improvviso, lanciandosi a capofitto in quel putiferio d’acqua e vento…

Ruumble, rumble, rumble – lo minacciò di nuovo il cielo.

* * *

Non appena imboccata l’Appia, il temporale si trasformò in un vero e proprio nubifragio. Si faceva fatica a vedere, appena di che distinguere i fanalini di coda delle auto. Brigida, preoccupata e con i nervi a fior di pelle, non sapeva se accostarsi e aspettare che si calmassse o avanzare cautamente, con l’anima oramai in subbuglio.

Pensò a Marc, ben al calduccio nel suo piccolo e accogliente nido sul lungotevere. Marc… Un bravo tenore conosciuto l’estate precedente al concerto di villa Torlonia. Un tipo solido, con il quale avrebbe potuto costruire qualcosa di duraturo, ma così prevedibile e a volte noioso e poi… in cucina un vero disastro, mentre Isidoro, lui…

Qualcuno strombazzò ripetutamente. Sbirciò nel retro, l’autocarro la tallonava da vicino. Brigida ripiegò a destra per lasciarlo passare. Una raffica di vento fece sculettare l’automezzo durante la manovra di sorpasso obbligandola a mordere il ciglio della strada. Il cuore le saltò in gola. Raddrizzò e inserì le quattro frecce.

-Scimunitu! ­ gridò, mentre le prime lacrime le inumidivano il viso.

Più lontano una serie di lampi si stagliarono contro il cielo di piombo.

Bedda matri! – mormorò asciugandosi le guance – Non ci riuscirò mai.

Finalmente, vide il pannello stradale. A un centinaio di metri il bivio di Frattocchie, grazie a Dio l’incubo stava finendo. Poi venne il tuono, rintronò nell’abitacolo facendola sussultare. Toccò istintivamente il freno e il telefonino cadde dal posaoggetti insieme agli occhiali e le golia. Riuscì ad afferrare il tubicino delle caramelle, ne prese una e la mise sotto la lingua, poi cominciò a cantare, per esorcizzare il panico imminente.

…Dunqu’io son la fortunata!…

Già me l’ero immaginata…

* * *

La radio annunciò che il livello d’acqua all’idrometro di Ripetta aveva raggiunto i 12 metri contro i sei abituali. Il Tevere ingrossava a vista d’occhio e si preparava all’onda piena.

Marc osservò le fredde tonalità grigie e brune del fiume. Il suo pensiero andò a Brigida, era crucciato. La tirannia del maestro stava superando i limiti, con un tempo simile avrebbe dovuto evitare quelle cavolo di prove domenicali.

Al diavolo lui e le nozze di Figaro. Adesso l’avrebbe chiamata sul cellulare, che si infuriasse pure il Paviousky ­ – Je m’en bats les couilles! – ­ esclamò. (me ne sbatto le palle)!

* * *

Era quasi arrivato all’oratorio, dopo aver percorso faticosamente un centinaio di metri, controvento. Ora non erano più folate intermittenti ma un potente flusso continuo che, soffiando oltre i cento, lo obbligava a una danza scomposta, una macumba incontrollata con spostamenti improvvisi da parte e d’altra, come in una galleria del vento, mentre i goccioloni freddi e densi gli sferzavano il volto impedendogli di tenere gli occhi aperti.

Era l’unico «passante», grondante e malridotto. Un povero Cristo zigzagante, avvinto a cinque tetrapack di panna. Sono nelle tue mani ­ disse, storcendo il collo per guardare in alto.

Il cielo rispose con tuono rauco e poco rassicurante, ma questa volta Isidoro interpretò quel grugnito come un sostegno da parte dell’Onnipotente, e continuò.

Attraversò, per imboccare il rettilineo finale, il vialetto coi cipressi. Vide l’enorme crepa e con un salto la evitò.

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* * *

Era spossata e aveva gli occhi arrossati, affaticati dallo sforzo. I pennacchi degli alti cipressi, piegati all’estremo dall’impeto del vento, annunciarono l’ingresso nel viale, l’ultimo tratto di strada prima del villino d’Isidoro. Beatrice ebbe l’impulso di accelerare per porre rapidamente fine a quel disgraziato viaggio. Spinse il piede sul gas e raggiunse i sessanta. Un ennesimo tuono, prolungato come un brontolio, precedette la suoneria del Samsung, una registrazione baritonale di Marc che intonava la marsigliese!

-Porca l’oca, proprio ora!

Cercò di stendere il braccio e allungare la mano per raccogliere il cellulare dal fondo dell’auto, sul tappetino, ma inutilmente. Allora si chinò e riuscì ad afferrarlo con la punta delle dita.

Rialzandosi vide l’enorme spaccatura nell’asfalto, un crepaccio profondo di terra franata e acqua che le barrava la strada. Sterzò d’istinto. Il fuoristrada entrò con la ruota posteriore nell’enorme buca, sobbalzò e ne uscì fuori di sbieco. Il mezzo, già inclinato, si adagiò e scivolò surfando sulla carreggiata sommersa, fino al marciapiede.

Quando udì il tonfo era troppo tardi. Aveva sbattuto contro qualcosa… o qualcuno!

Isidoro, schiacciato contro il muro, con il busto e il volto ricoperti di panna schiuse leggermente gli occhi. Addio crepes – pensò – mentre il Samsung riprendeva a cantare con voce grave le prime strofe della marsigliese …  Allons enfants de la patrieee

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran

lunga i miei romanzi. Agatha Christie


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Blu inferno – parte terza

Malik, l’ingenuo

Dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate. F. De André

Il Traga sfilò la Glock dai pantaloni e la posò sulle cosce.

– Adesso ascoltami bene! – fece.

Gli occhi congestionati del marinaio ebbero un guizzo. Si alzò e indietreggiò di un passo. Eusebio scosse la testa, le cose non stavano andando per il verso giusto. Si avvicinò al compagno e gli intimò, con voce ferma e forte:

– Lascialo dire!

Il Traga continuò, lentamente, con voce monotona:

– Ve lo spiego io l’accordo (si raschiò la gola). Noi siamo diretti a Noaudhibou, per ora è tutto quello che ci interessa, arrivare in quella fottuta città, recuperare l’auto e proseguire il viaggio. Di una cosa potete essere certi: non tollereremo imposizioni da nessuno!

Malik si avvicinò a Eusebio, gli mormorò qualcosa all’orecchio e l’altro andò a sbirciare alla porta.

Il Traga mantenne l’occhio vigile sui due marcantoni. Si versò il caffè, mise lo zucchero e lo girò con la forchetta sporca d’uovo, il tutto con una mano, l’altra sempre stretta al cane della pistola.

L’osservai preoccupato. Pensai Eccheccazzo! Doveva essere un viaggio di piacere…

– Ci pagano poco e col contagocce – riprese l’altro – con la scusa che gli ultimi trasporti non sono stati onorati. Non possiamo mandare nemmeno una peseta a casa. Ora basta! Ci prendiamo nave e carico. Eusebio conosce qualcuno che recupera il Chiquita e ci molla più di duemila dollari a testa e la metà della vendita della merce. A noi basta, non facciamo altro che riprenderci quello che ci è dovuto!

– E che se ne fanno di questo rottame? – chiese Tonio.

Eusebio avanzò di un passo e prese la parola:

– Cosa se ne fanno a noi non interessa. L’affondano, la smontano, la fanno navigare, a noi non importa. In Africa comunque, una bagnarola come questa ha ancora venti o trent’anni di servizio e loro saprebbero camuffarla e rimetterla in servizio, statene certi.

Malik approvò annuendo col capo e riprese parola:

– Esattamente, magari cambiano bandiera e la dipingono di rosa e non viaggerà più sul mare ma su un fiume, vai a sapere…

Su un fiume? – rimuginai, e mi venne subito in mente la meta del nostro viaggio: Ziguinchor, una città del Senegal sul fiume Casamance, dove un nostro contatto, un Joola che lavorava nelle risaie, doveva farci percorrere un centinaio di chilometri in piroga, fra mangrovie e palmeti, fino a Sédhiou, in pieno cuore mandinga.

– Comunque o con voi o senza di voi la cosa ormai si deve fare. Ci stanno aspettando. Noaudhibou è un porto piccolo e affollato di navi da pesca russe e giapponesi. Ogni volta, ci lasciano un giorno o due alla fonda prima di lasciarci attraccare e quelli potranno avvicinarsi tranquillamente col gommone e appena salgono a bordo ce la filiamo.

Aggireremo l’isola di Boa Vista, a Capo Verde, e poi si scende giù, fino al Gambia che, come sapete, è incastonato nel Senegal. Praticamente vi portiamo a destinazione, vi risparmiate un migliaio di chilometri senza tirar fuori una peseta e non vi succederà nulla, Eusebio ed io ve lo garantiamo.

– E se non siamo d’accordo? – obiettò il Traga.

Malik continuò, come se non avesse sentito.

– Con la tua pistola disarmiamo il capitano e lo rinchiudiamo nella sua cabina, nient’altro, nessuna violenza. Una volta a Capo Verde ci avvicineremo all’isola e molliamo tutti su una scialuppa, a una decina di miglia dalla costa, con una grossa gamella di pesce fritto e le loro fottute birre!

Il Traga rise di cuore.

– Sembrate dei ragazzini – intervenni – Il vostro è un atto di pirataggio con sequestro di persona. Ma a chi cazzo volete mettere nei guai, a noi?

– Ascolta bene amico – riprese il Traga – Noi arriviamo a Noaudhibou, tiriamo giù la Land e ce ne andiamo per la nostra strada. Dopo, fate quel che cazzo vi pare. Intesi? Ma se posso darvi un consiglio, cambiate idea e in fretta, prima di commettere l’irreparabile, perchè vi daranno la caccia e vi prenderanno, ci potete giurare.

Di nuovo l’altro fece finta di non sentire e continuò, trascinato dal proprio fervore:

– No, nessuno potrà trovarci. Diventeremo invisibili come ombre nella notte, non ci sarà nemmeno bisogno di nascondersi, mamma Africa ci proteggerà.

– Sei un ragazzo spontaneo e schietto, Malik, ma molto, molto ingenuo. Già il fatto che stai raccontando tutto a degli sconosciuti è una grande boiata. Se fai così con tutti quelli che incontri, amico… Sei del gatto!

Sentimmo dei passi. Eusebio fece cenno a Malik di muoversi.

– A dopo, fece Malik, alzando il pollice come se avessimo già concluso un patto, presero due pezzi di pane e sgaiattolarono nell’ombra del corridoio.

Non sapevo se stavo entrando o venendo fuori da un brutto sogno o se, peggio ancora, un qualcosa della mia vita stesse uscendo dai binari scivolando chissà dove. Pericolo, pericolo… segnalava il cervello, sentimento di impotenza in arrivo!

Con Tonio ci guardammo, piuttosto sconcertati e increduli.

Il Traga lui, imperturbabile, sfilò una Fortuna dal pacchetto, l’accese e aspirò diverse volte, con voluttà. Stava già riflettendo, con quella sua faccia da lupo, sempre attento e perennemente sul chi vive.

Giocando con gli anelli di fumo, ci confidò: mi fanno una gran pena! Davvero! E quel pirla lì ne ha dette abbastanza perchè le loro vite, già di merda, si trasformino in inferno, un cazzo di inferno pieno di rogne. Non so se parlarne al capitano o tentare di nuovo di farli ragionare…

Il capitano entrò. Dette un gran pugno su un tavolino:

– Ha rovinato la mia riserva! – gridò – Quelle bottiglie di Mendoza costano un occhio. Maledetto cuoco! Lo spello vivo! Centimetro dopo centimetro…

“Pigrando” sul ponte

«Sarebbe bello vivere una favola»

«Ah si, si… Ma tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più» Corto a Venezia

Dormimmo un paio d’ore e ci ritrovammo sul ponte. Un altro vento, ora leggero e quasi caldo, girava nel cielo e increspava le onde, piccole e di un insolito verde palude. Tonio e il Traga fumavano, seduti sul cordame all’estremità della prua mentre io, appollaiato sulla piattaforma d’avvistamento, giravo in tondo con un vecchio cannocchiale in ottone per ammirare alcune mante che balzellavano verso la costa.

Una pausa ben meritata ma che sarebbe durata fino e non oltre il tramonto, ora alla quale il capitano ci aveva invitato a bere una birra in coperta. Poco prima avremmo cercato di convincere Malik e i suoi accoliti di fare marcia indietro e rinunciare al loro sciagurato progetto. In caso contrario, avremmo dovuto mettere in guardia Zacarias che ora, dal canto suo, andava a destra e a manca in compagnia del capo macchine, con la sua Astra ben in vista come se avesse avuto sentore della cosa.

Dirlo al capitano mi sa di tradimento – aveva detto Tonio.

– Tradimento? Ma cosa racconti – replicò il Traga – Ma chi li conosce?! Vuoi trovarti intrappolato nel loro vicolo cieco? Ma lo sai dove ci troviamo? Su una nave di squilibrati, ecco dove siamo, e siamo appena usciti fuori da una tempesta. Ma scherziamo? Ascolta, se non mollano prima di sera toccherà al capitano trovare una via d’uscita, se la sbrogliasse lui.

Aveva riempito l’intero caricatore della Glock e la portava, dopo aver tagliato la fodera della tasca, sotto il pantalone della tuta, in un foulard legato alla coscia.

Durante la breve siesta, aveva persino dormito con l’arma stretta in mano, dopo aver messo gli zaini davanti alla porta della cabina e disseminato in terra i cocci di un bicchiere.

Per il momento dunque, ci godevamo la bonaccia, oziando e pigrando sul ponte, approfittando di un po’ di quiete dopo le piroette della notte.

Puntai il cannocchiale verso terra. La fascia costiera ora distava una ventina di miglia. Il litorale sabbioso aveva sostituito quello granitico e si distinguevano le prime dune sfumate di rosa. L’Africa era a due passi.

Don Anibal suonò la campana del «rancio». Aveva fritto una mezza cassetta di sardine accompagnate con patate bollite. Niente vino ma ancora e sempre Coca Cola, che lasciammo volentieri al resto della ciurma.

I tre piantagrane si sedettero a tavola mentre ci alzavamo. Malik si avventò sulla coca, prima che qualcun altro lo facesse.

– Hada day, my man? (come va oggi?) – salutò – A proposito, Don Anibal ha del vino nascosto, volete sapere dove?

– Dio Santo, ma che volete alla fine? – protestò il Traga – Noi non siamo in guerra con nessuno. Ne con voi e tantomeno con Zacarias. Che se lo tengano il vino, non abbiamo nessuna voglia di complottare, di giocar sporco…

Malik alzò le spalle e versò la coca nei loro tre bicchieri. Pensai che era veramente giunta l’ora di rimettere le cose al loro posto.

Bisogna che questi la smettano di tirarci in ballo! – affermai.

Il Traga annuì – Dopo li prendiamo in disparte e chiudiamo la storia – disse – ne ho le palle piene!

Verso le cinque scendemmo nella stiva e intercettammo il trio dei «rivoltosi» al completo, Malik, Eusebio e Simba, seduti sui cartoni, in piena discussione.

Chiedemmo loro se avessero soppesato i pro e i contro e abbandonato il loro piano bidone!

– Siete in pochi e nemmeno armati – dissi loro – la cosa sa di ridicolo! Ma dite un po’, se la nave non avesse avuto passeggeri, cosa avreste fatto? Avreste aggredito il capitano per sfilargli la pistola? E con cosa, con coltelli e forchette? Sapete, Zacarias non è uno stinco di santo e tanto meno uno sprovveduto…

– È quasi sempre sbronzo – ribadì Malik – Pensate che non saremmo capaci di neutralizzarlo? Io credo di si.

– Tu vivi nelle favole, bello mio. Quello, anche sbronzo vi tiene testa.

– Ad ogni modo ne abbiamo parlato a lungo, è chiaro che senza il vostro aiuto non si fa può fare nulla. Il problema è che ora siamo incasinati, poichè quelli che devono salire a bordo sono già pronti ed è gente che non scherza.

Il Traga s’intromise: – Nella vita, ci sono sempre degli sfigati che hanno il dono di ficcarsi fra l’incudine e il martello e oggi quelli siete voi. Noi non diciamo niente al capitano e le cose le aggiustiamo fra di noi, e per quello che concerne i vostri complici a terra immagino che è previsto un segnale per dire se tutto è andato bene, no?

– Una volta presa la nave, dobbiamo usare il riflettore. Cinque lampeggiamenti rapidi e a più riprese per dare il via libera.

– E quelli prendono una barca e vi raggiungono?

– È così.

– Ebbene, se non li fate questi cazzo di segnali penso che non si avvicineranno, giusto? Non credo che nel dubbio salgano a bordo.

Malik si rivolse ai suoi complici, nella loro lingua. Simba prese la parola:

– Ok, ci avete convinto, sta diventanto tutto troppo complicato.

Eusebio, lui, non disse nulla, alzò la testa e fulminò tutti con quel suo sguardo sospettoso, il volto deformato da una smorfia. Non era d’accordo con gli altri, si vedeva. Sicuramente era l’unico che rischiava la faccia, visto che i potenziali «acquirenti» del Chiquita li aveva trovati lui.

Si alzò lentamente e cacciò una mano in tasca.

Il Traga ci fece segno di indietreggiare, infilò la destra sotto il pantalone della tuta e estrasse la Glock.

Tonio gridò : – Trag! Ti sei bevuto il cervello?

Eusebio, tranquillamente, avanzò, interponendosi fra l’arma e i gli altri due, i muscoli tirati, gli occhi fissi sulle mani del Traga. Pensai «qui ci scappa la cazzata! Con un po’ di fortuna questa storia terminerà nel sangue». Sentii una gran confusione nel cervello, fu come se uno sciame d’api fosse entrato da un’orecchia e non trovasse più l’uscita. Per la seconda volta da quando salimmo sulla nave, ebbi paura, peggio che nella tempesta.

Ma il Traga, non perse il controllo. Dall’alto del suo metro e novanta considerò l’energumeno da capo a piedi e tuonò:

– Adesso basta! Mi hai rotto i coglioni! Cosa diavolo hai in mente?

Eusebio cacciò fuori dalla tasca tabacco e cartine e sorrise. Disse, fra i denti:

– Avete distrutto i nostri piani… E i miei sogni! Con quei soldi avrei comprato barca e motore e sarei tornato alla pesca. Maledetto il giorno in cui avete messo piede su questa nave. Siamo d’accordo: tenetevi pure la vostra arma!

– Finalmente! – esclamò il Traga e, senza mettere via la pistola, fece un cenno a Tonio, che tirò fuori dal taschino della salopette un’involto. Erano 10 biglietti da cinquanta franchi, i soldi avanzati dal tratto percorso sulla costa francese, poco più di un centinaio di euro. Per quei tempi e per quei poveri diavoli erano soldi.

– Capisco i vostri casini e le delusioni, magari siete proprio disperati – disse il Traga porgendoli a Eusebio – Ma non è con un piano del cacchio che riuscirete a risolvere i vostri problemi, e le cose potrebbero mettersi male e in fretta.

– Loro saranno al porto – ribattè Eusebio, leggermente rabbonito – Vorranno capire cosa è successo. Cosa mi invento, adesso?

– E tu digli che a bordo c’erano altri passeggeri. Siete solo in tre, fa troppa gente da controllare e rendere inoffensiva.

Eusebio passò i biglietti a Simba. Il Traga mise la pistola sotto la felpa. Io e Tonio tirammo un sospiro di sollievo.

Dopo cena (pesce fritto e patate, again!) mi recai sul ponte di comando, tanto per vedere come andava il capitano, mentre il Traga e Tonio si giocavano le sigarette a briscola.

Zacarias non c’era. Trovai Don Anibal accanto al timone e Faustino, il cuoco stava mostrando una vecchia foto in bianco e nero al capo macchine. Era un gruppetto di aviatori giapponesi in posa, senz’altro prima della battaglia.

kamikaze_giapponesi

– Stavo riavvitando un pannello di lamiera e la nave ne ha sputate una dozzina ai miei piedi. Guarda anche tu, questi sono i piloti suicida, dell’ultima guerra!

– E Zacarias non c’è? – chiesi mentre osservavo la foto.

– Si da una rinfrescata – rispose Don Anibal – Sicuramente si sbarba, como siempre alla vigilia dello sbarco. Tienila pure la foto – aggiunse – ne ho altre.

Quella notte dormimmo poco, forse anche meno della precedente. Diffidavamo dei tre gagliardi così, a turno, montammo la guardia sulla porta della cabina.

Noaudhibou, il porto

Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura. Kerouac

«Fish meal and fish oil» (Farina e olio di pesce) era il cartello che spiccava in bella mostra sulla facciata del magazzino. Eravamo nel caos di Noaudhibou, fra i clacson chiassosi dei camion vetusti e multicolori che uscivano dalle zone di carico del porto, dopo aver tentato inutilmente di negoziare il transito della Land. Accompagnammo allora Zacarias, rasato e improfumato, negli uffici della compagnia di trattamento del pesce, dalla quale avrebbe dovuto ricevere un carico di farine per viaggio di ritorno. Il capitano ci assicurò che se c’era uno capace di trovarci un secondo passaggio nave per Dakar quello era proprio Brahim, il direttore commerciale.

L’odore fetido sprigionato dal pesce che essiccava al sole era insopportabile. Attraversammo a passo svelto l’area di stoccaggio e arrivammo allo sportello del manager dell’azienda. Un tipo baffuto col caffettano azzurro ci accolse con un gran sorriso illuminato dagli incisivi d’oro.

Zacarias lo mise al corrente delle nostre noie, spiegando come la dogana ci aveva impedito di far transitare il fuoristrada. In effetti, per passare il posto di frontiera, avremmo dovuto sborsare una cauzione pari al valore dell’auto. La somma, che non avevamo, ci sarebbe stata restituita in seguito, all’uscita del paese.

– Oh signur ! E chi si porta dietro una somma simile? – Si lamentò il Traga – E magari poi ci mettono un mese per restituirla… Questa è proprio una gran menata! Non ci resta che mettere l’auto su un’altra nave e noi proseguire con mezzi di fortuna.

Zacarias firmò le sue bolle di carico e tornò al Chiquita per le operazioni di sbarco della Land e delle altre mercanzie.

– Vi lascio in buone mani – disse – Brahim ha già reperito una porta container svedese che va in Senegal.

Purtroppo, il cargo non volle prendere passeggeri a bordo. L’auto, quella si, l’avrebbero caricata senza problemi. Accettammo il compromesso e ripartimmo subito alla fabbrica di pesce.

– Ecco, questo è quanto ho trovato – Ci annunciò Brahim, che in due ore era riuscito a inventare e orchestrare il nostro viaggio attraverso il deserto. Aprì una cartina e ci indicò le varie tappe dell’itinerario.

C’è un treno diretto a Zouerat, nell’entroterra, quasi al confine con il Sahara. Scenderete a metà strada, a Choum, una cittadina in pieno deserto e là, vi aspettano le guide. Dei Tuareg. Vanno da Timbuctù a Dakar lungo le vie carovaniere, in pick up. Fino a pochi anni fa, percorrevano quelle piste a dorso di cammello. C’è una donna con loro, Sawira, è la sorella del mio capo pesca. Conoscono la regione come le loro tasche e con loro non correrete nessun pericolo. Viaggerete sui cassonetti o nell’abitacolo, questo non lo so, dipende dal convoglio e da quanti passeggeri hanno con loro. Se è troppo scomodo, potete scendere al confine, sul St Luis e da lì prendere un taxi-collettivo per Dakar. Vedete voi, comunque in due tre giorni sarete al porto e recuperate il fuoristrada.

– Una passeggiatina – borbottò il Traga – Nulla di più rilassante, nevvero?

cartinaMauritania

Tonio ed io eravamo abbastanza affascinati dalla piega che stava per prendere il viaggio. Il Traga no, lui avrebbe preferito fare la costa e raggiungere Rosso, sul confine, ma alcune scaramucce fra ribelli e militari impedivano il passaggio dei civili sulle piste che costeggiavano l’oceano.

E fu così che dopo il mare, con l’aiuto di Brahim, il destino ci stava spedendo in un’altra immensità, quella del deserto.

In primis, sul famoso «treno del ferro», un convoglio destinato al trasporto merci appartenente alla compagnia mineraria. Una cinquantina di vagoni merci alla cui coda veniva agganciata un’unica carrozza passeggeri.

– Sporca e sgangherata – ci confessò Brahim – E stipata come una scatola di sardine; ma è pur sempre un «lusso», basta pensare alla gente del posto che per spostarsi gratis si arrampica sui vagoni e viaggia sui blocchi d’ematite con bagagli e animali al seguito.

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Da il Post: Un asino viene caricato sul treno utilizzando delle corde, mentre altri due asini aspettano il loro turno, 1 ottobre 2015. Per i commercianti che trasportano animali e bestiame il viaggio è gratutito ma devono sopportare un viaggio di 20 ore con spesso forte vento e temperature che in estate possono raggiungere i 50 gradi MauritaniaGeorge Popescu

Un tragitto scomodo e forse un po’ lungo – aggiunse – dato che il treno, benchè trainato da due locomotive, raggiunge al massimo i 30 chilometri all’ora. Ora hanno aggiunto dei vagoni con su militari e sacchi di cemento per far fronte ai guerriglieri, nel caso in cui…

Lo ringraziammo con una semplice stretta di mano e ci recammo di nuovo al porto, dove Zacarias ci aspettava accanto alla Land, sulla banchina, all’ombra del Chiquita. Gli riferimmo le modalità del nostro viaggio.

Benone – disse – Mentre voi andate a imbarcare l’auto, io vado a bermi una birra. Ho mandato Faustino e Chancha a fare qualche spesuccia su un bastimento russo. Un po’ di vodka e altri sfizietti per il viaggio di ritorno. Fate alla svelta, vi aspetto.

Prima di pranzo caricarono la Land fra i containers del cargo. Dopo aver pagato la compagnia portuale che gestiva la gru e il trasporto navale, firmato i documenti di viaggio e bevuto un surrogato di caffè col comandante, raggiungemmo di nuovo il capitano. Avevamo poco tempo, il treno sarebbe partito di lì a poco e dovevamo passare la dogana e trovare un «taxi» per la stazione ferroviaria. A piedi e con gli zaini in spalla non avremmo fatto in tempo.

Zacarias aveva cambiato divisa. Ora indossava una sahariana coloniale, lavata e stirata e il solito berretto blu.

– Allora – se ne uscì – li avete convinti voi i miei marinai, è così?

Noi ci guardammo.

– Che c’è? Vi meraviglia ch’io sia a conoscenza delle loro stronzate? Sul suo viso riapparve quel ghignetto sardonico che gli storceva la bocca.

Sono dei cretini – continuò – Parlano ad alta voce e non si accorgono nemmeno se c’è qualcuno che gli ronza intorno. Il loro creolo è semplice, c’è molto inglese in mezzo… Sia io che Faustino lo capiamo, soprattutto Faustino che ha vissuto qualche mese a Monrovia.

Faustino, lupus in fabula, arrivò con la lancia, accompagnato dal «nostromo», rasato di fresco, con una camicia bianca immacolata: irriconoscibile.

– Lo lascio a terra fino a domani – disse Zacarias riferendosi a Chancha – Povero Cristo! Chissà in quale buco andrà a cacciarsi.

Chancha saltò sulla banchina, ci fece un cenno con la mano e sparì nel via vai degli operai, coi cafetani impregnati di sudore e le variopinte fasce di tessuto avvolte a turbante, piegati da pesanti sacchi di juta, casse, fagotti o enormi pesci sanguinanti portati a spalla, fra gli schiamazzi e gli strombazzamenti dei camion, dei furgoni e dei carrelli elevatori.

Faustino rimase sulla barca, seduto sulle casse di vodka.

Era l’ora degli addii. Tonio chiese al capitano se avrebbe preso delle sanzioni cotro i marinai.

– È la seconda volta che mi viene all’orecchio una cosa del genere… Imbecilli! Il loro piano era comunque un fallimento, poichè oltretutto sono riuscito ad attraccare subito, non appena giunto al porto. Detto fra di noi, non credo che quelli a terra conoscano bene i loro complici a bordo, altrimenti non si sarebbero ammanicati con dei marinaruncoli così sprovveduti.

– A meno che non lo siano anche loro – aggiunsi.

– Bah! Al rientro, dirò al padrone di pagarli e togliermeli di torno, niente di più. E adesso ditemi, pensate davvero che mi sarei fatto soffiare la nave? Pero miren (guardate)… Voi che amate le armi, ha, ha…

– Faustino! – gridò – Muéstrales esta escopeta! (fagli vedere il fucile)

Il capo macchine si chinò, scostò una coperta e sollevò un fucile a pompa, corto e ricurvo, quindi alzò la maglietta e lasciò apparire una piccola automatica col manico d’avorio.

– Sono giovani e scervellati – continuò – Si credono furbi e confondono l’incoscienza col coraggio. No, non avranno alcuna sanzione – ci assicurò – ma li butteremo fuori prima che un giorno succeda l’irreparabile. Ed ora adios, los italianos, io qui a terra, in mezzo a tanto casino, non ci resto.

– Aspetti – dissi, mentre lui con un salto salì sulla barca – Anch’io ho una domanda da farle.

Faustino gli passò un bustone con del ghiaccio, lui sfilò tre scatoline di caviale e ce le lanciò.

– Assaggiatemi questo – urlò, poi alzò la mano, agitandola in segno di saluto.

– Mi dica Zacarias – chiesi infine – Chancha è nostromo, perchè non ha governato lui la nave durante la tempesta?

– Perchè non ci sta con la testa. Inoltre è narcolettico, si addormenta improvvisamente, pure mentre caca!

– Bella squadretta – mormorò il Traga, mentre Faustino avviava il motore.

Guardammo la scialuppa allontanarsi, nella direzione opposta al Chiquita, chissà verso dove, su quel mare blù ora liscio come una tavola d’olio. Zacarias, ritto in piedi, svitò il tappo e attaccò una bottiglia di vodka.

Restammo un paio di minuti a fissare la lancia che si allontanava, con un leggero magone, il primo nodo alla gola di quell’avventura.

Guardai un’ultima volta il Chiquita. Malik e Simba manovravano la gru e scaricavano merce sotto il cielo cocente del tropico del Cancro.

– Che storia! – disse Tonio – Chissà se un giorno avranno una vita normale.

– Normale? – reagì il Traga – I cadenn fussen anca d’or, tegnen ligaa (Le catene, anche se d’oro, legano!)…e ora ‘ndem!

mercantile

aspettate, prima di andar via! Se vi siete persi il resto, la prima parte della storia la troviate qui! E la seconda qui!

credits:

Immagine in evidenza da http://www.bassavelocita.it/sahara-express-treno-lungo-mondo/

Immagine Kamikaze giapponesi da http://numistoria.altervista.org/blog/?p=12984

Immagine chiquita da nauticareport.it

Blu inferno – parte seconda

Amava i lunghi silenzi e le immense distanze; non c’erano confini segnati e i porti servivano solo per riposarsi, prima di riprendere il viaggio. Hugo Pratt, a proposito di Corto Maltese.

Caddi due volte, di cui una contro uno scalino di ferro, e mi ferii allo stinco. Zoppicando e maledicendo la tempesta trovai la cambusa, un corridoio ricavato dal ponte, scarsamente illuminato.

Tutto era sottosopra. In terra, una sfilza di conserve, fiaschi e brocche rotolavano da babordo a tribordo.

Osservai l’etichetta su un coccio di bottiglia, era un’acquavite di vino di Jerez, un ottimo brandy spagnolo, senz’altro la riserva personale del capitano. Tenendomi al corrimano, mi recai in un angolo con meno schegge di vetro e poche scatole sballottolate dal forte rollio. Gli sportelli delle credenze penzolavano e sbattevano, tenuti a stento dalle cerniere piegate e divelte a metà.

A un tratto l’imbarcazione si piegò su un lato, salì sulla cresta dell’onda e si tuffò in basso, dando l’impressione d’aver sollevato la chiglia fuori dall’acqua.

Barcollai e scivolai, atterrando con la testa su qualcosa di morbido. Era il ventre gonfio e floscio di Don Anibal, ubriaco e privo di sensi, con la camicia imbevuta di alcol. Giaceva come morto, rincattucciato dietro i cartoni. Una bozza, violacea e grossa come mezza mela, spiccava in piena fronte e aveva alcuni tagli sulle guance mal rasate.

La nave ebbe un ennesimo sussulto. Rotolai di fianco. Una luce bianca entrò dagli oblò, un lampo caduto non molto distante che illuminò la cambusa e tutto il suo scompiglio.

Ci siamo, mi dissi, è giunta l’ora. Pensai al Traga e a Tonio intrappolati in basso, in quella tana per topi. Eravamo ridotti all’impotenza, su quell’ammasso di lamiere dominato dalle onde.

Chiusi gli occhi, mentre tutto andava a scatafascio, aspettando lo scossone successivo, o la fine.

Di colpo lo scafo si raddrizzò e tutti gli stridori metallici del bastimento si unirono in un triste e disperato coro, come se il vecchio incrociatore urlasse di rabbia, cercando di resistere alla furia del mare.

Ed ecco che dalla mensa venne un calpestio di passi, fra i cocci. A fatica mi misi carponi e mi trascinai sulle ginocchia verso la cucina mentre la nave riscendeva dal cavallone. Finalmente, riuscii ad alzarmi, aggrapparmi con forza al corrimano e raggiungere la finestrella della porta. Vidi Zacarias, con un’orecchia sporca di sangue. Porca boia! – mi chiesi – ma allora chi governa la nave?

E di nuovo una risalita, quasi un balzo, e questa volta con la prua puntata verso il cielo. Pensai, la morte ha preso il comando della nave, stiamo volando! Si va a casa, oltre le nuvole…

timoniere

– Anibal! Anibal! – urlò l’altro – Alcoholico! Borracho! Donde estas?!

Diede un pugno violento contro una parete, si voltò e traballando si allontanò.

Ritenni più prudente uscire dalla dispensa. Pencolando di sbièco e cozzando contro tutto, imboccai diversi corridoi, alla ricerca del ponte di comando mentre la nave continuava, uno scossone dopo l’altro, a emettere tristi suoni inarticolati.

Si aprì una porta. Ne uscì il lavapiatti. Odorava di vomito ed era come stordito.

– Zac-Zac…arias la cerca – farfugliò – Sono sceso in cabina e non l’ho trovata.

– Cerca me? Ma ne è sicuro?

– Si, mi ha detto portami quello con la barba. Mi segua, l’accompagno dal comandante.

2016-05-17

Al timone!

Anche lui aveva bevuto, si sentiva dall’alito. Ma non era ubriaco, solo un po esagitato davanti alle carte nautiche.

– Ah, eccolo qui, finalmente! – esclamò – Ti ho fatto cercare dappertutto, ma dov’eri?

– Prendevo l’aria, approfittavo della crociera – tentai di scherzare, mentre un sobbalzo mi appiattì di schiena contro una parete.

– Devo ristabilire la posizione della nave – mi informò – Il timone automatico è in panne e stiamo deviando.

Si grattava di continuo i capelli, arruffati e pieni di pagliuzze, pareva appena uscito da un giaciglio d’erba secca, l’orecchia sporca di sangue raggrumato.

– Bella notizia – dissi, mentre il Chiquita s’infilava a testa bassa nel successivo avvallamento, fra le onde.

– Il mare è meno mosso, se riesci a stare in piedi puoi darmi una mano alla barra. Quel dannato Anibal è un bidone! Maledetto pelapatate, ubriacone!

Restai di stucco. Che cosa voleva il comandante? Che io, no dico IO, prendessi in mano le sorti dell’ex incrociatore?

– È molto semplice, amigo, non devi mica governare la nave, tranquillo! Solo tenere saldamente la barra mentre io valuto la deriva e ristabilisco la rotta.

Mi avvicinai al timone. Era enorme, in mogano e ottone. Quell’oggetto mi aveva sempre affascinato, fin dall’infanzia, quando mi incantavo davanti ai film di pirati. Avrei potuto finalmente toccarlo, rotearlo, aggrapparmi alle maniglie e anche manovrarlo! Era là, a portata di mano, lusinghiero. Sussurrava: Dai Nino, che un occasione così non si ripeterà più.

Allora, sebbene intimorito, annunciai – Ok, sono pronto!

Zacarias tolse un asse di fortuna che bloccava la ruota e la spostò di qualche grado.

– Ecco, mantieni così. Un minuto, solo un minuto.

Si curvò sulla carta nautica e trafficò col sestante, tracciò delle linee, lavorò con un cerchio graduato, concentrato e imperturbabile nonostante la gravità della situazione e l’eccessivo ondeggiamento, intanto che io, sudato per lo sforzo e la tensione, stringevo con forza le maniglie per non cadere.

Tornò rapidamente alla barra.

– Bisogna mantenere la rotta in modo che la nave avanzi e salga sul fronte d’onda in arrivo – mi spiegò.

Mi feci da parte, lui afferrò il timone, lo ruotò di circa 45 gradi e la nave scivolò leggera come una foglia sulla cresta dell’onda.

– Ecco, tieni così adesso.

Andò alla carta e poi tornò al timone, e alla carta e al timone. Non era più lo stesso, svolazzava agile e disinvolto come se il vento lo governasse, ringalluzzendo quella vecchia spugna imbevuta di birra e brandy. Il lupo di mare aveva ripreso servizio, lucido e efficiente.

Andammo avanti così per più di un’ora con quei va e vieni brevi e spediti, miranti a cavalcare l’onda e evitare botte sulle fiancate. Un lavoro preciso e tenace che tenne a galla il Chiquita e lo mantenne sulla buona direzione.

Cento tempeste e tre cicloni!

Il mare e il cielo decisero una tregua e dimezzarono la furia delle onde, della pioggia e del vento.

La cabina di comando aveva finestre su tre lati.

Zacarias poggiò le mani contro il vetro di un grosso oblò rettangolare che dava a poppa e fissò la volta celeste, ad ovest. I suoi occhi ora brillavano, sembrava pago e in pace con se stesso, forse anche felice. Parlò con voce sommessa:

Mira! Mira che spettacolo. Fra poco tutto riprenderà il suo colore e quest’inferno sarà di nuovo blu. Come l’amo questa immensità, hombre! Quando passeggio sulle sue acque assonnate o mi affanno contro una burrasca, l’amo comunque! L’amo sempre! A terra, non resisto, mi prende il cattivo umore. La mia adrenalina è qui, fra queste onde tormentate dal vento, su questo mare ambiguo. Solcare queste acque è di per se una grandiosa avventura, caro mio.

All’orizzonte, un curioso amalgama di turchese e di grigio diluiva il cielo nel mare e le prime luci del mattino lambivano la spuma delle onde.

Il comandante si allontanò dall’oblò e si avvicinò al portavoce. Comunicò alla sala macchine di aumentare il ritmo dei motori poiché, si lagnò, avevamo percorso appena 120 misere miglia ed era ora di prendere un’andatura più sostenuta.

Mi mostrò la carta, presto avremmo avvistato la costa. Eravamo a non più di quattro ore da Bojado, una piccola cittadina fra mare e deserto rivendicata da Marocco e Fronte Polisario. Da lì, via terra, avremmo dovuto percorrere tutta la costa sahariana per raggiungere il confine con la Mauritania, ma la nostra idea di raggirare via mare quella parte di deserto ci stava facendo risparmiare oltre 700 Km di strade sabbiose e piste, evitando una regione malsicura, dove i guerriglieri saharawi si opponevano militarmente alle forze regolari marocchine e mauritane.

Mappa-Sahara-Occidentale

Zacarias mi informò che avrebbe potuto continuare da solo.

– Però prima – disse, mentre tirava fuori da una cassa una bottiglia di brandy – Ci vuole un goccio di quello buono! Questo qui è meglio del Cognac – affermò riempiendo due bicchieri – Coraggio, mandiamolo giù d’un fiato! Beviamo alla salute della tempesta. La centesima, per l’esattezza. Cento tempeste e tre cicloni! Un bel primato, verdad? (non è vero?).

Una gradevole sensazione di vittoria, di pericolo scampato, mi avvolse mentre l’alcol incendiava le budella. La paura di capovolgersi, della morte, la stanchezza… tutto svanì come una gelida brina all’arrivo del sole.

– L’abbiamo scampata bella – disse – Stavamo derivando verso Tenerife.

Ingollò un secondo bicchiere, poi un terzo. Ispezionò con lo sguardo il ponte di comando e controllò la bussola di rotta sulla colonnina. Tutto a posto, mormorò a se stesso, todo esta bien!, quindi agguantò le maniglie del timone.

* * *

Jafar arrivò con del caffè. Ne bevemmo alcune tazze bollenti, in silenzio, poi spuntò Chancha. Era zuppo d’acqua (come al solito), avresti detto che qualcuno l’avesse legato sul ponte, durante la tempesta.

I due discussero a bassa voce. Il nostromo ingollò un po’ di quella ciofega calda con un’aggiunta di brandy e ripartì da dov’era venuto. Ma da dove?

A turno, uno dopo l’altro, passarono tutti in coperta. Il macchinista, la faccia nera di carbone, chiese a Jafar di andare a svegliare Eusebio, che il suo turno era finito.

– Deve occuparsi una volta per tutte di Don Anibal – confidò a mezza bocca al comandante – Non si può andare avanti così. Non ha nemmeno scongelato il pane.

– Ti mando Jafar in cucina, no te preoccupe, e a quel pelandrone ci penso io, al rientro lo sbatto fuori, e a calci nel culo.

Faustino partì soddisfatto, il capitano ingollò un’ultima sorsata di brandy e in un attimo sprofondò nei propri pensieri, gli occhi puntati sul mare, un leggero sorriso a fior di labbra, sul confine fra cielo e terra…

E il mare si calmò del tutto e il dondolio divenne semplicemente piacevole. Scesi giù a controllare gli amici ma non c’erano. La cabina puzzava, inutile pensare di distendersi sulla branda. Rinvenni i bagni e lavai la ferita allo stinco. Tornai in cabina, presi un cerotto dallo zaino e lo applicai sulla ferita.

Risalii sul ponte. Strada facendo incontrai Malik. Mi chiese se avevo dieci minuti da dedicargli che aveva bisogno di parlarmi, non appena avesse finito il suo turno. Risposi che per me andava bene ma che prima avrei cercato di dormire, che ero sfinito.

– Capisco, ma il viaggio è corto – disse – sarebbe bene che ci vedessimo un attimo prima dell’arrivo! Mi sembrate tipi giusti e vorrei mettervi al corrente di una cosina, dunque a presto!

Risalendo, mi imbattei nel cuoco, con la stessa camiciola maleodorante e sudicia della notte. Aveva un benda in fronte e alcune spennellature di tintura di iodio sulle ferite del volto. Con quella faccia gonfia e deformata dai tagli e in più le orecchie a sventola, pareva un dipinto di Soutine.

– È caduto? – chiesi ipocritamente – Anch’io. Guardi qua – aggiunsi, sollevando il pantalone fino al ginocchio – Mi sono aperto uno stinco!

– Uhmmm – grugnì, fottendosene del tutto – Si mangia un pochino più tardi, diciamo all’una! Se avete fame prima, Jafar vi darà del pane, o dei biscotti.

Ritornai sul ponte di coperta e chiesi al capitano se potevo sfogliare qualche pagina dei suoi volumi.

Sei amico dei libri? – domandò.

– Credo di si.

– Tieni il volante – disse, lasciandomi il timone.

Aprì un armadietto. Ce n’erano una cinquantina, molti dei quali rilegati, altri con i disegni d’epoca.

– Me li porto sempre dietro – mi assicurò – Se il mare dovesse un giorno divenire la mia tomba, scenderanno nel fondo, con me.

Praticamente, mi seguono da decine di anni, nave dopo nave… Puoi dare un’occhiata, se vuoi, ma da qui non escono!

Dopo un po’ Tonio s’affacciò alla porta, col suo folto parruccone, un autentico piumino cotonato. Il capitano si voltò e salutò con un cenno della mano.

– Ni, ci siamo persi il Traga. Non l’hai visto? – chiese.

– Dove vuoi che sia. Sarà fuori a controllare la Land, visto che pioviccica appena.

Chiusi il libro e l’osservai, sembrava Phineas dei freak brothers, magro e riccioluto, con la salopette azzurra.

Freak_Brother_No_1.jpg

– Cosa ti sei trovato da leggere? –

Lessi il titolo a voce alta: «Fra l’equatore e i tropici» di De Sagarra.

Zacarias si voltò, un ghigno malizioso gli contrasse i muscoli della faccia storcendogli la bocca, un corto istante, poi riprese quella sua aria simulatamente assente, le mani sul timone e lo sguardo lontano.

Uova al piatto e patatine.

Un’ora dopo, il mare s’era completamente appiattito.

Tonio decise di andare sul ponte e vedere «sto benedetto incrociatore», alla luce del giorno.

Avevo fame. Decisi di andare in mensa e elemosinare un pezzo di pane, magari col burro.

Il Traga mi raggiunse poco dopo. Come previsto era andato a ispezionare la Land.

– Allora? Tutto a posto?

– È entrata l’acqua. Dopo prendo un canovaccio e asciugo. Per il resto i cavi hanno tenuto e, da non crederci, c’erano quattro ganasce imbullonate al suolo che bloccavano e assicuravano l’auto. Pare che le abbia fatte aggiungere il capitano prima della partenza! Bella mossa, il Zacarias!

Aveva indossato un completo azzurro da ginnastica, con la felpa larga e zippata, sicuramente per occultare la Glock.

– Sembri bello fresco – dissi.

– Tu invece hai una di quelle facce…

– Sono rimasto quasi tutta la notte sul ponte. Zacarias era solo alle prese con i comandi e le carte nautiche. Gli ho dato una mano.

– A che fare, scusa?

– Non ci crederai mai: ho retto il timone.

– Ah, ecco! Per un po’ ho pensato che la nave si stesse rovesciando, siamo caduti dalle brande, io e Tonio, non ti dico il casino.

– Quello era senz’altro prima. Sono caduto anch’io, per le scale, dietro la cucina…

Rise – He, he, he! Adesso si che hai di che scrivere stronzate sul tuo diario.

Scorgemmo Zacarias. Dava continue pacche sulla spalla di Faustino. Ripeteva «poveri cretini, poveri cretini…»

– E adesso chi c’è ai comandi?

– Sicuramente Don Anibal…

– Il cuoco? Ma su che cazzo di nave siamo saliti!

– Pare che sia stato nocchiere, ai suoi tempi…

– Si, mezzo secolo fa!

Zacarias sedette al tavolino accanto al nostro, davanti a un bel piatto di uova fritte.

Il Traga tirò fuori le napoletane e cominciò a mescolarle con una sola mano. Gli piaceva fare colpo e con le carte era un asso, sapeva farlo in tutti i modi, anche frammischiandole in aria, all’americana. Fece tre o quattro mescolate e distribuì le carte.

Jafar si avvicinò e chiese se avremmo gradito delle uova, magari con patate. Ci sembrò una buona idea e il Traga chiese se poteva averne quattro come il capitano.

Terminammo la seconda briscola e le uova erano già là, calde e stuzzicanti, con una montagna di patate fritte.

Divorammo il tutto in silenzio, pucciando il pane in un vasetto di salsa piccante.

Il Chiquita aveva smesso di cigolare, restavano il brontolio dei motori e un tintinnio metallico che veniva dal ponte.

Tonio ci raggiunse. Chiese un caffè e un po’ di pane che Jafar s’affrettò a servirgli. Aveva un’aria strana, era scuro in volto e si agitava sulla sedia.

Appena il capitano si allontanò ci riferì che Malik lo aveva abbordato sul ponte.

– Ha fermato anche me dissi, questa notte, ma dopo le parole del capitano ho evitato di dargli retta.

– Sapete cosa ha detto? Aprite bene le orecchie che qui c’è da ridere. A proposito, parla italiano…

– Si lo so – lo interruppi – dice che ha studiato a Perugia.

Il Traga mise un pezzo di pane in bocca, masticando chiese:

– E allora? Cosa cavolo vuole ‘sto pirla adesso?

– Ascolta Trag, il tizio mi afferra un braccio e mi fa: «Anche tu sei armato? Dimmi, siete tutti armati?»

Gli ho risposto che nessuno di noi porta armi, che non sapremmo che farcene.

– E lui?

– E lui ha detto che non dovevo mentire, che l’avevano vista tutti quella pistola! È finta, gli ho detto. È un giocattolo che il mio amico porta sempre con se. È del figlio, lui ha un figlio che non vede molto spesso… È come un portafortuna.

– Cazzate! – reagì il Traga – Ma mandalo a fanculo e basta.

Jafar si avvicinò e sbarazzò solo i piatti, lasciando le posate sporche sul tavolino. Avrebbe avuto bisogno di una doccia, appestava l’aria con un odoraccio di fritto e di sudore. Il Traga gli rifilò qualche pesetas. Disse: Quando hai tempo dai una pulita alla cabina così si dorme un po’.

– Il capitano mi vuole in coperta – rispose l’altro – Devo mettere un pò d’ordine. Ma dopo porto giù secchio, straccio e sapone e metto a posto. Intanto tenete, ho rifatto il caffè.

Scansò le posate sporche, dette un colpo di spugna, posò il bricco fumante e si dileguò.

– Vai, vai pure, che con quel tanfo appesti l’aria – si lagnò il Traga stringendosi il naso con le dita, e ridistribuì le carte.

A parte il sonno, stavamo bene. Scampato il pericolo, tutto sembrava semplice. Nemmeno la storia di Malik ci aveva preoccupato più di tanto. Insomma, le cose andavano lisce come l’olio e una briscolata ci stava.

Giocammo fino a metà mattinata, fin quando il Traga non cominciò a accendere una sigaretta dietro l’altra, quella intera dal mozzicone della precedente. Disse: smettiamo, sono cotto!

Jafar passò veloce per annunciarci che i letti erano a posto, che aveva perfino cambiato le lenzuola e passato lo straccio con un sapone profumato.

Stavamo per scendere in cabina allorchè Malik si presentò in mensa seguito da Eusebio. Indossavano pantaloni larghi da marinaio e magliette bianche pulite. Gli impressionanti bicipidi del gigante straripavano dalle maniche corte e attillate. Sembrava Lothar di Mandrake. Si appoggiò allo stipite della porta, schivo e diffidente come un orso.

Ci siamo, pensai, adesso ricominciamo con quella storia, e non mi sbagliai.

– Fantastico! – sbottò il Traga non appena lo vide – proprio ora che stavo andando a letto. Ma va föra di pè! (vai fuori dai piedi).

– Ragazzi – esordì il marinaio – Siete capitati nel momento sbagliato, oppure in quello giusto, dipende da voi.

De bun? (davvero?)- esclamò il Traga. Chiuse il mazzo di carte nell’astuccio e lo infilò nella tasca dei pantaloni, lasciando le mani sotto al tavolo, a un palmo dalla Glock. Lo conoscevo bene, si metteva in guardia, come al solito. Poi esordì:

– Hai gli occhi completamente rossi. Adesso scoppiano, che ti sei fumato?

– Mastico noce di Kola, nient’altro. Voi la bevete nella Coca Cola, io la consumo al naturale. Combatte la fatica, è ricca di caffeina e ci tiene su. Ed è tutto, nessuna droga.

– Allora, cos’è ‘sta storia della rivoltella? Cosa vi frulla in testa?

– Siamo a un passo da prendere il controllo della nave – rispose l’altro, senza fioriture – E non è uno scherzo, badate bene. È una cosa studiata e organizzata da tempo e siccome è per domani, poco prima dello sbarco, vorremmo assicurarci che voi siate dalla nostra parte. Siamo in tre, ma con le due uniche armi a bordo sarà più che sufficiente. Una volta tolta la pistola a Zacarias, quei pochi ubriaconi che restano se ne staranno buoni buoni e se c’è bisogno li chiudiamo in una cabina, con quattro o cinque bottiglie di acquavite.

Tirò una sedia a se e si sedette a cavalcioni. Eusebio, le braccia incrociate contro il petto e le mani chiuse a pugno, masticava e impastava lentamente la sua noce africana. Malik gli getto un’occhiata e continuò:

– Ascoltatemi bene. Il vostro arrivo su questa nave non era previsto, siete spuntati fuori all’improvviso ed ora noi siamo nei casini! Fra poche ore il Chiquita cambierà padrone e noi vi abbiamo fra i piedi… Dobbiamo trovare un accordo.