Un posto in Paradiso

Un posticino in Paradiso

«Nessuno può essere saggio

a stomaco vuoto» (G. Eliot)

1. Er dottore

Ero alla finestra. Cercavo di riprendermi dai postumi di una sbronza di birra mista a un Frascati servito al litro, più svariate sambuche offerte dall’oste. Un modesto compleanno in una modesta pizzeria di quartiere, con Pier e altri amici, tutti finiti a quattro zampe sotto al tavolo.

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L’autunno si avvicinava e iniziava a tinteggiare Roma di colori caldi e soffici e l’odore delle prime caldarroste era già in agguato all’angolo della strada, portato da una brezza vivace giunta dal mare.

– Qualcuno brucia castagne alle otto di mattina – sollevò mia madre e aggiunse – Toh, c’è ancora la luna in cielo!

Il campanello squillò. Spensi la radio e andai alla porta. Era Sergio D’Angelo, detto Sergione, con quel testone di capelli sale e pepe scomposti dal vento.

– Ciao, Sergio, sei un tantino in anticipo.

Citò subito una frase, credo di un re di Francia:

– La puntualità è la cortesia dei re – declamò, e aggiunse con enfasi – Ma anche di un Gentleman o di un Dottore!

Bene in carne, né alto e né basso, con quell’aria un tantino aristocratica, passò la soglia con un avanzo di sigaro pendente fra le labbra e la sempitèrna pizzetta alle alici in mano.

Lo squadrai da cima a fondo.

– Già mangi?

Questa se magna a tutte l’ore – replicò – Per essere felici, ce vonno pizza e donne e, in mancanza di una mi accontento dell’altra.

Per la prima volta indossava una strana giacca a quadri, un po’ fuori moda, risicata su quella sua inabottonabile panzetta che occultava la cintura. Una semisfera ballonzolante in piena «lievitazione», dovuta all’eccessiva quantità di panini ingoiati al volo e all’incalcolabile numero di tranci di pizza. Un lembo di tessuto fuoriusciva dalla giacca, sul di dietro.

Pensai che sciatto e elegante erano i due aggettivi che, a turno, lo descrivevano meglio.

– Non avevo altro da mettermi – si scusò, incrociando il mio sguardo stupito – Ho portato tutto in tintoria.

– Entra dottò, mamma ti serve il caffè mentre finisco di vestirmi.

Dottore – rimuginai fra me e me, mentre indossavo il primo pullover stagionale – Perchè mai gli piacerà così tanto attribuirsi un titolo accademico!

Un giorno mi aveva risposto – A Roma so’ tutti dottori, e io? Io che conosco tutto Trilussa e pure Giggi Zanazzo e Gioacchino Belli, ma volemo scherzà!

Mentre infilavo i mocassini, sentii mia madre dirgli – Signor Sergio, quel nodo di cravatta è esagerato, sembra una patata.

– Mi sono vestito in fretta, signora Carmè, ci sono dei giorni così, che partono a razzo.

– Le ci vorrebbe una moglie sa? Oramai, non è più un ragazzino.

– Parole sante, signò, parole sante – ripetè – è che non c’ho mai tempo di niente e la sera esco poco. E poi, gli incontri buoni avvengono quanno uno nun ce la fa più e nun è ancora er caso mio. Comunque, detto fra noi, sto’ sulla strada buona, vedrà che fra poco mi fidanzo. Ho trovato ‘na donnetta che me fa dei sorrisi grossi come una casa. Pare n’angelo.

– Sa cosa le dico? A lei piace fare lo scapolone, sor Sergio, ma attento alla vecchiaia, spunta all’improvviso senza avvertire, s’è fatta lega’ le mani pe’ nun bussa’ a la porta. Mi ascolti, lo vuole un consiglio?…

Entrai in cucina e la interruppi con un gesto della mano.

– A ma’, lascialo in pace, il dottore non ha nemmeno cinquant’anni, ma di che vecchiaia parli.

Sorseggiammo il caffè, poi ci avviammo. Mia madre ci accompagnò. Sulla porta mi guardò con occhi teneri e preoccupati.

Da oltre due anni mi accontentavo di lavoretti saltuari, troppo spesso pagati a tozzi e bocconi e la cosa stava andando per le lunghe, sapeva di vecchio, superato, e una sorta di fatalismo stava mettendo radici nel mio cervello avvicinandosi quatto quatto all’anima. Ero in zona rossa. Rischiavo la rassegnazione.

Per questo, a volte, quando Sergione veniva a prendermi in quartiere, colla vecchia 500 scalcinata, tutto agghindato e la solita decina di quadri sul sedile posteriore, lo accompagnavo di buon cuore, anche perché, quando un gallerista riusciva a piazzargli una crosta, ci scappava una mille lire per il sottoscritto, ma soprattutto perché lo trovavo disperatamente solo, e anche un po’ sbandato. E poi, mi faceva ridere, con quella sua aria da capitano di yacht, con le giacche con lo stemma di non so bene cosa cucito sul taschino e il foulard di seta o la cravatta col nodo sproporzionato.

Ah Ni’, rifamme er nodo che tu’ madre m’ha sgridato – mi ordinò una volta saliti in macchina – Dai, che oggi è una giornata speciale, aspetto una risposta importante.

Gli annodai la cravatta. Un bel nodo scarpino, preciso, coi tre lati perfettamente uguali, mentre lui borbottava: E te? Ma quann’è che te metti ‘na camicia e te dai ‘n’aggiustata?

Partimmo in centro, con i quadri di un poveraccio che copiava paesaggi dalle cartoline ed era pagato alla giornata.

Facemmo il giro delle gallerie e per buona sorte ce ne fu una, dietro ai Cappellari, che aveva appena venduto uno di quelle tele, un colosseo all’alba. Pensai subito: forse ci scappa qualcosa per il sottoscritto.

Il tipo contò 10 banconote da duemila, quelle con Galileo, nuove nuove, fresche di banca. Sperai di vedere spuntar fuori dei biglietti da mille, poiché quello da duemila non me lo avrebbe mai dato.

Lo incalzai: la giornata è cominciata bene, «abbiamo» rimediato ‘na cosetta, ma il messaggio si perse nel vuoto.

Mi offrì un caffè in via Condotti, in un locale «in» dall’atmosfera malinconica e zuccherosa, con decine di quadri di autori famosi appesi ai muri.

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Il cielo era ambiguo e cambiava ogni mezz’ora. Ora azzurro ora grigio a seconda del momento e la brezza mattinale aveva lasciato il posto a un vento gelido che zufolava fra i tavoli della terrazza. Sergione si ravviò i capelli scarmigliati con le dita, a mo’ di pettine, degustando un secondo caffè.

Aho, dimme, so’ abbastanza elegante?

– Stai a posto, sembri Mario Carotenuto – risposi, pensando che non aveva ancora mai messo una giacca così pacchiana, a quadrettoni – L’hai visto quel film, uomini e nobiluomini?

Ma vattene a quer paese…

Il cameriere portò il resto di uno di quei biglietti nuovi.

Te devo confessà ‘na cosa – disse – dovemo annà sull’Appia Antica, all’istituto missionario, dove ce so’ le monache. Te devo presentà a qualcuno. Cerca de nun famme fa’ brutta figura. E ricordete de chiamamme dottore…

Aspettavo sempre che il famoso biglietto da mille si trasferisse nelle mie povere tasche ma lui raccolse banconote e monete e gettò il tutto nel borsello di pelle, disse: Oggi ti invito a pranzo, niente ceriola co’ ‘a porchetta, te porto a un’osteria chic, a du’ passi dar convento.

Il panino con la porchetta, mannaggia eva, me lo sarei perso! Di norma era quello il pasto abituale e anche il mio preferito. Una ciriolina calda e croccantella con un trancio di porchetta con la cotenna e gli aghi di rosmarino ancora piantati nella carne arrostita. Un lusso per soli iniziati, consumato in una vecchia taverna all’Esquilino.

Quel giorno, mi presentò Maria. Una bruna piacevole, di almeno vent’anni più giovane di lui. Non seppi mai cosa ci facesse in quel monastero, né come l’avesse conosciuta. Non chiesi nulla. Mi ricordo il suo aspetto acqua e sapone e un leggero profumo di violetta, unico segno di civetteria di quella donna semplice, gonna scura, camicetta bianca con su un pulloverino color fumo abbottonato fino al collo. Pensai ecco il diavolo e l’acqua santa, chissà adesso che cacchio uscirà fuori.

Sergio restò sulla soglia del portoncino. Con gli occhi da pesce lesso illuminati dall’emozione e il sudore che gli imperlava la fronte nonostante la tramontana.

Parlarono a lungo. Io, dopo le presentazioni, mi allontanai bighellonando in quel paradiso occultato dai cipressi e dai pini del ciglio della strada, fra magnolie, ciclamini, narcisi e gatti vagabondi. Gli effluvi della mensa si diffondevano e confondevano con le essenze del giardino. L’aria era un misto di brodo di carne e fiori.

Sergio finalmente mi raggiunse.

– Ma ‘o sai come magnano bene qui ar convento? Senti che odorino. Me sa che so’ tortellini cor consommè de pollo. A proposito…È fatta! adesso la «smonaco» e me la porto via. Hai visto che caruccia?

Quindi attaccò alcuni versi di Trilussa:

C’è un’ape che se posa

su un bottone de rosa:

lo succhia e se ne va…

– Ho già trovato l’appartamento – riprese – Un atticuccio a via der Viminale, aho! a du’ passi dar porchettaro! Quer taverniere finirà pe’ ammazzamme!

2. L’imbianchino

Da quel momento in poi, lo incrociai di rado. Ma non mi dispiacque. Ero contento che avesse trovato una compagna e in più, da parte mia, ero riuscito a sviluppare un’attività ben più redditizia che i suoi magri compensi: pittore di saracinesche.

– ‘Ndo vai tutte le sere dopo cena? – aveva chiesto mio padre – Ma che è ‘sto lavoro? –

Gli spiegai che proponevo ai proprietari dei negozi del Tuscolano il rinnovo delle loro vecchie serrande, di notte, mentre l’esercizio era chiuso. Alzò gli occhi al cielo, poco convinto, poi si decise: scese in garage e tornò su con un trapano al quale aveva fissato una spazzola di metallo.

– Con questa vai più svelto – disse – e ricordate quanno rientri ch’io m’arzo alle cinque. Vedi da nun fa’ casino.

Quindi, quasi ogni sera dopo le venti, mi recavo «allo sgobbo», con scala, tinte, pennelli, carta abrasiva, e adesso anche la spazzola d’acciaio.

Inizialmente, la prima notte, scartavetravo o davo l’antiruggine e l’indomani, sempre a tarda sera, attaccavo la verniciatura con una miscela a rapida essiccazione affinché, al mattino, il lavoro fosse finito e pronto alla consegna e per questo, spesso, tiravo fino all’alba.

Ogni tanto, qualcuno mi chiedeva di scrivere delle lettere, tipo «casa della camicia» o il «mago del supplì» e questo mi faceva intascare qualcosa in più, ma la maggior parte delle volte erano solo una spessa mano di grigio.

Mia madre vide la cosa di buon occhio, e ogni sera mi preparava il termos col caffè caldo e mi legava la sciarpa al collo.

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 Tutto pareva semplice e fluido e per nulla al mondo avrei rinunciato alla mia nuova occupazione e peraltro, averla inventata di sana pianta, mi riempiva d’orgoglio.

Inoltre, trovavo il paesaggio notturno perfetto: dalla bianca e marmorea basilica dei salesiani alle piazze e piazzette alberate e anche le case popolari color rosso pompeiano, ben più a taglia umana delle torri di cemento che spuntavano prepotenti negli altri quartieri periferici. E poi c’era il «tranvetto», che sferragliava fino a mezzanotte, e anche i vigili notturni o le volanti di servizio che rallentavano e salutavano o stazionavano un paio di minuti, sparavano un paio di stronzate e ripartivano nel buio della notte.

Passavano pure ragazzi che conoscevo. Parcheggiavano l’auto e si fermavano a fumare e si scambiava quattro chiacchiere.

La cosa più divertente era che più il tempo passava e più gente veniva a trovarmi, cercandomi per le vie di Don bosco, come in una caccia al tesoro.

Alcuni dicevano:

– Aho! Pe’ trovatte avemo perlustrato tutta Cinecittà. Oppure:

Meno male che ce stai te, che nun ch’avemo più ‘na sigaretta – E io aprivo la grossa scatola di metallo delle Muratti’s Ariston e offrivo un giro.

Ero l’imbianchino by night che rompeva la monotonia dei sonnambuli e animava il quartiere sotto il pallore carezzevole della luna, col mio mangiacassette e gli strimpellii dei Black Sabbath, le svisate di Hendrix o le note più dolci di Dylan, le vecchie superga macchiate di grigio e lo zucchetto di lana.

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Circa due mesi dopo, a sera inoltrata, alle soglie del Natale, qualcuno gridò dall’auto: Aho! A Michelangelooo!

Era Sergione, a bordo di una 124 sport, color giallo verdastro come la cacca delle oche.

– M’hanno detto che hai rinnovato mezzo quartiere – mi sfotté – Comunque mi fa piacere. Fossi stato più giovane t’avrei dato una mano, che me servono li sordi.

Scese dal coupè e aggiunse:

– Ci vuole la salute per stare in piedi di notte e al freddo.

Quindi recitò:

Pe’ conto mio la favola più corta

è quella che se chiama gioventù:

perché c’era una vorta…

e adesso non c’è più.

– Fumamose ‘na sigaretta, va! E daje, monta in macchina – proseguì – che t’offro ‘na cosa.

– A Sergiò, sono le nove e ho appena iniziato a togliere la ruggine. Nun me fa perde troppo tempo.

Montai nell’auto. C’era un gran casino: quadri, scampoli di stoffa e cianfrusaglie varie. Il profumo della tappezzeria in cuoio si mischiava all’odore del fumo e alle note della sua colonia muschiata. L’autoradio trasmetteva un pezzo di Jannacci.

– Adesso vendo pure tessuti, disse, c’ho un campionario di marca, pezze di tweed, spinati, lana vergine e piquè…

– E i quadri?

– Vendo pure quelli, ho dovuto ampliare il campo d’azione. Maria aspetta un pupo. Me tocca ruscà, come dicono al nord, Dio solo sa quanto corro.

I suoi capelli erano sempre più bianchi, ma tagliati corti, alla Umberto.

Fumammo le sue stop senza filtro ascoltando Messico e nuvole.

– Allora, di quanto è?

– Quasi tre mesi. Ch’avevo l’occhi ‘mprosciuttati e non ho fatto attenzione. L’amore non bada a quel che sarà…

– E adesso, come ti senti?

– Un po’ sfasato ma contento. Maria è una brava ragazza, che altro può chiedere un vecchio buzzicone come me? È una manna del cielo. M’ha tolto dalla naftalina. ‘O vedi? M’ha fatto pure cambià machina.

– Accidenti, se è bella.

Ficcò la mano nel portaoggetti, tirò fuori un pacchetto chiuso con lo scotch e me lo porse.

Mentre scartavo accese il motore e azionò il riscaldamento.

– Grazie Se’ – dissi, sfilando una cravatta blu dall’involucro – Questa sarò obbligato a metterla.

– È un pensierino, a giorni è Natale.

– Bella, ce so’ pure i puntini.

Continuammo così per un’oretta. Ogni tanto tirava fuori due sigarette dal pacchetto, le accendeva e me ne passava una. Non aveva voglia di rincasare.

– Abbiamo litigato – esordì a un tratto.

– Non mi dire che se n’è andata.

– No, no, è a casa. Poraccia, dalle monache nun potrebbe nemmeno più tornacce. ‘Ndo voi che vada.

– Niente di grave, allora.

Te spiego. Ha fatto venì a sorella a Roma, ‘na regazzetta de diciott’anni. Doveva fermasse due tre giorni e mo’ fa già un mese. La casa è piccola, non c’è più intimità. L’altro giorno, era l’alba, so’ annato in bagno mezzo gnudo e quanno so’ uscito c’era sta ragazza davanti alla porta. Io ce l’avevo dritto, ha visto ‘sto mandarino rosso e s’è messa paura. T’emmagini Maria? È successo un putiferio, ancora c’ho li strilli ne’ l’orecchie. E oggi è riscoppiata la lite, sempre a causa de ‘sta regazzina.

– E ‘sta volta che hai fatto?

– Gli ho dato un pizzicotto…

– Su una guancia…

– Eh, lallero! I pizzicotti se danno su ‘e chiappe a Ni’!

– Ah! E allora?

– Allora ho preso e so’ uscito, me ne so’ annato ar cinema a vedé Maciste contro Zorro.

– E mo’ te piace ‘sta robba?

– No, però me rilassa, Quanno sei tutto nervi che voi fà? Nun poi mica annà a vedette Don Giovanni. Devi stà sur leggero, è come legge topolino al cesso.

3. Il poeta

Dopo di che, passò molto tempo, forse troppo. Un giorno, a mezzodì, alla vigilia del Natale successivo, portai Pier a mangiare una di quelle famose ciriole, a due passi dal domicilio di Sergio.

– Dai – dissi dopo la stuzzichevole porchetta – Andiamo a vedere se è a casa. Gli facciamo una sorpresa.

Sapevo qual’era il palazzo anche se non c’ero mai andato.

Salimmo a piedi, fino all’ultimo piano. Sulle due porte c’erano nomi diversi.

– Che si fa, si suona?

Pier si decise e spinse il pulsante del campanello. Una, due, tre volte.

Si affacciò quella della porta di fronte. Una donna coi capelli arruffati e la faccia rossa di febbre. Tossiva e sputacchiava in un fazzoletto.

– Cercavamo il signor D’Angelo.

Ah, er dottore – bofonchiò con la voce smorzata – È da ‘n pezzo ch’è partito. Saranno boni du’ mesi.

Spiegai che era un caro amico e che l’avevo perso di vista.

Nun ce posso fa’ gnente, me dispiace.

Mi guardò con occhi impietositi, allora insistetti.

– Mannaggia! E adesso quando lo trovo più – frignucolai – chissà dove s’è cacciato.

Stavamo per riscendere le scale quando la signora finalmente s’intenerì: – Aspettino – disse a sorpresa – forse ve posso aiutà. M’ha lasciato n’indirizzo, pe’ la posta, ovviamente.

Così sapemmo che s’era trasferito sulla Colombo, a Spinaceto.

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Ma da solo però, perchè ‘a moje se n’è annata er mese prima, ar sud credo, ma nun me chiedete dove perché a me nun me parlava, solo bongiorno e bonasera. Col sor Sergio era n’antra cosa. Era un signore, ch’aveva sempre ‘na parolina gentile.

Quando tornò con l’indirizzo aggiunse – Se nun avessero perso la creatura, nun sarebbe mica finita ccosì. Che storiaccia!

Comprammo panettone e spumante e andammo a cercarlo.

Impiegammo quasi un’ora a uscire dal traffico intenso delle feste e raggiungere uno dei quartieri dormitorio per eccellenza, una roba senz’anima a un chilometro dal raccordo anulare.

Giungemmo al casermone, una costruzione a scala che si affacciava su un vallone abbandonato. Un capolavoro di tristezza ideato da uno dei palazzinari dell’epoca.

Trovammo il suo nome sulla cassetta delle lettere. Dottor Sergio D’Angelo, rappresentante di commercio.

– Stavolta ci siamo – si rallegrò Pier – Ce l’abbiamo fatta, sperando che sia a casa.

Salimmo fino al quarto e lo trovammo lì, sulla porta, con un litro di latte in una mano e il mazzo di chiavi nell’altra. Restò di sasso.

– Ma guarda ‘n po’ – esclamò – pare che se semo dati appuntamento oppure, ditemi, ma che mi stavate seguendo? – Co’ tutte ‘ste chiavi – aggiunse – nun ce capisco più ‘na mazza. Uno de’ ‘sti giorni levo ‘a porta e ce metto ‘na tenda. Tanto a me che me rubbano, er ciufolo?

Entrammo. Era un monolocale completamente vuoto, fiocamente illuminato da un’unica finestra che dava sul vallone.

Ci accomodammo su dei cartoni non ancora sfatti.

– Scusate er casino, sto qui da appena due tre giorni – mentì – Nun ho avuto er tempo de fa’ gnente.

Faceva un freddo cane. Andò alla stufetta a gas e spinse la fiamma al massimo.

A Sergiò, ma ‘n do’ dormi? – chiesi, non vedendo alcun letto.

Ci indicò una poltrona carica di libri.

Se tira giù la spalliera e diventa un letto. Oggi c’ho rovesciato un cartone pe’ fa’ l’inventario dei volumi, ma nun me ce so’ ancora messo.

Non sembrava come al solito. La sua proverbiale spavalderia s’era smosciata, rattrappita come un pistolino nell’acqua fredda del mare. Pensai, forse è il gelo, forse è la solitudine e sicuramente la scomparsa del piccolo

Dappertutto c’erano mozziconi di candela sui colli delle bottiglie vuote e posaceneri con le cicche delle stop e dei sigari. Su una parete, accanto a un quadro dei fori romani, una ventina di cravatte pendevano su una corda appiccata a due chiodi.

Aprì la finestra e posò il latte sul davanzale.

Er frigo nun funziona – si lamentò – e manco ‘a luce, nun m’hanno ancora allacciato ‘a corente. Intanto a che serve…Co’ ‘sto freddo pure ‘e parole se congelano quanno t’escono da’ ‘a bocca.

Nessuno tolse il giaccone.

Lo spumante provò a riscaldarci, ma inutilmente e così anche la stufa, piccola e poco efficiente e poi puzzava, un odoraccio di cherosene da mal di testa.

Discutemmo un po’, ma nessuno osò toccare l’argomento di Maria e del bambino. Mi chiese se la mia attività commerciale avesse spiccato il volo o se avevo già cambiato «professione».

Se tira avanti, è tutta n’arte, tu me lo ‘nsegni. Adesso dipingo pure l’appartamenti. Finchè dura… E te?

Prese un’aria un po’ ampollosa, ma non proprio falsa. Era semplicemente la sua seconda metà che emergeva dall’iceberg di quella personalità variegata e delirante, da opera «guitta». Parlò come un esperto e senza accento romano:

– È la fine della pace economica e il mercato si sta chiudendo; il prezzo dell’energia sta toccando livelli stellari. Siamo in piena crisi della sovrapproduzione, quindi c’è un calo della domanda.

Poi l’altra metà prese il sopravvento –‘A gente comincia a comprà de meno a Ni’ – concluse – Ma n’ii leggi i giornali?

Chiuse l’argomento.

Dio che freddo! – protestò. Si sfregò le mani e si alzò di scatto, scuotendosi come se avesse dovuto liberarsi di uno strato di brina dalle spalle.

Cor dorce ce vo’ er santo caffè – decretò – Callo callo. Però ho finito ‘o zucchero. Mejo ccosì, questo se beve ar naturale, è ‘n velluto, ‘pe’ comprallo devo arivà fino ar Senato.

Andò nell’angolo cucina, preparò la macchinetta e la mise sul fornellino a gas, quindi affettò il panettone.

Ma dimme te, invece der cenone me faccio ‘na merenda de Natale.

C’era una profonda emozione in quella voce arrochita dal tabacco. Notai gli occhi lustri – È un bel regalo quello che m’avete fatto. E chi se l’aspettava.

– Oggi e domani magari no – disse Pier – ma a Santo Stefano, se vuoi, veniamo a prenderti e si va a pranzo fuori.

Ma Sergio declinò l’invito, con una scusa inventata al volo.

– Er 26?… C’ho n’aereo da prenne. Sargo su a Prato, pe’ affari.

– Beh, allora un altro giorno, prima che finiscano le feste. Telefoni e ci vediamo. Mi raccomando, fallo!

Nessuno parlò per un po’. Fu come se avessimo deciso di osservare un minuto di silenzio, poi, lo sbruffo della moka ruppe quella sorta di imbarazzo creatosi all’improvviso.

Sergio accese un resto di sigaro e distribuì il nettare caldo nelle tazzine. Restammo ancora per poco; dopo dolce e caffè, Piero guardò l’orologio e fece segno che era ora di levare le tende. Spiegò che dopo avermi accompagnato a casa sarebbe ancora dovuto ripartire per le ultime spese del veglione.

Fuori il cielo già imbruniva. Sergio si alzò e cominciò a accendere le candele.

– È ora delle strenne – disse e andò a frugare nel mucchio dei libri accatastati sulla poltrona. Ne prese uno, lo aprì alla pagina marcata da un segnalibro e lesse:

… È bello ave’ ‘na donna che sparecchi

 ma lascia er boccaletto accanto a du’ bicchieri,

pe’ fasse ‘nsieme l’urtimo goccetto

che scaccia li pensieri.

Perchè si bbevi solo è come se bevessi…acqua ‘cetosa

‘na donna dentro casa è n’antra cosa

Tiè, pija – disse, porgendomi un libro di sonetti di Aldo Fabrizi – te lo regalo. E questo è pe’ te a Piè. So che nun te ne frega gnente ma prova a legge, so’ li racconti de nonno, de Checco Durante, a meno che nun voi ‘na cravatta…Nun c’ho nient’artro da offrivve, ma questi pe’ me so’ come ‘e dita de ‘na mano.

Sulla soglia, tirai fuori dei gettoni del telefono dalla tasca.

– Questi lo sai a che servono? So’ pe’ chiamacce a Sè, e nun sparì n’antra vorta.

Partimmo con i libri e un gran magone, pensando che lasciarlo in quella miseria fosse davvero indecente, così solo e nelle grinfie dell’inverno.

– Spicciamoci – fece Pier, mentre scendevamo le scale – che se trova i soldi è capace di correrci dietro.

– Quali soldi Piè?

– Quelle cinquemila co’ fatto scivolà sotto ar panettone.

Quella sera, dopo aver scartato i regali in famiglia e dopo che tutti andarono a dormire, mi accoccolai al calduccio del divano e cominciai a sfogliare il libro.

Spuntò fuori un foglietto di carta, piegato in quattro fra una pagina e l’altra. Era una poesiola corta, quattro versi scritti a mano. Lessi:

So’ stato vagabondo e anche dottore

e perché no, pure commendatore

A vorte era ‘na scarpa e ‘na ciavatta

A vorte er doppio petto e la cravatta

Se ppenso a ‘sto destino mio, me dico,

m’è annata pure bene, e cor soriso

Parlo a San Pietro mio e lo invoco

de nun lasciamme arrosolà dar foco

Lo so che nun so stato assai preciso,

ma famme ‘n posticino, ar Paradiso

‘No strapuntino ‘n fonno

Me po’ abbastà ampiamente

Lì, dove c’hai messo er monno

Che ha dato poco e gnente

Anche se er freddo de ‘sta tera nun ch’a pari,

tanto t’agghiaccia d’odio

E indifferenza

Der callo dell’inferno,

abbi pazienza,

me pare arto er prezzo.

San Pié, se poi: famo ‘na via de mezzo.

Sergio D’Angelo

Mi rivenne in mente il vallone spoglio di Spinaceto e lo studio striminzito e disadorno. Pensai che un giaciglio all’inferno doveva fottutamente somigliare a quella poltrona polverosa ricolma di libri, al cucinino e alla debole fiammella della stufetta puzzolente. L’inferno è freddo, è invernale, è una sinusite cronica, è nebbia e assenza, altro che calore e fiamme!

Ma ecco mia madre, spuntò alle mie spalle con un morbido plaid in una mano e un decotto di castagne e fichi nell’altra.

In fondo, il mio di posticino in paradiso era là, e non c’era altro da fare che tenerselo stretto.

D’un tratto il telefono squillò. Mio padre smadonnò dal letto. Corsi all’apparecchio, era lui. Disse:

– Ahò, state ancora a giocà a tombola?

– No, stanno tutti a letto. Mio padre domani lavora. E tu dove sei? E com’è che chiami a quest’ora? Che t’è successo?

– Da nun credece a Ni’: Ho preso ‘na quaterna. Tutt’e quattro i numeri de mi fijo, uno dietro l’altro. So’ minimo tre o quattro mijoni! Fortuna che c’ho ‘sto transistor co’ ‘e pile bone, sinnò manco l’avrei saputo. Quanno ‘a radio l’ha annunciato me so’ inteso male. Mo so’ annato a la basilica de Pietro e Paolo, su viale Europa. Ho acceso cinquecento lire de ceri, ho infilato tutt’e due e mani nell’acqua santa e me ce so lavato er viso.

Cercai di immaginarlo tutto infagottato, nella cabina telefonica, con la voce spezzata, potevo quasi vedere le lacrime scorrergli sulle guance mal rasate.

– Che Dio ve benedica, che se nun m’avreste lasciato que’e cinquemila sotto ar panettone, nun avrei mai potuto famme sta giocata…

Il telefono era accanto alla finestra. Fissai la luna. Era alta e illuminava i rami spogli degli ippocastani dei giardinetti, poi, mentre le campane di Don Bosco rintoccavano la mezzanotte, l’attacco di ridarella zampillò all’improvviso dal fondo dell’anima, scuotendomi in tutti i sensi, come una marionetta disarticolata. Una bella risata, pulita, divertente.

Mio padre venne a dare un’occhiata, col suo pigiama di flanella a rigoni, incuriosito oforse preoccupato mentre mi davo delle manate sulle gambe e mi piegavo in due.

– Tutto a posto, ragazzo?

– Tutto a posto, pà.

– Bene! Allora vedi da smette ‘sto casino, che er gallo, pe’ chi sgobba come me, canta pure er giorno de Natale. E mo’ bonanotte!

Si versò un po’ d’acqua e bevve tutto d’un fiato.

– Beato te che ridi – aggiunse. E finì così, la notte di Natale.


Foto in ordine di

Gian Luigi Perrella

Damianos Chronakis

Manuela

Fillea Roma e Lazio

Autoritratto

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Sulla Luna – Gianni Rodari

Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.

Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.

Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.

Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…

A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.

Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!

Il signor Scoiattolo

Non serve a niente dirmi che è una roccia senza vita là nel cielo! So che non è così (D.H. Laurence)

Mario aprì gli occhi. Era adagiato su un materasso di gomma, senza lenzuola, senza cuscino. Le pareti della stanza erano imbottite, anti suono, anti tutto. La finestra, una lunga feritoia rasoterra, dava sul mare.

– È inutile pensarci – disse qualcuno – da qui non si esce. Quel materiale non è vetro, è una roba al carbonio. Resisterebbe a una mazza di ferro. E poi, di sotto c’è la scogliera, va giù dritta a strapiombo.

Si girò e vide un uomo seduto su uno sgabello. Stava sorseggiando un caffè. L’odore era piacevole.

– Dove siamo?

– Chissà. Sulla costa immagino, davanti all’immensità del mare.

– Che ci faccio qui? Chi siete?

– Mi chiamo Gorky e sono nei suoi stessi panni, caro mio. Rinchiuso qui, come lei. Comunque, chiunque siano i nostri rapitori, non siamo in buone mani. Questa gente è il “progresso”, il progresso a modo loro, beninteso.

Mario si alzò. Ebbe un lieve giramento di testa. L’altro continuò:

– Sono qui da giorni e ho visto solo il tipo che porta da mangiare. Si fa chiamare Bayer. Questa mattina è passato presto, con biscotti secchi e caffè. Vuole?

– Devo orinare – disse Mario – che si fa in questi casi?

L’altro andò in un angolo. Spinse un bottone e un portello scivolò di lato. Il water uscì dal suolo.

– Ecco. E c’è anche la carta, in quel contenitore.

Mario si avvicinò alla tazza. Tirò giù la lampo e svuotò la vescica. Buongiorno intimità, borbottò fra sé mentre si toccava i genitali. È ancora al suo posto – constatò – non l’hanno trovato o non lo hanno ancora cercato.

Aggiustò la camicia nei pantaloni spinse il pulsante dell’acqua e il water sparì di nuovo nel pavimento. Si voltò e chiese:

– E lei, che ci fa qui?

– Senz’altro a causa della mia ultima realizzazione. Un drone della taglia di un calabrone, provvisto di una cellula per il riconoscimento dei colori e un fiuta odori ad alta sensibilità. Si posa con un atterraggio morbido sui fiori della stessa specie. Trasporta il polline dagli stami allo stimma degli altri fiori procedendo così alle varie impollinazioni.

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– Per Diana, potrebbero prendere il posto delle defunte api.

– Vorrei poterle dire che è così, ma non credo che ciò avverrà mai. La scienza buona viene occultata, si sa. Oggi è la chimica che fa il bello o il cattivo tempo.

I due restarono qualche secondo in silenzio. Mario si chinò sul pavimento, accanto al vetro. Seguì il fluttuare dei gabbiani fra il mare e l’orizzonte lontano. Gli venne voglia di alzarsi in volo. Maledizione – rifletté – proprio ora che stavo per iniziare il grande viaggio.

– Che ora potrà mai essere? – chiese.

– Fine mattinata, più o meno.

– Che cosa m’hanno rifilato? Ho la testa nello sciroppo.

– Ha dormito come un ghiro, in effetti. L’ha portata Bayer ieri sera, all’ora di cena, supino su una barella. E lei? Perché pensa di essere qui? Anche lei ha inventato qualcosa?

– Posso volare – fece Mario, mimando con le braccia il batter d’ali di un uccello – Senza l’aiuto di alcun motore, né vele, né tute alari.

Di colpo si interruppe, si sollevò e piantò uno sguardo sospettoso negli occhi dell’altro. L’altro capì, posò la tazzina, si avvicinò e sussurrò:

– Ho verificato, non ci sono microfoni. Ma se vuole, invece di parlare ad alta voce potremmo bisbigliare. Adesso mi dica: cos’è ‘sta cacchio di storia del volo? Credo che a questi, di uno che vola non gliene freghi un tubo, capisce? E per quello che concerne la levitazione, sono più avanti di quanto creda. Lavorano sulla fisica quantistica da oltre mezzo secolo. Hanno individui capaci di inabilitare satelliti o veicoli spaziali fino ad arrivare all’assassinio psichico, si figuri un po’.

– Non so – mentì Mario, a voce bassa – è successo così, per caso. Un giorno ho dovuto fare un salto per evitare una brutta caduta da un tetto e il salto è quasi diventato un volo. Ci ho riprovato e ha funzionato, allora ho cominciato a farlo sempre più spesso. Mi hanno beccato mentre passavo da un albero all’altro. Uno di quelli mi ha detto: – Signor Scoiattolo, dovremmo parlarle un attimo. Scoiattolo, capisce, mi hanno chiamato scoiattolo.

Aprirono la porta e non era Bayer, ma due lui e una lei in divisa militare. Erano carichi di distinzioni di ogni genere: patacche luccicanti, medaglie, ornamenti.

Devono essere degli eroi – pensò Mario – Chissà quante volte hanno salvato la patria.

– Ci segua – disse la donna, con voce nasale, da raffreddore – Immagino che lei sia curioso di sapere il perchè e il percome di questa forzosa ospitalità.

Lui annuì con un leggero cenno del capo e la seguì lungo uno stretto corridoio. Dietro, gli altri due, seguivano in fila indiana.

Pensò che prima o poi avrebbero scoperto l’impianto sotto pelle. D’istinto portò la mano verso i testicoli, ma la ritrasse immediatamente. Il microchip a energia stellare cominciava a bruciargli: era munito di un identificatore a radiofrequenza che emetteva di continuo, surriscaldava e dava prurito.

– È il solo posto dove non cercheranno – gli aveva detto quel tizio blu con le ali, mentre ricuciva lo scroto.

Di quel Gorky non s’era fidato, non gli aveva detto la verità. A chi avrebbe mai potuto dire che sarebbe partito verso un mondo a anni e anni luce dalla terra? “Un giorno l’ultima stella morirà e questo universo diventerà completamente buio” – gli aveva detto lo straniero, ma noi non salveremo tutti, solo i giusti e gli onesti potranno raggiungere il nostro universo”.

* * *

Lo condussero in un ufficio illuminato dal sole. C’erano altri militari. Tutti super medagliati. Il più medagliato di tutti aprì bocca per primo:

– Dunque è lei il famoso Scoiattolo.

– Mi chiamo Mario, Mario e basta.

– Non la prenda male. È solo un nome in codice che le abbiamo attribuito.

– E Mario è un nome di codice che mi ha attribuito mia madre.

– Divertente!

– Allora? A che devo questo onore? Immagino di essere di fronte a persone di un certo calibro, importanti.

– La sua invenzione è importante, non noi. Noi siamo umili servitori del genere umano che operano per bilanciare le cose del mondo. Siamo un po’ i custodi dell’equilibrio e della pace.

– Degli angeli, insomma.

– Metta da parte i suoi inutili sarcasmi e risponda. Come fa a volare? I nostri agenti non hanno trovato nulla nella sua abitazione. Che cosa ha scoperto? Cosa è capace di fare veramente?

– Riparo frigoriferi. Quella specie di volo è venuto fuori così, per caso. Una sorta di psicocinesi basata sulla levitazione e, aggiungo, del tutto spontanea e inaspettata.

– Noi abbiamo immediatamente pensato a delle squadre speciali, vede? Delle pattuglie volanti, dei superman, degli “space sheriff” in incognito capaci di intervenire nelle situazioni più difficili, inusuali. Prendere alla sprovvista dei terroristi pronti a colpire, per esempio, evitando inutili bagni di sangue. Questo e molto altro, naturalmente, e tutto ciò potrebbe esistere grazie a lei. Signor Scoiattolo, ascolti: la patria ha bisogno del suo aiuto!

– Hei, non esageriamo! Si tratta si e no di piccoli voli, poco più di una acrobazia. Gli esercizi aerei di un trapezista fanno più impressione dei miei salti nel vuoto. Se volete, appena mi viene, ve ne faccio un paio e non se ne parla più.

Il militare sorrise, quindi si alzò seguito dalla militaressa e dagli altri. Aprirono la vetrata e lo sospinsero sulla terrazza, a picco sul mare.

Il sole era un faro accecante. In due, lo agganciarono intorno alla vita con un cavo e un moschettone a scatto.

– Ed ora voli signor Scoiattolo, o leviti, se preferisce – gli intimò la donna – Avanti, ci faccia vedere. Ha un’autonomia di una centinaio di metri, abbastanza per fare due o tre rotazioni.

Mario respirò forte, una, due, tre volte, salì sul parapetto, fissò l’orizzonte e li vide. Erano blu, roteavano nell’etere come aquile.

Tirò giù la lampo e strinse la piccola piastrina innestata sotto pelle. Un sibilo acuto gli ferì l’udito, gli occhi gli si annebbiarono un istante, poi la forza iniziò a salire attraverso la schiena, fino alle spalle.

Si lanciò nel vuoto e cominciò a salire in alto, sempre più in alto, trascinando gli alti ufficiali per diversi metri. Quando lasciarono la presa lui volò veloce, perdendosi nell’ultima luce del suo ultimo giorno.

Il sole non era mai stato così caldo.

Fly

La voce

Chip and Wap

Ogni rumore, udito a lungo, diventa una voce.

                                                           (Victor Hugo)

 

A volte, mi concentro su una voce, senza lasciarmi distogliere dalle parole che libera. In effetti faccio attenzione al tono, potente, metallico o argentino che sia, o magari artificioso, allegro, forzato, o peggio ancora lamentoso.

Chi sei veramente? – mi chiedo, e quasi “origlio”, “usciolo”, con gli occhi stretti cercando di capire con chi ho a che fare.

Alcuni timbri di voce mi calmano fino a rendermi felice, come se ascoltassi il canto del mare o di un fiume o, ancora più lontano, del silenzio della notte. Certi mi lusingano o semplicemente mi attirano. Altri, mi mettono in uno stato di allerta, mi dico resta vigile, stai bene a sentire, c’è qualcosa che non suona giusto. In tal caso, divento diffidente e “aguzzo” il fiuto, pronto a  filtrare e valutare ogni piccola sfumatura.

Ma quel mattino l’esercizio si rilevò difficile, anzi impossibile, poiché le parole scaturirono dal mio computer, un Packard Bell “easy note” piccolo e compatto. Disse:

–         Buongiorno Antonio, anche oggi al lavoro?

Alzai gli occhi ancora assonnati e guardai fuori, attraverso la vetrata. Il sole troneggiava in un bel cielo azzurro. Il maestoso albero di mimosa sfoggiava migliaia di splendide infiorescenze. Il gatto bianco a pelo lungo del vicino, attraversava pigramente il mio giardino.

Tutto pareva normale. Bello, luminoso e normale.

Il cervello elettronico ripeté:

– Buongiorno Antonio…Bella giornata, nevvero?

Il tono era proprio cordiale. Certo, il registro era leggermente roco o per meglio dire ruvido, ma non metallico, come spiegare, tutt’al più impersonale, generico. Ecco, mancava un po’ di calore, oserei dire di colore, ma restava comunque affabile.

Mi feci coraggio e fissai lo schermo, percorrendo con lo sguardo le innumerevoli icone dei documenti word che colonizzavano la Home Page.

– Da non crederci, lo so – riprese il coso – ma che vuoi mai, certi giorni sono imprevedibili. Bisogna farsene una ragione, punto e basta.

Non reagii. Prima di parlare a un gestore di dati e ai suoi microprocessori, volevo assicurarmi che la voce uscisse proprio da quel buchino, in alto al centro, in piena fronte dell’arnese e, soprattutto, che non fosse uno scherzo, poiché m’era venuto il dubbio che un pinco pallino qualunque fosse riuscito a “hackerare” il mio sistema e mi stesse sfottendo dal microfonino.

Magari mi sta osservando dalla web camera – ipotizzai, e subito coprii l’occhiolino con un  post-it riciclato.

Puoi chiamarmi Chip – insisté il mio loquace interlocutore, ora con una vaga inflessione civettuola – Non è un nome carino ma lo trovo piuttosto azzeccato.

Ma com’è possibile – balbettai – Tu non sei…

-Il non essere non è – mi interruppe – e quindi non è nulla, ma io sono…

-Bene, cosa vuoi? – chiesi scocciato, per nulla interessato a un battibecco filosofico con un marchingegno parlante.

Ascolta, ho deciso di darti una mano.-

Una mano, a fare cosa? – alzai la voce, al limite della crisi di nervi.

A far partire questo dannato libro. Sono tre settimane che ti siedi qui e non tiri fuori un’acca.

Pensai che fosse giunto il momento di darmi una scrollata e mandar giù il resto della moka. Mi alzai, abbandonai quasi furtivamente il salotto e mi avviai in cucina, a passo felpato.

Il rumore del microonde che scaldava il caffè, mi tranquillizzò poi, d’un tratto, mi sentii di nuovo a disagio. Il mio fornetto è un bell’aggeggio rosso ma ha un difetto, la manopola del timer a volte si inceppa e “lui” continua a andare, senza fine. Allora, soprattutto al mattino, sfogo il mio malumore dell’appena sveglio con il mio fedele elettrodomestico: “Non solo fai un gran casino ma bruci sempre il caffè!”, lo apostrofo, mentre lui continua a mugolare wuu-wuu-wuu, girando imperterrito, wuu-wuu-wuu. E il liquido bolle e ribolle, si arroventa, diventa orribile, ed è il peggior modo per iniziare la giornata, con un caffè malandato, offeso da un macchinario rozzo e maldestro.

Così, prima che anche al micro-onde venisse in mente di dirmi qualcosa, aprii il portellino, presi la tazzina e sgaiattolai via, fuori dalla sua vista.

Tornai alla scrivania e ripresi posto davanti al PC. Aveva cambiato sfondo. Il vasto campo di papaveri aveva lasciato il posto al mio volto: barba lunga, occhiaie, faccia da sonno, una mezza sigaretta spenta appesa al labbro.

-Sei tu, come vedi – disse – ti ho immortalato prima che mi cecassi l’occhio! Guardati, sembri uscito da un mese di malattia, ha, ha, ha! Hai l’aspetto di un vecchietto sbigottito e malconcio.

-Non riesco a cogliere l’umore di questa battutina – replicai – sono solo un po’ stanco!

-Come siamo suscettibili, caro mio. Se nella tua vita non c’è posto per l’ironia, di certo non c’è posto neanche per me.

-Bene, allora il problema è risolto. Torna da dove sei venuto e restaci!

Io vengo da un disegno, come te. Mi hanno assegnato una vita, eccomi qui!

Osservai i miei tratti tirati sullo schermo, non ero affatto bello da vedere. Bevvi due sorsate della brodaglia nera e fumante. Respirai a fondo, poi presi a rollare una nuova sigarettta.

Il telefono squillò. Era una nuova suoneria, un curioso cinguettio che non avevo aggiunto a nessun contatto. Allungai la mano sullo smartphone a libro, ultima generazione. Sfiorai l’immagine della cornetta e risposi. Qualcuno gracchiò:

-Salve – disse – sono il tuo cellulare (voce rinsecchita, per nulla adatta a un portatile che m’era costato un occhio della testa), puoi chiamarmi Wap, spero di non disturbare, visto che sei preso con Chip.

La situazione si stava mettendo di male in peggio. Non risposi, mi contentai di grugnire. La voce continuò:

Non disperarti. Capisco lo stupore ma, ridotto così fai proprio pena! Guarda che occhi! Sembri uscito da un incubo, oppure ci sei ancora dentro, chissà…

Lo posai sul tavolo e azionai il vivavoce. Accesi la sigaretta, contai fino a dieci e poi reagii:

-Ancora uno spiritoso che spara banalità – cercai di colpirlo “all’amor proprio”, qualora ne avesse avuto uno  – È la giornata mondiale del sarcasmo o cosa?

L’uomo è il più sapiente dei viventi perchè, oltre alle mani ha l’intelletto e la fantasia, ma manca decisamente di gioco, di farsa. Ha paura di essere ridicolo, in ogni occasione. Se lo pungoli si chiude come un armadillo.

Fece una pausa, poi continuò:

-Siete così formali, non so se mi segui. Dovreste rimettervi in discussione, seguire dei corsi di ironia sociale, per esempio. Insomma, in soldoni, avete uno scarso senso dell’umore eppure, caro Antonio, vi fate governare da pagliacci! Ha, ha, ha…

Ci risiamo, pensai, i miei attrezzi hanno la vena comica e filosofeggiano sulla nostra mancanza di humour, ma che palle! Chiusi la chiamata, quindi reclinai il capo e lo poggiai sulle braccia, accanto alla tastiera, mentre la radio partiva da sola e intonava un pezzo di Fedez:

…ma quale vita atletica, io passo la domenica, account a te, pc con 4 terabyte, raffreddamento a elica, account a te…

Stava succedendo qualcosa, ma cosa? Avevo la netta impressione di essermi impelagato in un gran casino, era meglio far finta di niente, chiudere il becco e lasciare andare!

Un gran sonno si acciambellò sul mio cervello, mollemente, come un gatto al sole. Non  risponderò più – rimuginai – non dirò più niente – e fu l’ultimo pensiero prima di scivolare in una nebbia spessa e soporifera.

Quando riaprii gli occhi, la luna era già alta e illuminava i grappoli gialli e fluorescenti del mio albero in fiore. Avevo la bocca impastata e un cerchio fulminante alla testa.  Cercai nel posacenere il resto della sigaretta e accesi.

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Esaminai il Packard bell, era in modalità “veglia”, lo schermo nero, inanimato. Poi vidi le due bottiglie di Sangiovese, vuote. Cacchio, le avevo fatte secche, scolate in una dozzina di lunghe sorsate e, per giunta, a stomaco vuoto. Ora era tutto chiaro, altro che strumenti parlanti, si trattava solo di una banale sbronza.

Fra uno sbadiglio e una boccata di fumo, riavviai il computer e aprii la pagina numero tre del romanzo, giusto dopo il prologo e la ripartizione dei personaggi. Nulla era cambiato. L’inizio del racconto si limitava a una frase: È piuttosto insolito andare a un funerale vestiti di rosso, ma quel giorno Clara…

Sentii la voglia di lavorare venire su. Il thriller questa volta sarebbe partito, me lo sentivo.

Di colpo, le frasi cominciarono a apparire. Chip s’era messo al lavoro. Lui scriveva ed io visualizzavo sullo schermo, senza che nessuno dei due aprisse bocca. Io, le mani intrecciate, contemplavo esterrefatto le pagine riempirsi una dopo l’altra.

Cosa ne pensi? – scrisse alla fine del primo capitolo (undici pagine in ventidue minuti netti) – Ne valeva la pena di incaponirsi e chiudere le porte a un assistente rapido e costruttivo, seppur inconsueto? A proposito, il defunto marito della signora in rosso lo farei risorgere. Lo facciamo tornare in vita alla veglia funebre. Nessuno se lo aspetta, è un ottimo inizio, da il tono giusto al thriller, soprattutto se si avvicina alla moglie e gli strappa il vestito rosso urlando…

-Allora non è più un giallo, ma un horror!

Sta a te decidere. Io, lo insaporirei un “attimino”. Una pepatina di macabro ci sta bene.

Mi alzai e andai a prendere un’ennesima bottiglia di vino. La stappai e riempii il bicchiere fino all’orlo.

D’accordo Chip – annunciai – diamoci da fare!

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Ero a pagina tredici. Presto la notte, lunga e infinitamente morbida avrebbe steso il suo complice velo sul mio piccolo strano mondo. La notte è una madre protettrice. È mia. Mia e di Chip e…  

…Wap trillò festoso come un’allodola in campo di grano. Lo lasciai gorgheggiare a lungo, prima di rispondere.


Immagine in evidenza: di Howard Lake

Valley of the moon di AlisaRyan

tastiera di Marcie Casas

Un posticino in paradiso

So stato vagabondo
E anche dottore
E perché no,
pure commendatore

A vorte, era ‘na scarpa
E na ciavatta
A vorte, er doppio petto
e la cravatta

Se ppenso a ‘sto destino mio
Me dico
M’è annata pure bene
E cor soriso

Parlo a San Pietro mio
E lo invoco
De nun lasciamme
Arrosolà dar foco

Lo so che nun so’ stato
Assai preciso,
Ma famme un posticino
Accanto ar Paradiso.

Anche se er freddo de ‘sta tera
Nun c’ha pari,
Tanto t’agghiaccia
D’odio e indifferenza,

Der callo dell’inferno,
Abbi pazienza,
Me pare arto er prezzo,
San Pié, se poi:
Famo ‘na via de mezzo.IMG-20170306-WA0002

La biro blu

Chi non conosce se stesso è perduto.

(Indira Gandhi)

 

Stanotte l’ho vista. Era altissima, sopracciglia e capelli bianchi, ma il viso giovane. Molto giovane. Avresti detto 16 o 17 anni.

In piedi a bordo del letto, mi osservava senza fiatare. Eppure, mi aveva svegliato, ma come? O forse sarà stata la finestra aperta e l’odore di mare che aveva invaso la stanza? Un odore insolito di  mare in tempesta, carico d’alghe e salsedine.

Non posso dire di avere avuto paura, Dio no. Anzi, ebbi una singolare sensazione di aver perso ogni insicurezza e con lei quella parte di me dove risiedevano le angosce, i rimorsi, i rimpianti. Insomma, ero sereno. Se c’era un luogo dove c’era la pace quella notte sulla terra, era proprio in quella stanza.

Fui subito colpito dal suo sguardo intenso, intenso ma anche un po’ scocciato, stufo, avresti detto un viaggiatore stanco, sfuggito alle intemperie e appena giunto in porto.

– Sono un angelo – disse – l’angelo della celebrità. Immagino che mi aspettassi.

– Si – risposi subito, pimpante come un grillo – è talmente tanto che paziento. È vero, ho chiesto una mano al cielo ed è passato così tanto tempo.

– Bene – reagì in un lampo e aggiunse in modo stringato:  – Il cammino era lungo. Ecco il contratto.

Mi ero appena poggiato sui gomiti per tirarmi su che lei già aveva aperto il grosso volume, all’ultima pagina. Mi porse una biro, una semplice biro blu, col tappino tutto masticato.  Angela dormiva respirando affannosamente, ignara di tutto.

– Va sempre così di fretta? – chiesi.

Non rispose subito, abbozzò prima un sorrisetto fra il sardonico e l’annoiato, quindi mi confidò:

– Ho finito il mio lavoro. Sei l’ultimo e non ho che un desiderio: sbrigarmi e rientrare al più presto, lassù, fra le stelle. Cinquemila anni son lunghetti, moscerino.

 

Lessi lo stampato. Conteneva un’unica piccola frase ed era redatto in antico persiano, ma la cosa non mi meravigliò. Non mi stupì nemmeno che lo sapessi leggere così bene, l’antico persiano. Il mio nome troneggiava al centro del foglio.

Antonio il Grande

E poi:

Mi impegno a tradire i miei sogni da bambino,

Data e Firma.

«Sogni da bambino»…Questa non ci voleva. Soppesai la cosa qualche secondo prima di afferrare la biro per sottoscrivere. Pensai: Io che non volevo farne un cazzo della mia vita… Ma quali sogni, aspirazioni… Da piccolo non avrei voluto altro che continuare a giocare e evitare, se possibile, di diventare un vero adulto. Quindi, in fin dei conti, i miei sogni infantili erano già stati belli e che traditi.

Affondò lo sguardo nei miei pensieri, ecco dove mi guardò, una specie di radiografia dell’anima o del cervello.

– Allora mo-sce-ri-no – scandì – convalida questa paginetta, griffala col tuo nome e chiudiamola qui.

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La cosa cominciò a infastidirmi, scivolai fuori dal letto e mi piazzai, dritto e  fiero, davanti a lei. Gli arrivavo al gomito. Dissi:

– Perchè mai dovrei sottoscrivere una così grande stronzata. Mi ascolti, sembra scontato, ma non lo è: Tutti i grandi sono stati bambini una volta e tutti, o quasi tutti, hanno sognato di diventare qualcuno, qualcosa… Ma io no, non mi ricordo proprio d’aver sognato di diventare un Grande…

– Senti, cocco, mi sto annoiando, mi resta un posto nella storia, uno solo, o te lo becchi tu o ci metto una croce chiudo il libro e mi sgancio.

– Un momento – dissi, socchiusi gli occhi e provai a concentrarmi di nuovo sulla rilevanza di quella frase «mi impegno a tradire…»…

Quando li riaprii era piegata sul grande tomo e stava scrivendo qualcosa. Mi chinai e lessi: Vanteria vuota!

Appose un sigillo con la testa del suo anello, quindi firmò: La Gloria.

– Ci vediamo mo-sce-ri-no – mormorò – il tuo tempo è scaduto. Ti trovo un tantino capriccioso. Non sai nemmeno tu quello che vuoi oppure, non ne sei consapevole.

E spiff, si dileguò nel nulla.

 

Mi svegliai e non era ancora l’alba. Mia moglie, ritta davanti alla finestra, osservava il cielo scuro, ascoltando il sommesso sciacquio della risacca. Disse:

– Si direbbe che persino la luna e le stelle si siano affrettate stanotte. Non c’è più nulla che brilla, eppure il cielo è sereno…Qual è il tuo programma, oggi?

Guardai sul comodino, la biro (quella biro!) era là, col tappino masticato dalla gloria, e sotto la biro una risma di fogli, bianchi e immacolati.

Era evidente, cos’altro avrei potuto risponderle.

– Scrivere – affermai – ho un notevole ritardo da colmare.

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Bic Biro di John Cooper

Follow your dreams di Chris Devers

Ossigeno

Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore.

William Faulkner

Sessantunesimo piano. Comprensorio periferico.

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Il corridoio, freddo e sinistro, sembrava ancora più lungo tanto era male illuminato dai pochi led inseriti nelle fasce che correvano alla base dei muri.

Juno percorreva lentamente, respirando corto, i trecento metri che la separavano dalla cellula 961.

Il manometro segnalò con uno zufolio quasi beffardo gli ultimi grammi di ossigeno nel fondo dell’unità portatile appesa alla tracolla. Ora, se voleva raggiungere l’abitazione, doveva tenere bassa la frequenza respiratoria e procedere in semi-apnea: una boccata d’aria ogni trenta secondi.

Forse, avventurarsi così lontano e superare l’area metropolitana, era stato imprudente, giacché alla fine aveva dato fondo alla riserva.

Chissà se ne è valsa la pena, si chiese, mentre il sudore le appannava il plexiglas trasparente della protezione.

L’ultimo piano era ormai inabitato e gli unici moduli ancora occupati erano il 1000 e il 1001, molto più distanti, e in quel budello, da oltre un mese sotto-ossigenato e via via ridotto al solo azoto, si rischiava rapidamente l’asfissia.

Gli altoparlanti gracchiavano e ronzavano cupamente come grosse mosche in bottiglia.

Prima l’aria e adesso anche la musica – li maledì fra se – Ci stanno togliendo tutto. Ci abbandonano come appestati.

La cellula distava ancora un centinaio di metri. La spia si accese e l’erogatore smise di inviare la miscela gassosa nell’inalatore. Due minuscole lacrime le spuntarono agli angoli degli occhi. Aveva la testa pesante e una prima sensazione di vertigine la avvertì del pericolo imminente.

È tutto come in quel maledetto sogno. Da un momento all’altro i miei polmoni dovrebbero sfrigolare e disintegrarsi in una brodaglia di sangue e organi. Molto divertente – pensò, mentre cercava affannosamente di raggiungere l’abitacolo familiare.

958, 959, 960… Grazie a Dio sono salva.

L’indicatore di presenza sulla porta stagna era blu. Guth era in casa. Si trascinò per quegli ultimi metri, riuscì a fatica a comporre il codice, aprì il portellone, entrò e si strappò d’un sol gesto la maschera dal volto.

Guth era davanti all’unico oblò che dava sull’esterno. Non si girò e Juno poté respirare profondamente, una due tre volte, lentamente, senza far rumore.

Il gatto, grigio e macilento, le si avvicinò. Miagolò, strofinando il lunotto trasparente sulle gambe della padrona.

Guth finalmente distolse lo sguardo dal grigiore del panorama e la osservò, mentre lei, di spalle, scioglieva e lasciava cadere i lunghi capelli bianco latte, evitando così di mostrare il viso stanco e sudato e gli occhi lucidi.

– Con me Mimí si annoia! È te che vuole! – esclamò Guth – quindi tornò a fissare lo scialbo tramonto attraverso lo spesso vetro. Il sole, filtrato dallo scuro strato di pulviscolo, appariva smorto e opalescente.

Juno si asciugò il volto e si avvicinò al dispenser del cibo del gatto.

– Hai guardato il notiziario?

Lui fece no scuotendo la testa.

– Adesso è ufficiale, niente più animali nei comprensori. Domani verranno a prendercelo.

– E per il resto?

– Non ce l’abbiamo fatta. La Riserva ci ha negato la proroga del debito e anche il Cancellum.

Guth, lo sguardo fisso sulla luce diafana del cielo, sfilò le cannule dal naso e respirò l’aria già povera d’ossigeno della stanza.

Juno chiese:

– Quanta ne rimane?

– Quel poco che ci resta è già intaccato dall’anidride carbonica. Il digitale indica un’aria al 17 % di ossigeno. Abbiamo un modulo abitativo di circa 24 metri cubi, quindi più o meno 5 giorni, respirando a pieno ritmo.

– La morte, questa sconosciuta – disse lei mentre sfilava il casco al gatto.

Prese la scatola delle crocchette, la aprì e riempì il dispenser. Guth le si avvicinò e le accarezzò il viso.

– Sembri più stanca del solito. Fatti un bel cioccolato caldo.

– Ho visto Mark. Ci sono andata dopo aver parlato con le banche e, colmo della sfortuna, non era nemmeno nel suo modulo.

– Cavolo!

– Ma non mi sono arresa. L’ho trovato da Maria, nel secondo comprensorio.

– E come hai fatto a passare?

– Guth, da due giorni di sotto non si vede a un metro! E poi, domani è vigilia…

– Hai preso un enorme rischio! Abbiamo il pass in rosso.

– Si, però ho trovato qualcosa.

– Cosa perdio? Dai su, svuota il sacco.

– 170 litri di ossigeno puro.

– Un’intera bombola?

– Si, una! Una sola!

– A che prezzo?

– Novanta eurilleri al litro. Adesso non abbiamo più gettoni.

– Porco mondo. Cento volte più cara dell’acqua.

– Lo so. Ma non ti preoccupare, Mark si è portato garante. Pagheremo più in là, dopo le feste.

– Se ci arriviamo Juno, se ci arriviamo. E ora dov’è?

– Di sotto, al solito posto. Non ho potuto prendere il montacarichi. C’erano i guardiani in portineria. 61 piani con 15 chili sulle spalle non ce l’avrei fatta.

– OK, scenderò io dopo, a notte.

– Tanto è tutto inutile, non basterà.

– Perché dici questo?

– Mark e Maria la pensano così. Dicono che non rimetteranno in funzione gli erogatori prima di tre settimane e che oramai anche il mercato nero è tenuto in pugno dallo stesso Cancellum che non tira fuori più nulla e lascia gravitare i prezzi. È tutto sotto chiave, vorrei proprio sapere dove.

– Vuoi dire che lasceranno schiattare la metà del comprensorio nel giro di un paio di settimane? Idiozie!

– No, Guth, hanno ragione. L’aria del purificatore verrà pompata di nuovo negli impianti di aerazione fra venti lunghi giorni. Il giusto lasso di tempo per mandare all’altro mondo le migliaia di debitori insolventi, recuperare i moduli e affidarli a quelli delle periferie in lista d’attesa. Nuovi lavoratori. Nuovi clienti. Nuovi consumatori.

– D’aria.

– D’aria!

Juno azionò il pulsante delle poltroncine che si alzarono dal pavimento.

– Sediamoci un attimo – disse – facciamo il punto sul gatto.

– Il gatto?

– Certo. Dobbiamo salvare Mimì. Se passano domani…

Guth si massaggiò il mento ricoperto dalla peluria ispida e grigia. Lei notò il lieve tremolio della mano.

– Come ti senti Guth?

– Sto bene, almeno per ora. Sono solo stanco, anzi scoglionato. E tu?

– Tutto a posto Guth.

– E della foresta? Ne hai parlato con Mark?

– Certo. Ma è come pensavamo. Uscire dalla città è impossibile. Hanno già chiuso i due tunnel fino alla prossima erogazione. Per il resto è tutto muro. Nessuno entra, nessuno esce. Passano solo gli alti funzionari.

– Sembra ci sia molta gente sotto e soprattutto sopra gli alberi, a causa dei lupi.

– Pare sia così. E quelli che hanno capanne di fortuna crepano di freddo.

– Già.

– Bel Natale.

– Bel Natale.

– Ma almeno hanno l’aria.

– Nemmeno quella è pura, Juno, anche là l’ossigeno è a meno del 20%. Gli uomini di mano del Cancellum provocano un incendio dopo l’altro, ai margini della foresta. L’aria è satura di gas e l’ossigeno si riduce rapidamente.

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Bussarono alla porta.

– Chi potrà mai essere?

– Mio Dio, avranno trovato la bombola.

Guth, prima sollevò il gatto e lo infilò nel ripostiglio, poi andò ad aprire.

Erano in due. Il primo aveva la tuta bianca degli agenti del Cancellum. Il secondo era un buffo Babbo Natale col cappuccio rosso infilato sul casco.

Quest’ultimo parlò. La voce uscì arrochita dal microfonino del facciale a ventilazione assistita.

– Art Guth?

– Sì, sono io. ..

– Il sindaco quest’anno ha diviso i premi della riffa fra i cittadini del comprensorio. Il sorteggio è avvenuto questa mattina. Voi siete gli ultimi della lista. Questo è per voi. Buona fortuna e buone feste signori Art.

Porsero l’involucro e partirono.

– Buone feste, dice quello, piuttosto beffardo come augurio – mugugnò Guth, col pacchetto in una mano e aggiunse – Non è che poi pesi così tanto.

Juno, tutta eccitata, glielo tolse di mano.

Aveva ancora la testa pesante, la scarsa quantità di ossigeno nell’aria della stanza non l’aveva aiutata a rimettersi dallo stress respiratorio. Ma, nonostante ciò, gli occhi le brillavano di gioia e, tutta eccitata, prese immediatamente a sballare la scatola con la stessa frenesia di un bambino.

La febbrilità dei gesti fece rotolare in terra i barattoli, rossi e con la scritta bianca.

– Ma cos’è, Coca Cola? – chiese Guth.

Erano dodici lattine da cento grammi, come quelle della celebre marca, piccole e scintillanti, con tubicino e mascherina. Su ognuna una scritta ornata di stelline d’argento. Juno lesse ad alta voce: Aria di Natale. Denominazione di Origine Controllata. Ne stappò una, portò la mascherina alla bocca e inalò avidamente.

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Credits

Foto Skyline ( Staring into the future) : https://www.flickr.com/photos/chrischabot/

Foto foresta invernale (Forest) : https://www.flickr.com/photos/piter79/

Ultima foto (I think I saw Santa Claus) : https://www.flickr.com/photos/alexander_mueller_photolover/

Foto in evidenza : internet

…Salvo imprevisti!

Il tempo è ciò che impedisce alle cose di accadere tutte in una volta

John Archibald Wheeler

scassinatore

Tobia, seduto sul water, sudato e con un torcibudella fulminante, ascoltava i passi vellutati dei compari mentre mettevano a soqquadro l’appartamento.

Cazzo! Sto seduto su un trono da milionari, colla tavoletta riscaldata, pensò, mentre un ennesimo spasmo gli percorreva l’addome,

S’era ficcato in quell’assurda storia per far colpo su di lei. Una bravata, così, tanto per mostrargli che era all’altezza delle cose difficili, scervellate.

Per conquistarla non vedeva altro modo: doveva lasciarsi coinvolgere in una delle sue peripezie. Ed ora erano lì, entrambi, nel vivo dell’azione, al lavoro, come diceva lei.

Fece uscire tutto, si pulì con la carta profumata, tirò su i jeans, avviò lo sciacquone, nebulizzò un bel po’ di profumo per donna e uscì.

– Va meglio? – Chiese Luca, indaffarato a rovistare i cassetti della scrivania – È sempre così la prima volta. Al cesso comunque ci vanno in molti, anche dopo decine di scassi. È psicologico: la tensione ti stringe le budella e arriva la colica, violenta e improvvisa, impossibile da controllare.

Tobia finì d’allacciarsi la cintura.

– Da dove comincio?

– Dalla camera da letto. Prendi questo coltello, se serve trancia tutto. Io finisco il salone. Di’, ma ti sei messo il profumo della signora?

– No, ne ho spruzzato un po’ per disinquinare l’aria. Hai detto che volevi passare al setaccio il bagno, no?

Si annusò le mani. La fragranza dell’eau de toilette dava decisamente alla testa.

– E Poppy? – volle sapere.

– È di sopra, nella mezzanina.

Sara, detta Poppy per il papavero tatuato sul collo e le chiome tinte di rosso, aveva avuto quella dritta dal vecchio, al bar, e s’era vista quasi costretta a portarsi dietro Tobia che da un mese gli stava appiccicato come una mosca cavallina assetata di sangue.

– Perdio – smadonnò Luca – dovranno pur essere pure da qualche parte. Uno mica va a vedersi un film con tutti quei soldi in tasca – grugnì, mentre spostava un dipinto del Campigli.

– Guarda che quadri. Dì, ma lo sai quanto vale una roba così? E questa litografia firmata? – aggiunse con l’aria di capirne molto – Un Carrà. E poi c’è un Burri, quello dei sacchi di juta, e un Fontana. Prendi su un lenzuolo che li avvolgiamo e poi li carichiamo in macchina.

Tobia entrò nella stanza. Avrebbe voluto chiudersi di nuovo in bagno ché il brontolio alla pancia aveva ripreso. Si sedette sul letto, sfinito. Sfilò una federa dal cuscino e si asciugò la fronte dal sudore.

Uno schiamazzo improvviso venne su dalle scale. Si immobilizzò, le orecchie appizzate a individuare l’origine del rumore. Era gente che saliva a piedi e ora stava attraversando il pianerottolo.

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Rivide la porta sfasciata. Luca, con quell’enorme cavachiodi, l’aveva quasi divelta, senza mezze misure, e il fracasso del legno spaccato di netto aveva riecheggiato in tutta la palazzina.

– La gente di notte è meno curiosa – aveva cercato di tranquillizzarli – ci pensa su due volte prima di abbandonare il calduccio del letto.

Tobia guardò l’orologio, le undici e quaranta. Una nuova fitta gli percosse gli intestini.

Niente da fare, non fa per me. Qualsiasi cosa succeda, non ci sarà una seconda volta.

Il vocio s’attenuò, dovevano essere già al piano di sopra.

Luca chiamò. S’era affacciato sul ballatoio.

– Che c’è?

– Dai vieni, fammi la scaletta che non ci arrivo.

Erano ambedue lunghi e slanciati. Tobia lo aiutò a issarsi fino al soffitto.

L’altro tolse la plafoniera e svitò la lampadina.

– Imbecille, avrei dovuto pensarci prima. Comunque, non hanno visto nulla o si sarebbero fermati a curiosare invece hanno continuato a salire e ghignare come deficienti.

Poppy li raggiunse. Puntò il fascio del torcione sui volti tesi e già impalliditi dal lungo inverno.

– Ahó, ma che cavolo succede?

– Ho tolto la luce. Su, rientriamo. E tu accosta bene la porta – ordinò a Tobia – Da qui non si parte senza la grana.

Poppy precedette Tobia. Lui, nel buio del corridoio, le sfiorò con fare distratto i lunghi capelli fiammeggianti, accostò il naso e tirò su, avidamente, quasi volesse riempirsi i polmoni dell’essenza del suo shampoo. Lei si voltò e gli piantò dolcemente gli occhi neri e profondi nei suoi. Tobia avvertì come una scossa elettrica lungo la schiena. Fu un momento di panico totale misto a beatitudine, un meraviglioso miscuglio di sensazioni estreme. Si domandò quando avrebbe mai avuto il coraggio di dirglielo ch’era cotto di lei. Ma quando?

Ogni volta che ne aveva avuto l’occasione una specie di nodo assurdo gli si era formato in gola: impossibile di articolare una frase. Eppure se lo sentiva, lo sapeva, era a un soffio dal conquistarla.

Certo era più giovane, ok, ma era alto, belloccio e dimostrava molto di più, soprattutto ora, con la barba ispida e incolta che gli dava quella mezza grinta da duro.

Poppy riprese le scale che conducevano al piano, Tobia, ancora trasognato, contemplò le natiche sode e bombate nel pantalone aderente. Quante volte aveva sognato di afferrarle a piene mani… Oh Gesù, pensò, meglio non pensarci troppo.

Rientrò nella camera da letto mentre il campanile rintoccava la mezzanotte. Bisognava muoversi, presto i Duncan sarebbero rientrati. Dopo una settimana di filature li avevano seguiti fino al cinema d’essai, in centro e quel film di Bergman era una manna, durava ben tre ore.

– Adesso o mai più – li aveva incoraggiati Poppy – Presto, al lavoro!

Un gatto spuntò dal nulla. Saltò sul letto miagolando. Aveva gli occhi sgranati, quasi gialli. Tobia cacciò fuori il serramanico, fece scattare la lama, gettò all’aria coperte, lenzuola e gatto e cominciò a squarciare il materasso.

* * *

Poppy agguantò le tre birre passando le braccia sopra le teste dei clienti. Il bar traboccava di gente. Ce n’era ovunque, consumavano ai tavoli e anche in piedi, appoggiati al banco, fumando davanti all’ottima spina, un caffè o uno dei famosi bianchetti e frizzantini che facevano la nomina del bar.

Ma il meglio del meglio, in quel locale, erano gli intrallazzi. Ce n’erano di tutti i tipi. Nel retro si giocava d’azzardo e davanti, al solito tavolino accanto alla vetrata, sedeva André. Un vecchio marsigliese rifugiatosi in Italia alla fine del ’40 dopo aver rapinato alcuni camion della milizia.

Con lui potevi avere di tutto. Avevi bisogno di un passaporto, patente, o di qualcosa di forte per rimetterti in orbita? André ti aggiungeva alla sua lunga lista d’attesa assicurandoti che la data (e anche l’ora) della consegna sarebbe stata rispettata. Un uomo apparentemente bonario e sorridente ma intrattabile sulle «operazioni in borsa» come soleva chiamarle.

Poppy aveva un profondo rispetto per quella vecchia canaglia. Con André, diceva, la più piccola transazione è sempre una roba seria. Non esistono inciuci, solo affari e, soprattutto, ci si può fidare.

Il barman li raggiunse al tavolino. Aveva un naso schiacciato da ex pugile che piegava da un lato e gli occhi molto vicini, piccoli e svegli. Si chinò e bisbigliò all’orecchio di Poppy. Tobia lo guardò di traverso.

– E quel pivellino chi è? – chiese, indicando Tobia col mento, mentre quest’ultimo s’era alzato per recarsi al distributore delle sigarette.

– Niente, non c’entra un tubo con la storia. È solo un amico, è qui per caso.

– Allora, dai Duncan? André vuole sapere com’è andata!

– Abbiamo i quadri, sono in macchina, ma tutti quei soldi col cacchio che c’erano, solo qualche gioiello e un centinaio di mila lire. Una miseria! Abbiamo cercato fra i libri, rovesciato i pacchi della pasta, sventrato i materassi, i fustini del sapone, niente. Luca ha persino smontato il pannello della lavatrice. Era una dritta storta, e per poco non incrociavamo i proprietari. Noi a caricare la macchina e quelli che aprivano il portone. Di’ al vecchio che gli passiamo i dipinti e anche i gioielli. Se ne dovrà occupare lui e quando li vende si dividerà in parti eque e per le centomila, beh, noi ce le spariamo al ristorante, è una settimana che mangiamo panini in macchina.

Il barman si allontanò.

I due sorseggiarono le birre in silenzio sbirciando a tratti il francese, completamente assorto, gli occhi puntati sullo schermo in fondo alla sala.

D’un tratto, sulla porta, si materializzò un colosso con una gabardina nera aperta. Doveva fare sul quintale. Portava i capelli lunghi e disordinati. Il ventre prominente copriva la cintura del pantalone di fustagno. Tossì, come per richiamare l’attenzione di qualcuno, ma nessuno si mosse.

– Dovremmo andarcene – mormorò Luca – quello è un commissario.

– Si, lo so – fece Poppy – prendiamo Tobia e andiamo.

Il gigante roteò lo sguardo tutt’intorno, quindi raggiunse il bancone e comandò qualcosa.

Poppy fece un cenno a Tobia indicandogli la porta, si alzò e s’avviò per prima seguita da Luca. Tobia li raggiunse fuori.

– Che succede? – chiese scartando il pacchetto – perchè andiamo via?

– Niente di grave, ma è entrato uno sbirro che ci conosce, meglio non venirgli in mente.

Si avviarono lungo il viale in direzione dell’auto, parcheggiata a distanza, per precauzione. Il grosso della refurtiva era ancora nel bagagliaio.

– Tienila tu e cammina un po’ in dietro – disse Luca passandogli una vecchia Beretta 6,35. A te non ti conoscono, e attento a non togliere la sicura, che è carica.

Tobia si fermò e si lasciò distanziare controvoglia.

Era un lunedì sera spento e cupo. Ti metteva la fiacca. Non c’era un cane in giro e una pioggerella sottile aveva lasciato i marciapiedi umidi. Faceva piuttosto fresco per un fine aprile e molti negozi stavano abbassando le saracinesche con qualche minuto in anticipo. La luna, calante, stava posando il suo ultimo quarto fra una nuvola e l’altra. Un quarto fine fine, appena visibile.

Luca ripensò allo scasso. Dei soldi non gliene importava un becco, d’altronde quei pochi biglietti li aveva scovati lui, arrotolati in un tubo vuoto delle aspirine e li aveva subito portati ai compari. Lei si era alzata sulla punta dei piedi e gli aveva schioccato un bacio vicino alla bocca.

– Hai avuto naso! Tienili tu e domani ce li spariamo in trattoria.

Si carezzò quell’angolino di guancia sfiorato dalle labbra umide. A dire il vero, a cena fuori avrebbe voluto andarci solo con lei, altro che uscita a tre.

Down to ride to the bloody end, prese a canticchiare le rime di Tupac dedicate a Bonnie and Clyde, Just me and my girl friend.

Una sirena suonò, stridula e penetrante. Tobia, le mani in tasca, strinse l’arma, per nulla tranquillo. L’altra mano trovò i soldi del furto, piegati in quattro.

Poppy si girò lanciandogli un sorriso da lontano. Lui, si rammentò di quella volta, al Burger bar, quando ancora non la conosceva e s’era fatto sorprendere con gli occhi piantati sulla camicetta trasparente. E lei, e lei niente, era scoppiata a ridere e, allontanandosi con la coca e il panino, aveva sculettato apposta, poi s’era girata e gli aveva fatto segno di sedersi al suo tavolo.

– Di un po’ ma quanti cazzo di anni hai – le aveva chiesto dopo averlo osservato a lungo.

– E tu, quanti me ne dai?

– Forse venti, ma se ti radi credo meno, magari diciotto.

– Ci sei quasi – aveva risposto lui. Fra poche settimane compio gli anni. Se verrai fuori a cena con me, te lo dirò.

* * *

– Dai prendiamo la macchina – disse Luca – e andiamo a mangiarci un boccone.

– Ma sei sicuro? – chiese lei.

– Di cosa?

– Della macchina. Non è meglio saltare su un taxi e lasciarla dov’è?

– Dai Poppy, non essere paranoica! Sta ricominciando a piovere e poi è nuova, non la conosce nessuno.

Più indietro, Tobia cominciò a starnutire. Aveva le spalle gelate. Allungò il passo e li raggiunse.

– Merda, sono in camicia e ho dimenticano il pullover al bar – disse – e adesso ho freddo.

– Vai allora e fai presto, noi ti aspettiamo in auto.

– Dove si va a mangiare?

– Da Pietro, il lunedì c’è sempre il vitello tonnato.

– Ok, vi raggiungo all’auto.

Tobia allungò il passo. Osservò l’insegna blu del bar, quasi fluorescente.

Stava per attraversare quando vide il barman, quello che aveva parlato all’orecchio di Poppy. Era in un’alfa grigia, in piena discussione col colosso zazzeruto, il commissario.

Si affrettò a ritornare sui suoi passi. Doveva parlarne a Poppy, al diavolo il cardigan.

Stava arrivando alla piazzetta, a due passi dalla Volvo di Luca. Un’altra sirena risuonò. Quando girò l’angolo vide le due volanti. Avevano bloccato i due compari, proprio davanti alla macchina. Si sentì ghiacciare il sangue, non era un semplice controllo: Luca aveva aperto il cofano e uno degli agenti stava sollevando l’involto con i quadri.

Fece dietro front, domandandosi se era bene tornare al bar e recuperare il maglione o tirar dritto. Nonostante il freddo tirò dritto.

Si allontanò dall’isolato a passo svelto mentre la pioggia, ora fredda e sferzante prese a martellarlo.

Vide l’autobus. Stava arrivando alla fermata. Corse e ci saltò sopra. Era un auto a caso, non sapeva nemmeno dove portasse.

L’automezzo partì in tromba sulla corsia preferenziale.

Il destino giocò sporco e l’auto transitò proprio di là, davanti alla Volvo. L’autista rallentò incuriosito dai lampeggianti blu e dall’agitazione di alcuni curiosi. Stavano ammanettando Luca mentre Poppy era già in una delle volanti, col viso schiacciato contro il finestrino.

Lei gettò uno sguardo all’autobus che passava lento. I pochi passeggeri, in piedi, scrutavano la scena. Lui restò seduto, lo sguardo perso nel vuoto.

Il conducente accelerò e imboccò l’arteria principale, infiltrandosi nel traffico oramai rarefatto.

Impregnato d’acqua, tremante, reclinò il capo e chiuse gli occhi.

– Qualcosa non va? Non si sente bene? – chiese la donna, con un forte accento inglese.

Tobia si volse. Due occhi verdi lo osservavano.

– Non è niente, grazie.

– Ne è sicuro?

– Un’avventura finita male. Piantato. Scaricato dopo un solo mese, e poi la pioggia, me la sono buscata tutta io, ecco tutto.

La donna gli tese il foulard.

– Tenga, provi ad asciugarsi con questo. E prenda la mia sciarpa, sennò si prende un malanno.

Tobia la fissò. La quarantina, i capelli lunghi e ricciuti e quegli occhi…Dove l’aveva già vista? Prese il foulard e cominciò ad asciugarsi il volto. E quel profumo, dove l’aveva già sentito?

– Ognuno le sue disgrazie – continuò lei – quando il diavolo ci si mette non risparmia nessuno. Questo pomeriggio un imbranato ci ha sfondato la macchina e ieri notte ci siamo fatti svaligiare l’appartamento, mi dà i brividi anche solo parlarne…

Tobia, turbato, guardò fuori. Lei spinse il pulsante di fermata.

– Oh, sono arrivata – disse – Mi raccomando stia su col morale.

Si avviò all’uscita e aggiunse sorridendo: «plenty of fish in the sea, no one is indispensable», qui da voi dite morto un papa se ne fa un altro! La vita continua, caro giovanotto.

– Aspetti, si riprenda il foulard e la sciarpa.

– Lei ne ha più bisogno di me.

– Mi sembra troppo…

Facciamo una cosa, le mette in una busta e me le spedisce, ecco l’indirizzo.

Aprì la borsetta, prese un cartoncino e glielo passò.

Tobia lesse: Duncan & Duncan – Esperti d’Arte associati.

L’auto frenò. Le porte si aprirono e la donna saltò giù lasciando una scia del suo profumo piccante.

Fuori aveva smesso di piovere e la notte iniziava a avvolgere la città. Qualcuno, lassù, avrebbe ripreso tranquillamente a mescolare le carte.

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Credits

Foto carte di Michael

Foto scassinatori da internet

After Shave

Tutti gli esseri umani hanno piccole anime grigie…

e tutti se le vogliono imbellettare.

(dai Bassifondi M. Gorkij)

Enea era un coattello di borgata, con i cinque punti tatuati tra il pollice e l’indice, i capelli neri lunghi a caschetto con la frangia che gli copriva la fronte, zac, tagliata netta sulle sopracciglia. Sempre rasato di fresco (girava con l’astuccio del rasoio e l’Acqua Velva nella tasca portaoggetti) ci ubriacava di buon mattino con la fragranza del potente aftershave.

– Sembro ‘n pupetto – si pavoneggiava, mentre annaffiava letteralmente il volto col popolare cosmetico blu.

All’alba, quando mettevamo piede nella 600, Abarth naturalmente (sedili leopardati, cambio basso in radica e volantino!) , l’olezzo del sempitèrno dopobarba ci ammorbava e annodava lo stomaco. Allora, aspettavamo che aprisse il thermos per poi ficcare il naso nel bicchierino con l’espresso e inalare i vapori caldi e balsamici del caffè.

Più ristretto deccosì se more, manco l’oio de motore è più nero – ripeteva ogni volta, versando il nettare cremoso e denso, fatto coi cristi, come diceva lui, dalla madre, la sora Elvira.

Svuotato il thermos, una nazionale senza filtro e si andava. Il rombo dei cilindri, amplificato dai doppi scarichi laterali, lacerava l’aria quieta e svogliata del centro.

– Chissà in quanti ti maledicono – scherzava su Luciano, alto e secco come una canna, piegato in due nell’esiguo spazio del sedile posteriore – Solo tu fai ‘sto cazzo de casino!!!

Enea rideva sotto i baffi e spingeva il piede sul gas a tavoletta, sorpassando gli autobus semivuoti, i camion dell’immondizia, le piccole utilitarie degli operai e i furgoni delle consegne; dando colpi di tromba al suon di Cucaracha e piegando in curva con un gran stridìo di gomme pure quando non serviva. In dieci minuti netti eravamo a destinazione.

Alle sei e trenta del mattino il furgoncino della «mondopulito» passava a prelevarci nel ghetto. Arrivarci da Cinecittà era già un viaggio: con Luciano, si prendeva il T4 della Stefer che era proprio notte, fino a piazza dei Re di Roma, e là, Enea, in provenienza dal Tufello, ci caricava in macchina e ci portava al punto d’incontro davanti al ristorante da Giggetto, al portico d’Ottavia.

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Vendevamo porta a porta prodotti per le pulizie, profumi e deodoranti. Non si guadagnava granché, era tanto per dire che si aveva un lavoro e non piangersi addosso.

Fra quelli che avevano un diploma, in troppi l’avevamo attaccato al chiodo, obbligati a avanzare a tastoni, un lavoretto dopo un altro, nella speranza che le cose potessero prendere il verso giusto. In attesa dell’impossibile, riempivamo i bar e le piazzette e, fra un caffè e un Peroncino, ci si passava il Messaggero o il Paese, frugando fra gli annunci di lavoro i più disparati, troppo spesso mal pagati e senza tutele.

Ogni tanto qualcuno riusciva a tirarsi fuori dalle macerie e alzare la testa. Allora, tutti stringevamo i denti e tenevamo duro ed io, tanto pe’ campà, spacciavo prodotti di bellezza, lacche per capelli e detersivi. ‘Na favola!

Ogni giorno il furgone cambiava zona. Di preferenza quartieri popolari, enormi dormitori con pochi negozi, centinaia di appartamenti e scale, scale, scale… Ci scaricavano con i borsoni colmi di sottomarche nei differenti lotti di palazzine, per poi riprenderci a fine giornata. Tanto hai venduto e tanto hai guadagnato. Bisognava essere suadenti per evitare le porte in faccia e i «nun ce serve gnente, grazie» e arrivare al tramonto con un piccolo attivo.

Fra noi, c’erano quelli con la faccia tosta, come Enea, che avevano le battute giuste e vendevano come maghi, e poi gli imbranati, fra cui me, per i quali troppo spesso, a sera, la sacca sembrava più pesante del mattino.

Ma si andava, si andava comunque, anche per cinquecento lire al giorno (il caffè ne costava quasi cento). Il tutto era tenersi alla larga della povertà che se si interiorizza è come tutte le disgrazie o le malattie: alla fine ti annienta. Bisognava tenerla a distanza, questo era l’obiettivo, sotto controllo come un bacillo infettivo.

Quella mattina Enea venne con un’ora di ritardo e il furgone ci sfuggì sotto il naso lasciandoci sotto dei goccioloni freddi e opprimenti. Andammo nel bar all’angolo a bere il sacro cappuccio.

– È un male per un bene – esordì Enea, coi baffi di panna del maritozzo sul muso – C’ho ‘na dritta bonaUn lavorone. Ho discusso con un capo cantiere, un conoscente. Assumono una squadretta giovane, ma al nero. Soldi contanti. Sette otto manovali per il nuovo palazzo delle poste, vicino a quello dei Congressi. Danno dodicimila al giorno, oh, dico, più de du’ scudi. Ogni sera quando stacchi te li mettono in bocca… Aho, so sordi!!! – insisté Mi’ madre deve da lavorà ‘na settimana pe’ guadagnalli.

Eravamo solo in tre e tre non bastavano e occorreva presentarsi sul posto prima di mezzogiorno, ché poi il ragioniere avrebbe lasciato il cantiere.

– Io un po’ di disgraziati ce l’ho – dissi – quelli vengono. Ma bisogna riscendere al Tuscolano. Fra poco li troviamo tutti al bar, a piazza Don Bosco.

Andammo in quartiere per il reclutamento. Alle undici la combriccola era già pronta. C’era il Pecora, così detto poiché arrestato a un posto di blocco con quattro o cinque agnelli in macchina di cui era stato denunciato l’abigeato. Duilio, secondo anno di architettura, capelli lunghi sulle spalle e barba incolta. Manlio, comparsa a tempo quasi pieno, detto «er Davoli» per aver fatto il figurante per Pasolini in uccellacci e uccellini e anche nel decameron. E in ultimo Quirino, pelato, la quarantina, l’unico sposato e con un figlioletto, dieci anni di montaggio in fabbrica, sull’Anagnina, e poi più nulla.

Ci recammo tutti sul cantiere, elettrizzati come se dovessimo riscuotere un terno al lotto o partire per le Hawaii. Un capo mastro in tuta blu ci riunì all’entrata, era il conoscente di Enea. In due parole ci spiegò il da farsi. C’era «semplicemente» da caricare e montare a mano, su e giù per le impalcature, i pesantissimi impianti di aerazione e ventilazione, con gli aspiratori, i condotti e i rotoli dei cavi.

– E la gru non li po’ tirà su st’affari? – chiese Quirino. Ma nessuno rispose.

In quattro provammo ad alzare uno dei motori, ancora incellofanato. Quei vecchi modelli dovevano superare i cento chili. Restammo sì e no un minuto con uno di quei mastodonti sulle braccia, spostandolo avanti e indietro per una decina di metri, alcuni paonazzi e altri pallidissimi per lo sforzo, sotto lo sguardo attento di un tracagnotto incravattato appena giunto, il ragioniere.

Guardai su. L’ultimo piano era così distante, inaccessibile, quasi estraneo. Dava l’impressione di appartenere al vento e non alla terra. Solleticava sinistre nubi cariche d’acqua e ci snobbava dall’alto, mentre in basso tutta quell’attrezzatura sembrava ancorata al suolo: un’enorme massa di rame, ferro e piombo da portar su, su fino ai cumuli grigi.

Aho! So’ ‘na caterva – grugnì il Pecora – e poi, a regà, fa propio freddo!

Che devi da fa’ – sospirò Quirino – Mejo ‘e chiappe gelate che ‘n gelato tra ‘e chiappe!

Luciano, senza fiato, si asciugò il sudore cercando il mio sguardo.

– Per me va bene – sussurrai – Ci cambia dal borsone e tutte quelle scale.

– Allora? – chiese il capo mastro – decidetevi, che il dottor Trombetta non ha tempo da perdere. O è si o è no!

Trombetta, fece risuonare un tubo vuoto, picchiettando con il lapis, per richiamare l’attenzione. Quindi aprì bocca, una fessura appena visibile risucchiata dalle guance paffute e porporine, con in mezzo un naso largo, all’insù.

Ahò, me pare er salumiere de mi’ madre – scherzò Manlio – C’ha a stessa nasca! Pe’ scaccolasse ce po’ ‘nfilà er ditone.

– Vi diamo dodicimila al giorno – attaccò il tipo – Si comincia alle sette. Pausa da mezzogiorno all’una e alle quattro via, finirete un’ora prima degli altri. Ci sono circa dieci giorni di lavoro ma, se chiudete entro una settimana, c’è un premio, cinquemila a testa. Se siete d’accordo, prendo i nomi e domani mattina iniziate. Non c’è nulla di complicato, un paio di operai vi seguiranno e vi diranno dove posare il materiale, un piano dopo l’altro, mentre i tecnici passano i cavi nei condotti, per gli allacci.

Ci studiammo. Ognuno cercava il sì o il no negli sguardi degli altri. Il Pecora restò a testa bassa, piuttosto incerto.

E dimo che vabbé – esordì Enea – però ce pagate ogni sera, come ha detto er capoccia.

In fila, demmo nome e cognome. Avremmo potuto dire mago merlino, lo avrebbe scritto sul notes senza battere ciglio. Il Pecora, disse semplicemente pecora, scuotendo la testa a sinistra e a destra, per nulla convinto, e quello scrisse pecora.

Il vento prese a sibilare freddo e ostile fra i corridoi e le finestre vuote dell’edificio mentre il boato di un tuono venne a suggellare quell’ennesimo sciagurato patto per la sopravvivenza.

Forse il cielo era a favore oppure contro, chissà, ma, il fatto di non aver firmato nulla ci lasciava una via d’uscita. Avremmo potuto smettere e andar via in qualsiasi momento.

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Mejo così – concluse Quirino – ‘N se sa mai, metti che ce pia male!

Era l’inizio di marzo del 72 e l’inverno, che non sentiva ragioni, teneva testa alla primavera, mandando giù, ostinato, tutto quello che gli passava sottomano. Ci lasciammo sotto un’improvvisa gragnola di chicchi gelati.

* * *

Ci fecero parcheggiare al coperto, uno spazio mal illuminato tra le colonne in cemento del pianoterra, forse perché pioveva a dirotto oppure, visto che eravamo al nero, pensavano di tenerci lontano dagli altri operai. Non c’era pavimento ma la terra era ben battuta e asciutta.

– La pausa pranzo la fate qui, al riparo – disse il capo mastro, accompagnato da un operaio, un certo Pompeo, e dal guardiano del cantiere, uno smilzo ossuto coi pantaloni gialli con la pettorina a bretelle e un berretto rosso con la scritta «sicurezza».

Indossammo vecchi abiti caldi e seguimmo Pompeo in fondo al sottoscala, dove c’erano le bobine di legno avvolte da grossi cavi.

– Si comincia con queste – disse – oggi completiamo il primo piano passando per le scale, ma in seguito dovete tirare su tutto dai ponteggi, ché dal secondo al quinto stanno mettendo ancora le putrelle per le rampe. Mi raccomando, con cautela, e non fatevi prendere dalla fretta, cinquanta metri di questo cavo fanno più o meno un quintale. E poi ci sono i motori, pesanti e scomodi da prendere.

– ‘Sto Pompeo me pare ‘n brav’omo, me piace – approvò Duilio, che per l’occasione s’era legato i capelli sulla nuca in alto, un pallino alla samurai tenuto da un fiocchetto. – Nun se famo pià da’a fregola, annamo piano, senza mettece ‘r core.

Montammo le bobine a quattro. Gli altri si attaccarono ai condotti zincati e ai ventilatori. A fine mattinata avevamo caricato e disposto, là dove aveva indicato Pompeo, un misero quarto del materiale previsto per la giornata, ben lontani dall’obiettivo imposto. Doloranti e privi di forze, con le facce sudate e smarrite, eravamo già cotti. Pompeo tirò fuori delle sigarette e fece un giro.

– Cercate di riposarvi un po’ – ci esortò – come primo giorno non c’è malaccio. È questione d’abitudine, vedrete che domani andrà meglio. Vennero alcuni operai, accostarono delle casse, si sedettero e tirarono fuori il portavivande. Uno di loro disse a mezza voce – Aho! Ce so’ i magnifici sette. C’è pure Yul Brinner, ma ‘o sai er culo che se fanno questi! E di’ che ce lo volevano fa fa’ a noi.

Il capo mastro venne a dare un’occhiata, seguito dal guardiano. Ci studiò a uno a uno, senz’altro per valutare se eravamo la squadretta giusta e se saremmo arrivati alla fine dell’incarico. Soppesò a occhio gli elementi a terra, brontolò qualcosa fra i denti e i due sparirono.

Faceva freddo, eravamo in piena corrente d’aria e il sudore si raffreddava sotto le maglie. Fuori la pioggia martellava, abbondante e intensa, a ricordarci che non c’era via d’uscita. Eravamo come sorci intrappolati, incastrati all’angolo dal gatto.

Ci sedemmo fra le tubature e i profilati. Manlio cedette la metà della frittata – Manco ch’ho più fame – si lamentò, e si coricò in terra sui cartoni. Due secondi dopo russava, rannicchiato con le ginocchia sollevate contro il petto.

Dopo il panino, raggiunsi Enea nella seicento, reclinai il capo e caddi in uno stato soporoso, fino all’urlo straziante della sirena.

– Caffè? – propose Enea

– Caffè!

Si nun moro oggi, nun moro più!

 

Quel pomeriggio montammo condotte in lamiera e altri aggeggi. Tutta roba difficile da afferrare. Con delle corde fabbricammo delle maniglie per ottimizzare il sollevamento e il trasporto. Non ci voleva nessuna abilità, solo forza fisica e molta resistenza.

Era quasi finita la giornata quando udimmo uno strillo. Luciano s’era infilato un chiodo di una stecca d’imballaggio nella mano destra. Da parte a parte.

Pompeo trovò dell’alcol, ma nemmeno un cerotto. Lo bendò stretto con un fazzoletto e Luciano riprese il lavoro finendo la giornata con una sola mano, smadonnando a tutto spiano.

– Meno uno – fece Enea – Questo so ‘o semo giocato. Vedrai che domani non viene.

La paga arrivò alle quattro e mezza. novemila a testa, le tremila mancanti le avremmo percepite a lavoro ultimato, una sorta di cauzione per evitare che filassimo via prima. Qualcuno protestò, pur intascando i biglietti da mille e cinquecento lire, altri sbadigliando raggiunsero l’una o l’altra auto.

Questi so’ pazzi. Altro che lavori forzati – commentó Luciano, mentre il Pecora sbraitava dal finestrino – A regà: game overe! Se n’annamooo! L’inferno ariapre domani!

* * *

Trascorse una settimana e sgobbammo pure di domenica. Enea, barba ispida e nemmeno più profumato, proteggeva le sue dita avvolgendole con cerotti e nastro isolante. I guanti sono una cosa personale, sostenne il ragioniere, immaginate la spesa se dovessimo fornire tutti di tutto.

Eravamo doloranti, le schiene a pezzi, le braccia e le mani sbucciate e indolenzite. Salivamo sui ponteggi ondeggianti, spesso scavalcando i tubi delle impalcature con enormi zavorre che la gravità voleva a tutti i costi riportare in basso. A volte passavamo così rasente al limite del pianale che era meglio non guardare di sotto.

Luciano continuò a lavorare con la mano bucata, infilata in uno spesso guanto da elettricista. Avevamo facce livide, diverse, derubate di ogni sorriso. Persino il caffè della sora Elvira pareva meno buono.

Passerà, sospiravamo ogni mattina all’alba, al solito appuntamento con Enea, mentre svuotavamo un thermos (ora ne portava due) e provavamo a riflettere e motivarci per raggiungere il cantiere.

– Come fanno quelli che si guadagnano il pane così, tutta la vita?

– A ‘sto ritmo? Non credo che esistano.

– Ma tu scherzi. Forse qui è raro, ché i romani non li buggeri mica, ma altrove, in altri posti…

– Guardate che lavori inumani ce n’è ovunque e magari dieci dodici ore al giorno. Noi, quando suona la sirena, rientriamo a casa e mamma ce fa trovà ‘na bella pasta.

Ce stanno a fregà, mo te l’ho detto, o magari se stamo a fregà da soli, co’ le mani nostre…no’ ‘o so. Ma tanto è uguale, che differenza fa? Sempre fregati semo.

Dai, che fra pochi giorni è finita.

– Pochi giorni? Ci vorrà almeno un’altra settimana.

– Ce la faremo?

– Bah! Il capo mastro sostiene che se non recuperiamo il ritardo è un casino e Trombetta, quando viene, manco saluta.

– È vero, sembra che quer buzzicone ce stà a fà ‘n favore.

L’inquietudine stava penetrando nell’anima, rosicando ogni giorno frammenti di certezza, ottimismo, stima di se. Eravamo spompati e soprattutto distratti e quel giorno, nel primo pomeriggio, avvenne l’imprevisto.

Manlio scivolò mentre montavano a quattro un climatizzatore. Cadendo, fece perdere l’equilibrio agli altri tre e Quirino fu proiettato verso l’esterno. Urtò la faccia a un giunto metallico, con violenza. Aggrappato a un tubolare del ponteggio, fra il quinto e il quarto piano, con i piedi ciondoloni nel vuoto, si pisciò addosso dallo spavento.

Lo issammo su. Aveva tutto un lato del viso, fino all’angolo della bocca, scorticato a sangue. Lo aiutammo a scendere al pianterreno. Pompeo ci raggiunse con una fiaschetta di grappa e gliene fece ingurgitare una sorsata. Quirino si sciacquò la bocca e sputò in terra, poi, seduto ritto sulla sedia, lo sguardo stralunato, cominciò a battere i denti mentre il sangue ora gli colava anche dal naso e l’occhio cominciava a tirare al viola.

Restammo lì una decina di minuti, cercando di dire cretinate per farlo reagire e rinfrancarlo. Vennero gli addetti al montaggio e alcuni operai. Qualcuno telefonò a Trombetta che dette ordine di pagargli la giornata e spedirlo a casa.

Di lì a poco, si avvicinó uno mai visto prima, vestito con giubbino di renna e dolcevita, e gli consegnò tremila lire. Era uno dei geometri, pure lui del Tufello. Disse: Aho, sembri uscito da ‘na rissa co’ ‘n’orso. Adesso chiamo un taxi. Fatte portà al pronto soccorso, ar Sant’Eugenio, ma nun di che t’è successo in cantiere, me raccomanno, sennò so’ cazzi!

Dopo una mezz’ora giunse l’auto e Quirino montò dietro.

– A regà – disse senza voce, col fazzoletto arrossato dal sangue che tamponava la ferita – Pensatece voi a recuperà er resto. Domani nun ce vengo. Anzi, nun ce vengo propio più. Vaffa frega, me ne sto a casa co’ mi moje e ‘a creatura!!!

Alle quattro in punto staccammo. Un pizzico di sole rischiarava il pianoterra mentre fumavamo in silenzio, aspettando il ragioniere. Ma quella sera, niente paga. Il capo mastro ci annunciò che Trombetta aveva avuto un impedimento ma che l’indomani tutto sarebbe ritornato in ordine e ci avrebbero retribuito i due giorni.

Enea si alteró – A Mimmoo! – gridò, mentre l’altro si stava allontanando – Dicce ‘a verità, che sei pure ‘n’amico de mi madre. Ascolta: questi nun ce vonno pagà perchè ch’anno paura che domani ‘n viene più nisuno. Ma te pare ‘na cosa giusta, cor mazzo che se stamo a fà? Ma che dovemo d’annà ar sindacato?

Mimmo alzò le spalle, rispose che non dipendeva da lui e che era là per controllare e far avanzare i lavori, nient’altro.

Quando fummo soli, il Pecora, Manlio e Duilio riempirono il bagagliaio con dei grossi spezzoni di rame e cavi elettrici, di cui alcuni già denudati della plastica. Apparentemente dei residui messi belli in ordine da qualcuno che aveva avuto la stessa idea. Dovevano esserci settanta, ottanta chili di roba e il retro dell’auto si abbassò visibilmente.

– Si recupera il metallo e si vende. I soldi vanno a Quirino che ancora un po’ ci resta secco – ci spiegò Duilio.

Ce n’è pe’ ‘na cifra. Più de ‘no scudo – aggiunse il Pecora.

Non fecero in tempo a richiudere il cofano che arrivò il guardiano, a grandi passi. Spuntò fuori da dietro una colonna, era come se fosse stato tutto il tempo lì, nascosto a spiare.

– Quella roba – gridò – la rimettete dove l’avete presa, e in fretta.

Quale roba? Ma de che parli? – ribatté il Pecora e prese posto in macchina. Ci avvicinammo a braccia conserte, non tutti avevamo capito quello che stava succedendo.

Forza, regà, salite che se n’annamo – proseguì il Pecora mentre il guardiano s’era piazzato davanti alla macchina e faceva ostruzione.

– Questo sta a scaciottà. Mo scenno e je do ‘na papagna.

E subito arrivò Trombetta, seguito dal tizio delle tremila lire e da un ragazzotto piuttosto piazzato

E mo, er ragioniere da ‘ndo esce? – sollevò Enea – Ma nun ch’aveva ‘n’impedimento?

Ci fu un ribollimento generale.

– Che presa per culo, questo è ‘mpedito solo pe’ dacce i sordi!

– Guarda quant’è bellino cor casco de sicurezza, ner caso uno je desse ‘na tortorata.

– Ma davero….

* * *

Ci concedemmo un solo giorno di pausa prima di riprendere il lavoro con la mondopulito e affrontare la solita infinità di gradini. Decisamente, la mia vita era tutto un sale e scendi. Gli dei si divertivano forzandomi, come il figlio di Eolo, a montare pesi fin su, sempre più in alto, per poi ricominciare da capo, senza fine.

Enea era riuscito a rabbonire il capo settore che ci aveva reinserito nella stessa squadra. Mancava Luciano, che aveva iniziato un corso da infermiere mentre Manlio aveva preso il suo posto in attesa di un film di Steno, con Buzzanca, in cui a turno lavorammo tutti.

Quel mattino, prendemmo il cappuccio nel solito baretto. L’inverno aveva finalmente schiuso le porte alla primavera e i primi raggi di sole fecero capolino fra i tavolini.

– Ho rivisto Mimmo, er capo mastro – ci confidò Enea, felicemente infuso nel suo dopobarba.

A Enè, ma te ce fai er bagno co’ ‘sto profumo? – punzecchiai.

Sorrise e ne tirò fuori un campioncino ancora nella scatolina. Tiè, pi’a – mi disse – che quanno ‘a gente t’apre ‘a porta fa effetto! Damme retta.

– Allora? -chiesi – che dice il sor Mimmo?

– Apri bene le orecchie. Non me l’ha detto chiaro e tondo ma io l’ho capito e adesso so come stanno i fatti: quel rame ce l’hanno messo apposta. Era un tranello, un adescamento pe’ facce abboccà.

Era possibile. In effetti, secondo il costruttore, andavamo a rilento e il costo della manodopera era elevato e così, a detta di Enea, avevano messo in piedi quello stratagemma per metterci con le spalle al muro, magari nei guai, e toglierci di mezzo – E er Pecora – sottolineò Enea – ‘sto farloccone, s’è fatto beccà cor sorcio ‘n bocca.

Così, Trombetta, quel pomeriggio, aveva fatto di tutta l’erba un fascio e messo l’intera squadra alla porta, anche coloro che non avevano partecipato al presunto furto del rame. E per le tremila giornaliere mancanti, potevamo metterci una pietra sopra. Quello che avevamo intascato dovevamo farcelo bastare, ché era anche troppo per quello ( o per quel poco ) che avevamo «reso» all’azienda in una settimana.

Riuscimmo almeno a ottenere la parte di Quirino perché, se da un lato ci fu lo spettro della denuncia, dall’altro Enea cercò di intimorirli e li minacciò di tirare in ballo l’ispettorato del lavoro.

– Aho! A me mica m’empressionate – ringhiò – io ve sguinzajo er sindacato e, ancora de più, monto fino ar ministero, e poi vedemo chi ce va ‘n galera, che ch’avete fatto lavorà come funamboli.

Quella sera il borsone era leggero. Per la prima volta l’avevo svuotato e nel fondo c’era rimasto solo un abrasivo per le pentole. Non avevo mollato un attimo, mai, nemmeno davanti ai più recalcitranti, a quelli che aprivano la porta con la catenella, a quelli che avevano di tutto, a quelli che dormivano di giorno, ai vecchi soli, alle mamme indaffarate coi marmocchi, ai disperati, ai terrorizzati e ai delusi, ai malfidati e ai moribondi. La mia percentuale superò seimila lire, un record, il mio record personale, il doppio di Enea che aveva appena sfiorato il suo tremila abituale.

Era sabato, giorno di paga. Il capo squadra contò i biglietti e scrisse la somma sul foglio settimanale – Oggi hai fregato a tutti, disse, dandomi una gran pacca sulla spalla. Mi sentivo bene, quasi spensierato. Non avrei mai pensato, piedi gonfi a parte, di ritrovarmi così in forma dopo una tale sfacchinata.

Decisi di non rientrare subito in quartiere e andare un po’ in giro a respirare un po’ de Roma mia. Camminai sotto un tramonto sfacciato, col sole sanguinello, di quelli che oltre ai tetti e alle cupole tingono e confondono il grigiore dell’animo umano, che pure i diavoli (e i Trombetta) s’encantano a guardà.

Bighellonai verso Sant’Eustachio. I marciapiedi erano affollati di gente che aveva finito la giornata e di giovani, anziani e turisti. Tutti zompettavamo come grilli, eccitati dall’amalgama di quell’aria primaverile e la magia delle antiche strade.

A un tratto, mi ritrovai con le mani in tasca e, mentre l’una stringeva i sei biglietti da mille tutti incartocciati (un vero trofeo!) l’altra trovò il flaconcino, ormai vuoto, di Enea.

Oh, hai visto che to ‘o sei sparato tutto? – aveva scherzato mostrandomi delle altre scatoline omaggio.

Dietro al Pantheon, vidi il negozietto. Entrai. C’erano sei o sette clienti. Aspettai il mio turno curiosando tra le boccette, le creme, i make-up e la marea di accessori.

– Desidera? – chiese infine la commessa.

– Acqua Velva – risposi, col bigliettone sgualcito nelle mani – Blu, naturalmente!

acquavelva


Credits

Immagine in evidenza: di withnail80 

Roma ghetto: anlopelope

Castel Sant'angelo:Mariano Mantel

Aqua Velva da internet

Il diario di Yol

Quando ho finito di scrivere questa novellina, alla fine degli anni ottanta, mi sono messo paura da solo, e sono subito corso a comprare un alberello. Non avevo terra ma lo presi e andai a piantarlo nel giardino di un amico.

Il diario di Yol

(ovvero 37° Celsius, a malapena)

E subito riprende

Il viaggio

Come

Dopo il naufragio

Un superstite

Lupo di mare.

(Giuseppe Ungaretti)

Il mio nome è Yol, della famiglia Cussumeci.

Quando mio padre morì sul fronte di Aleppo, lasciando sole la piccola Rachele e la mamma in mia dolce attesa, quest’ultima pregò a lungo perch’io nascessi femmina, poichè i maschi – decretò – sono dei gran piagnoni e poi vanno tutti alla guerra e lasciano in lacrime noi donne! La chiamerò Yolanda come la nonna, che ha tirato fino a cent’anni!

Venni al mondo e mia madre mi chiamò Yolando, senza possibilità di scampo, per partito preso. Nemmeno un misero secondo nome cosicché nessuno potesse prendersi la briga di chiamarmi in altro modo.

Studente, ebbi molti colleghi stranieri, fra i quali un indiano, un certo Balram, nativo della città di Yol, nel Pradesh. Benissimo, pensai, non può trattarsi di una coincidenza, Balram ha incrociato il mio destino perch’io prenda pienamente coscienza che ho un nome inverosimile.

Colsi la palla al balzo e lo dimezzai. Yol, dissi a mia madre, sarà più che sufficiente ed è ben proporzionato. Che nessuno mi chiami più Yolando!

Divenni geometra e praticai a lungo il mestiere, negli anni in cui costruire aveva ancora un senno. In seguito, con la fine delle stagioni e il progressivo e inesorabile aumento delle temperature, mi gettai a testa bassa in un progetto di case frescura (in rattan e lacci di salice intrecciati) ma anche questo non durò a lungo, poiché le piogge prima si fecero rare e poi svanirono del tutto e così gran parte dei corsi d’acqua, tanto che la sovrana vietò l’irrigazione delle piante non commestibili e gli arbusti da vimini vennero meno.

Allora, abbandonai la professione e migrai più a nord, nell’Agro Pontino. Passai alla musica, di cui avevo già qualche rudimento. Mia madre mi passò il prezioso oboe d’amore in palissandro, eredità del nonno Pietro, e per anni presi corsi alla scuola del maestro Caccamo, uno dei migliori. Mi era stato consigliato da un intimo amico di Taiabbue, il taverniere di Anzio dove consumavo le domeniche.

Finii male. Senza soldi né buoni vestiti – l’ultimo è quello che porto sempre nel sacco: un doppiopetto di acrilico blu che data circa quarant’anni. La giacca non ha alcuna utilità, è solo un cimelio, un oggetto antico ma prezioso che conservo con cura e mi ricorda le ultime e rare precipitazioni d’inverno.

Ora, che anche febbraio si fa beffe di noi e ci arrosola con quaranta e passa gradi all’ombra, anch’io indosso la popolare maglina in fibra di carapace. Ha un odoraccio ma è più adatta a questo caldo demenziale.

Ho una barba che sembro San Cristoforo. Sarebbe bene che quel testone di Melchiorri mi passasse forbici e rasoio. Dice sempre di si e poi li dimentica di proposito, ne sono certo.

Fuori i cammelli blaterano e sbuffano mentr’io inganno l’afa scrivendo queste pagine.

I cammelli! Che idea far venire i cammelli qui a Segesta. Melchiorri afferma che presto saranno perfino nella fu Milano. Melchiorri è l’ingegnere capo. È lui che ha costruito questa fortezza in mattoni d’alga. Sembra che sia una mente coi materiali di riciclo ed è lui che ha fatto il mio nome (a seguito di un alterco) al faltabolo della missione, al quale sostenne d’aver bisogno di un assistente, qualcuno capace di servirsi del vecchio tacheometro, un archetipo del ventunesimo secolo che avevo imparato a usare negli ultimi anni di scuola.

– Sa bene che il nostro incarico è segreto. Siamo già abbastanza così – fu la risposta del faltabolo. Ma Melchiorri non si arrese, si inasprì e alzò anche il tono:

– La misurazione delle coordinate è primordiale e non abbiamo strumenti moderni – argomentò – ho bisogno di qualcuno che sappia usare quell’aggeggio ammuffito. Se devo fare tutto io i tempi saranno lunghissimi.

E la spuntò così, costringendo il vecchio capo dell’ambasceria a inserirmi nel programma e per me fu il gran ritorno in patria.

Melchiorri, ebbe il grande torto di sposare mia sorella Rachele, qui in Trinacria, in un polveroso e desolato mese di giugno di alcune estati fa, sotto un sole inclemente e uno scirocco torrido e disseccante che la facevano da padroni e iniziavano a ridurre l’isola, oramai messa a tappeto da una cappa che oscillava intorno ai cinquanta gradi, in un’arida distesa di sabbie grigie e pietrisco odorosi di metallo, e la volta (ex celeste) iniziava già ad assumere questo color avana sbiadito, così accecante da dissuadere chiunque ad alzare lo sguardo, obbligando noi poveri Cristi a camminare col capo chino, come penitenti. La mamma, sempre arzilla, dall’alto dei suoi novant’anni sentenziò: – Il cielo sta prendendo il colore della carta da forno d’un tempo. Ormai è chiaro che il diavolo ci sta arrostendo come grilli e fra poco, vedrete! ci mangeremo ben cotti l’uno con l’altro.

Ma quel giorno, nel pomeriggio, venne giù un miracoloso scroscio d’acqua, acida e sporca, ma pur sempre gradita. Io suonai felice, sotto quell’insperata pioggia fine e fitta, seguendo con lo sguardo quelle morbide nubi passeggere, simili ai fiocchi di zucchero filato della mia infanzia.

Mia madre pianse e abbracciò Rachele ripetendole – È buon segno, è buon segno! – e subito le sparò un antiquato proverbio augurale:

Se la sposa ha bagnato i piè – recitò – alla fine dell’anno sono in tre! – e inumidì a più riprese i piedi e il capo di Rachele con l’acqua piovana.

Fu una vera festa, mangiammo legumi freschi e anche sargasso, mauru con aceto di bambù e petali di nasturzio (già allora introvabili).

A metà pranzo, mia madre, con un goccetto nelle vene, si fece aiutare per salire sul palco e tenne un discorsetto sconclusionato:

– Fammi una femmina, figliola mia, almeno tu, che i maschi non hanno più amor proprio, e si son fatti togliere il diritto di voto e smantellare le chiese perché siano in numero proporzionato alle sinagoghe e alle moschee, manco fossimo ancora in Europa, ed ora siamo separati dalla penisola e il continente è frammentato come ai tempi di Mazzini. Io dico, evviva la nostra regina che è una persona spirituale e morale! Evviva le donne!

Nessuno capì granché ma ci fu una lunga ovazione e ognuno tornò a mangiare e tracannare e Rachele ed io salimmo sul palco a recuperare la vecchia mamma, brilla e malferma.

Avevamo alzato tutti un po’ il gomito, ma Melchiorri uscì dai limiti e bevve come un orco. Di colpo divenne paonazzo e cominciò a tremare sulle gote e sotto il mento, a causa degli psicotropi della bevanda sintetica. Quando il lungo ciuffo di capelli (portato di norma all’indietro) gli piombò sugli occhi mi cercò a tastoni, scilinguando inebetito. Era già sera e lo portammo di peso nell’alcova, una tenda riccamente decorata e predisposta alla prima notte di nozze dove mia sorella lo aspettava fremente, camminando su e giù con i suoi piccoli piedi nudi, sugli antichi tappeti della nonna.

– Con me parti male, bello mio! – s’infuriò Rachele – questo matrimonio non reggerà mai, te lo do a cento contro uno, altro che sposa bagnata!

Sei mesi dopo fuggì con un commerciante di carne (fennec e coyote d’allevamento) pare su un’isola delle Cicladi (non ne abbiamo più avuto notizie).

Melchiorri non si consolò facilmente ma trovò in me un amico e nella musica un valido conforto e a sera, quando il mare si ritirava dalla riviera di levante lasciando sulle antiche spiagge di Nerone solo gli odori salmastri delle alghe e del putridume dei pesci morti, veniva al ristorante dell’Antica Teglia a bere e spulciarsi il cuore dai malanni, mentre Taiabbue friggeva zeppoline di alghe e nudibranchi ed io suonavo fra i tavoli, in cambio di un pasto caldo e acqua pulita.

Brav’uomo, non mi dimenticò mai e a lui devo il mio ritorno nella mia amata terra e il giorno in cui fece il mio nome al faltabolo rinacqui (qui si mangia a pranzo e cena!) e il problema numero uno della mia esistenza si risolse di colpo.

Arrivai alla missione senza valigia, solo una tracolla con pochi indumenti, l’oboe e qualche spartito.

Un gruppo di cammelli sembravano in attesa davanti al portale. Dietro i quadrupedi il faltabolo, in grande uniforme nera, dietro il faltabolo Vittorio Melchiorri, con una sorta di fazzoletto madido di sudore sul cranio a guisa di copricapo e la ciocca lunga e già grigia che spuntava di lato. Mi parve sfatto. Aveva occhiaia blu e la fronte tutta solchi e rughe, fulminato, annientato dalla forsennata canicola e dal lavoro, ma forse anche dall’intramontabile nostalgia di Rachele.

Venne ad abbracciarmi e si affrettò a dirmi: – Abbiamo toccato i cinquantanove gradi Celsius, però abbiamo un pozzo, sai? L’acqua è salata ma viene su fresca.

Attraversammo il cortile, ampio e ovviamente dominato dal sole, senza aprir bocca. Di lato, un enorme quadrante solare senza l’asse verticale, giaceva inutile come una scusa. Sul disco, tracciato di segni scoloriti che un tempo avevano indicato il trascorrere delle ore, qualche buontempone aveva scritto a vernice nera: Scusate il ritardo, è molto che aspettate?

Più in là, semi nascosto dalla penombra del muro di cinta, un giovane leone dava strattoni alla catena e al suo spesso collare di metallo. Mi fermai.

– Anche a me ha fatto effetto la prima volta – disse Melchiorri – Qui li tengono tutti ai ferri. Pare ne siano sbarcati almeno un centinaio, ora che Segesta è bagnata dal mare, ma non si sa né come e né quando. E le scimmie, ci sono scimmie che vivono sulla spiaggia! E sono carnivore! Proprio come i leoni…

Camminando, mentre seguivamo l’uomo in nero, continuai a sbirciare quel gattone selvatico. Ero intimorito ma, più che altro, il fatto di vederlo attaccato a un ceppo come un cane da guardia mi confuse decisamente le idee. Ma niente oramai è più plausibile, ben poco stupisce e accettare aiuta a sopravvivere.

Attraversammo un portico e una fragranza di pietanze cotte m’invase lo spirito (sembrava cacciagione, avrei detto lepre, anche se di lepri non ce n’erano più da un pezzo).

– Cazzo, si mangia! – esclamai grossolano – ma venivo da un lungo digiuno e la battuta scappò via da sola, involontaria.

– Può rifocillarsi – reagì con tutt’altra eleganza il faltabolo – Faccia pure una pausa e prenda tutto il tempo che vuole – e aprì l’uscio dal quale fluiva l’odore del cibo – Oggi fennec in fricassea. Spero che lei non sia di gusti difficili come qualcuno! (pronunciò quel qualcuno! alzando di proposito la voce, lo sguardo cupo puntato su Melchiorri) e aggiunse sfottente: Cu la voli cotta e cu la voli cruda, quel povero cuoco non sa più dove mettersi le mani. Inoltre, il fennec è ottimo, meglio del coyote e Taiabbue lo prepara con i fichi d’india per temperarne il gusto. Quel cuciniere è un genio, vedrà che sciccheria.

– Taiabbue? – esclamai stupito. Melchiorri mi strizzò l’occhio e mi fece segno di tapparmi la bocca.

– Ci rivedremo con calma – riprese il faltabolo – Lei ingegnere gli assegnerà la camera nell’area australe, accanto all’alloggio di Alba Concetta. Non lo mettiamo nel dormitorio – e aggiunse, con un sorriso che gli mise la mandibola di sguincio – U ciavuri i pere è potente (l’odore di piedi è potente).

La stanza.

Il locale è piccolo e basso (il soffitto non supera di trenta centimetri la mia altezza). Una sedia, un tavolo con su una lampada di sale, uno scaffale vuoto. Il letto è un gran sacco imbottito di crine. Sulla parete di fronte, la testa impagliata di una iena (tutt’altro che ridens!) ha l’aria goffa e indignata.

Non c’è porta.

– Per ora starai qui – disse Melchiorri – non è male.

– Perché per ora? Ci sono altri alloggi?

– I lavori sono altrove, più a sud, dove prima era Montallegro, a due passi dal litorale.

– Quando comincio?

– Non subito. Mancano alcuni materiali.

– Dimmi, Vittorio, di cosa si tratta?

– Ti sembrerà strano, ma stiamo lavorando su un progetto di piramide.

– Hai detto piramide?

– Si, la edificheremo con materiali meno nobili. Sarà alta circa sessanta metri.

– E a cosa può servire?

– Il faltabolo ti spiegherà con calma. Vedrai, l’idea affascinerà anche te.

Aveva tutta l’aria di uno che volesse defilarsi, sottrarsi alle mie domande. Continuai:

– Sento odore di mistero, robe mistiche, stramberie. Comunque, basta che c’è da mangiare…

– No, nessun misticismo Yol, tranquillo, ma si è fatto tardi, sono atteso.

– Allora, cosa c’è sotto? – insistetti – Una nuova arma?

– Ancora armi? No, no. Non c’è nulla di militare qui, ma riposa ora ti prego, io ho molto da fare. Ne riparleremo, abbiamo tutto il tempo.

Melchiorri partì, io tolsi l’oboe dall’astuccio e suonai fin quando, a tramonto inoltrato, l’odore della tavola imbandita non venne a colpirmi di nuovo come un diretto allo stomaco.

Note diverse del giorno dopo.

Melchiorri m’ha portato uno specchio (ma non il rasoio).

Ho la barba ingiallita, la stanchezza del lungo viaggio ancora sul volto e l’aura celeste del musicante. Quando osservo la mia immagine riflessa, uno sguardo straniero mi esamina di traverso.

Ho perso qualche lacrima, non capisco se di gioia o disperazione. Sono cadute a mia insaputa, spontanee, come da un rubinetto spanato. Sapevano di sale e di ruggine o di sangue, non so. Ho uno sguardo allucinato da ragazzino intimorito dal buio e il resto è frusto e malconcio. Non conto più gli anni, né i mesi né tantomeno i giorni. A volte conto le ore, quello si, quando so che un po’ di cibo o un po’ d’acqua decente mi aspettano da qualche parte

lacrime

La zuppa delle diciotto è buona e copiosa, mi è sembrato di sentire un gusto d’aglio, ma chissà cos’è.

Ho bevuto latte di cammella.

Finalmente dopo cena ho incontrato Taiabbue e conosciuto gli altri componenti del gruppo.

Levi – non ho capito bene cosa fa, ma ha a che vedere con i giardini, o gli orti. Melchiorri dice che un tempo clonava vegetali (è bonario e panciuto, con un’aria sovralimentata e felice da prete di campagna. Quando qualcuno spara una cazzata, si scompiscia dal ridere. Sembra proprio che per lui l’inferno abbia stabilito una tregua).

Sciacca – entomologo (baffi lunghi a manubrio, ben curati, alla «belle epoque» dice lui. Mangia con lo zuccotto in testa, un fez di panno azzurrino che gli da un’aria di vecchio mago svampito).

Panigada – la geologa (porta la matita all’orecchio e legge fiabe di fantascienza).

Del Piano– impianto di desalinizzazione (con spessi occhiali che gli ingigantiscono gli occhi già tondi e sporgenti di suo).

Cannavale – esperto botanico (ha un occhio azzurro e l’altro marrone come Alessandro il Grande).

La Brunasti – egittologa (medico all’occasione. Afferma che un giorno saremo tutti molto scuri, come ai tempi dei faraoni, alla faccia dell’ormai tramontante etnia bianca).

Alba Concetta – la terza donna del gruppo, originaria di Stromboli. È l’occhio segreto del potere (segue il progetto per conto della corona).

Magi – economo e magazziniere della missione (azzimato e senza un granello di polvere sulle scarpe).

– A gennaio arriveranno oltre duecento operai – mi confidò quest’ultimo – e alcuni militi inviati dalla monarca, non si sa mai con questa recrudescenza di Integristi Soppressivi. Ma lo sa che hanno distrutto ponte Sant’Angelo?

La cosa non mi stupì, avevo visto molto peggio e conosciuto stronzi e malvagi di ogni tipo.

– Dove alloggerete tutta questa gente? – chiesi impressionato dal numero elevato di addetti ai lavori.

– Vicino al cantiere. Sarà un enorme accampamento. Ci andremo a giorni, ormai siamo quasi operazionali, aspettiamo le piante, le rane, le larve delle api e sembra anche sirfidi e coccinelle nate in laboratorio.

Quella sera ci radunammo tutti in cortile, spuntò anche il faltabolo, con una cassa di vino liquoroso dell’epoca in cui i vitigni dominavano la campagna marsalese.

– È dunque vero che non facciamo più attenzione al tempo e non si festeggia più nulla – quasi ci rimbrottò – Ma questa notte, diamine! È vigilia di Natale.

Stappò la prima bottiglia e l’alzò verso il cielo, come un ringraziamento: – Marsala! – gridò eccitato – Conservato in grotta, per quasi due secoli.

La luna era tutta, oleastra e bassa sull’orizzonte, sembrava ci osservasse da dietro un vetro appannato o che avesse tutt’intorno un velo di nebbia o di fumo.

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Suonai Marcello e Handel sotto lo sguardo stranamente mieloso del leone, sedotto o incuriosito dalle inattese note dell’oboe. Pareva una tela del doganiere.

 

Non ci fu baldoria ma molta euforia, come quando si è sopravvissuti a una tragedia, ognuno, in cuor suo, festeggiando l’essere ancora vivo e in conveniente compagnia.

Taiabbue grigliò pale di fico d’india e distribuì crema di datteri e abbondante vino di palma.

Sciacca danzò, volteggiando e girando in tondo come i monaci mendicanti. Cannavale batté a turno i suoi avversari alla Tavola Reale e gli altri, seduti in cerchio, provarono a rifare il mondo e rievocarono i tempi in cui il cielo era ancora uno smalto blu che a sera virava al rosa o anche al rosso e gli uccelli lo rallegravano a milioni tutt’intorno al mondo. Levi ribadì che i volatili erano molto più numerosi, altro che milioni! Dai sessanta ai quattrocento miliardi e gli insetti, aggiunse, più di un miliardo di miliardi!

Fu come se quel manipolo eterogeneo avesse intrapreso un viaggio di gruppo nel tempo, sognando e rimestando all’indietro, ognuno con i suoi aneddoti, le sue cifre, le ormai dileguate certezze, fin quando le stelle smisero di brillare e si ritirarono risucchiate dal freddo dell’universo e la luce esangue dell’aurora giunse a smorzare il vigore della bisboccia.

Melchiorri, che aveva dato fondo a diverse bottiglie (e discusso a lungo con il leone!) si inginocchiò col suo emblematico sorriso da sbronza e s’accasciò a due passi dalla belva, grazie a Dio assopita.

La notte, una volta tanto indulgente (37°Celsius a malapena) non aveva più nulla in serbo, e scemò.

Fu allora che il faltabolo mi prese sottobraccio e mi condusse nell’ala boreale.

Alla fine di un lungo corridoio, sboccammo di nuovo all’aperto e penetrammo in una cupola geodetica. L’intuito mi disse che stavo per essere messo a parte del segreto.

La luce fioca del mattino passava attraverso i pannelli trasparenti. Ci avvicinammo con passo felpato. Il cuore si mise a martellare veloce. Un’enorme collina di terra, con un esile albero di giuggiole, ciuffi d’erba e fiori di campo mi apparve agli occhi. Il verso di un assiolo notturno scandiva spensierato il tempo. Un nodo mi si formò in gola.

– Terra di castagno – mormorò il faltabolo – l’ultima, ora che il mondo è quasi tutto un deserto.

– Da non crederci…È bruna, quasi nera – balbettai.

– In effetti, questo nostro pianeta dovrebbe chiamarsi Polvere e non più Terra – aggiunse con un pizzico di ironia, passandomi la mano sulla spalla e spingendomi delicatamente verso l’uscita. La visita era finita.

– Si, ha ragione, usciamo – reagii, confuso ma soprattutto imbarazzato dal gesto familiare della sua mano – Meglio non disturbare!

– Ehi Vittorio – gli gridai all’orecchio. Sussultò, poi vide che il sole era già alto e pronto all’offensiva.

– Sai – dissi contento – l’ho vista, è una cosa stupenda.

– E l’hai toccata?

– No, non ho avuto il coraggio.

Si sedette, il naso arrossato dall’alcol e le palpebre pesanti, e iniziò a raccontarmi il progetto per intero.

– La nostra – disse – sarà una piramide energetica, ospiterà una gigantesca serra con terra buona, piante e insetti… Ne faremo senz’altro delle altre, la regina è pronta a finanziare il progetto. Vedrai, un giorno distribuiremo verdure fresche su tutta l’isola e chissà, forse oltre, fino ai confini dell’ambasceria di Matera. Allora, il sud sopravviverà.

Dormii fino all’ora di pranzo, nonostante l’aria opprimente e gli sbruffi dei cammelli che divoravano pale di cactus a due passi dalla mia stanza.

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Sognai uno stagno nel mezzo di un giardino. Le libellule svolazzavano ispezionando riflesse lo specchio d’acqua. Un coro di rane sparpagliate sulla riva riempiva l’immenso vuoto della piramide. Io, completamente solo, tenevo stretto l’oboe cercando in fondo all’anima il fiato per suonare.


Prima immagine e in evidenza di Gustav Klim su Flickr https://www.flickr.com/people/klimbrothers/

Seconda immagine di Henri Rousseau – Google Art Project: Home – pic Maximum resolution., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20080327

Terza immagine di Henri Rousseau – sconosciuta, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10741912