Blu inferno – parte quarta

Non c’è treno che non prenderei, non importa dove sia diretto.

 

Partimmo per Zouerat con circa due ore di ritardo, alle quattro del pomeriggio. Il treno, adibito al trasporto di minerali di ferro, era lungo oltre un chilometro e contava oltre cento vagoni, di cui uno solo, in coda, destinato ai passeggeri paganti. “Al massimo una cinquantina” a detta di Brahim, ma eravamo senz’altro più del doppio, senza contare le decine di viaggiatori a scrocco sdraiati sui monticelli del minerale, alla mercé del vento, della sabbia e della polvere di ematite, taluni con al seguito montoni e asini tirati su a forza di braccia.

Una dozzina di militari armati di mitragliatrici a canne rotanti, asserragliati dietro ai sacchi di cemento in due carri a cielo aperto, avrebbero dovuto garantire la sicurezza del pittoresco ma inquietante convoglio contro eventuali attacchi dei ribelli.

Fino ad allora tutto m’era parso smisurato, eccessivo, a tratti illusorio, fiabesco e, come davanti a uno schermo gigante, spettatore insaziabile, avevo seguito attentamente, a tratti divertito a tratti inorridito, il mio proprio film! Come sul Chiquita, in piena bufera, in mezzo a quella ciurma assurda, pregna di acqua salata e follia, rabbia e vento, una variabile impazzita nello strambo gioco delle cose umane. O ancora poco prima della partenza del treno, fra un cous cous di cammello e un pane cotto sulla pietra, preparati e serviti da una vecchia berbera con mani e volto tatuati all’henné, all’ombra di una lamiera ondulata, nel gran trambusto del vecchio mercato.

Ora, appena messo piede sul vagone, cominciai a vedere le cose con uno sguardo diverso, iniziavo a sentirmi parte integrante di quella nuova realtà ed ero finalmente pronto a condividere in pieno il modo di vita di tutta quella gente, così diametralmente opposto al mio.

E lì seppi, ne ebbi l’assoluta certezza, che la mia vita avrebbe iniziato solo alla fine di quell’avventura e che fino ad allora non avevo fatto che passi timidi e incerti.

La “diversità” non mi mollava e mi dava il fiato corto. Dovevo assolutamente farci i conti. In quel viaggio, un piano ineluttabile ordito nell’ombra da chissà quale antica divinità, dovevo entrarci dentro e accettarlo così come veniva e, soprattutto, cercare di arrivare fino in fondo.

Inch’Allah!    

° ° °

L’alito della notte gira nel cielo e canta, ci spiegò, sbuffando nuvolette di fumo da una piccola pipa di legno e d’argento, e il gelo è la sua coperta!

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La locomotrice di testa azionò la sirena e il treno, un lunghissimo serpentone di ferro e vecchie assi di legno, partì ansimando. Lemme lemme, quasi di malavoglia, prese la strada dell’incommensurabile deserto.

Chiesi scusa, superando alcune donne sedute in terra sul retro della carrozza, mi affacciai al finestrino di coda e soffermai lo sguardo su quei binari ricoperti di sabbia e, sullo sfondo, la piccola e fatiscente stazione ferroviaria che si allontanava inesorabilmente.

Un tenue velo di ansia e incertezza mi annodò la gola già asciutta e impregnata di polvere, ma non c’era posto per nessun magone, né tempo, né altro. Eravamo al punto di non ritorno, bisognava farsene una ragione. Focolai di guerra o no, c’eravamo dentro fino al collo e non avevamo più alcuna possibilità di modificare il viaggio.

Sorrisi fra me e me osservando una ragazzetta seduta su un gabbione ricolmo di pulcini pigolanti, mi calai il borsone sul capo e raggiunsi i miei compagni di viaggio, scavalcando decine di teste ricoperte di veli e turbanti di tutti quei poveri diavoli mal accomodati su stuoie o sulla nuda piattaforma.

Come la maggior parte dei viaggiatori, trovammo e occupammo uno spazio esiguo, non lontano dal cesso, quest’ultimo “conquistato” da due giovani donne con dei marmocchi addormentati in grembo.

–  Peggio di così non poteva andare – protestò il Traga, inturbantato con una kefia rossa comprata un attimo prima della partenza – Non si potrà nemmeno pisciare, vacca boia!

Accovacciati alla meglio sulle borse, tentammo di resistere al mal di schiena e al disagio, giocando a carte e facendo piani per il seguito del viaggio. Il Traga insistette perché puntassimo direttamente al sud del Senegal, dove avremmo dovuto risalire il Casamance, mentre Tonio voleva fare assolutamente una sosta in Gambia su un litorale ricco di spiagge senza turisti, dove era cominciata da poco la stagione secca.

– Sole e mare! – esclamò infervorato – Che altro voi fa’ dopo tutte ‘ste peripezie?

Te sei propri un bel pirla! – si spazientì il milanese – D’ora in poi seguiamo il programma, punto e basta! Ghe no pièn i bal di cambiare tragitto ogni due minuti. Non sono venuto fin quaggiù per curare l’abbronzatura. A Dakar, recuperiamo la Land e si parte in tromba verso Ziguinchor, alla foce del fiume, dove ci aspetta quello delle piroghe. Oltretutto, siamo pure in ritardo.

Io approvai la scelta del Traga ma con uno strappo alla regola: almeno un paio di notti in un albergo con un vero letto, magari a Dakar. Una meritata parentesi “lusso” che non aveva nulla di superfluo.

Ci alzammo di rado a sfumazzare davanti al finestrino senza mettere la testa di fuori poiché, anche se la velocità non superava i 15 all’ora, la sabbia e la fuliggine ti riempivano occhi e narici. Presto, mi ripromisi, avrei comprato un panno beduino come quello del Traga.

Con l’arrivo del buio scese anche il freddo, un freddo penetrante e inospitale che ci obbligò a tirar fuori dai sacchi e indossare altre magliette, maglioni e sciarpe.

Ci addormentammo a turno, cullati dallo sferragliamento e dall’ululio del vento. Più che un sonno era un torpore, un va e vieni dall’inconscio; dormivi due o tre minuti, a intermittenza, poi il gelo ti svegliava. L’escursione termica aveva precipitato di brutto il termometro e saremmo scesi facilmente intorno allo zero.

Un aspro e tormentato stridio di freni scosse l’intontimento generale. Il convoglio fece una breve ma provvidenziale sosta nel bel mezzo del nulla. Gli uomini balzarono giù uno dopo l’altro, per svuotare la vescica. Noi restammo sul vagone a mangiar biscotti secchi spalmati con il caviale russo di Zacarias, poi scendemmo e camminammo su e giù lungo il treno, a passo svelto per sgranchire le gambe intorpidite.

Prima di rimontare sul vagone, ci imbattemmo in un vecchio berbero armato di una piccola pipa argentata carica di tabacco puzzolente. Ci spiegò che l’harmattan, vento polveroso e secco che può spingere polvere e sabbia fino al Sudamerica, ora stava cadendo per lasciar posto a un soffio talmente leggero che non avrebbe alzato un solo granello di sabbia.

– È l’alito della notte – ci confidò – Scende dritto dritto da lassù – aggiunse puntando l’indice verso un gruppo di stelle molto denso.

Non si vedeva nulla, solo il brillio di mille pagliuzze d’oro nell’infinità dell’universo. Tonio alzò gli occhi al cielo e confessò di sentirsi spaesato e che l’eccitazione del viaggio stava lasciando posto a un certo smarrimento. L’altro continuò a parlare del vento e del deserto, sbuffando nuvolette di fumo, fin quando la sirena svigorita e indolente della locomotiva annunciò la partenza.

 

° ° °

“L’amore non bada a caste come il sonno non bada a un letto rotto,  andai in cerca d’amore e mi persi.”

(Proverbio Indù)

 

Arrivammo a Choum alle tre di notte, sfiniti e intirizziti, con i volti anneriti come i minatori.

Quelli che scesero sparirono in un lampo. Montarono su vecchie jeep, fuoristrada o macinini rattoppati dal forte odore di nafta.

Il treno partì e ci lasciò sprovvedutamente soli, scaricati, abbandonati e subito risucchiati dall’assoluta mancanza di realtà conosciuta, palpabile, in un non luogo, nel cuore di una notte fosca dove l’unica certezza, il solo punto di riferimento fermo e incoraggiante, era una via lattea oltremodo chiara e vaporosa che si snodava fra le stelle.

Tonio, sicuramente il più preoccupato del trio, mormorò con un filo di voce: – Siamo in un buco nero! E adesso?

Fortunatamente, una camionetta della polizia spuntata fuori dal nulla ci caricò e ci portò in una specie di catapecchia: l’autostazione. Là, avremmo dovuto incontrare Sawira e Jamal, le nostre guide Tuareg. Ma ad aspettarci non c’era nessuno.

La luce fioca di una lampada a petrolio che pendeva dal soffitto, illuminava il tavolino, le sedie spaiate e un tizio di colore con un cappello da cowboy e un librone aperto sulle ginocchia. Sorrise e ci inviò uno svogliato cenno di saluto alzando le sopracciglia.

Tonio tirò fuori il termos con un resto di caffè, una roba solubile comprata vicino alla stazione e mischiata a un po’ d’acqua bollente, già marrone di suo, presa dal samovar di un venditore di te. Riempì il coperchio di plastica, lo portò alla bocca e lo svuotó d’un fiato.

-Ma come diavolo fate a bere ‘sto piscio caldo? – brontolò il Traga – Rob de matt! Voi due ingurgitate di tutto, mangiate di tutto, dormite in terra…Bah! Siete come fachiri, vostra madre vi ha partorito su una tavola coi chiodi, ve lo dico io. Dai, che ci facciamo una partitina a carte! Tanto, che altro vuoi fare?

Si avvicinò al tipo col cappello, lo invitò a fare il quarto a scopa, garantendogli che avrebbe imparato in un attimo, e quello accettò. Parlava francese, come molti in quei paesi. Era di Nouakchott e stava aspettando anche lui le nostre guide.

Passarono così un paio ore, fra uno sbadiglio e una sigaretta, poi, di colpo, il Traga gettò le napoletane in aria, tirò un paio di strafalcioni e si lamentò:

– Pensa se non viene nessuno e ci lasciano qui… Bella roba! Ve l’avevo detto a Gran Canaria, di tornarcene da Donna Benita e non imbarcarsi. Va da via i ciap!

Si alzò e cominciò a far su e giù nello stanzone grattandosi ripetutamente la barba ispida, poi si sedette, si rialzò, aprì la borsa e tirò fuori un altro maglione, lo infilò, si sedette di nuovo, si alzò, raccolse le carte, gli dette una mischiata, accese una sigaretta, si sedette, si rialzò, camminò in tondo, gettò la sigaretta, ne accese un’altra e così di continuo. Una zanzara non sarebbe riuscita a pungerlo.

Tonio cercò di rabbonirlo, ma fu ancora peggio, divenne rosso come il turbante scarlatto avvolto sul capo. Dette un gran pugno contro un muro e, con la voce arrochita dal fumo e dalla stanchezza riprese a lamentarsi:

– Lo dico e lo ripeto: siamo finiti col culo per terra! Stiamo bruciando ‘sti quattro soldi in un viaggio che non è il nostro viaggio, anzi, che non è più un viaggio.

Il tipo col cappello scivolò discretamente all’esterno, dette un’occhiata al cielo, poi fece qualche passo verso i fari di un’auto in avvicinamento.

Un pick-up, una vecchia rumorosa camionetta Peugeot, si fermò alzando un gran polverone, a una ventina di metri dalla piccola sala d’attesa.

Sawira scese dal lato guida, avvolta in una lunga veste bianca con uno scialle di lana che le copriva testa e spalle. Raggiunse il casello. Noi tre, balzammo fuori, strafelici di non essere stati piantati in asso in quel luogo desolato. Lei non disse nulla per diversi secondi, si limitò a sorridere e guardarci e quello sguardo fu l’origine di un risveglio improvviso. Fu come se fosse apparso un angelo, un angelo scuro con gli occhi grandi e neri, travolgenti. Addio stanchezza, sonno, malumore. Tutto svanì d’incanto.

Sembrava conoscesse il tipo col cappello. I due scambiarono qualche parola in arabo poi lei si rivolse a noi, mantenendo inalterato il sorriso. Si presentò e precisò che avevano messo il campo per la notte a pochi chilometri e che avremmo potuto rifocillarci vicino al fuoco.

Erano le cinque del mattino. Fuori, il vento era caduto del tutto e l’enorme distesa di sabbia chiara, leggermente arrossata dai primi raggi del sole, ci aprì le braccia. Finalmente il Sahara, quello vero. Lo avevo talmente sognato ad occhi aperti o chiusi, che il sogno si stava avverando.

Caricammo le borse. Lei ci precedette fino all’auto, camminando sulle punte dei piedi scalzi e girandosi continuamente, come se avesse avuto paura di perdere qualcuno in strada. Nella luce tenue dell’alba intravidi un leggero ondeggiamento dei fianchi. La prima cosa bella dall’inizio del viaggio, pensai, ma guardai subito altrove, poiché sono uno di quelli che non sa nascondere le proprie emozioni e lei continuava a voltarsi esaminandoci a turno.

Salì sulla macchina e accese il motore, poi riscese e pigiò la gomma di un pneumatico col piede per verificarne la pressione, disse:

– On se bouge! (Sbrighiamoci!) Jamal sta già rimuovendo il bivacco e caricando le auto. La strada è lunga: quattrocento chilometri di pista con buche, sabbia e rocce ci obbligano a procedere a bassa velocità. Un buon tè caldo e ci si mette in cammino. Ci fermeremo al tramonto. Una notte nel deserto e poi St Louis, in Senegal. Ma voi arrivate a Dakar, vero?

Non ci dette il tempo di rispondere, infilò la mano in un sacco e tirò fuori e ci offrí una manciata di datteri.

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Gli altri saltarono dietro, sul pianale rivestito di tappeti di lana mentre io presi posto davanti, accanto a lei. Aveva un profumo di spezie e resina che imbalsamava l’abitacolo: – Di dov’è? – le chiesi.

– Di Timbuctu, ma ho vissuto un po’ a Parigi, a Montmartre. il più bel quartiere della capitale.

– Studentessa?

– Sì, ho frequentato scienze politiche per tre anni. Poi sono rientrata in Mali, circa quindici anni fa, alla morte di mio padre. E da allora, se si può dire, faccio questa linea, con Jamal e un altro autista, un cugino di Brahim.

Avrebbe dovuto avere una quarantina d’anni o magari solo venti, l’assoluta mancanza di rughe avrebbe indotto chiunque in errore.

– E voi altri, cosa vi ha spinto fin qui?

– Qualcuno ha detto “so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco”. A noi piace spostarci da un punto all’altro senza sapere troppo quello che cerchiamo. Ci piacciono i luoghi enigmatici, il mare, il deserto, il cielo aperto, che altro dire…

Il mio sguardo cadde sul rilievo dei seni ben pronunciati. Lei sorrise ma i suoi occhi ebbero uno strano guizzo. Per un corto istante ebbi l’impressione che volesse penetrarmi nel cervello per leggerne i pensieri. Poi mise la testa fuori dal finestrino e gridò:

– Dite un po’ lì dietro, siete sistemati bene? Tenetevi che si parte.

La pista era brecciosa e la camionetta sobbalzò sui sassi. Il Traga maledisse la strada, il deserto, le macchine scomode e il puzzo della nafta.

Lei rise di cuore. Lasciò cadere lo scialle sulle spalle, liberando i capelli lunghi e neri come l’ebano.

Mi faceva pensare a una maga di altri tempi, che so, una Medea, una Circe, con quel volto leggermente ambrato, un ovale perfetto dal quale spiccavano due gemme scure e penetranti. Mi prodigò un ultimo sorriso, tanto per finirmi, e passò la terza.

Tirai fuori il mio diario di viaggio. Sotto la data scrissi solo una parola “disorientante”, mentre il rombo del vecchio diesel tossicchiava puntando dritto verso il sole.

– Hai visto? –  Urlò Tonio, seduto in bilico sul portello posteriore – Non c’è nemmeno un cacchio di uccello lassù, pure il cielo è deserto.  

 

Non accadde nulla per molte ore. Davanti a noi solo sabbia e pietrisco e dietro un gran polverone alzato dal pick-up, in testa alla colonna davanti a una decina di camionette scoperte. Jamal alla guida, Sawira nel mezzo e a turno, io, Tonio o il Traga nell’unico posto libero nella cabina, accanto al finestrino. Un vero lusso, primo poiché al riparo dal vento e dai granelli che ti tagliuzzavano il viso, ma soprattutto perché quel misero spazio era a fianco a lei, così piacevole e di un continuo buon umore.

Di tanto in tanto sfilava dalla borsa i datteri o una gomma da masticare e te li offriva con un risolino malizioso, decisamente devastante. Per il resto un vuoto intenso su un mare di dune basse e ondeggianti. A parte due beduini a cammello, un convoglio che rimontava in senso inverso e i resti di un animale morto sul ciglio della pista, non incontrammo altro.

Mi sentivo proprio bene, decisamente stanco ma libero, lontano da tutti gli schemi e i parametri conosciuti, ma con un leggero stato di preallarme che mi attraversava con un brivido la schiena, liberando quel poco di adrenalina sufficiente a tenermi sveglio e all’erta, come se al di là della prossima duna avessi potuto veder spuntar fuori qualcosa di sorprendente, di inimmaginabile.

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Più tardi mangiammo carne in umido (di cosa non ricordo) riscaldata da alcune donne su un fuoco di fortuna, al riparo di alcuni cespugli fitti ma spogli, dove alcune capre macilente si contendevano un unico alberello dalle foglie striminzite e ingiallite. L’esile tronco era protetto da alcuni giri di filo spinato. Dunque quell’albero ha un padrone, pensai, e così le capre! Ma, a parte le rovine di un muro di cinta ocra, due colonne e un capanno di legno, latta e chiodi, tutt’intorno non vedevi altro, fino all’orizzonte lontano.

Quel luogo aveva mai avuto un nome? E quel muro, avrà forse racchiuso un cortile, un porticato fresco e ombreggiato dove avevano sostato un tempo i nomadi con le loro carovane?

Le nostre guide mi raggiunsero e, mentre Jamal si allontanò per pisciare, Sawira mi confermò che le rovine erano proprio quelle di un caravanserraglio che la guerra aveva finito di distruggere.

– Ma perché questo conflitto? E perché diavolo si stanno contendendo l’ex Sahara spagnolo? – chiesi – Qual è l’obiettivo?

– La storia del popolo Saharawi somiglia un po’ a quella della Palestina solo che per una superficie grande come la metà della Francia ci sono appena mezzo milione di abitanti. Quando gli Spagnoli hanno abbandonato il Sahara occidentale hanno “delegato” la loro colonia ai marocchini. Questi hanno attraversato la frontiera e occupato gran parte del deserto in una sola notte, durante la quale hanno ammazzato migliaia di civili. E sai perché? Perché il Sahara è ricco di fosfati e anche perché la costa è la più pescosa di tutto il continente. Per questo è nato un fronte di liberazione che organizza la guerriglia contro gli occupanti.

Jamal si avvicinò e ci esortò a raggiungere la colonna. Era ora di rimettersi in viaggio. Aveva una piccola valigetta di legno sotto al braccio che, ne ero sicuro, non avevo visto prima. La posò in terra, quindi infilò una mano in tasca e tirò fuori una busta di tabacco, riempì una pipa e accese. Tirò due boccate. L’odore dolciastro del kif marocchino m’arrivò alle narici. Disse: su, andate, un minuto e vi raggiungo.

E mo, sta cassetta? – rimuginai – Da dove cavolo è uscita fuori?

Sawira mi prese per un braccio e mi accompagnò fino alle auto. Tonio e il Traga sonnecchiavano seduti in terra, all’ombra del pick-up. Il sole era alto e picchiava duro. Pensai che dopo, in viaggio, avrei dormito anch’io, magari con la testa poggiata sulla sua spalla, chissà.

Mi svegliai qualche ora dopo davanti a uno splendido specchio d’acqua limpida circondato da palme e alcune case basse. Eravamo nei pressi di Akjouit, un po’ fuori asse dal percorso previsto.

Ero solo nell’auto. Sawira e altre donne si erano incamminate verso non so dove per darsi una rinfrescata, mentre Jamal, in piena discussione con alcuni agenti di polizia armati di M42, tentava disperatamente di negoziare il passaggio del convoglio. Poco dopo, ci comunicò che avremmo dovuto puntare direttamente verso la costa, un itinerario obbligatorio che ci avrebbe fatto perdere diverse ore di viaggio, ma senz’altro più sicuro e che comunque non avevamo scelta.

Più tardi, a metà pomeriggio, trovammo ancora un posto di controllo, questa volta militare. Un tipo graduato, dopo averci interrogato a lungo sui motivi del nostro viaggio, tentò di sfilarci l’unico apparecchio fotografico prendendo a pretesto il fatto che in zona di guerra era vietato scattare foto. Tonio sfilò due biglietti dal calzettone, cercando di non mostrare la mazzetta di banconote, e ce la cavammo con qualche dollaro piegato in due nel passaporto. Quando riprese il documento, a mezza voce, brontolò che il gruzzolo stava calando miseramente e che le proteste e le lagnanze del Traga avevano un fondo di verità.

– Ad essere proprio sinceri – aggiunse –  mi pare più un percorso di guerra che altro! Ci penso e ci ripenso e vedo solo problemi e disagi. Inoltre, il primo stronzo che passa ci taglieggia… Ho paura che uno di questi giorni ci derubino di tutto e ci lascino in mutande dietro qualche duna. Confesso che non mi sento affatto tranquillo.

Il Traga corrugò la fronte e imbronciò la bocca, approvando con quella semplice smorfia le affermazioni di Tonio.

L’ufficiale intascò il denaro e ci rese la vecchia Nikon, quindi impartì alcuni ordini mentre i soldati frugavano affrettatamente gli automezzi perquisendo qualche passeggero a caso. Molte donne furono risparmiate. Osservai Sawira mentre aggiustava e riannodava il turbante. Se ne rese conto, portò le mani ai fianchi e, quasi in segno di sfida, mi fissò. Le feci un cenno timido e impacciato con la mano e mi diressi all’auto, piuttosto confuso. Tonio, che aveva l’occhio lungo, si avvicinò e mi disse di fare attenzione con quella donna, soprattutto di non calpestare i piedi a nessuno.

– Ma di che parli? – reagii. Lui fece un risolino sciocco, poi ridivenne serio.

– Stai in campana, Ni’, che abbiamo già abbastanza guai così, non ce ne cerchiamo altri.

Mi dette una pacca sulla spalla, quindi mi piantò in asso e prese posto sul pick-up, davanti.

Sapevo che aveva ragione. Avevamo ben altre gatte da pelare che stuzzicare il destino con delle guasconate da galletto presuntuoso. Mi chiesi se in fondo non ero spinto solo da una vana curiosità. D’accordo, forse lei era un po’ civettuola, e allora? Al momento, era ora di andare avanti, rimettere in piedi il viaggio e recuperare la Land a Dakar, evitando storie inutili e probabili complicazioni.

E lì, mentre elucubravo su queste “sagge” cose, mi passò accanto toccandomi di sfuggita, quasi inconsapevolmente. Ma non era così, l’avevo ben percepito: aveva scelto l’attimo esatto per colpire di nuovo, proprio quando stavo decidendo che era meglio pensare ad altro e starmene al posto mio…La maga!

Mentre si voltava, sicuramente per soppesare gli effetti di quello sfioramento, saltai sul retro della camionetta e mi sedetti accanto al Traga.

– Sembri un po’ teso – fece quest’ultimo – Dai che ci facciamo una bella briscoletta.

 

° ° °
Il destino ti aspetta sulla strada

che hai scelto per evitarlo

(Proverbio arabo)

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Prima di sera, gli autisti spensero i motori, gli uomini scesero e accesero due fuochi a una ventina di metri l’uno dall’altro, pronti ad affrontare la notte all’addiaccio.

Dopo un paio di scatolette di carne in scatola, anche noi, come la maggior parte dei viaggiatori, ci munimmo di coperte o pelli di montone e ci unimmo in cerchio intorno al fuoco. Le donne e i bambini restarono sulle camionette.

Il Traga fumò un’ultima Fortuna, si avvolse nel sacco a pelo e si allungò poco distante.

– Sono ridotto uno straccio, ringhiò mentre sistemava la Glock fra il plaid e il sacco a pelo.

Aveva un aspetto da schifo, con un febbrone sul labbro e grosse borse sotto agli occhi. Dopo dieci secondi iniziò a ronfare.

Tonio ed io vegliammo con gli altri, bevendo tè forte vicino alle fiamme, scaldando così i corpi esausti dal lungo e scomodo percorso.

Una donna intonò una nenia dolce. Più lontano, un’altra voce si unì al canto. Da poco era sceso il tramonto, e la sera stentava ad affermarsi. Una luce debole e incerta lumeggiava le dune, sostenuta dai raggi di una luna bassa sull’orizzonte e il tutto dava una strana impressione di cartolina postale. Anche I cavalieri, forse una ventina, apparsi improvvisamente e senza un rumore sull’altura, sembravano posticci, innaturali.

Guarniti delle loro lunghe vesti, immobilizzarono i cammelli sul profilo della collina di sabbia.

Alcuni animali blaterarono. Due di loro, in prima fila, si inginocchiarono e i loro cavalieri scesero e si incamminarono verso di noi.

Il crepitio del fuoco evidenziò il silenzio. Jamal, rimasto con il braccio e la teiera a mezz’aria, in tono sommesso disse: Ils sont arrivés!

– Gli uomini blu? – chiese Tonio – i Tuareg?

– Non solo – aggiunse l’altro mentre caricava la cuccuma di menta e la posava sulle braci – Nella popolazione sahariana, ci sono anche berberi, almoravidi, ma questi che si avvicinano si, sono Tuareg, come me d’altronde.

I due uomini, fucile alla mano, portavano una tunica color indaco e i loro volti erano protetti dalla fascia del turbante.

Si avvicinarono. Jamal riprese la teiera, la alzò oltre la propria spalla e lasciò colare nei piccoli bicchieri ricamati, dall’alto, con mano ferma e esperta. I due salutarono quindi si inginocchiarono e bevvero il tè avidamente, quasi d’un fiato. Uno dei due alzò il fucile e fece un cenno verso il drappello armato e quelli smontarono da cammello.

La storia era poco chiara. Non si capiva bene. Erano amici o nemici? Pro o contro? I due porsero di nuovo il bicchiere e Jamal versò di nuovo il liquido scuro e fumante. Il silenzio restava ancora padrone del campo. Forse troppo. Jamal si alzò e andò rapidamente alla camionetta. Quando tornò aveva quella specie di ventiquattr’ore artigianale apparsa dal nulla qualche ora prima. La porse ai cavalieri. Ci fu un breve confabulare dei due che poi sorrisero e ringraziarono chinando il capo, quindi fecero entrambi un cenno verso i loro uomini. Un altro cavaliere si avvicinò. Aveva una barbetta lunga e grigia e, al posto del turbante, indossava una specie di papalina bianca. Porse un sacchettino in pelle a Jamal poi prese la valigetta e l’aprì per controllarne il contenuto, quindi alzò il fucile in aria e subito dalla collina si levò un grido di esultanza, simile al grido di gioia che fanno le donne ai matrimoni arabi o quello degli indiani nei film del far west. Il suono lungo e vibrante risuonò fra le dune.

E lì, il Traga aprì un occhio. Inaspettatamente, con un movimento brusco si liberò dal sacco a pelo e dal plaid nel quale s’era attorcigliato e schizzò in piedi. I due uomini puntarono l’arma nella sua direzione e urlarono qualcosa in arabo. Lontano, sulla duna, la risonanza secca e argentina delle leve di scatto dei moschetti restò sospesa nell’aria.

– Ecco! – sussurrò Tonio – Adesso cominciano i guai!

Jamal reagì immediatamente e intervenne:

– Siedi qui con noi! – ordinò – Questa è brava gente, non temere.

Il Traga ci raggiunse, traballante e pallido, con uno sguardo strano, quasi assente; avresti detto che una parte del cervello stava cercando di riprendere un sogno interrotto mentre l’altra lo obbligava a valutare la realtà dei fatti: una orda di cavalieri armati appostati sulla collina, due dei quali vicino al fuoco col fucile puntato.

Si sedette, accese una sigaretta e esclamò, fissando la vecchia carabina del Tuareg:

– Ma dai! Tel vist che roba? Siamo circondati da beduini armati di fucili d’assalto dell’ultima guerra. Cose da pazzi! ‘Sto viaggio sta diventando un vecchio fumetto o un racconto di Salgari, come quello sui predoni del deserto.

Mentre Jamal faceva rientrare le cose nell’ordine a suon di bicchierini di tè e sorrisi ossequiosi, il Traga si alzò di nuovo e andò a cercarsi le sigarette vicino al sacco a pelo. Ne fumò almeno tre una dietro l’altra, l’orecchio teso, sicuramente intento a carpire le sfumature di voce dei nuovi arrivati mentre discutevano con Jamal. Ogni tanto abbozzava un sorrisetto divertito.

Il tono della discussione era pacifico e non c’era nessuna tensione nell’aria, seppure la presenza di quelle armi avrebbe indicato il contrario. Ad ogni modo, anche se avevo deciso di accettare un po’ tutto di quell’avventura, troppe cose stavano sovraccaricando la mia mente, una dietro l’altra e, quanto a sensazioni forti, stavamo superando il limite del tollerabile.

Non era ancora notte e già avevo voglia che il sole riprendesse il dominio del cielo e cacciasse via il trambusto, l’ingorgo di avvenimenti di quegli ultimi giorni e forse anche i lunghi sorrisi di Sawira. La spossatezza e la confusione stavano infiltrando, avvelenando lo spirito del viaggio e, come se non bastasse, il Traga si stava intromettendo in una discussione fra arabi e la cosa mi impensierí ulteriormente.

Si rivolse a quello che sembrava essere il capo, un po’ inglese, un po’ francese, e anche con delle cose in milanese, mentre la nostra guida continuava a versare l’infuso con le foglie di menta. L’altro, dapprima ascoltò in silenzio poi iniziò a rispondere, sembrando apprezzare lo scambio di idee.

Alcuni uomini del secondo bivacco si avvicinarono; portarono le loro coperte e si aggiunsero alla riunione formando così due file, due cerchi ammassati l’uno contro l’altro. Con i volti scuri, tinteggiati dal tremolio delle fiamme, ridevano, fumavano e bevevano tè bollente osservando divertiti quella scena surreale con un Traga, di nuovo in forma, che si sbracciava mischiando lingue e dialetti, catalizzando l’attenzione di tutti.

Di nuovo il freddo cominciò a pungere. Tentai di resistere, mi avvolsi la coperta sulle spalle e allungai il bicchiere per farmi riservire, mentre il profumo di Sawira mi arrivò alle narici. Sentii la sua gamba toccarmi di lato.

– Fammi un po’ di posto – disse con disinvoltura spingendomi di lato. Mangiucchiava dei biscotti secchi, ne dette un po’ a me e a Tonio.

– Ma che racconta? – mi chiese quest’ultimo.

– Bah! Parla di armi, dice che il padre ha un vecchio fucile a retrocarica come quello del capo.

– E l’altro?

– Parla di guerriglia. Afferma che un manipolo di uomini che adotta armi poco sofisticate avrà necessità inferiori in termini di logistica e organizzazione. E che con i loro fucili antiquati possono dare del filo da torcere a chiunque e che la chiave del loro successo è la mobilità.

– Non saranno mica predoni.

Sawira s’intromise:

– La metà di questa gente viene da lontano, alcuni addirittura dal mio paese, il Mali, oltre ottocento kilometri di piste e strade dissestate. Hanno viaggiato giorno e notte. Quello con la barba e il cappellino bianco è un guaritore, una sorta di stregone di una tribù Bambara. Ce ne sono senz’altro degli altri lassù. Vengono da Banamba o da Kayes, dalle miniere di kimberlite, da cui si estraggono diamanti.

Tonio mi bisbigliò all’orecchio:

– E lei? Dì un po’, che ci fa lei accanto a te?

Non risposi. O meglio, non seppi rispondere. Decisi di concentrarmi sulla discussione intorno al fuoco ma la cosa cominciava lentamente a sfuggirmi di mano. Sentii la sua mano sfiorare la mia, impercettibilmente, e le parole del Traga e del Tuareg divennero lontane. Iniziai a camminare sull’orlo di un precipizio e, invece di cercare un solido appiglio, strinsi la sua mano.

T’as froid? – disse – Sai, più in là ho montato la canadese. Puoi riposarti un po’ e proteggerti dal freddo.

– Una tenda? Non me ne sono nemmeno accorto.

– È un po’ in disparte, guarda è laggiù, dietro quella grande.  

Mi resi conto che altri avevano montato un telone fissato su pali che formava un riparo con tre pareti e un’apertura davanti, come un piccolo padiglione da fiera.

Lei disse : T’as vu combien d’étoiles ?

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Flickr

 

 

° ° °

Quando mi risvegliai era già passata l’alba e un sole di un bell’arancio schietto colorava la sabbia restituendo alle dune tutta la loro magia. Dei cavalieri e dei cammelli più alcuna traccia. Anche Sawira s’era eclissata, dissolta nel nulla. Mi alzai e la cercai dapprima con lo sguardo, poi feci un giro. Guardai fra quelli che dormivano ancora, fra quelli già in piedi, nelle camionette e ancora più in là arrivando fino alla sommità della collina. Quando tornai giù, a mia grande sorpresa la riconobbi, anzi riconobbi il suo sguardo. Non aveva più la lunga veste bianca ma indossava pantaloni a mezza coscia e camicia color kaki e un foulard avvolto sul viso che le lasciava scoperti gli occhi.

– Allora? – chiese, con una borraccia d’acqua in mano – Tè o caffè?

Sorrisi e le dissi di aspettare un attimo, che avrei chiamato anche gli amici. Lei si avvicinò al fuoco.

Trovai il Traga accucciato dietro al cassonetto della Peugeot, impegnato a lubrificare la canna della Glock. S’era tolto il turbante rosso e aveva calzato un berretto di lana. Aveva la fronte imperlata di sudore e le guance scurite dalla barba vecchia di diversi giorni. Parlò senza alzare gli occhi dall’arma.

– Non si sa mai – grugnì – Questa volta è andata così, ma la prossima?

– Bah! Penso che più a sud staremo tranquilli! Stasera saremo a un passo dalla frontiera. Dai che ci siamo.

– Cribbio! E prima i rivoltosi su una specie di nave suicida, e poi i guerriglieri nel deserto… Tranquilli dici? Ma come diavolo fai a stare tranquillo. Non vedi come tutto s’incasina a mano a mano che si prosegue? Stiamo attraversando un paese in guerra e non sappiamo nemmeno se ne usciamo. Io, caro mio, preferisco tenermi pronto.

– Pronto a far cosa?… Ma non diciamo cazzate! Dammi retta, non si può controllare tutto e sempre. Ci sono stati imprevisti e ce ne saranno altri. In fondo abbiamo sempre incontrato gente che, in un modo o nell’altro, ci sono stati d’aiuto. Zacarias ci ha presentato Brahim, Brahim ci ha fatto incontrare le guide Tuareg… Detto fra noi, niente di tutto ciò che abbiamo vissuto è poi così drammatico.

– Parla per te che ti limoni la nomade alla chetichella. Insomma, io resto all’erta e tu pure  dovresti, ascolta me.

Si alzò, si soffiò il naso con le dita e aggiunse: – Oggi sto male da cani. Sono andato a sciolta e ho la pancia in subbuglio. Penso proprio che quella sosta in albergo di cui si parlava, diventi necessaria.

Avvolse la pistola nel panno e rivolse lo sguardo verso Tonio, Nelson (l’uomo col cappello) e la nostra ammaliante guida, seduti accanto alle braci aspettando il caffè turco che fremiva nel bricco di rame.

Sawira alzò il capo e ci squadrò. Avrei detto con sospetto e la cosa non mi stupì, visto l’atteggiamento diffidente del Traga. Per quanto mi riguardava, la trovavo solo e comunque affascinante, anche col camiciotto coloniale e i pantaloni ampi e corti alla zuava, e non riuscivo minimamente a dubitare che potesse essere animata da oscure intenzioni. Ma il Traga non era caduto sotto il suo fascino e la pensava diversamente. A conferma di ciò, abbozzò un risolino bieco a fior di labbra, aggrottò le sopracciglia e riprese:

– Guarda, pure questi sono strani, ambigui. Scambiano robe con i ribelli. Chissà che non scambino anche noi contro chissà cosa.

– Allora? Cosa pensi di fare? Ormai siamo in ballo, non vedo soluzioni di ricambio.

– Intanto, a Nouakchott, diamo il benservito a Jamal e la tipa. Paghiamo quello che resta da pagare e continuiamo con altri mezzi. Brahim ha parlato di taxi collettivi fino a Dakar, ebbene ne prendiamo uno e ciao!

Io, da parte mia avrei continuato volentieri con la carovana. L’idea di allontanarmi subitamente da Sawira non mi andava giù. Ma dovevo attenermi alla maggioranza come dall’inizio del viaggio: due voti su tre per qualsiasi decisione. Ci incamminammo verso il fuoco di campo. I tre ci fecero un segno di saluto.

– Di un po’ – aggiunse alla vista dell’insolita caffettiera – Ma quello è caffè?

– Si, in effetti ero venuto a cercarti per questo. Sawira fa il caffè turco. Sarà un po’ forte ma ci farà bene. Dai andiamo, che fra poco si riparte.  

°  ° °

E tu eri là,

fra una storia che va e un’altra che viene.

 

Feci quasi tutto il tragitto dietro, sul cassonetto, poiché il Traga aveva una febbriciattola che lo faceva sudare e la nausea, allora lo lasciammo davanti, da solo accanto a Jamal, poiché Sawira aveva cambiato camionetta ed ora guidava un vecchio Suzuki, dacché l’autista s’era ferito cambiando una gomma, dandosi un gran colpo alla base del naso con la manovella di un vecchio cric a pantografo.   

La pista era buona e lo sballottamento meno duro da sopportare. La velocità di crociera aumentò e nel pomeriggio fummo a un centinaio di kilometri da Nouakchott dove un ennesimo posto di blocco con pochi militari scoglionati arrestò il convoglio. Dettero una rapida occhiata alle auto, senza ficcare il naso nei bagagli e ci lasciarono ripartire.

Più in là trovammo un abitato con alcune case basse e un piccolo emporio che vendeva acqua, coca cola, seven up, latte, legumi secchi, frutta e bonbon.

Jamal ci annunciò che non avremmo più “pernottato” nel deserto e che, una volta raggiunta la capitale, per chi avesse voluto, c’era la possibilità di passare la notte in un alberghetto poco caro oppure in famiglie ospitanti, che loro avevano gli indirizzi giusti. L’indomani mattina oltre la metà del convoglio avrebbe passato la frontiera in direzione di Dakar mentre due automezzi messi male sarebbero rimasti in prossimità della frontiera in attesa del loro ritorno. Seppi allora che Sawira non avrebbe continuato il viaggio e che avrebbe aspettato il rientro del convoglio con le due auto. Provammo a discutere sul proseguimento del viaggio ma il Traga era messo male e cominciò a dare di stomaco e a svuotare le viscere.

– Sto a pezzi  disse, prese la Glock e me la confidò  Tienila tu, mi raccomando. E… – esitò a lungo prima di continuare – … Tieniti alla larga dalla fattucchiera. Non ho ancora capito bene ma ho un brutto presentimento, c’è qualcosa che non quadra.

Presi la semiautomatica e tornai all’auto per infilarla nel mio bagaglio. Sawira, lupus in fabula, era appena scesa dall’automezzo e stringeva qualcosa in mano. Era quel sacchettino di pelle che avevamo visto la notte precedente? Non ne ero sicuro.

Si allontanò rapidamente. Io presi il borsone per infilarci la Glock e, a mia grande sorpresa, lo trovai aperto. Svuotai tutto e controllai ma non mancava nulla.

Cercai di raggiungerla, era nel piccolo emporio e comprava gomme da masticare. Disse, a bruciapelo, senza darmi il tempo di aprir bocca:

– Dovresti comprare della Coca per il tuo amico. In questi casi è benefica!

Scartò il pacchetto delle peppermint e me ne passò una. Era nervosa. Quel sorriso che le illuminava perennemente il viso aveva lasciato il posto a un’espressione preoccupata e amara. Comprai la Coca e uscimmo. Il vento si stava alzando di nuovo e alcune nuvole giallognole procedevano spedite verso la costa.

– Siamo quasi arrivati – disse, guardando anche lei in alto – Il clima sta già cambiando. Sul litorale è tutta un’altra cosa, vedrai, magari troviamo pure la pioggia.

Eravamo entrambi impacciati e poco accessibili. Sembrava il preludio di un addio, un addio fra due persone che in fondo non avevano ancora avuto il tempo d’incontrarsi. A prescindere dal motivo per il quale una relazione finisce, ci meritiamo di essere guardati negli occhi e farci spiegare, e spiegare. Ma lì era diverso, poiché per lei non era una fine ma una semplice messa a punto, un chiarimento. Ma questo lo capii solo diverse ore dopo.

Si fermò e mi si piantò dritta davanti. Pensai che anche se avessi scelto di chiudere quella parentesi, che aveva peraltro un non so che di “incompiuto”, non avrei potuto resistere più di tanto al fragore di quegli occhi.

I suoi seni abbondanti tiravano sui bottoni della camicia e il suo alito arrivò sulle mie labbra.

– Mi dispiacerà molto vederti andar via – disse, quindi tirò la stoccata finale, un bacio sulla punta dei piedi all’angolo della bocca.

Sentii uno sguardo dietro la nuca e mi voltai. Era Nelson che fece finta di non vederci e entrò nella botteguccia. Ripresi fiato.

– Non so ancora se continuiamo con Jamal o se prendiamo un taxi, non s’è ancora deciso – farfugliai, assaporando quel po’ di saliva rimasto sulle labbra – Dipende da come si sente il mio amico.

– Per me ho già deciso. Ci sono due “automezzi” che hanno bisogno di un buon meccanico. Non vale la pena di forzare e portare queste due auto più lontano e, per quanto mi riguarda, un po’ di riposo mi farà bene. Da due mesi faccio su e giù, senza sosta. D’altronde, molti passeggeri si fermano qui, nella capitale. Jamal può continuare da solo. E voi? – mi chiese, stavolta con un abbozzo di sorriso – Perché non vi fermate due o tre giorni? Nelson scende giù a Dakar tutte le settimane. Compra frutti e cereali che rivende qui. Ha il furgone a Nouakchott. Va giù a vuoto, potreste scendere con lui e non vi costerà nulla, così il tuo amico avrà il tempo di rimettersi in forma. Col germe della “turista” non si scherza, è un’infezione leggera che dura qualche giorno ma, se non la si cura subito, lo raccogliete col cucchiaio. E poi, potreste visitare l’isola di Saint-Louis, vicino alla frontiera. È lì in effetti che mi fermo. Una mia amica Wolof gestisce un piccolo albergo nel quartiere storico, con vista su un ponte costruito dallo stesso Eiffel, quello della torre parigina. Allora, che ne pensi?

Più tardi, informai i miei compagni di viaggio della proposta di Sawira. Naturalmente la cosa non piacque a nessuno. Sospettai un pizzico di gelosia da parte loro anche se la storia del sacco aperto aveva messo anche a me qualche dubbio. Affascinante e intrigante, in lei percepivo un pericolo attraente, come il richiamo del vuoto. Provai a insistere puntando sul malanno del Traga, ma lui tagliò corto:

– Febbre o non febbre io domattina monto su un taxi e mi lascio alle spalle ‘sto cazzo di deserto!

° ° °

Quella notte dormimmo a Nouakchott, una città in espansione che iniziava a riempirsi di nomadi in via sedentarizzazione, in quartieri improvvisati con case costruite in modo disordinato, senza nomi di strade e numeri sulle porte.

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Trovammo l’albergo non senza fatica, una specie di pensione familiare con acqua corrente e letti buoni. Sulla porta, all’entrata, c’era una targa con scritto “hablamos espagnol“. A pochi metri, una capra legata al muro, masticava un tutolo di mais.

Il posto era calmo e odorava di cucina speziata e pesce fritto. Nel salottino, semplicemente decorato con tappeti e cuscinoni ricamati, un piccolo televisore con l’antennina portatile trasmetteva canti alla gloria del Profeta.

Ci servirono tè caldo prima di accompagnarci alle due camere affittate per la notte.

Il proprietario si occupò del medico e il Traga cominciò a prendere dei farmaci contro la famosa diarrea del viaggiatore iniziando una vera e propria terapia reidratante a base di bevande zuccherate e riso.

Con Tonio, anch’egli febbricitante, mangiarono molto presto, in camera, e caddero subito nel sonno.

Sawira dovette raggiungere Jamal alle porte della città, più tardi ci saremmo incontrati per mangiare un boccone insieme, in un posto tipico non lontano dal mercato del pesce. Io e lei da soli, questo era il programma, un magnifico programma che già cominciava a mettermi in ansia.

Prima di partire, si sciacquò rapidamente nel bagno della mia camera. Ne uscì vestita di un tessuto zafferano avvolto sul corpo. Notò il mio sguardo sulle sue forme armoniose e tondeggianti poi prese il suo sacco, ne rovesciò la metà sul letto e ne cavò una boccettina. Dopo aver raccolto i capelli in uno chignon improvvisato, si profumò la nuca guardandomi fissamente.

– Ragazzo mio – sospirò – Credo sia meglio ch’io scappi via… Per ora!

Di spalle, sulla porta, esitò un attimo, si girò e aggiunse:

– Hai i capelli un po’ troppo lunghi, dovresti dargli una sistemata. C’è un barber shop a una cinquantina di metri, chiude tardi. A proposito, ti ho lasciato un piccolo souvenir… A dopo.

Vidi il flaconcino sul cuscino e sorrisi.

Era appena il tramonto. Dopo aver fatto scorrere a lungo l’acqua sotto la doccia, indossai jeans e maglietta puliti e mi recai all’indirizzo, sul porto, una specie di taverna a cielo aperto nel bel mezzo del brulichio della fine giornata dei portuali.

Dalla terrazza si intravedeva il viavai delle piroghe multicolore che fendevano le acque lambite dagli ultimi raggi di sole. In alto, centinaia di gabbiani dagli stridìi acuti e persistenti svolazzavano intorno alle imbarcazioni alla ricerca di pesce o di rifiuti.

Nello spazio di poche ore il quadro era completamente cambiato, e già quei due giorni di sabbia, di dune sagomate dal vento, di polverone e labbra screpolate, mi sembravano un affare superato, un ricordo lontano. L’odore del mare, la salsedine e le grida degli uccelli affamati avevano spazzato via d’incanto l’autorevolezza del deserto e i suoi eccessi.

Dopo un paio di birre gelate, ordinai un vino del Marocco e me ne versai un gran bicchiere. Presto Sawira mi avrebbe raggiunto e avremmo cenato insieme. Vedrai! – mi aveva detto – fanno il miglior stufato di montone di tutta la città e hanno anche dei buoni vini.

Ero in un uno stato d’animo particolare, felice di quella cenetta a due e infelice perché quello era probabilmente l’ultimo incontro. L’indomani la mia Circe di Timbuctu avrebbe raggiunto Saint Louis mentre noi avremmo preso la strada della frontiera, verso Rosso.

Avevo stomaco vuoto e gambe mollicce e al secondo bicchiere cominciai a guardare nel vuoto e contare nervosamente i minuti e poi i quarti d’ora e le mezz’ore. Continuai a bere, a piccoli sorsi, centellinando il vino con sempre meno entusiasmo, abbandonandomi a ricordi d’ogni genere tanto per tenere botta.

La taverniera, una donna grassa e scura vestita con un eccentrico caffettano giallo mi portò un po’ di merluzzo fritto. Si piantò davanti al tavolino con i suoi occhietti scuri e ridenti. Disse Lei è bianco da far paura… Mangi qualcosa. Non voglio morti in casa mia! Sorrisi, ringraziai e subito agguantai i tranci di pesce.

Riempii di nuovo il bicchiere e alzai lo sguardo. La luna avanzava timidamente nel cielo e le stelle invadevano la notte. Si era fatto tardi.

Lo stupore e la delusione si alternarono ai bocconi di pesce e al rosato di Meknes e, alla fine della bottiglia, arrivai rassegnato alla conclusione che quella era una buca. Una bella stronzata di buca!

Ora il ristorante batteva il pienone e c’era gente in piedi che aspettava un posto a sedere. Mi guardai intorno ed ero l’unico Cristo solo a un tavolo. Ordinai ancora un bicchiere di vino e, in ultimo, un’acquavite di datteri fatta in casa.

– Le hanno tirato un bidone? – chiese la taverniera, seguita da vicino da un’altra grassoccia, anch’essa in un caffettano variopinto – Nella vita ci sono più cose belle che brutte e, mi creda, è dalle grandi delusioni che nascono le grandi occasioni. Non è d’accordo?

– E già – risposi, dopo aver scolato il liquore d’un fiato – Un bel bidone! Quanto alle possibili “grandi occasioni” non è serata.

Alcuni vicini di tavolo, senz’altro degli europei, sghignazzarono. Uno di loro sbuffava nuvolette di fumo azzurrognolo da una lunga sigaretta dal filtro dorato. Detestai la sua faccia piena di venuzze rosse e i capelli unti e quel suo modo arrogante di fumare. Mi alzai e gli spensi la lunga cicca nel boccale di birra. Ero sbronzo.

Pagai pesce e vino un occhio della testa e corsi via.

° ° °

Le dieci di mattina. Nemmeno troppo tardi pensai, mentre saltavo giù dal letto bell’arzillo nonostante i leggeri postumi dell’alcol. Ero ancora in jeans e maglietta. Infilai la testa sotto lo scroscio del rubinetto del lavandino, mi asciugai e scostai la tenda che dava sul balcone. Era una giornata grigia con grossi nuvoloni da pioggia assiepati, bassi e minacciosi. Infilai le tennis e mi diressi al piano terra, in un cortiletto con tavolini e sedie di metallo dove i miei amici stavano bevendo il tè. Erano vestiti con abiti puliti; Tonio sudava copiosamente e si grattava le gambe mentre il Traga sembrava in forma ed era rasato di fresco.

Tel chì! – Fece quest’ultimo – Hai la faccetta stanca, ma hai dormito?

Prese una tazza e mi versò da bere. Che avesse recuperato si capiva dall’umore. Gongolò fra sé e sé e lanciò una seconda frecciatina:

– E gli addii con la bella sciura? – sparò a secco.

Mi sentii preso alla sprovvista e preferii ignorarlo.

– Allora, si parte? – dissi – Siamo pronti?

– Puoi fare la borsa – fece, in tono giubilante – fra poco si decolla. Il tipo dell’albergo ci accompagna ai taxi. Ci sono partenze tutte le ore, appena una vettura è piena si mette in viaggio.

Tonio brontolò: – Leviamoci da ‘sto cavolo di posto, alla svelta. Mi manca l’aria.

Si alzò e salì per primo in camera. Il Traga accese una sigaretta spenta a metà. Soffiò qualche anello di fumo nella mia direzione. Mi tornò in mente il tipo di quella notte, il vino, la locandiera e tutto il resto.

– Tonio ha trovato delle pulci nel letto – disse – ha le caviglie infestate di puntini rossi, è schifato. Il prossimo albergo lo sceglie lui. Così ha detto. Vuole una roba tutto comfort.

Stranamente, mi chiese se il fatto di aver interrotto il viaggio con Sawira avesse influenzato negativamente la nostra intesa, che si rendeva conto di essere l’artefice del cambiamento brutale di percorso ma che continuando in quel modo, lui e Tonio avrebbero finito per assumere un atteggiamento negativo nei miei confronti e questo era da evitare a tutti i costi.

– Ci avresti lasciato le penne!  – affermò – Quella non è più una ragazzina e poi, e questo nessuno me lo leva dalla testa, chissà in cosa ti avrebbe coinvolto.

Continuò la tiritera tirando in ballo il fatto che comunque lei non sarebbe scesa fino a Dakar e che quindi e comunque la cosa si sarebbe interrotta lì, a Nouakchott e che non dovevo prendermela più di tanto e altre cose sullo spirito di gruppo, l’amicizia, la complicità…

Io cercavo di prestare attenzione, ma la mia mente, come sprovvista di controllo, già vagava per conto suo e mi conduceva fuori da quelle mura, a ritroso, nel deserto, davanti alle sue spesse labbra e quegli occhi pieni di tenebre.   

Una donna con abiti senegalesi venne a sbarazzare le tazze e la teiera sottraendomi alle mie fantasticherie.

Era ora di muoversi. Scroccai una sigaretta al Traga e salii al piano.

 

Tirai fuori un po’ di cose dal borsone, presi una camicetta mal piegata e provai a stenderla sul letto. Troppo stropicciata. Infilai le mani nel sacco e rimossi quasi tutto, vestiti, scarpe, berretto, sciarpe e il mio diario di viaggio. Una busta scivolò fuori. Una busta di cui non avevo alcun ricordo. Era chiusa, leccata e incollata. La aprii e trovai una cartolina. Davanti l’immagine del ponte di Saint Louis, quello di Eiffel, non lontano dal famoso hotel dove avrebbe soggiornato Sawira. Sul retro una frase scritta a matita. Chissà, diceva, forse un giorno tornerai di nuovo, magari da solo. E poi un indirizzo, di Timbuktu. Sotto, incollata, sotto la trasparenza di una striscia di scotch, una pietruzza sfaccettata, un piccolo diamante grezzo.

Aprii la finestra e uscii in balcone. Guardai a sud, verso Saint Louis, a oltre trecento chilometri di distanza.

Da lontano, s’intravedeva un mare di uno strano colore ferruginoso e i primi goccioloni di pioggia cominciarono a tintinnare sull’inferriata. Il suolo polveroso, smosso dalla pioggia, emanò uno strano odore, sapeva di jella e di merluzzo fritto. Un rabbioso sentimento di frustrazione iniziò a pervadermi. Oh mio Dio! Pensai, deve avermi preso per un bamboccione. Ed io, io, sono proprio l’ultimo degli imbecilli.

Poi arrivò quel taxi, una vecchia Renault 12 verde mela con uno striscione giallo sul tettino. Depose un’anziana coppia davanti alla pensione. L’autista, aprì il bagagliaio, sfilò due enormi valige, le depose ai loro piedi e intascò il prezzo della corsa.

Lo interpellai con un fischio e, quando alzò lo sguardo, gli feci segno di aspettarmi.

Indossai la camicetta stropicciata, appallottolai e infilai il resto nel bagaglio.

Sulla porta, posai la mano libera sulla maniglia aspettando che il coraggio arrivasse. Era ancora a mezza strada, fra il cuore e il cervello ed io ne avevo bisogno subito per annunciare la notizia ai compagni di viaggio.

Sul corridoio, borsa in spalla, incontrai Tonio.

– Già pronto? – mi domandò – Dov’è il Traga? È ancora di sotto?

Esitai un attimo prima di dirgli la verità e chiedergli una piccola parte della cassa comune, quindi mi feci forza e svuotai il sacco. Terminai con:

– Vi raggiungo alle piroghe. Diciamo solo che faccio il giro più lungo.

Mi gettò uno sguardo scuro poi ridacchiò. Asciugò il sudore della fronte con il braccio e disse:

– Non serve a nulla dirti di non andare, vero? Suppongo che sia inevitabile.

– Sai, preferisco rischiare che rimpiangere di non averlo fatto.

– Allora ci si rivede a Ziguinchor, è così? – Tirò fuori i biglietti verdi dal calzettone, dopodiché aggiunse – Nonostante la pancia gonfia e i crampi, sai cosa sogno?

Mi ricordo che aveva gli occhi leggermente lucidi. Allungò il braccio e mi infilò la valuta nel taschino della camicia.

– Dai, spara! Di cosa hai voglia?

– Di una capricciosa, con le acciughe, il prosciutto e i carciofini a spicchi, tanti, tanti carciofini.

° ° °

L’auto, un mucchio di lamiere imbullonate e ribadite alla meglio, partì cigolando fumosa sotto una pioggia oramai battente. Si fermò allo stop prima di immettersi nell’arteria principale.

Mi girai e li intravidi sulla porta della pensione. Il fumo del gasolio combusto lasciava appena intravedere la scena: Tonio che si sbracciava e il Traga, di nuovo inturbantato, che agitava scherzosamente un fazzoletto nella mia direzione.

Con sorpresa, mi sentii subitamente solo. Sapevo che in quella separazione c’era qualcosa di sbagliato ma mi aiutò pensare che tutto era come doveva essere e che, comunque e al disopra di tutto, dovevo imperativamente finire quel qualcosa rimasto a metà.

Il taxi balzò in avanti e si ficcò di prepotenza nel traffico indolente di quell’umido mattino autunnale. L’odore dei gas di scarico si mescolò a quello della muffa dei sedili. Inspirai un po’ di esalazioni tossiche, stesi le gambe, appoggiai la testa sul borsone e lasciai infine andare il cervello: avevo diverse cose belle a cui pensare.


Aspetta non andartene: questa era la quarta parte! Ecco dov’è il resto della storia!

https://dimmiluna.wordpress.com/2016/04/18/blu-inferno/

https://dimmiluna.wordpress.com/2016/05/17/blu-inferno-parte-seconda/

https://dimmiluna.wordpress.com/2016/06/04/blu-inferno-parte-terza/

 

 

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L’epicentro del viaggio

 Viaggiare mi lega all’immenso

 

L’avevamo trovato per caso, proprio quando le speranze di procurarci un passaggio a basso costo su un mercantile, cominciavano a affievolirsi.

Dopo aver passato l’intera mattinata negli svariati uffici delle compagnie di navigazione, entrammo nella più misera delle agenzie marittime di Las Palmas. Un ufficetto spoglio e malridotto, maleodorante di fritto e umidità. All’hotel, Donna Benita aveva detto: È un vecchio sparagnino, compra rattoppa e rimette in mare tutto quello che gli altri destinano alla demolizione, basta che galleggi. Quello vi prende su, ve lo dico io.

L’impiegata, una ragazzotta sorridente, tutta in carne, liberò tre panchetti dagli incartamenti e ci fece accomodare.

– Forse ho qualcosa per voi – disse – Devo solo verificare se “El Chapo” salpi ora o in serata. Credo che non abbiano ancora finito di riempire la stiva.

Fu rapida e efficace e, dopo un paio di telefonate, calcolò e annunciò il prezzo del trasporto fino a Dakhla, nel sud del Sahara.

– Non avete nulla per Dakar? – chiesi.

– No, le nostre navi non scendono così a sud e se perdete questa possibilità dovrete probabilmente ritornare su Cadice. Da lì, forse…

Ci consultammo con lo sguardo e annuimmo.

– Ok – dissi – eviteremo il deserto e i guerriglieri del Fronte Polisario viaggiando lungo la costa Mauritania. So che ci sono dei bei tratti di strada e piste protette dalle forze regolari.

La ragazza accennò un mezzo sorriso, decisamente finto. Quindi riempì la polizza di carico del fuoristrada e, mentre il Gatta controllava la ricevuta, intascò alla svelta i venti biglietti da dieci dollari che Tonio aveva sfilato da un calzettone.

– Dovete affrettarvi – ci esortò – mentre il brontolio di un tuono echeggiava prepotente in quel cielo grigio di novembre – Hanno annunciato un acquazzone da un momento all’altro.

Sulla porta aggiunse: – Ragazzi, avete un gran coraggio. Più di trecento miglia su un cargo dell’anteguerra. Bah! Che dire? C’è gente così, come voi, attirati dall’oceano come le papere da uno stagno.

 

*     *     *

 

Era un ex incrociatore degli anni trenta, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e rivenduto all’asta dalla marina imperiale giapponese negli anni sessanta.

L’armatore, il vecchio sparagnino, lo aveva acquistato per un tozzo di pane e ora trasportava merci sulla tratta che legava le isole Canarie al continente nero.

Quella sera, avremmo dovuto dunque caricare la vecchia Land Rover su quel ferrovecchio e prendere il largo per raggiungere la costa africana.

Arrivammo al porto sotto un nubifragio. Erano le diciotto e non si vedeva a un passo dall’auto.

– Ma è una mareggiata! – urlò il Gatta, davanti alle onde che allagavano l’imbarcadero e si infrangevano sulle ruote del nostro automezzo – Altro che acquazzone, e adesso valla a trovare la nave, al buio e in questo putiferio.

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Dopo un po’ rinvenimmo El Chapo. Squassato con violenza da una parte all’altra, strideva lamentandosi dei suoi mille acciacchi. Un rumore sinistro di lamiere tenute insieme e a stento dalla ruggine e dalla stoppa intrisa di catrame. Non c’era anima viva. Nulla: solo la bufera che imperversava e la disperazione, la nostra, infreddoliti com’eravamo e posseduti da atroci dubbi.

Non osammo scendere. Restammo al riparo nell’auto mentre le trombe d’acqua venivano giù, fredde e perverse.

Erano gli anni ‘70, la radio mandava in onda sweet home alabama, un fragile filo di spensieratezza in quel frangente buio e avvilente, dove sarebbe stato più appropriato un requiem di Mozart o una messa di Bach.

Non ce lo confessavamo, certo, ma ognuno in cuor suo se la stava facendo addosso. Tutti avremmo preferito il tepore dell’hotel di Donna Benita. A quell’ora di solito serviva gli stuzzichini e la sangria al bar del salone. C’erano sempre le acciughine bianche, calamares fritos e le croquetas di patate con pollo. Al solo pensiero veniva l’acquolina in bocca.

Ad un tratto, apparve un ragazzetto. Rischiarato dalla timida luce di un riverbero, scese dalla passerella e attraversò la nostra visuale. Un fuscello ossuto spostato qua e là dal vento, bagnato e tremolante, con una camiciola leggera, gli occhi truccati e una striscia di rossetto acceso sbavato fra bocca e naso. Dietro di lui spuntò un individuo a torso nudo, cadaverico, traballante, con un copricapo da marinaio. Un’apparizione, un’ombra, uno spettro con dei baffoni grigi sporchi di rosso. Una ventata si affrettò a portargli via il cappello, che volteggiò e cadde in mare. Non gli dette peso. Aprì con una mano la patta dei pantaloni e con l’altra finì d’un fiato quella che sembrava essere una birra da tre quarti. A passi incerti, scese la pedana coll’affare di fuori e si piantò a un passo dalla Land. Orinò a scroscio poi gridò qualcosa al giovinetto, del tipo “a presto, fiorellino”! Quindi frantumò la bottiglia contro la murata della nave e rottò a pieni polmoni.

– Allucinante! – esclamò Tonio, mentre quello risaliva sulla nave – In realtà comincio a divertirmi.

No a rump i ball, Ostia! Che non è il momento di scherzare – rintuzzò il Gatta, mentre addentava un resto di panino – Burdéll! Chissà cosa ci faranno mangiare su ‘sta cacchio de bagnarola.

– Ci daranno la stessa sbobba dei marinai – rincarò Tonio – D’ora in poi scordiamoci le raffinatezze.

Non dissi nulla. La fame e l’angoscia si erano occupati del mio stomaco, vuoto ma pieno di nodi.

Pensai a quanta gente stava già ai fornelli, preparando una buona cena, magari in famiglia, al caldo, lontano dalla pioggia battente e da quella nave fatiscente. Ma non noi, ovviamente. Obnubilati dalla sete d’avventura, ci ritrovavamo incastrati in quel vicolo cieco, soli e sconnessi dal mondo, tutt’altro che propensi a lasciare il certo per l’incerto.

Alcuni lampi tagliuzzarono l’oscurità illuminando il cargo, mentre il vento accompagnato dal fragore dei tuoni, mandava a cozzare tutto contro tutto, ululando cinico e divertito. Pareva un campo di battaglia dove si affrontavano cielo e mare, avvolti nella loro stizza, nella loro indifferenza all’uomo e alle sue fragili cose.

Le piccole imbarcazioni, ancorate e legate con grosse gomene alle bitte d’ormeggio, sobbalzarono mugolando malinconiche, come perplesse sul loro futuro.

Di colpo, la nave schiacciò i copertoni posti contro la banchina per evitare colpi secchi e si sfregò contro il cemento. Un lungo stridore d’abrasione s’aggiunse al chiasso della tempesta. Tutto era al limite. Nessun Cristo sensato avrebbe preso il mare in quelle condizioni.

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– Mi sentirei più al sicuro su un gommone che su questo secchio arrugginito – si lagnò il Gatta – due giorni su un coso sopravvissuto alla guerra, oh signur! St’odissea alla Corto Maltese mi ha rotto già i coglioni. Sapete che vi dico? Torniamocene in albergo, va’ a dar via el cul i duecento dollari! Ci siamo fatti fregare. Io, lì sopra non ci monto.

Girò la chiave, azionò i tergicristalli e accese il potente faro di ricerca sul tettino. Nessuno aprì bocca ma in fondo ci sentimmo tutti più leggeri. Forse non avevamo raggiunto la destinazione che c’eravamo prefissati, ma che importa, avremmo trovato un altro mercantile, o un altro punto di partenza o, alla peggio, un altro punto d’arrivo: l’importante era avere una meta. Ce ne voleva sempre una per andare avanti!

Poco dopo ammucchiammo le borse da viaggio sul parcheggio inondato del nostro amato hotel. Lo sfrigolio dei calamari nella cacerola di Donna Benita attraversava muri e finestre. Per ora era quello l’epicentro del viaggio. La nostra giovanile e vitale necessità di sentirsi altrove, preconizzò una pausa, un intermezzo, una notte “al calduccio” prima di riaffrontare l’impossibile.

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Calamari: https://www.flickr.com/photos/70626035@N00/7313875726/

 

 

Il signor Scoiattolo

Non serve a niente dirmi che è una roccia senza vita là nel cielo! So che non è così (D.H. Laurence)

Mario aprì gli occhi. Era adagiato su un materasso di gomma, senza lenzuola, senza cuscino. Le pareti della stanza erano imbottite, anti suono, anti tutto. La finestra, una lunga feritoia rasoterra, dava sul mare.

– È inutile pensarci – disse qualcuno – da qui non si esce. Quel materiale non è vetro, è una roba al carbonio. Resisterebbe a una mazza di ferro. E poi, di sotto c’è la scogliera, va giù dritta a strapiombo.

Si girò e vide un uomo seduto su uno sgabello. Stava sorseggiando un caffè. L’odore era piacevole.

– Dove siamo?

– Chissà. Sulla costa immagino, davanti all’immensità del mare.

– Che ci faccio qui? Chi siete?

– Mi chiamo Gorky e sono nei suoi stessi panni, caro mio. Rinchiuso qui, come lei. Comunque, chiunque siano i nostri rapitori, non siamo in buone mani. Questa gente è il “progresso”, il progresso a modo loro, beninteso.

Mario si alzò. Ebbe un lieve giramento di testa. L’altro continuò:

– Sono qui da giorni e ho visto solo il tipo che porta da mangiare. Si fa chiamare Bayer. Questa mattina è passato presto, con biscotti secchi e caffè. Vuole?

– Devo orinare – disse Mario – che si fa in questi casi?

L’altro andò in un angolo. Spinse un bottone e un portello scivolò di lato. Il water uscì dal suolo.

– Ecco. E c’è anche la carta, in quel contenitore.

Mario si avvicinò alla tazza. Tirò giù la lampo e svuotò la vescica. Buongiorno intimità, borbottò fra sé mentre si toccava i genitali. È ancora al suo posto – constatò – non l’hanno trovato o non lo hanno ancora cercato.

Aggiustò la camicia nei pantaloni spinse il pulsante dell’acqua e il water sparì di nuovo nel pavimento. Si voltò e chiese:

– E lei, che ci fa qui?

– Senz’altro a causa della mia ultima realizzazione. Un drone della taglia di un calabrone, provvisto di una cellula per il riconoscimento dei colori e un fiuta odori ad alta sensibilità. Si posa con un atterraggio morbido sui fiori della stessa specie. Trasporta il polline dagli stami allo stimma degli altri fiori procedendo così alle varie impollinazioni.

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– Per Diana, potrebbero prendere il posto delle defunte api.

– Vorrei poterle dire che è così, ma non credo che ciò avverrà mai. La scienza buona viene occultata, si sa. Oggi è la chimica che fa il bello o il cattivo tempo.

I due restarono qualche secondo in silenzio. Mario si chinò sul pavimento, accanto al vetro. Seguì il fluttuare dei gabbiani fra il mare e l’orizzonte lontano. Gli venne voglia di alzarsi in volo. Maledizione – rifletté – proprio ora che stavo per iniziare il grande viaggio.

– Che ora potrà mai essere? – chiese.

– Fine mattinata, più o meno.

– Che cosa m’hanno rifilato? Ho la testa nello sciroppo.

– Ha dormito come un ghiro, in effetti. L’ha portata Bayer ieri sera, all’ora di cena, supino su una barella. E lei? Perché pensa di essere qui? Anche lei ha inventato qualcosa?

– Posso volare – fece Mario, mimando con le braccia il batter d’ali di un uccello – Senza l’aiuto di alcun motore, né vele, né tute alari.

Di colpo si interruppe, si sollevò e piantò uno sguardo sospettoso negli occhi dell’altro. L’altro capì, posò la tazzina, si avvicinò e sussurrò:

– Ho verificato, non ci sono microfoni. Ma se vuole, invece di parlare ad alta voce potremmo bisbigliare. Adesso mi dica: cos’è ‘sta cacchio di storia del volo? Credo che a questi, di uno che vola non gliene freghi un tubo, capisce? E per quello che concerne la levitazione, sono più avanti di quanto creda. Lavorano sulla fisica quantistica da oltre mezzo secolo. Hanno individui capaci di inabilitare satelliti o veicoli spaziali fino ad arrivare all’assassinio psichico, si figuri un po’.

– Non so – mentì Mario, a voce bassa – è successo così, per caso. Un giorno ho dovuto fare un salto per evitare una brutta caduta da un tetto e il salto è quasi diventato un volo. Ci ho riprovato e ha funzionato, allora ho cominciato a farlo sempre più spesso. Mi hanno beccato mentre passavo da un albero all’altro. Uno di quelli mi ha detto: – Signor Scoiattolo, dovremmo parlarle un attimo. Scoiattolo, capisce, mi hanno chiamato scoiattolo.

Aprirono la porta e non era Bayer, ma due lui e una lei in divisa militare. Erano carichi di distinzioni di ogni genere: patacche luccicanti, medaglie, ornamenti.

Devono essere degli eroi – pensò Mario – Chissà quante volte hanno salvato la patria.

– Ci segua – disse la donna, con voce nasale, da raffreddore – Immagino che lei sia curioso di sapere il perchè e il percome di questa forzosa ospitalità.

Lui annuì con un leggero cenno del capo e la seguì lungo uno stretto corridoio. Dietro, gli altri due, seguivano in fila indiana.

Pensò che prima o poi avrebbero scoperto l’impianto sotto pelle. D’istinto portò la mano verso i testicoli, ma la ritrasse immediatamente. Il microchip a energia stellare cominciava a bruciargli: era munito di un identificatore a radiofrequenza che emetteva di continuo, surriscaldava e dava prurito.

– È il solo posto dove non cercheranno – gli aveva detto quel tizio blu con le ali, mentre ricuciva lo scroto.

Di quel Gorky non s’era fidato, non gli aveva detto la verità. A chi avrebbe mai potuto dire che sarebbe partito verso un mondo a anni e anni luce dalla terra? “Un giorno l’ultima stella morirà e questo universo diventerà completamente buio” – gli aveva detto lo straniero, ma noi non salveremo tutti, solo i giusti e gli onesti potranno raggiungere il nostro universo”.

* * *

Lo condussero in un ufficio illuminato dal sole. C’erano altri militari. Tutti super medagliati. Il più medagliato di tutti aprì bocca per primo:

– Dunque è lei il famoso Scoiattolo.

– Mi chiamo Mario, Mario e basta.

– Non la prenda male. È solo un nome in codice che le abbiamo attribuito.

– E Mario è un nome di codice che mi ha attribuito mia madre.

– Divertente!

– Allora? A che devo questo onore? Immagino di essere di fronte a persone di un certo calibro, importanti.

– La sua invenzione è importante, non noi. Noi siamo umili servitori del genere umano che operano per bilanciare le cose del mondo. Siamo un po’ i custodi dell’equilibrio e della pace.

– Degli angeli, insomma.

– Metta da parte i suoi inutili sarcasmi e risponda. Come fa a volare? I nostri agenti non hanno trovato nulla nella sua abitazione. Che cosa ha scoperto? Cosa è capace di fare veramente?

– Riparo frigoriferi. Quella specie di volo è venuto fuori così, per caso. Una sorta di psicocinesi basata sulla levitazione e, aggiungo, del tutto spontanea e inaspettata.

– Noi abbiamo immediatamente pensato a delle squadre speciali, vede? Delle pattuglie volanti, dei superman, degli “space sheriff” in incognito capaci di intervenire nelle situazioni più difficili, inusuali. Prendere alla sprovvista dei terroristi pronti a colpire, per esempio, evitando inutili bagni di sangue. Questo e molto altro, naturalmente, e tutto ciò potrebbe esistere grazie a lei. Signor Scoiattolo, ascolti: la patria ha bisogno del suo aiuto!

– Hei, non esageriamo! Si tratta si e no di piccoli voli, poco più di una acrobazia. Gli esercizi aerei di un trapezista fanno più impressione dei miei salti nel vuoto. Se volete, appena mi viene, ve ne faccio un paio e non se ne parla più.

Il militare sorrise, quindi si alzò seguito dalla militaressa e dagli altri. Aprirono la vetrata e lo sospinsero sulla terrazza, a picco sul mare.

Il sole era un faro accecante. In due, lo agganciarono intorno alla vita con un cavo e un moschettone a scatto.

– Ed ora voli signor Scoiattolo, o leviti, se preferisce – gli intimò la donna – Avanti, ci faccia vedere. Ha un’autonomia di una centinaio di metri, abbastanza per fare due o tre rotazioni.

Mario respirò forte, una, due, tre volte, salì sul parapetto, fissò l’orizzonte e li vide. Erano blu, roteavano nell’etere come aquile.

Tirò giù la lampo e strinse la piccola piastrina innestata sotto pelle. Un sibilo acuto gli ferì l’udito, gli occhi gli si annebbiarono un istante, poi la forza iniziò a salire attraverso la schiena, fino alle spalle.

Si lanciò nel vuoto e cominciò a salire in alto, sempre più in alto, trascinando gli alti ufficiali per diversi metri. Quando lasciarono la presa lui volò veloce, perdendosi nell’ultima luce del suo ultimo giorno.

Il sole non era mai stato così caldo.

Fly

…Salvo imprevisti!

Il tempo è ciò che impedisce alle cose di accadere tutte in una volta

John Archibald Wheeler

scassinatore

Tobia, seduto sul water, sudato e con un torcibudella fulminante, ascoltava i passi vellutati dei compari mentre mettevano a soqquadro l’appartamento.

Cazzo! Sto seduto su un trono da milionari, colla tavoletta riscaldata, pensò, mentre un ennesimo spasmo gli percorreva l’addome,

S’era ficcato in quell’assurda storia per far colpo su di lei. Una bravata, così, tanto per mostrargli che era all’altezza delle cose difficili, scervellate.

Per conquistarla non vedeva altro modo: doveva lasciarsi coinvolgere in una delle sue peripezie. Ed ora erano lì, entrambi, nel vivo dell’azione, al lavoro, come diceva lei.

Fece uscire tutto, si pulì con la carta profumata, tirò su i jeans, avviò lo sciacquone, nebulizzò un bel po’ di profumo per donna e uscì.

– Va meglio? – Chiese Luca, indaffarato a rovistare i cassetti della scrivania – È sempre così la prima volta. Al cesso comunque ci vanno in molti, anche dopo decine di scassi. È psicologico: la tensione ti stringe le budella e arriva la colica, violenta e improvvisa, impossibile da controllare.

Tobia finì d’allacciarsi la cintura.

– Da dove comincio?

– Dalla camera da letto. Prendi questo coltello, se serve trancia tutto. Io finisco il salone. Di’, ma ti sei messo il profumo della signora?

– No, ne ho spruzzato un po’ per disinquinare l’aria. Hai detto che volevi passare al setaccio il bagno, no?

Si annusò le mani. La fragranza dell’eau de toilette dava decisamente alla testa.

– E Poppy? – volle sapere.

– È di sopra, nella mezzanina.

Sara, detta Poppy per il papavero tatuato sul collo e le chiome tinte di rosso, aveva avuto quella dritta dal vecchio, al bar, e s’era vista quasi costretta a portarsi dietro Tobia che da un mese gli stava appiccicato come una mosca cavallina assetata di sangue.

– Perdio – smadonnò Luca – dovranno pur essere pure da qualche parte. Uno mica va a vedersi un film con tutti quei soldi in tasca – grugnì, mentre spostava un dipinto del Campigli.

– Guarda che quadri. Dì, ma lo sai quanto vale una roba così? E questa litografia firmata? – aggiunse con l’aria di capirne molto – Un Carrà. E poi c’è un Burri, quello dei sacchi di juta, e un Fontana. Prendi su un lenzuolo che li avvolgiamo e poi li carichiamo in macchina.

Tobia entrò nella stanza. Avrebbe voluto chiudersi di nuovo in bagno ché il brontolio alla pancia aveva ripreso. Si sedette sul letto, sfinito. Sfilò una federa dal cuscino e si asciugò la fronte dal sudore.

Uno schiamazzo improvviso venne su dalle scale. Si immobilizzò, le orecchie appizzate a individuare l’origine del rumore. Era gente che saliva a piedi e ora stava attraversando il pianerottolo.

Thief with a bar of iron

Rivide la porta sfasciata. Luca, con quell’enorme cavachiodi, l’aveva quasi divelta, senza mezze misure, e il fracasso del legno spaccato di netto aveva riecheggiato in tutta la palazzina.

– La gente di notte è meno curiosa – aveva cercato di tranquillizzarli – ci pensa su due volte prima di abbandonare il calduccio del letto.

Tobia guardò l’orologio, le undici e quaranta. Una nuova fitta gli percosse gli intestini.

Niente da fare, non fa per me. Qualsiasi cosa succeda, non ci sarà una seconda volta.

Il vocio s’attenuò, dovevano essere già al piano di sopra.

Luca chiamò. S’era affacciato sul ballatoio.

– Che c’è?

– Dai vieni, fammi la scaletta che non ci arrivo.

Erano ambedue lunghi e slanciati. Tobia lo aiutò a issarsi fino al soffitto.

L’altro tolse la plafoniera e svitò la lampadina.

– Imbecille, avrei dovuto pensarci prima. Comunque, non hanno visto nulla o si sarebbero fermati a curiosare invece hanno continuato a salire e ghignare come deficienti.

Poppy li raggiunse. Puntò il fascio del torcione sui volti tesi e già impalliditi dal lungo inverno.

– Ahó, ma che cavolo succede?

– Ho tolto la luce. Su, rientriamo. E tu accosta bene la porta – ordinò a Tobia – Da qui non si parte senza la grana.

Poppy precedette Tobia. Lui, nel buio del corridoio, le sfiorò con fare distratto i lunghi capelli fiammeggianti, accostò il naso e tirò su, avidamente, quasi volesse riempirsi i polmoni dell’essenza del suo shampoo. Lei si voltò e gli piantò dolcemente gli occhi neri e profondi nei suoi. Tobia avvertì come una scossa elettrica lungo la schiena. Fu un momento di panico totale misto a beatitudine, un meraviglioso miscuglio di sensazioni estreme. Si domandò quando avrebbe mai avuto il coraggio di dirglielo ch’era cotto di lei. Ma quando?

Ogni volta che ne aveva avuto l’occasione una specie di nodo assurdo gli si era formato in gola: impossibile di articolare una frase. Eppure se lo sentiva, lo sapeva, era a un soffio dal conquistarla.

Certo era più giovane, ok, ma era alto, belloccio e dimostrava molto di più, soprattutto ora, con la barba ispida e incolta che gli dava quella mezza grinta da duro.

Poppy riprese le scale che conducevano al piano, Tobia, ancora trasognato, contemplò le natiche sode e bombate nel pantalone aderente. Quante volte aveva sognato di afferrarle a piene mani… Oh Gesù, pensò, meglio non pensarci troppo.

Rientrò nella camera da letto mentre il campanile rintoccava la mezzanotte. Bisognava muoversi, presto i Duncan sarebbero rientrati. Dopo una settimana di filature li avevano seguiti fino al cinema d’essai, in centro e quel film di Bergman era una manna, durava ben tre ore.

– Adesso o mai più – li aveva incoraggiati Poppy – Presto, al lavoro!

Un gatto spuntò dal nulla. Saltò sul letto miagolando. Aveva gli occhi sgranati, quasi gialli. Tobia cacciò fuori il serramanico, fece scattare la lama, gettò all’aria coperte, lenzuola e gatto e cominciò a squarciare il materasso.

* * *

Poppy agguantò le tre birre passando le braccia sopra le teste dei clienti. Il bar traboccava di gente. Ce n’era ovunque, consumavano ai tavoli e anche in piedi, appoggiati al banco, fumando davanti all’ottima spina, un caffè o uno dei famosi bianchetti e frizzantini che facevano la nomina del bar.

Ma il meglio del meglio, in quel locale, erano gli intrallazzi. Ce n’erano di tutti i tipi. Nel retro si giocava d’azzardo e davanti, al solito tavolino accanto alla vetrata, sedeva André. Un vecchio marsigliese rifugiatosi in Italia alla fine del ’40 dopo aver rapinato alcuni camion della milizia.

Con lui potevi avere di tutto. Avevi bisogno di un passaporto, patente, o di qualcosa di forte per rimetterti in orbita? André ti aggiungeva alla sua lunga lista d’attesa assicurandoti che la data (e anche l’ora) della consegna sarebbe stata rispettata. Un uomo apparentemente bonario e sorridente ma intrattabile sulle «operazioni in borsa» come soleva chiamarle.

Poppy aveva un profondo rispetto per quella vecchia canaglia. Con André, diceva, la più piccola transazione è sempre una roba seria. Non esistono inciuci, solo affari e, soprattutto, ci si può fidare.

Il barman li raggiunse al tavolino. Aveva un naso schiacciato da ex pugile che piegava da un lato e gli occhi molto vicini, piccoli e svegli. Si chinò e bisbigliò all’orecchio di Poppy. Tobia lo guardò di traverso.

– E quel pivellino chi è? – chiese, indicando Tobia col mento, mentre quest’ultimo s’era alzato per recarsi al distributore delle sigarette.

– Niente, non c’entra un tubo con la storia. È solo un amico, è qui per caso.

– Allora, dai Duncan? André vuole sapere com’è andata!

– Abbiamo i quadri, sono in macchina, ma tutti quei soldi col cacchio che c’erano, solo qualche gioiello e un centinaio di mila lire. Una miseria! Abbiamo cercato fra i libri, rovesciato i pacchi della pasta, sventrato i materassi, i fustini del sapone, niente. Luca ha persino smontato il pannello della lavatrice. Era una dritta storta, e per poco non incrociavamo i proprietari. Noi a caricare la macchina e quelli che aprivano il portone. Di’ al vecchio che gli passiamo i dipinti e anche i gioielli. Se ne dovrà occupare lui e quando li vende si dividerà in parti eque e per le centomila, beh, noi ce le spariamo al ristorante, è una settimana che mangiamo panini in macchina.

Il barman si allontanò.

I due sorseggiarono le birre in silenzio sbirciando a tratti il francese, completamente assorto, gli occhi puntati sullo schermo in fondo alla sala.

D’un tratto, sulla porta, si materializzò un colosso con una gabardina nera aperta. Doveva fare sul quintale. Portava i capelli lunghi e disordinati. Il ventre prominente copriva la cintura del pantalone di fustagno. Tossì, come per richiamare l’attenzione di qualcuno, ma nessuno si mosse.

– Dovremmo andarcene – mormorò Luca – quello è un commissario.

– Si, lo so – fece Poppy – prendiamo Tobia e andiamo.

Il gigante roteò lo sguardo tutt’intorno, quindi raggiunse il bancone e comandò qualcosa.

Poppy fece un cenno a Tobia indicandogli la porta, si alzò e s’avviò per prima seguita da Luca. Tobia li raggiunse fuori.

– Che succede? – chiese scartando il pacchetto – perchè andiamo via?

– Niente di grave, ma è entrato uno sbirro che ci conosce, meglio non venirgli in mente.

Si avviarono lungo il viale in direzione dell’auto, parcheggiata a distanza, per precauzione. Il grosso della refurtiva era ancora nel bagagliaio.

– Tienila tu e cammina un po’ in dietro – disse Luca passandogli una vecchia Beretta 6,35. A te non ti conoscono, e attento a non togliere la sicura, che è carica.

Tobia si fermò e si lasciò distanziare controvoglia.

Era un lunedì sera spento e cupo. Ti metteva la fiacca. Non c’era un cane in giro e una pioggerella sottile aveva lasciato i marciapiedi umidi. Faceva piuttosto fresco per un fine aprile e molti negozi stavano abbassando le saracinesche con qualche minuto in anticipo. La luna, calante, stava posando il suo ultimo quarto fra una nuvola e l’altra. Un quarto fine fine, appena visibile.

Luca ripensò allo scasso. Dei soldi non gliene importava un becco, d’altronde quei pochi biglietti li aveva scovati lui, arrotolati in un tubo vuoto delle aspirine e li aveva subito portati ai compari. Lei si era alzata sulla punta dei piedi e gli aveva schioccato un bacio vicino alla bocca.

– Hai avuto naso! Tienili tu e domani ce li spariamo in trattoria.

Si carezzò quell’angolino di guancia sfiorato dalle labbra umide. A dire il vero, a cena fuori avrebbe voluto andarci solo con lei, altro che uscita a tre.

Down to ride to the bloody end, prese a canticchiare le rime di Tupac dedicate a Bonnie and Clyde, Just me and my girl friend.

Una sirena suonò, stridula e penetrante. Tobia, le mani in tasca, strinse l’arma, per nulla tranquillo. L’altra mano trovò i soldi del furto, piegati in quattro.

Poppy si girò lanciandogli un sorriso da lontano. Lui, si rammentò di quella volta, al Burger bar, quando ancora non la conosceva e s’era fatto sorprendere con gli occhi piantati sulla camicetta trasparente. E lei, e lei niente, era scoppiata a ridere e, allontanandosi con la coca e il panino, aveva sculettato apposta, poi s’era girata e gli aveva fatto segno di sedersi al suo tavolo.

– Di un po’ ma quanti cazzo di anni hai – le aveva chiesto dopo averlo osservato a lungo.

– E tu, quanti me ne dai?

– Forse venti, ma se ti radi credo meno, magari diciotto.

– Ci sei quasi – aveva risposto lui. Fra poche settimane compio gli anni. Se verrai fuori a cena con me, te lo dirò.

* * *

– Dai prendiamo la macchina – disse Luca – e andiamo a mangiarci un boccone.

– Ma sei sicuro? – chiese lei.

– Di cosa?

– Della macchina. Non è meglio saltare su un taxi e lasciarla dov’è?

– Dai Poppy, non essere paranoica! Sta ricominciando a piovere e poi è nuova, non la conosce nessuno.

Più indietro, Tobia cominciò a starnutire. Aveva le spalle gelate. Allungò il passo e li raggiunse.

– Merda, sono in camicia e ho dimenticano il pullover al bar – disse – e adesso ho freddo.

– Vai allora e fai presto, noi ti aspettiamo in auto.

– Dove si va a mangiare?

– Da Pietro, il lunedì c’è sempre il vitello tonnato.

– Ok, vi raggiungo all’auto.

Tobia allungò il passo. Osservò l’insegna blu del bar, quasi fluorescente.

Stava per attraversare quando vide il barman, quello che aveva parlato all’orecchio di Poppy. Era in un’alfa grigia, in piena discussione col colosso zazzeruto, il commissario.

Si affrettò a ritornare sui suoi passi. Doveva parlarne a Poppy, al diavolo il cardigan.

Stava arrivando alla piazzetta, a due passi dalla Volvo di Luca. Un’altra sirena risuonò. Quando girò l’angolo vide le due volanti. Avevano bloccato i due compari, proprio davanti alla macchina. Si sentì ghiacciare il sangue, non era un semplice controllo: Luca aveva aperto il cofano e uno degli agenti stava sollevando l’involto con i quadri.

Fece dietro front, domandandosi se era bene tornare al bar e recuperare il maglione o tirar dritto. Nonostante il freddo tirò dritto.

Si allontanò dall’isolato a passo svelto mentre la pioggia, ora fredda e sferzante prese a martellarlo.

Vide l’autobus. Stava arrivando alla fermata. Corse e ci saltò sopra. Era un auto a caso, non sapeva nemmeno dove portasse.

L’automezzo partì in tromba sulla corsia preferenziale.

Il destino giocò sporco e l’auto transitò proprio di là, davanti alla Volvo. L’autista rallentò incuriosito dai lampeggianti blu e dall’agitazione di alcuni curiosi. Stavano ammanettando Luca mentre Poppy era già in una delle volanti, col viso schiacciato contro il finestrino.

Lei gettò uno sguardo all’autobus che passava lento. I pochi passeggeri, in piedi, scrutavano la scena. Lui restò seduto, lo sguardo perso nel vuoto.

Il conducente accelerò e imboccò l’arteria principale, infiltrandosi nel traffico oramai rarefatto.

Impregnato d’acqua, tremante, reclinò il capo e chiuse gli occhi.

– Qualcosa non va? Non si sente bene? – chiese la donna, con un forte accento inglese.

Tobia si volse. Due occhi verdi lo osservavano.

– Non è niente, grazie.

– Ne è sicuro?

– Un’avventura finita male. Piantato. Scaricato dopo un solo mese, e poi la pioggia, me la sono buscata tutta io, ecco tutto.

La donna gli tese il foulard.

– Tenga, provi ad asciugarsi con questo. E prenda la mia sciarpa, sennò si prende un malanno.

Tobia la fissò. La quarantina, i capelli lunghi e ricciuti e quegli occhi…Dove l’aveva già vista? Prese il foulard e cominciò ad asciugarsi il volto. E quel profumo, dove l’aveva già sentito?

– Ognuno le sue disgrazie – continuò lei – quando il diavolo ci si mette non risparmia nessuno. Questo pomeriggio un imbranato ci ha sfondato la macchina e ieri notte ci siamo fatti svaligiare l’appartamento, mi dà i brividi anche solo parlarne…

Tobia, turbato, guardò fuori. Lei spinse il pulsante di fermata.

– Oh, sono arrivata – disse – Mi raccomando stia su col morale.

Si avviò all’uscita e aggiunse sorridendo: «plenty of fish in the sea, no one is indispensable», qui da voi dite morto un papa se ne fa un altro! La vita continua, caro giovanotto.

– Aspetti, si riprenda il foulard e la sciarpa.

– Lei ne ha più bisogno di me.

– Mi sembra troppo…

Facciamo una cosa, le mette in una busta e me le spedisce, ecco l’indirizzo.

Aprì la borsetta, prese un cartoncino e glielo passò.

Tobia lesse: Duncan & Duncan – Esperti d’Arte associati.

L’auto frenò. Le porte si aprirono e la donna saltò giù lasciando una scia del suo profumo piccante.

Fuori aveva smesso di piovere e la notte iniziava a avvolgere la città. Qualcuno, lassù, avrebbe ripreso tranquillamente a mescolare le carte.

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Credits

Foto carte di Michael

Foto scassinatori da internet

Blu inferno – parte terza

Malik, l’ingenuo

Dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate. F. De André

Il Traga sfilò la Glock dai pantaloni e la posò sulle cosce.

– Adesso ascoltami bene! – fece.

Gli occhi congestionati del marinaio ebbero un guizzo. Si alzò e indietreggiò di un passo. Eusebio scosse la testa, le cose non stavano andando per il verso giusto. Si avvicinò al compagno e gli intimò, con voce ferma e forte:

– Lascialo dire!

Il Traga continuò, lentamente, con voce monotona:

– Ve lo spiego io l’accordo (si raschiò la gola). Noi siamo diretti a Noaudhibou, per ora è tutto quello che ci interessa, arrivare in quella fottuta città, recuperare l’auto e proseguire il viaggio. Di una cosa potete essere certi: non tollereremo imposizioni da nessuno!

Malik si avvicinò a Eusebio, gli mormorò qualcosa all’orecchio e l’altro andò a sbirciare alla porta.

Il Traga mantenne l’occhio vigile sui due marcantoni. Si versò il caffè, mise lo zucchero e lo girò con la forchetta sporca d’uovo, il tutto con una mano, l’altra sempre stretta al cane della pistola.

L’osservai preoccupato. Pensai Eccheccazzo! Doveva essere un viaggio di piacere…

– Ci pagano poco e col contagocce – riprese l’altro – con la scusa che gli ultimi trasporti non sono stati onorati. Non possiamo mandare nemmeno una peseta a casa. Ora basta! Ci prendiamo nave e carico. Eusebio conosce qualcuno che recupera il Chiquita e ci molla più di duemila dollari a testa e la metà della vendita della merce. A noi basta, non facciamo altro che riprenderci quello che ci è dovuto!

– E che se ne fanno di questo rottame? – chiese Tonio.

Eusebio avanzò di un passo e prese la parola:

– Cosa se ne fanno a noi non interessa. L’affondano, la smontano, la fanno navigare, a noi non importa. In Africa comunque, una bagnarola come questa ha ancora venti o trent’anni di servizio e loro saprebbero camuffarla e rimetterla in servizio, statene certi.

Malik approvò annuendo col capo e riprese parola:

– Esattamente, magari cambiano bandiera e la dipingono di rosa e non viaggerà più sul mare ma su un fiume, vai a sapere…

Su un fiume? – rimuginai, e mi venne subito in mente la meta del nostro viaggio: Ziguinchor, una città del Senegal sul fiume Casamance, dove un nostro contatto, un Joola che lavorava nelle risaie, doveva farci percorrere un centinaio di chilometri in piroga, fra mangrovie e palmeti, fino a Sédhiou, in pieno cuore mandinga.

– Comunque o con voi o senza di voi la cosa ormai si deve fare. Ci stanno aspettando. Noaudhibou è un porto piccolo e affollato di navi da pesca russe e giapponesi. Ogni volta, ci lasciano un giorno o due alla fonda prima di lasciarci attraccare e quelli potranno avvicinarsi tranquillamente col gommone e appena salgono a bordo ce la filiamo.

Aggireremo l’isola di Boa Vista, a Capo Verde, e poi si scende giù, fino al Gambia che, come sapete, è incastonato nel Senegal. Praticamente vi portiamo a destinazione, vi risparmiate un migliaio di chilometri senza tirar fuori una peseta e non vi succederà nulla, Eusebio ed io ve lo garantiamo.

– E se non siamo d’accordo? – obiettò il Traga.

Malik continuò, come se non avesse sentito.

– Con la tua pistola disarmiamo il capitano e lo rinchiudiamo nella sua cabina, nient’altro, nessuna violenza. Una volta a Capo Verde ci avvicineremo all’isola e molliamo tutti su una scialuppa, a una decina di miglia dalla costa, con una grossa gamella di pesce fritto e le loro fottute birre!

Il Traga rise di cuore.

– Sembrate dei ragazzini – intervenni – Il vostro è un atto di pirataggio con sequestro di persona. Ma a chi cazzo volete mettere nei guai, a noi?

– Ascolta bene amico – riprese il Traga – Noi arriviamo a Noaudhibou, tiriamo giù la Land e ce ne andiamo per la nostra strada. Dopo, fate quel che cazzo vi pare. Intesi? Ma se posso darvi un consiglio, cambiate idea e in fretta, prima di commettere l’irreparabile, perchè vi daranno la caccia e vi prenderanno, ci potete giurare.

Di nuovo l’altro fece finta di non sentire e continuò, trascinato dal proprio fervore:

– No, nessuno potrà trovarci. Diventeremo invisibili come ombre nella notte, non ci sarà nemmeno bisogno di nascondersi, mamma Africa ci proteggerà.

– Sei un ragazzo spontaneo e schietto, Malik, ma molto, molto ingenuo. Già il fatto che stai raccontando tutto a degli sconosciuti è una grande boiata. Se fai così con tutti quelli che incontri, amico… Sei del gatto!

Sentimmo dei passi. Eusebio fece cenno a Malik di muoversi.

– A dopo, fece Malik, alzando il pollice come se avessimo già concluso un patto, presero due pezzi di pane e sgaiattolarono nell’ombra del corridoio.

Non sapevo se stavo entrando o venendo fuori da un brutto sogno o se, peggio ancora, un qualcosa della mia vita stesse uscendo dai binari scivolando chissà dove. Pericolo, pericolo… segnalava il cervello, sentimento di impotenza in arrivo!

Con Tonio ci guardammo, piuttosto sconcertati e increduli.

Il Traga lui, imperturbabile, sfilò una Fortuna dal pacchetto, l’accese e aspirò diverse volte, con voluttà. Stava già riflettendo, con quella sua faccia da lupo, sempre attento e perennemente sul chi vive.

Giocando con gli anelli di fumo, ci confidò: mi fanno una gran pena! Davvero! E quel pirla lì ne ha dette abbastanza perchè le loro vite, già di merda, si trasformino in inferno, un cazzo di inferno pieno di rogne. Non so se parlarne al capitano o tentare di nuovo di farli ragionare…

Il capitano entrò. Dette un gran pugno su un tavolino:

– Ha rovinato la mia riserva! – gridò – Quelle bottiglie di Mendoza costano un occhio. Maledetto cuoco! Lo spello vivo! Centimetro dopo centimetro…

“Pigrando” sul ponte

«Sarebbe bello vivere una favola»

«Ah si, si… Ma tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più» Corto a Venezia

Dormimmo un paio d’ore e ci ritrovammo sul ponte. Un altro vento, ora leggero e quasi caldo, girava nel cielo e increspava le onde, piccole e di un insolito verde palude. Tonio e il Traga fumavano, seduti sul cordame all’estremità della prua mentre io, appollaiato sulla piattaforma d’avvistamento, giravo in tondo con un vecchio cannocchiale in ottone per ammirare alcune mante che balzellavano verso la costa.

Una pausa ben meritata ma che sarebbe durata fino e non oltre il tramonto, ora alla quale il capitano ci aveva invitato a bere una birra in coperta. Poco prima avremmo cercato di convincere Malik e i suoi accoliti di fare marcia indietro e rinunciare al loro sciagurato progetto. In caso contrario, avremmo dovuto mettere in guardia Zacarias che ora, dal canto suo, andava a destra e a manca in compagnia del capo macchine, con la sua Astra ben in vista come se avesse avuto sentore della cosa.

Dirlo al capitano mi sa di tradimento – aveva detto Tonio.

– Tradimento? Ma cosa racconti – replicò il Traga – Ma chi li conosce?! Vuoi trovarti intrappolato nel loro vicolo cieco? Ma lo sai dove ci troviamo? Su una nave di squilibrati, ecco dove siamo, e siamo appena usciti fuori da una tempesta. Ma scherziamo? Ascolta, se non mollano prima di sera toccherà al capitano trovare una via d’uscita, se la sbrogliasse lui.

Aveva riempito l’intero caricatore della Glock e la portava, dopo aver tagliato la fodera della tasca, sotto il pantalone della tuta, in un foulard legato alla coscia.

Durante la breve siesta, aveva persino dormito con l’arma stretta in mano, dopo aver messo gli zaini davanti alla porta della cabina e disseminato in terra i cocci di un bicchiere.

Per il momento dunque, ci godevamo la bonaccia, oziando e pigrando sul ponte, approfittando di un po’ di quiete dopo le piroette della notte.

Puntai il cannocchiale verso terra. La fascia costiera ora distava una ventina di miglia. Il litorale sabbioso aveva sostituito quello granitico e si distinguevano le prime dune sfumate di rosa. L’Africa era a due passi.

Don Anibal suonò la campana del «rancio». Aveva fritto una mezza cassetta di sardine accompagnate con patate bollite. Niente vino ma ancora e sempre Coca Cola, che lasciammo volentieri al resto della ciurma.

I tre piantagrane si sedettero a tavola mentre ci alzavamo. Malik si avventò sulla coca, prima che qualcun altro lo facesse.

– Hada day, my man? (come va oggi?) – salutò – A proposito, Don Anibal ha del vino nascosto, volete sapere dove?

– Dio Santo, ma che volete alla fine? – protestò il Traga – Noi non siamo in guerra con nessuno. Ne con voi e tantomeno con Zacarias. Che se lo tengano il vino, non abbiamo nessuna voglia di complottare, di giocar sporco…

Malik alzò le spalle e versò la coca nei loro tre bicchieri. Pensai che era veramente giunta l’ora di rimettere le cose al loro posto.

Bisogna che questi la smettano di tirarci in ballo! – affermai.

Il Traga annuì – Dopo li prendiamo in disparte e chiudiamo la storia – disse – ne ho le palle piene!

Verso le cinque scendemmo nella stiva e intercettammo il trio dei «rivoltosi» al completo, Malik, Eusebio e Simba, seduti sui cartoni, in piena discussione.

Chiedemmo loro se avessero soppesato i pro e i contro e abbandonato il loro piano bidone!

– Siete in pochi e nemmeno armati – dissi loro – la cosa sa di ridicolo! Ma dite un po’, se la nave non avesse avuto passeggeri, cosa avreste fatto? Avreste aggredito il capitano per sfilargli la pistola? E con cosa, con coltelli e forchette? Sapete, Zacarias non è uno stinco di santo e tanto meno uno sprovveduto…

– È quasi sempre sbronzo – ribadì Malik – Pensate che non saremmo capaci di neutralizzarlo? Io credo di si.

– Tu vivi nelle favole, bello mio. Quello, anche sbronzo vi tiene testa.

– Ad ogni modo ne abbiamo parlato a lungo, è chiaro che senza il vostro aiuto non si fa può fare nulla. Il problema è che ora siamo incasinati, poichè quelli che devono salire a bordo sono già pronti ed è gente che non scherza.

Il Traga s’intromise: – Nella vita, ci sono sempre degli sfigati che hanno il dono di ficcarsi fra l’incudine e il martello e oggi quelli siete voi. Noi non diciamo niente al capitano e le cose le aggiustiamo fra di noi, e per quello che concerne i vostri complici a terra immagino che è previsto un segnale per dire se tutto è andato bene, no?

– Una volta presa la nave, dobbiamo usare il riflettore. Cinque lampeggiamenti rapidi e a più riprese per dare il via libera.

– E quelli prendono una barca e vi raggiungono?

– È così.

– Ebbene, se non li fate questi cazzo di segnali penso che non si avvicineranno, giusto? Non credo che nel dubbio salgano a bordo.

Malik si rivolse ai suoi complici, nella loro lingua. Simba prese la parola:

– Ok, ci avete convinto, sta diventanto tutto troppo complicato.

Eusebio, lui, non disse nulla, alzò la testa e fulminò tutti con quel suo sguardo sospettoso, il volto deformato da una smorfia. Non era d’accordo con gli altri, si vedeva. Sicuramente era l’unico che rischiava la faccia, visto che i potenziali «acquirenti» del Chiquita li aveva trovati lui.

Si alzò lentamente e cacciò una mano in tasca.

Il Traga ci fece segno di indietreggiare, infilò la destra sotto il pantalone della tuta e estrasse la Glock.

Tonio gridò : – Trag! Ti sei bevuto il cervello?

Eusebio, tranquillamente, avanzò, interponendosi fra l’arma e i gli altri due, i muscoli tirati, gli occhi fissi sulle mani del Traga. Pensai «qui ci scappa la cazzata! Con un po’ di fortuna questa storia terminerà nel sangue». Sentii una gran confusione nel cervello, fu come se uno sciame d’api fosse entrato da un’orecchia e non trovasse più l’uscita. Per la seconda volta da quando salimmo sulla nave, ebbi paura, peggio che nella tempesta.

Ma il Traga, non perse il controllo. Dall’alto del suo metro e novanta considerò l’energumeno da capo a piedi e tuonò:

– Adesso basta! Mi hai rotto i coglioni! Cosa diavolo hai in mente?

Eusebio cacciò fuori dalla tasca tabacco e cartine e sorrise. Disse, fra i denti:

– Avete distrutto i nostri piani… E i miei sogni! Con quei soldi avrei comprato barca e motore e sarei tornato alla pesca. Maledetto il giorno in cui avete messo piede su questa nave. Siamo d’accordo: tenetevi pure la vostra arma!

– Finalmente! – esclamò il Traga e, senza mettere via la pistola, fece un cenno a Tonio, che tirò fuori dal taschino della salopette un’involto. Erano 10 biglietti da cinquanta franchi, i soldi avanzati dal tratto percorso sulla costa francese, poco più di un centinaio di euro. Per quei tempi e per quei poveri diavoli erano soldi.

– Capisco i vostri casini e le delusioni, magari siete proprio disperati – disse il Traga porgendoli a Eusebio – Ma non è con un piano del cacchio che riuscirete a risolvere i vostri problemi, e le cose potrebbero mettersi male e in fretta.

– Loro saranno al porto – ribattè Eusebio, leggermente rabbonito – Vorranno capire cosa è successo. Cosa mi invento, adesso?

– E tu digli che a bordo c’erano altri passeggeri. Siete solo in tre, fa troppa gente da controllare e rendere inoffensiva.

Eusebio passò i biglietti a Simba. Il Traga mise la pistola sotto la felpa. Io e Tonio tirammo un sospiro di sollievo.

Dopo cena (pesce fritto e patate, again!) mi recai sul ponte di comando, tanto per vedere come andava il capitano, mentre il Traga e Tonio si giocavano le sigarette a briscola.

Zacarias non c’era. Trovai Don Anibal accanto al timone e Faustino, il cuoco stava mostrando una vecchia foto in bianco e nero al capo macchine. Era un gruppetto di aviatori giapponesi in posa, senz’altro prima della battaglia.

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– Stavo riavvitando un pannello di lamiera e la nave ne ha sputate una dozzina ai miei piedi. Guarda anche tu, questi sono i piloti suicida, dell’ultima guerra!

– E Zacarias non c’è? – chiesi mentre osservavo la foto.

– Si da una rinfrescata – rispose Don Anibal – Sicuramente si sbarba, como siempre alla vigilia dello sbarco. Tienila pure la foto – aggiunse – ne ho altre.

Quella notte dormimmo poco, forse anche meno della precedente. Diffidavamo dei tre gagliardi così, a turno, montammo la guardia sulla porta della cabina.

Noaudhibou, il porto

Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura. Kerouac

«Fish meal and fish oil» (Farina e olio di pesce) era il cartello che spiccava in bella mostra sulla facciata del magazzino. Eravamo nel caos di Noaudhibou, fra i clacson chiassosi dei camion vetusti e multicolori che uscivano dalle zone di carico del porto, dopo aver tentato inutilmente di negoziare il transito della Land. Accompagnammo allora Zacarias, rasato e improfumato, negli uffici della compagnia di trattamento del pesce, dalla quale avrebbe dovuto ricevere un carico di farine per viaggio di ritorno. Il capitano ci assicurò che se c’era uno capace di trovarci un secondo passaggio nave per Dakar quello era proprio Brahim, il direttore commerciale.

L’odore fetido sprigionato dal pesce che essiccava al sole era insopportabile. Attraversammo a passo svelto l’area di stoccaggio e arrivammo allo sportello del manager dell’azienda. Un tipo baffuto col caffettano azzurro ci accolse con un gran sorriso illuminato dagli incisivi d’oro.

Zacarias lo mise al corrente delle nostre noie, spiegando come la dogana ci aveva impedito di far transitare il fuoristrada. In effetti, per passare il posto di frontiera, avremmo dovuto sborsare una cauzione pari al valore dell’auto. La somma, che non avevamo, ci sarebbe stata restituita in seguito, all’uscita del paese.

– Oh signur ! E chi si porta dietro una somma simile? – Si lamentò il Traga – E magari poi ci mettono un mese per restituirla… Questa è proprio una gran menata! Non ci resta che mettere l’auto su un’altra nave e noi proseguire con mezzi di fortuna.

Zacarias firmò le sue bolle di carico e tornò al Chiquita per le operazioni di sbarco della Land e delle altre mercanzie.

– Vi lascio in buone mani – disse – Brahim ha già reperito una porta container svedese che va in Senegal.

Purtroppo, il cargo non volle prendere passeggeri a bordo. L’auto, quella si, l’avrebbero caricata senza problemi. Accettammo il compromesso e ripartimmo subito alla fabbrica di pesce.

– Ecco, questo è quanto ho trovato – Ci annunciò Brahim, che in due ore era riuscito a inventare e orchestrare il nostro viaggio attraverso il deserto. Aprì una cartina e ci indicò le varie tappe dell’itinerario.

C’è un treno diretto a Zouerat, nell’entroterra, quasi al confine con il Sahara. Scenderete a metà strada, a Choum, una cittadina in pieno deserto e là, vi aspettano le guide. Dei Tuareg. Vanno da Timbuctù a Dakar lungo le vie carovaniere, in pick up. Fino a pochi anni fa, percorrevano quelle piste a dorso di cammello. C’è una donna con loro, Sawira, è la sorella del mio capo pesca. Conoscono la regione come le loro tasche e con loro non correrete nessun pericolo. Viaggerete sui cassonetti o nell’abitacolo, questo non lo so, dipende dal convoglio e da quanti passeggeri hanno con loro. Se è troppo scomodo, potete scendere al confine, sul St Luis e da lì prendere un taxi-collettivo per Dakar. Vedete voi, comunque in due tre giorni sarete al porto e recuperate il fuoristrada.

– Una passeggiatina – borbottò il Traga – Nulla di più rilassante, nevvero?

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Tonio ed io eravamo abbastanza affascinati dalla piega che stava per prendere il viaggio. Il Traga no, lui avrebbe preferito fare la costa e raggiungere Rosso, sul confine, ma alcune scaramucce fra ribelli e militari impedivano il passaggio dei civili sulle piste che costeggiavano l’oceano.

E fu così che dopo il mare, con l’aiuto di Brahim, il destino ci stava spedendo in un’altra immensità, quella del deserto.

In primis, sul famoso «treno del ferro», un convoglio destinato al trasporto merci appartenente alla compagnia mineraria. Una cinquantina di vagoni merci alla cui coda veniva agganciata un’unica carrozza passeggeri.

– Sporca e sgangherata – ci confessò Brahim – E stipata come una scatola di sardine; ma è pur sempre un «lusso», basta pensare alla gente del posto che per spostarsi gratis si arrampica sui vagoni e viaggia sui blocchi d’ematite con bagagli e animali al seguito.

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Da il Post: Un asino viene caricato sul treno utilizzando delle corde, mentre altri due asini aspettano il loro turno, 1 ottobre 2015. Per i commercianti che trasportano animali e bestiame il viaggio è gratutito ma devono sopportare un viaggio di 20 ore con spesso forte vento e temperature che in estate possono raggiungere i 50 gradi MauritaniaGeorge Popescu

Un tragitto scomodo e forse un po’ lungo – aggiunse – dato che il treno, benchè trainato da due locomotive, raggiunge al massimo i 30 chilometri all’ora. Ora hanno aggiunto dei vagoni con su militari e sacchi di cemento per far fronte ai guerriglieri, nel caso in cui…

Lo ringraziammo con una semplice stretta di mano e ci recammo di nuovo al porto, dove Zacarias ci aspettava accanto alla Land, sulla banchina, all’ombra del Chiquita. Gli riferimmo le modalità del nostro viaggio.

Benone – disse – Mentre voi andate a imbarcare l’auto, io vado a bermi una birra. Ho mandato Faustino e Chancha a fare qualche spesuccia su un bastimento russo. Un po’ di vodka e altri sfizietti per il viaggio di ritorno. Fate alla svelta, vi aspetto.

Prima di pranzo caricarono la Land fra i containers del cargo. Dopo aver pagato la compagnia portuale che gestiva la gru e il trasporto navale, firmato i documenti di viaggio e bevuto un surrogato di caffè col comandante, raggiungemmo di nuovo il capitano. Avevamo poco tempo, il treno sarebbe partito di lì a poco e dovevamo passare la dogana e trovare un «taxi» per la stazione ferroviaria. A piedi e con gli zaini in spalla non avremmo fatto in tempo.

Zacarias aveva cambiato divisa. Ora indossava una sahariana coloniale, lavata e stirata e il solito berretto blu.

– Allora – se ne uscì – li avete convinti voi i miei marinai, è così?

Noi ci guardammo.

– Che c’è? Vi meraviglia ch’io sia a conoscenza delle loro stronzate? Sul suo viso riapparve quel ghignetto sardonico che gli storceva la bocca.

Sono dei cretini – continuò – Parlano ad alta voce e non si accorgono nemmeno se c’è qualcuno che gli ronza intorno. Il loro creolo è semplice, c’è molto inglese in mezzo… Sia io che Faustino lo capiamo, soprattutto Faustino che ha vissuto qualche mese a Monrovia.

Faustino, lupus in fabula, arrivò con la lancia, accompagnato dal «nostromo», rasato di fresco, con una camicia bianca immacolata: irriconoscibile.

– Lo lascio a terra fino a domani – disse Zacarias riferendosi a Chancha – Povero Cristo! Chissà in quale buco andrà a cacciarsi.

Chancha saltò sulla banchina, ci fece un cenno con la mano e sparì nel via vai degli operai, coi cafetani impregnati di sudore e le variopinte fasce di tessuto avvolte a turbante, piegati da pesanti sacchi di juta, casse, fagotti o enormi pesci sanguinanti portati a spalla, fra gli schiamazzi e gli strombazzamenti dei camion, dei furgoni e dei carrelli elevatori.

Faustino rimase sulla barca, seduto sulle casse di vodka.

Era l’ora degli addii. Tonio chiese al capitano se avrebbe preso delle sanzioni cotro i marinai.

– È la seconda volta che mi viene all’orecchio una cosa del genere… Imbecilli! Il loro piano era comunque un fallimento, poichè oltretutto sono riuscito ad attraccare subito, non appena giunto al porto. Detto fra di noi, non credo che quelli a terra conoscano bene i loro complici a bordo, altrimenti non si sarebbero ammanicati con dei marinaruncoli così sprovveduti.

– A meno che non lo siano anche loro – aggiunsi.

– Bah! Al rientro, dirò al padrone di pagarli e togliermeli di torno, niente di più. E adesso ditemi, pensate davvero che mi sarei fatto soffiare la nave? Pero miren (guardate)… Voi che amate le armi, ha, ha…

– Faustino! – gridò – Muéstrales esta escopeta! (fagli vedere il fucile)

Il capo macchine si chinò, scostò una coperta e sollevò un fucile a pompa, corto e ricurvo, quindi alzò la maglietta e lasciò apparire una piccola automatica col manico d’avorio.

– Sono giovani e scervellati – continuò – Si credono furbi e confondono l’incoscienza col coraggio. No, non avranno alcuna sanzione – ci assicurò – ma li butteremo fuori prima che un giorno succeda l’irreparabile. Ed ora adios, los italianos, io qui a terra, in mezzo a tanto casino, non ci resto.

– Aspetti – dissi, mentre lui con un salto salì sulla barca – Anch’io ho una domanda da farle.

Faustino gli passò un bustone con del ghiaccio, lui sfilò tre scatoline di caviale e ce le lanciò.

– Assaggiatemi questo – urlò, poi alzò la mano, agitandola in segno di saluto.

– Mi dica Zacarias – chiesi infine – Chancha è nostromo, perchè non ha governato lui la nave durante la tempesta?

– Perchè non ci sta con la testa. Inoltre è narcolettico, si addormenta improvvisamente, pure mentre caca!

– Bella squadretta – mormorò il Traga, mentre Faustino avviava il motore.

Guardammo la scialuppa allontanarsi, nella direzione opposta al Chiquita, chissà verso dove, su quel mare blù ora liscio come una tavola d’olio. Zacarias, ritto in piedi, svitò il tappo e attaccò una bottiglia di vodka.

Restammo un paio di minuti a fissare la lancia che si allontanava, con un leggero magone, il primo nodo alla gola di quell’avventura.

Guardai un’ultima volta il Chiquita. Malik e Simba manovravano la gru e scaricavano merce sotto il cielo cocente del tropico del Cancro.

– Che storia! – disse Tonio – Chissà se un giorno avranno una vita normale.

– Normale? – reagì il Traga – I cadenn fussen anca d’or, tegnen ligaa (Le catene, anche se d’oro, legano!)…e ora ‘ndem!

mercantile

aspettate, prima di andar via! Se vi siete persi il resto, la prima parte della storia la troviate qui! E la seconda qui!

credits:

Immagine in evidenza da http://www.bassavelocita.it/sahara-express-treno-lungo-mondo/

Immagine Kamikaze giapponesi da http://numistoria.altervista.org/blog/?p=12984

Immagine chiquita da nauticareport.it