Il signor Scoiattolo

Non serve a niente dirmi che è una roccia senza vita là nel cielo! So che non è così (D.H. Laurence)

Mario aprì gli occhi. Era adagiato su un materasso di gomma, senza lenzuola, senza cuscino. Le pareti della stanza erano imbottite, anti suono, anti tutto. La finestra, una lunga feritoia rasoterra, dava sul mare.

– È inutile pensarci – disse qualcuno – da qui non si esce. Quel materiale non è vetro, è una roba al carbonio. Resisterebbe a una mazza di ferro. E poi, di sotto c’è la scogliera, va giù dritta a strapiombo.

Si girò e vide un uomo seduto su uno sgabello. Stava sorseggiando un caffè. L’odore era piacevole.

– Dove siamo?

– Chissà. Sulla costa immagino, davanti all’immensità del mare.

– Che ci faccio qui? Chi siete?

– Mi chiamo Gorky e sono nei suoi stessi panni, caro mio. Rinchiuso qui, come lei. Comunque, chiunque siano i nostri rapitori, non siamo in buone mani. Questa gente è il “progresso”, il progresso a modo loro, beninteso.

Mario si alzò. Ebbe un lieve giramento di testa. L’altro continuò:

– Sono qui da giorni e ho visto solo il tipo che porta da mangiare. Si fa chiamare Bayer. Questa mattina è passato presto, con biscotti secchi e caffè. Vuole?

– Devo orinare – disse Mario – che si fa in questi casi?

L’altro andò in un angolo. Spinse un bottone e un portello scivolò di lato. Il water uscì dal suolo.

– Ecco. E c’è anche la carta, in quel contenitore.

Mario si avvicinò alla tazza. Tirò giù la lampo e svuotò la vescica. Buongiorno intimità, borbottò fra sé mentre si toccava i genitali. È ancora al suo posto – constatò – non l’hanno trovato o non lo hanno ancora cercato.

Aggiustò la camicia nei pantaloni spinse il pulsante dell’acqua e il water sparì di nuovo nel pavimento. Si voltò e chiese:

– E lei, che ci fa qui?

– Senz’altro a causa della mia ultima realizzazione. Un drone della taglia di un calabrone, provvisto di una cellula per il riconoscimento dei colori e un fiuta odori ad alta sensibilità. Si posa con un atterraggio morbido sui fiori della stessa specie. Trasporta il polline dagli stami allo stimma degli altri fiori procedendo così alle varie impollinazioni.

robot-bee

– Per Diana, potrebbero prendere il posto delle defunte api.

– Vorrei poterle dire che è così, ma non credo che ciò avverrà mai. La scienza buona viene occultata, si sa. Oggi è la chimica che fa il bello o il cattivo tempo.

I due restarono qualche secondo in silenzio. Mario si chinò sul pavimento, accanto al vetro. Seguì il fluttuare dei gabbiani fra il mare e l’orizzonte lontano. Gli venne voglia di alzarsi in volo. Maledizione – rifletté – proprio ora che stavo per iniziare il grande viaggio.

– Che ora potrà mai essere? – chiese.

– Fine mattinata, più o meno.

– Che cosa m’hanno rifilato? Ho la testa nello sciroppo.

– Ha dormito come un ghiro, in effetti. L’ha portata Bayer ieri sera, all’ora di cena, supino su una barella. E lei? Perché pensa di essere qui? Anche lei ha inventato qualcosa?

– Posso volare – fece Mario, mimando con le braccia il batter d’ali di un uccello – Senza l’aiuto di alcun motore, né vele, né tute alari.

Di colpo si interruppe, si sollevò e piantò uno sguardo sospettoso negli occhi dell’altro. L’altro capì, posò la tazzina, si avvicinò e sussurrò:

– Ho verificato, non ci sono microfoni. Ma se vuole, invece di parlare ad alta voce potremmo bisbigliare. Adesso mi dica: cos’è ‘sta cacchio di storia del volo? Credo che a questi, di uno che vola non gliene freghi un tubo, capisce? E per quello che concerne la levitazione, sono più avanti di quanto creda. Lavorano sulla fisica quantistica da oltre mezzo secolo. Hanno individui capaci di inabilitare satelliti o veicoli spaziali fino ad arrivare all’assassinio psichico, si figuri un po’.

– Non so – mentì Mario, a voce bassa – è successo così, per caso. Un giorno ho dovuto fare un salto per evitare una brutta caduta da un tetto e il salto è quasi diventato un volo. Ci ho riprovato e ha funzionato, allora ho cominciato a farlo sempre più spesso. Mi hanno beccato mentre passavo da un albero all’altro. Uno di quelli mi ha detto: – Signor Scoiattolo, dovremmo parlarle un attimo. Scoiattolo, capisce, mi hanno chiamato scoiattolo.

Aprirono la porta e non era Bayer, ma due lui e una lei in divisa militare. Erano carichi di distinzioni di ogni genere: patacche luccicanti, medaglie, ornamenti.

Devono essere degli eroi – pensò Mario – Chissà quante volte hanno salvato la patria.

– Ci segua – disse la donna, con voce nasale, da raffreddore – Immagino che lei sia curioso di sapere il perchè e il percome di questa forzosa ospitalità.

Lui annuì con un leggero cenno del capo e la seguì lungo uno stretto corridoio. Dietro, gli altri due, seguivano in fila indiana.

Pensò che prima o poi avrebbero scoperto l’impianto sotto pelle. D’istinto portò la mano verso i testicoli, ma la ritrasse immediatamente. Il microchip a energia stellare cominciava a bruciargli: era munito di un identificatore a radiofrequenza che emetteva di continuo, surriscaldava e dava prurito.

– È il solo posto dove non cercheranno – gli aveva detto quel tizio blu con le ali, mentre ricuciva lo scroto.

Di quel Gorky non s’era fidato, non gli aveva detto la verità. A chi avrebbe mai potuto dire che sarebbe partito verso un mondo a anni e anni luce dalla terra? “Un giorno l’ultima stella morirà e questo universo diventerà completamente buio” – gli aveva detto lo straniero, ma noi non salveremo tutti, solo i giusti e gli onesti potranno raggiungere il nostro universo”.

* * *

Lo condussero in un ufficio illuminato dal sole. C’erano altri militari. Tutti super medagliati. Il più medagliato di tutti aprì bocca per primo:

– Dunque è lei il famoso Scoiattolo.

– Mi chiamo Mario, Mario e basta.

– Non la prenda male. È solo un nome in codice che le abbiamo attribuito.

– E Mario è un nome di codice che mi ha attribuito mia madre.

– Divertente!

– Allora? A che devo questo onore? Immagino di essere di fronte a persone di un certo calibro, importanti.

– La sua invenzione è importante, non noi. Noi siamo umili servitori del genere umano che operano per bilanciare le cose del mondo. Siamo un po’ i custodi dell’equilibrio e della pace.

– Degli angeli, insomma.

– Metta da parte i suoi inutili sarcasmi e risponda. Come fa a volare? I nostri agenti non hanno trovato nulla nella sua abitazione. Che cosa ha scoperto? Cosa è capace di fare veramente?

– Riparo frigoriferi. Quella specie di volo è venuto fuori così, per caso. Una sorta di psicocinesi basata sulla levitazione e, aggiungo, del tutto spontanea e inaspettata.

– Noi abbiamo immediatamente pensato a delle squadre speciali, vede? Delle pattuglie volanti, dei superman, degli “space sheriff” in incognito capaci di intervenire nelle situazioni più difficili, inusuali. Prendere alla sprovvista dei terroristi pronti a colpire, per esempio, evitando inutili bagni di sangue. Questo e molto altro, naturalmente, e tutto ciò potrebbe esistere grazie a lei. Signor Scoiattolo, ascolti: la patria ha bisogno del suo aiuto!

– Hei, non esageriamo! Si tratta si e no di piccoli voli, poco più di una acrobazia. Gli esercizi aerei di un trapezista fanno più impressione dei miei salti nel vuoto. Se volete, appena mi viene, ve ne faccio un paio e non se ne parla più.

Il militare sorrise, quindi si alzò seguito dalla militaressa e dagli altri. Aprirono la vetrata e lo sospinsero sulla terrazza, a picco sul mare.

Il sole era un faro accecante. In due, lo agganciarono intorno alla vita con un cavo e un moschettone a scatto.

– Ed ora voli signor Scoiattolo, o leviti, se preferisce – gli intimò la donna – Avanti, ci faccia vedere. Ha un’autonomia di una centinaio di metri, abbastanza per fare due o tre rotazioni.

Mario respirò forte, una, due, tre volte, salì sul parapetto, fissò l’orizzonte e li vide. Erano blu, roteavano nell’etere come aquile.

Tirò giù la lampo e strinse la piccola piastrina innestata sotto pelle. Un sibilo acuto gli ferì l’udito, gli occhi gli si annebbiarono un istante, poi la forza iniziò a salire attraverso la schiena, fino alle spalle.

Si lanciò nel vuoto e cominciò a salire in alto, sempre più in alto, trascinando gli alti ufficiali per diversi metri. Quando lasciarono la presa lui volò veloce, perdendosi nell’ultima luce del suo ultimo giorno.

Il sole non era mai stato così caldo.

Fly

…Salvo imprevisti!

Il tempo è ciò che impedisce alle cose di accadere tutte in una volta

John Archibald Wheeler

scassinatore

Tobia, seduto sul water, sudato e con un torcibudella fulminante, ascoltava i passi vellutati dei compari mentre mettevano a soqquadro l’appartamento.

Cazzo! Sto seduto su un trono da milionari, colla tavoletta riscaldata, pensò, mentre un ennesimo spasmo gli percorreva l’addome,

S’era ficcato in quell’assurda storia per far colpo su di lei. Una bravata, così, tanto per mostrargli che era all’altezza delle cose difficili, scervellate.

Per conquistarla non vedeva altro modo: doveva lasciarsi coinvolgere in una delle sue peripezie. Ed ora erano lì, entrambi, nel vivo dell’azione, al lavoro, come diceva lei.

Fece uscire tutto, si pulì con la carta profumata, tirò su i jeans, avviò lo sciacquone, nebulizzò un bel po’ di profumo per donna e uscì.

– Va meglio? – Chiese Luca, indaffarato a rovistare i cassetti della scrivania – È sempre così la prima volta. Al cesso comunque ci vanno in molti, anche dopo decine di scassi. È psicologico: la tensione ti stringe le budella e arriva la colica, violenta e improvvisa, impossibile da controllare.

Tobia finì d’allacciarsi la cintura.

– Da dove comincio?

– Dalla camera da letto. Prendi questo coltello, se serve trancia tutto. Io finisco il salone. Di’, ma ti sei messo il profumo della signora?

– No, ne ho spruzzato un po’ per disinquinare l’aria. Hai detto che volevi passare al setaccio il bagno, no?

Si annusò le mani. La fragranza dell’eau de toilette dava decisamente alla testa.

– E Poppy? – volle sapere.

– È di sopra, nella mezzanina.

Sara, detta Poppy per il papavero tatuato sul collo e le chiome tinte di rosso, aveva avuto quella dritta dal vecchio, al bar, e s’era vista quasi costretta a portarsi dietro Tobia che da un mese gli stava appiccicato come una mosca cavallina assetata di sangue.

– Perdio – smadonnò Luca – dovranno pur essere pure da qualche parte. Uno mica va a vedersi un film con tutti quei soldi in tasca – grugnì, mentre spostava un dipinto del Campigli.

– Guarda che quadri. Dì, ma lo sai quanto vale una roba così? E questa litografia firmata? – aggiunse con l’aria di capirne molto – Un Carrà. E poi c’è un Burri, quello dei sacchi di juta, e un Fontana. Prendi su un lenzuolo che li avvolgiamo e poi li carichiamo in macchina.

Tobia entrò nella stanza. Avrebbe voluto chiudersi di nuovo in bagno ché il brontolio alla pancia aveva ripreso. Si sedette sul letto, sfinito. Sfilò una federa dal cuscino e si asciugò la fronte dal sudore.

Uno schiamazzo improvviso venne su dalle scale. Si immobilizzò, le orecchie appizzate a individuare l’origine del rumore. Era gente che saliva a piedi e ora stava attraversando il pianerottolo.

Thief with a bar of iron

Rivide la porta sfasciata. Luca, con quell’enorme cavachiodi, l’aveva quasi divelta, senza mezze misure, e il fracasso del legno spaccato di netto aveva riecheggiato in tutta la palazzina.

– La gente di notte è meno curiosa – aveva cercato di tranquillizzarli – ci pensa su due volte prima di abbandonare il calduccio del letto.

Tobia guardò l’orologio, le undici e quaranta. Una nuova fitta gli percosse gli intestini.

Niente da fare, non fa per me. Qualsiasi cosa succeda, non ci sarà una seconda volta.

Il vocio s’attenuò, dovevano essere già al piano di sopra.

Luca chiamò. S’era affacciato sul ballatoio.

– Che c’è?

– Dai vieni, fammi la scaletta che non ci arrivo.

Erano ambedue lunghi e slanciati. Tobia lo aiutò a issarsi fino al soffitto.

L’altro tolse la plafoniera e svitò la lampadina.

– Imbecille, avrei dovuto pensarci prima. Comunque, non hanno visto nulla o si sarebbero fermati a curiosare invece hanno continuato a salire e ghignare come deficienti.

Poppy li raggiunse. Puntò il fascio del torcione sui volti tesi e già impalliditi dal lungo inverno.

– Ahó, ma che cavolo succede?

– Ho tolto la luce. Su, rientriamo. E tu accosta bene la porta – ordinò a Tobia – Da qui non si parte senza la grana.

Poppy precedette Tobia. Lui, nel buio del corridoio, le sfiorò con fare distratto i lunghi capelli fiammeggianti, accostò il naso e tirò su, avidamente, quasi volesse riempirsi i polmoni dell’essenza del suo shampoo. Lei si voltò e gli piantò dolcemente gli occhi neri e profondi nei suoi. Tobia avvertì come una scossa elettrica lungo la schiena. Fu un momento di panico totale misto a beatitudine, un meraviglioso miscuglio di sensazioni estreme. Si domandò quando avrebbe mai avuto il coraggio di dirglielo ch’era cotto di lei. Ma quando?

Ogni volta che ne aveva avuto l’occasione una specie di nodo assurdo gli si era formato in gola: impossibile di articolare una frase. Eppure se lo sentiva, lo sapeva, era a un soffio dal conquistarla.

Certo era più giovane, ok, ma era alto, belloccio e dimostrava molto di più, soprattutto ora, con la barba ispida e incolta che gli dava quella mezza grinta da duro.

Poppy riprese le scale che conducevano al piano, Tobia, ancora trasognato, contemplò le natiche sode e bombate nel pantalone aderente. Quante volte aveva sognato di afferrarle a piene mani… Oh Gesù, pensò, meglio non pensarci troppo.

Rientrò nella camera da letto mentre il campanile rintoccava la mezzanotte. Bisognava muoversi, presto i Duncan sarebbero rientrati. Dopo una settimana di filature li avevano seguiti fino al cinema d’essai, in centro e quel film di Bergman era una manna, durava ben tre ore.

– Adesso o mai più – li aveva incoraggiati Poppy – Presto, al lavoro!

Un gatto spuntò dal nulla. Saltò sul letto miagolando. Aveva gli occhi sgranati, quasi gialli. Tobia cacciò fuori il serramanico, fece scattare la lama, gettò all’aria coperte, lenzuola e gatto e cominciò a squarciare il materasso.

* * *

Poppy agguantò le tre birre passando le braccia sopra le teste dei clienti. Il bar traboccava di gente. Ce n’era ovunque, consumavano ai tavoli e anche in piedi, appoggiati al banco, fumando davanti all’ottima spina, un caffè o uno dei famosi bianchetti e frizzantini che facevano la nomina del bar.

Ma il meglio del meglio, in quel locale, erano gli intrallazzi. Ce n’erano di tutti i tipi. Nel retro si giocava d’azzardo e davanti, al solito tavolino accanto alla vetrata, sedeva André. Un vecchio marsigliese rifugiatosi in Italia alla fine del ’40 dopo aver rapinato alcuni camion della milizia.

Con lui potevi avere di tutto. Avevi bisogno di un passaporto, patente, o di qualcosa di forte per rimetterti in orbita? André ti aggiungeva alla sua lunga lista d’attesa assicurandoti che la data (e anche l’ora) della consegna sarebbe stata rispettata. Un uomo apparentemente bonario e sorridente ma intrattabile sulle «operazioni in borsa» come soleva chiamarle.

Poppy aveva un profondo rispetto per quella vecchia canaglia. Con André, diceva, la più piccola transazione è sempre una roba seria. Non esistono inciuci, solo affari e, soprattutto, ci si può fidare.

Il barman li raggiunse al tavolino. Aveva un naso schiacciato da ex pugile che piegava da un lato e gli occhi molto vicini, piccoli e svegli. Si chinò e bisbigliò all’orecchio di Poppy. Tobia lo guardò di traverso.

– E quel pivellino chi è? – chiese, indicando Tobia col mento, mentre quest’ultimo s’era alzato per recarsi al distributore delle sigarette.

– Niente, non c’entra un tubo con la storia. È solo un amico, è qui per caso.

– Allora, dai Duncan? André vuole sapere com’è andata!

– Abbiamo i quadri, sono in macchina, ma tutti quei soldi col cacchio che c’erano, solo qualche gioiello e un centinaio di mila lire. Una miseria! Abbiamo cercato fra i libri, rovesciato i pacchi della pasta, sventrato i materassi, i fustini del sapone, niente. Luca ha persino smontato il pannello della lavatrice. Era una dritta storta, e per poco non incrociavamo i proprietari. Noi a caricare la macchina e quelli che aprivano il portone. Di’ al vecchio che gli passiamo i dipinti e anche i gioielli. Se ne dovrà occupare lui e quando li vende si dividerà in parti eque e per le centomila, beh, noi ce le spariamo al ristorante, è una settimana che mangiamo panini in macchina.

Il barman si allontanò.

I due sorseggiarono le birre in silenzio sbirciando a tratti il francese, completamente assorto, gli occhi puntati sullo schermo in fondo alla sala.

D’un tratto, sulla porta, si materializzò un colosso con una gabardina nera aperta. Doveva fare sul quintale. Portava i capelli lunghi e disordinati. Il ventre prominente copriva la cintura del pantalone di fustagno. Tossì, come per richiamare l’attenzione di qualcuno, ma nessuno si mosse.

– Dovremmo andarcene – mormorò Luca – quello è un commissario.

– Si, lo so – fece Poppy – prendiamo Tobia e andiamo.

Il gigante roteò lo sguardo tutt’intorno, quindi raggiunse il bancone e comandò qualcosa.

Poppy fece un cenno a Tobia indicandogli la porta, si alzò e s’avviò per prima seguita da Luca. Tobia li raggiunse fuori.

– Che succede? – chiese scartando il pacchetto – perchè andiamo via?

– Niente di grave, ma è entrato uno sbirro che ci conosce, meglio non venirgli in mente.

Si avviarono lungo il viale in direzione dell’auto, parcheggiata a distanza, per precauzione. Il grosso della refurtiva era ancora nel bagagliaio.

– Tienila tu e cammina un po’ in dietro – disse Luca passandogli una vecchia Beretta 6,35. A te non ti conoscono, e attento a non togliere la sicura, che è carica.

Tobia si fermò e si lasciò distanziare controvoglia.

Era un lunedì sera spento e cupo. Ti metteva la fiacca. Non c’era un cane in giro e una pioggerella sottile aveva lasciato i marciapiedi umidi. Faceva piuttosto fresco per un fine aprile e molti negozi stavano abbassando le saracinesche con qualche minuto in anticipo. La luna, calante, stava posando il suo ultimo quarto fra una nuvola e l’altra. Un quarto fine fine, appena visibile.

Luca ripensò allo scasso. Dei soldi non gliene importava un becco, d’altronde quei pochi biglietti li aveva scovati lui, arrotolati in un tubo vuoto delle aspirine e li aveva subito portati ai compari. Lei si era alzata sulla punta dei piedi e gli aveva schioccato un bacio vicino alla bocca.

– Hai avuto naso! Tienili tu e domani ce li spariamo in trattoria.

Si carezzò quell’angolino di guancia sfiorato dalle labbra umide. A dire il vero, a cena fuori avrebbe voluto andarci solo con lei, altro che uscita a tre.

Down to ride to the bloody end, prese a canticchiare le rime di Tupac dedicate a Bonnie and Clyde, Just me and my girl friend.

Una sirena suonò, stridula e penetrante. Tobia, le mani in tasca, strinse l’arma, per nulla tranquillo. L’altra mano trovò i soldi del furto, piegati in quattro.

Poppy si girò lanciandogli un sorriso da lontano. Lui, si rammentò di quella volta, al Burger bar, quando ancora non la conosceva e s’era fatto sorprendere con gli occhi piantati sulla camicetta trasparente. E lei, e lei niente, era scoppiata a ridere e, allontanandosi con la coca e il panino, aveva sculettato apposta, poi s’era girata e gli aveva fatto segno di sedersi al suo tavolo.

– Di un po’ ma quanti cazzo di anni hai – le aveva chiesto dopo averlo osservato a lungo.

– E tu, quanti me ne dai?

– Forse venti, ma se ti radi credo meno, magari diciotto.

– Ci sei quasi – aveva risposto lui. Fra poche settimane compio gli anni. Se verrai fuori a cena con me, te lo dirò.

* * *

– Dai prendiamo la macchina – disse Luca – e andiamo a mangiarci un boccone.

– Ma sei sicuro? – chiese lei.

– Di cosa?

– Della macchina. Non è meglio saltare su un taxi e lasciarla dov’è?

– Dai Poppy, non essere paranoica! Sta ricominciando a piovere e poi è nuova, non la conosce nessuno.

Più indietro, Tobia cominciò a starnutire. Aveva le spalle gelate. Allungò il passo e li raggiunse.

– Merda, sono in camicia e ho dimenticano il pullover al bar – disse – e adesso ho freddo.

– Vai allora e fai presto, noi ti aspettiamo in auto.

– Dove si va a mangiare?

– Da Pietro, il lunedì c’è sempre il vitello tonnato.

– Ok, vi raggiungo all’auto.

Tobia allungò il passo. Osservò l’insegna blu del bar, quasi fluorescente.

Stava per attraversare quando vide il barman, quello che aveva parlato all’orecchio di Poppy. Era in un’alfa grigia, in piena discussione col colosso zazzeruto, il commissario.

Si affrettò a ritornare sui suoi passi. Doveva parlarne a Poppy, al diavolo il cardigan.

Stava arrivando alla piazzetta, a due passi dalla Volvo di Luca. Un’altra sirena risuonò. Quando girò l’angolo vide le due volanti. Avevano bloccato i due compari, proprio davanti alla macchina. Si sentì ghiacciare il sangue, non era un semplice controllo: Luca aveva aperto il cofano e uno degli agenti stava sollevando l’involto con i quadri.

Fece dietro front, domandandosi se era bene tornare al bar e recuperare il maglione o tirar dritto. Nonostante il freddo tirò dritto.

Si allontanò dall’isolato a passo svelto mentre la pioggia, ora fredda e sferzante prese a martellarlo.

Vide l’autobus. Stava arrivando alla fermata. Corse e ci saltò sopra. Era un auto a caso, non sapeva nemmeno dove portasse.

L’automezzo partì in tromba sulla corsia preferenziale.

Il destino giocò sporco e l’auto transitò proprio di là, davanti alla Volvo. L’autista rallentò incuriosito dai lampeggianti blu e dall’agitazione di alcuni curiosi. Stavano ammanettando Luca mentre Poppy era già in una delle volanti, col viso schiacciato contro il finestrino.

Lei gettò uno sguardo all’autobus che passava lento. I pochi passeggeri, in piedi, scrutavano la scena. Lui restò seduto, lo sguardo perso nel vuoto.

Il conducente accelerò e imboccò l’arteria principale, infiltrandosi nel traffico oramai rarefatto.

Impregnato d’acqua, tremante, reclinò il capo e chiuse gli occhi.

– Qualcosa non va? Non si sente bene? – chiese la donna, con un forte accento inglese.

Tobia si volse. Due occhi verdi lo osservavano.

– Non è niente, grazie.

– Ne è sicuro?

– Un’avventura finita male. Piantato. Scaricato dopo un solo mese, e poi la pioggia, me la sono buscata tutta io, ecco tutto.

La donna gli tese il foulard.

– Tenga, provi ad asciugarsi con questo. E prenda la mia sciarpa, sennò si prende un malanno.

Tobia la fissò. La quarantina, i capelli lunghi e ricciuti e quegli occhi…Dove l’aveva già vista? Prese il foulard e cominciò ad asciugarsi il volto. E quel profumo, dove l’aveva già sentito?

– Ognuno le sue disgrazie – continuò lei – quando il diavolo ci si mette non risparmia nessuno. Questo pomeriggio un imbranato ci ha sfondato la macchina e ieri notte ci siamo fatti svaligiare l’appartamento, mi dà i brividi anche solo parlarne…

Tobia, turbato, guardò fuori. Lei spinse il pulsante di fermata.

– Oh, sono arrivata – disse – Mi raccomando stia su col morale.

Si avviò all’uscita e aggiunse sorridendo: «plenty of fish in the sea, no one is indispensable», qui da voi dite morto un papa se ne fa un altro! La vita continua, caro giovanotto.

– Aspetti, si riprenda il foulard e la sciarpa.

– Lei ne ha più bisogno di me.

– Mi sembra troppo…

Facciamo una cosa, le mette in una busta e me le spedisce, ecco l’indirizzo.

Aprì la borsetta, prese un cartoncino e glielo passò.

Tobia lesse: Duncan & Duncan – Esperti d’Arte associati.

L’auto frenò. Le porte si aprirono e la donna saltò giù lasciando una scia del suo profumo piccante.

Fuori aveva smesso di piovere e la notte iniziava a avvolgere la città. Qualcuno, lassù, avrebbe ripreso tranquillamente a mescolare le carte.

71898507_defb9ae90a_z


Credits

Foto carte di Michael

Foto scassinatori da internet

Blu inferno – parte terza

Malik, l’ingenuo

Dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate. F. De André

Il Traga sfilò la Glock dai pantaloni e la posò sulle cosce.

– Adesso ascoltami bene! – fece.

Gli occhi congestionati del marinaio ebbero un guizzo. Si alzò e indietreggiò di un passo. Eusebio scosse la testa, le cose non stavano andando per il verso giusto. Si avvicinò al compagno e gli intimò, con voce ferma e forte:

– Lascialo dire!

Il Traga continuò, lentamente, con voce monotona:

– Ve lo spiego io l’accordo (si raschiò la gola). Noi siamo diretti a Noaudhibou, per ora è tutto quello che ci interessa, arrivare in quella fottuta città, recuperare l’auto e proseguire il viaggio. Di una cosa potete essere certi: non tollereremo imposizioni da nessuno!

Malik si avvicinò a Eusebio, gli mormorò qualcosa all’orecchio e l’altro andò a sbirciare alla porta.

Il Traga mantenne l’occhio vigile sui due marcantoni. Si versò il caffè, mise lo zucchero e lo girò con la forchetta sporca d’uovo, il tutto con una mano, l’altra sempre stretta al cane della pistola.

L’osservai preoccupato. Pensai Eccheccazzo! Doveva essere un viaggio di piacere…

– Ci pagano poco e col contagocce – riprese l’altro – con la scusa che gli ultimi trasporti non sono stati onorati. Non possiamo mandare nemmeno una peseta a casa. Ora basta! Ci prendiamo nave e carico. Eusebio conosce qualcuno che recupera il Chiquita e ci molla più di duemila dollari a testa e la metà della vendita della merce. A noi basta, non facciamo altro che riprenderci quello che ci è dovuto!

– E che se ne fanno di questo rottame? – chiese Tonio.

Eusebio avanzò di un passo e prese la parola:

– Cosa se ne fanno a noi non interessa. L’affondano, la smontano, la fanno navigare, a noi non importa. In Africa comunque, una bagnarola come questa ha ancora venti o trent’anni di servizio e loro saprebbero camuffarla e rimetterla in servizio, statene certi.

Malik approvò annuendo col capo e riprese parola:

– Esattamente, magari cambiano bandiera e la dipingono di rosa e non viaggerà più sul mare ma su un fiume, vai a sapere…

Su un fiume? – rimuginai, e mi venne subito in mente la meta del nostro viaggio: Ziguinchor, una città del Senegal sul fiume Casamance, dove un nostro contatto, un Joola che lavorava nelle risaie, doveva farci percorrere un centinaio di chilometri in piroga, fra mangrovie e palmeti, fino a Sédhiou, in pieno cuore mandinga.

– Comunque o con voi o senza di voi la cosa ormai si deve fare. Ci stanno aspettando. Noaudhibou è un porto piccolo e affollato di navi da pesca russe e giapponesi. Ogni volta, ci lasciano un giorno o due alla fonda prima di lasciarci attraccare e quelli potranno avvicinarsi tranquillamente col gommone e appena salgono a bordo ce la filiamo.

Aggireremo l’isola di Boa Vista, a Capo Verde, e poi si scende giù, fino al Gambia che, come sapete, è incastonato nel Senegal. Praticamente vi portiamo a destinazione, vi risparmiate un migliaio di chilometri senza tirar fuori una peseta e non vi succederà nulla, Eusebio ed io ve lo garantiamo.

– E se non siamo d’accordo? – obiettò il Traga.

Malik continuò, come se non avesse sentito.

– Con la tua pistola disarmiamo il capitano e lo rinchiudiamo nella sua cabina, nient’altro, nessuna violenza. Una volta a Capo Verde ci avvicineremo all’isola e molliamo tutti su una scialuppa, a una decina di miglia dalla costa, con una grossa gamella di pesce fritto e le loro fottute birre!

Il Traga rise di cuore.

– Sembrate dei ragazzini – intervenni – Il vostro è un atto di pirataggio con sequestro di persona. Ma a chi cazzo volete mettere nei guai, a noi?

– Ascolta bene amico – riprese il Traga – Noi arriviamo a Noaudhibou, tiriamo giù la Land e ce ne andiamo per la nostra strada. Dopo, fate quel che cazzo vi pare. Intesi? Ma se posso darvi un consiglio, cambiate idea e in fretta, prima di commettere l’irreparabile, perchè vi daranno la caccia e vi prenderanno, ci potete giurare.

Di nuovo l’altro fece finta di non sentire e continuò, trascinato dal proprio fervore:

– No, nessuno potrà trovarci. Diventeremo invisibili come ombre nella notte, non ci sarà nemmeno bisogno di nascondersi, mamma Africa ci proteggerà.

– Sei un ragazzo spontaneo e schietto, Malik, ma molto, molto ingenuo. Già il fatto che stai raccontando tutto a degli sconosciuti è una grande boiata. Se fai così con tutti quelli che incontri, amico… Sei del gatto!

Sentimmo dei passi. Eusebio fece cenno a Malik di muoversi.

– A dopo, fece Malik, alzando il pollice come se avessimo già concluso un patto, presero due pezzi di pane e sgaiattolarono nell’ombra del corridoio.

Non sapevo se stavo entrando o venendo fuori da un brutto sogno o se, peggio ancora, un qualcosa della mia vita stesse uscendo dai binari scivolando chissà dove. Pericolo, pericolo… segnalava il cervello, sentimento di impotenza in arrivo!

Con Tonio ci guardammo, piuttosto sconcertati e increduli.

Il Traga lui, imperturbabile, sfilò una Fortuna dal pacchetto, l’accese e aspirò diverse volte, con voluttà. Stava già riflettendo, con quella sua faccia da lupo, sempre attento e perennemente sul chi vive.

Giocando con gli anelli di fumo, ci confidò: mi fanno una gran pena! Davvero! E quel pirla lì ne ha dette abbastanza perchè le loro vite, già di merda, si trasformino in inferno, un cazzo di inferno pieno di rogne. Non so se parlarne al capitano o tentare di nuovo di farli ragionare…

Il capitano entrò. Dette un gran pugno su un tavolino:

– Ha rovinato la mia riserva! – gridò – Quelle bottiglie di Mendoza costano un occhio. Maledetto cuoco! Lo spello vivo! Centimetro dopo centimetro…

“Pigrando” sul ponte

«Sarebbe bello vivere una favola»

«Ah si, si… Ma tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più» Corto a Venezia

Dormimmo un paio d’ore e ci ritrovammo sul ponte. Un altro vento, ora leggero e quasi caldo, girava nel cielo e increspava le onde, piccole e di un insolito verde palude. Tonio e il Traga fumavano, seduti sul cordame all’estremità della prua mentre io, appollaiato sulla piattaforma d’avvistamento, giravo in tondo con un vecchio cannocchiale in ottone per ammirare alcune mante che balzellavano verso la costa.

Una pausa ben meritata ma che sarebbe durata fino e non oltre il tramonto, ora alla quale il capitano ci aveva invitato a bere una birra in coperta. Poco prima avremmo cercato di convincere Malik e i suoi accoliti di fare marcia indietro e rinunciare al loro sciagurato progetto. In caso contrario, avremmo dovuto mettere in guardia Zacarias che ora, dal canto suo, andava a destra e a manca in compagnia del capo macchine, con la sua Astra ben in vista come se avesse avuto sentore della cosa.

Dirlo al capitano mi sa di tradimento – aveva detto Tonio.

– Tradimento? Ma cosa racconti – replicò il Traga – Ma chi li conosce?! Vuoi trovarti intrappolato nel loro vicolo cieco? Ma lo sai dove ci troviamo? Su una nave di squilibrati, ecco dove siamo, e siamo appena usciti fuori da una tempesta. Ma scherziamo? Ascolta, se non mollano prima di sera toccherà al capitano trovare una via d’uscita, se la sbrogliasse lui.

Aveva riempito l’intero caricatore della Glock e la portava, dopo aver tagliato la fodera della tasca, sotto il pantalone della tuta, in un foulard legato alla coscia.

Durante la breve siesta, aveva persino dormito con l’arma stretta in mano, dopo aver messo gli zaini davanti alla porta della cabina e disseminato in terra i cocci di un bicchiere.

Per il momento dunque, ci godevamo la bonaccia, oziando e pigrando sul ponte, approfittando di un po’ di quiete dopo le piroette della notte.

Puntai il cannocchiale verso terra. La fascia costiera ora distava una ventina di miglia. Il litorale sabbioso aveva sostituito quello granitico e si distinguevano le prime dune sfumate di rosa. L’Africa era a due passi.

Don Anibal suonò la campana del «rancio». Aveva fritto una mezza cassetta di sardine accompagnate con patate bollite. Niente vino ma ancora e sempre Coca Cola, che lasciammo volentieri al resto della ciurma.

I tre piantagrane si sedettero a tavola mentre ci alzavamo. Malik si avventò sulla coca, prima che qualcun altro lo facesse.

– Hada day, my man? (come va oggi?) – salutò – A proposito, Don Anibal ha del vino nascosto, volete sapere dove?

– Dio Santo, ma che volete alla fine? – protestò il Traga – Noi non siamo in guerra con nessuno. Ne con voi e tantomeno con Zacarias. Che se lo tengano il vino, non abbiamo nessuna voglia di complottare, di giocar sporco…

Malik alzò le spalle e versò la coca nei loro tre bicchieri. Pensai che era veramente giunta l’ora di rimettere le cose al loro posto.

Bisogna che questi la smettano di tirarci in ballo! – affermai.

Il Traga annuì – Dopo li prendiamo in disparte e chiudiamo la storia – disse – ne ho le palle piene!

Verso le cinque scendemmo nella stiva e intercettammo il trio dei «rivoltosi» al completo, Malik, Eusebio e Simba, seduti sui cartoni, in piena discussione.

Chiedemmo loro se avessero soppesato i pro e i contro e abbandonato il loro piano bidone!

– Siete in pochi e nemmeno armati – dissi loro – la cosa sa di ridicolo! Ma dite un po’, se la nave non avesse avuto passeggeri, cosa avreste fatto? Avreste aggredito il capitano per sfilargli la pistola? E con cosa, con coltelli e forchette? Sapete, Zacarias non è uno stinco di santo e tanto meno uno sprovveduto…

– È quasi sempre sbronzo – ribadì Malik – Pensate che non saremmo capaci di neutralizzarlo? Io credo di si.

– Tu vivi nelle favole, bello mio. Quello, anche sbronzo vi tiene testa.

– Ad ogni modo ne abbiamo parlato a lungo, è chiaro che senza il vostro aiuto non si fa può fare nulla. Il problema è che ora siamo incasinati, poichè quelli che devono salire a bordo sono già pronti ed è gente che non scherza.

Il Traga s’intromise: – Nella vita, ci sono sempre degli sfigati che hanno il dono di ficcarsi fra l’incudine e il martello e oggi quelli siete voi. Noi non diciamo niente al capitano e le cose le aggiustiamo fra di noi, e per quello che concerne i vostri complici a terra immagino che è previsto un segnale per dire se tutto è andato bene, no?

– Una volta presa la nave, dobbiamo usare il riflettore. Cinque lampeggiamenti rapidi e a più riprese per dare il via libera.

– E quelli prendono una barca e vi raggiungono?

– È così.

– Ebbene, se non li fate questi cazzo di segnali penso che non si avvicineranno, giusto? Non credo che nel dubbio salgano a bordo.

Malik si rivolse ai suoi complici, nella loro lingua. Simba prese la parola:

– Ok, ci avete convinto, sta diventanto tutto troppo complicato.

Eusebio, lui, non disse nulla, alzò la testa e fulminò tutti con quel suo sguardo sospettoso, il volto deformato da una smorfia. Non era d’accordo con gli altri, si vedeva. Sicuramente era l’unico che rischiava la faccia, visto che i potenziali «acquirenti» del Chiquita li aveva trovati lui.

Si alzò lentamente e cacciò una mano in tasca.

Il Traga ci fece segno di indietreggiare, infilò la destra sotto il pantalone della tuta e estrasse la Glock.

Tonio gridò : – Trag! Ti sei bevuto il cervello?

Eusebio, tranquillamente, avanzò, interponendosi fra l’arma e i gli altri due, i muscoli tirati, gli occhi fissi sulle mani del Traga. Pensai «qui ci scappa la cazzata! Con un po’ di fortuna questa storia terminerà nel sangue». Sentii una gran confusione nel cervello, fu come se uno sciame d’api fosse entrato da un’orecchia e non trovasse più l’uscita. Per la seconda volta da quando salimmo sulla nave, ebbi paura, peggio che nella tempesta.

Ma il Traga, non perse il controllo. Dall’alto del suo metro e novanta considerò l’energumeno da capo a piedi e tuonò:

– Adesso basta! Mi hai rotto i coglioni! Cosa diavolo hai in mente?

Eusebio cacciò fuori dalla tasca tabacco e cartine e sorrise. Disse, fra i denti:

– Avete distrutto i nostri piani… E i miei sogni! Con quei soldi avrei comprato barca e motore e sarei tornato alla pesca. Maledetto il giorno in cui avete messo piede su questa nave. Siamo d’accordo: tenetevi pure la vostra arma!

– Finalmente! – esclamò il Traga e, senza mettere via la pistola, fece un cenno a Tonio, che tirò fuori dal taschino della salopette un’involto. Erano 10 biglietti da cinquanta franchi, i soldi avanzati dal tratto percorso sulla costa francese, poco più di un centinaio di euro. Per quei tempi e per quei poveri diavoli erano soldi.

– Capisco i vostri casini e le delusioni, magari siete proprio disperati – disse il Traga porgendoli a Eusebio – Ma non è con un piano del cacchio che riuscirete a risolvere i vostri problemi, e le cose potrebbero mettersi male e in fretta.

– Loro saranno al porto – ribattè Eusebio, leggermente rabbonito – Vorranno capire cosa è successo. Cosa mi invento, adesso?

– E tu digli che a bordo c’erano altri passeggeri. Siete solo in tre, fa troppa gente da controllare e rendere inoffensiva.

Eusebio passò i biglietti a Simba. Il Traga mise la pistola sotto la felpa. Io e Tonio tirammo un sospiro di sollievo.

Dopo cena (pesce fritto e patate, again!) mi recai sul ponte di comando, tanto per vedere come andava il capitano, mentre il Traga e Tonio si giocavano le sigarette a briscola.

Zacarias non c’era. Trovai Don Anibal accanto al timone e Faustino, il cuoco stava mostrando una vecchia foto in bianco e nero al capo macchine. Era un gruppetto di aviatori giapponesi in posa, senz’altro prima della battaglia.

kamikaze_giapponesi

– Stavo riavvitando un pannello di lamiera e la nave ne ha sputate una dozzina ai miei piedi. Guarda anche tu, questi sono i piloti suicida, dell’ultima guerra!

– E Zacarias non c’è? – chiesi mentre osservavo la foto.

– Si da una rinfrescata – rispose Don Anibal – Sicuramente si sbarba, como siempre alla vigilia dello sbarco. Tienila pure la foto – aggiunse – ne ho altre.

Quella notte dormimmo poco, forse anche meno della precedente. Diffidavamo dei tre gagliardi così, a turno, montammo la guardia sulla porta della cabina.

Noaudhibou, il porto

Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura. Kerouac

«Fish meal and fish oil» (Farina e olio di pesce) era il cartello che spiccava in bella mostra sulla facciata del magazzino. Eravamo nel caos di Noaudhibou, fra i clacson chiassosi dei camion vetusti e multicolori che uscivano dalle zone di carico del porto, dopo aver tentato inutilmente di negoziare il transito della Land. Accompagnammo allora Zacarias, rasato e improfumato, negli uffici della compagnia di trattamento del pesce, dalla quale avrebbe dovuto ricevere un carico di farine per viaggio di ritorno. Il capitano ci assicurò che se c’era uno capace di trovarci un secondo passaggio nave per Dakar quello era proprio Brahim, il direttore commerciale.

L’odore fetido sprigionato dal pesce che essiccava al sole era insopportabile. Attraversammo a passo svelto l’area di stoccaggio e arrivammo allo sportello del manager dell’azienda. Un tipo baffuto col caffettano azzurro ci accolse con un gran sorriso illuminato dagli incisivi d’oro.

Zacarias lo mise al corrente delle nostre noie, spiegando come la dogana ci aveva impedito di far transitare il fuoristrada. In effetti, per passare il posto di frontiera, avremmo dovuto sborsare una cauzione pari al valore dell’auto. La somma, che non avevamo, ci sarebbe stata restituita in seguito, all’uscita del paese.

– Oh signur ! E chi si porta dietro una somma simile? – Si lamentò il Traga – E magari poi ci mettono un mese per restituirla… Questa è proprio una gran menata! Non ci resta che mettere l’auto su un’altra nave e noi proseguire con mezzi di fortuna.

Zacarias firmò le sue bolle di carico e tornò al Chiquita per le operazioni di sbarco della Land e delle altre mercanzie.

– Vi lascio in buone mani – disse – Brahim ha già reperito una porta container svedese che va in Senegal.

Purtroppo, il cargo non volle prendere passeggeri a bordo. L’auto, quella si, l’avrebbero caricata senza problemi. Accettammo il compromesso e ripartimmo subito alla fabbrica di pesce.

– Ecco, questo è quanto ho trovato – Ci annunciò Brahim, che in due ore era riuscito a inventare e orchestrare il nostro viaggio attraverso il deserto. Aprì una cartina e ci indicò le varie tappe dell’itinerario.

C’è un treno diretto a Zouerat, nell’entroterra, quasi al confine con il Sahara. Scenderete a metà strada, a Choum, una cittadina in pieno deserto e là, vi aspettano le guide. Dei Tuareg. Vanno da Timbuctù a Dakar lungo le vie carovaniere, in pick up. Fino a pochi anni fa, percorrevano quelle piste a dorso di cammello. C’è una donna con loro, Sawira, è la sorella del mio capo pesca. Conoscono la regione come le loro tasche e con loro non correrete nessun pericolo. Viaggerete sui cassonetti o nell’abitacolo, questo non lo so, dipende dal convoglio e da quanti passeggeri hanno con loro. Se è troppo scomodo, potete scendere al confine, sul St Luis e da lì prendere un taxi-collettivo per Dakar. Vedete voi, comunque in due tre giorni sarete al porto e recuperate il fuoristrada.

– Una passeggiatina – borbottò il Traga – Nulla di più rilassante, nevvero?

cartinaMauritania

Tonio ed io eravamo abbastanza affascinati dalla piega che stava per prendere il viaggio. Il Traga no, lui avrebbe preferito fare la costa e raggiungere Rosso, sul confine, ma alcune scaramucce fra ribelli e militari impedivano il passaggio dei civili sulle piste che costeggiavano l’oceano.

E fu così che dopo il mare, con l’aiuto di Brahim, il destino ci stava spedendo in un’altra immensità, quella del deserto.

In primis, sul famoso «treno del ferro», un convoglio destinato al trasporto merci appartenente alla compagnia mineraria. Una cinquantina di vagoni merci alla cui coda veniva agganciata un’unica carrozza passeggeri.

– Sporca e sgangherata – ci confessò Brahim – E stipata come una scatola di sardine; ma è pur sempre un «lusso», basta pensare alla gente del posto che per spostarsi gratis si arrampica sui vagoni e viaggia sui blocchi d’ematite con bagagli e animali al seguito.

George_Popescu_Mauritania_3
Da il Post: Un asino viene caricato sul treno utilizzando delle corde, mentre altri due asini aspettano il loro turno, 1 ottobre 2015. Per i commercianti che trasportano animali e bestiame il viaggio è gratutito ma devono sopportare un viaggio di 20 ore con spesso forte vento e temperature che in estate possono raggiungere i 50 gradi MauritaniaGeorge Popescu

Un tragitto scomodo e forse un po’ lungo – aggiunse – dato che il treno, benchè trainato da due locomotive, raggiunge al massimo i 30 chilometri all’ora. Ora hanno aggiunto dei vagoni con su militari e sacchi di cemento per far fronte ai guerriglieri, nel caso in cui…

Lo ringraziammo con una semplice stretta di mano e ci recammo di nuovo al porto, dove Zacarias ci aspettava accanto alla Land, sulla banchina, all’ombra del Chiquita. Gli riferimmo le modalità del nostro viaggio.

Benone – disse – Mentre voi andate a imbarcare l’auto, io vado a bermi una birra. Ho mandato Faustino e Chancha a fare qualche spesuccia su un bastimento russo. Un po’ di vodka e altri sfizietti per il viaggio di ritorno. Fate alla svelta, vi aspetto.

Prima di pranzo caricarono la Land fra i containers del cargo. Dopo aver pagato la compagnia portuale che gestiva la gru e il trasporto navale, firmato i documenti di viaggio e bevuto un surrogato di caffè col comandante, raggiungemmo di nuovo il capitano. Avevamo poco tempo, il treno sarebbe partito di lì a poco e dovevamo passare la dogana e trovare un «taxi» per la stazione ferroviaria. A piedi e con gli zaini in spalla non avremmo fatto in tempo.

Zacarias aveva cambiato divisa. Ora indossava una sahariana coloniale, lavata e stirata e il solito berretto blu.

– Allora – se ne uscì – li avete convinti voi i miei marinai, è così?

Noi ci guardammo.

– Che c’è? Vi meraviglia ch’io sia a conoscenza delle loro stronzate? Sul suo viso riapparve quel ghignetto sardonico che gli storceva la bocca.

Sono dei cretini – continuò – Parlano ad alta voce e non si accorgono nemmeno se c’è qualcuno che gli ronza intorno. Il loro creolo è semplice, c’è molto inglese in mezzo… Sia io che Faustino lo capiamo, soprattutto Faustino che ha vissuto qualche mese a Monrovia.

Faustino, lupus in fabula, arrivò con la lancia, accompagnato dal «nostromo», rasato di fresco, con una camicia bianca immacolata: irriconoscibile.

– Lo lascio a terra fino a domani – disse Zacarias riferendosi a Chancha – Povero Cristo! Chissà in quale buco andrà a cacciarsi.

Chancha saltò sulla banchina, ci fece un cenno con la mano e sparì nel via vai degli operai, coi cafetani impregnati di sudore e le variopinte fasce di tessuto avvolte a turbante, piegati da pesanti sacchi di juta, casse, fagotti o enormi pesci sanguinanti portati a spalla, fra gli schiamazzi e gli strombazzamenti dei camion, dei furgoni e dei carrelli elevatori.

Faustino rimase sulla barca, seduto sulle casse di vodka.

Era l’ora degli addii. Tonio chiese al capitano se avrebbe preso delle sanzioni cotro i marinai.

– È la seconda volta che mi viene all’orecchio una cosa del genere… Imbecilli! Il loro piano era comunque un fallimento, poichè oltretutto sono riuscito ad attraccare subito, non appena giunto al porto. Detto fra di noi, non credo che quelli a terra conoscano bene i loro complici a bordo, altrimenti non si sarebbero ammanicati con dei marinaruncoli così sprovveduti.

– A meno che non lo siano anche loro – aggiunsi.

– Bah! Al rientro, dirò al padrone di pagarli e togliermeli di torno, niente di più. E adesso ditemi, pensate davvero che mi sarei fatto soffiare la nave? Pero miren (guardate)… Voi che amate le armi, ha, ha…

– Faustino! – gridò – Muéstrales esta escopeta! (fagli vedere il fucile)

Il capo macchine si chinò, scostò una coperta e sollevò un fucile a pompa, corto e ricurvo, quindi alzò la maglietta e lasciò apparire una piccola automatica col manico d’avorio.

– Sono giovani e scervellati – continuò – Si credono furbi e confondono l’incoscienza col coraggio. No, non avranno alcuna sanzione – ci assicurò – ma li butteremo fuori prima che un giorno succeda l’irreparabile. Ed ora adios, los italianos, io qui a terra, in mezzo a tanto casino, non ci resto.

– Aspetti – dissi, mentre lui con un salto salì sulla barca – Anch’io ho una domanda da farle.

Faustino gli passò un bustone con del ghiaccio, lui sfilò tre scatoline di caviale e ce le lanciò.

– Assaggiatemi questo – urlò, poi alzò la mano, agitandola in segno di saluto.

– Mi dica Zacarias – chiesi infine – Chancha è nostromo, perchè non ha governato lui la nave durante la tempesta?

– Perchè non ci sta con la testa. Inoltre è narcolettico, si addormenta improvvisamente, pure mentre caca!

– Bella squadretta – mormorò il Traga, mentre Faustino avviava il motore.

Guardammo la scialuppa allontanarsi, nella direzione opposta al Chiquita, chissà verso dove, su quel mare blù ora liscio come una tavola d’olio. Zacarias, ritto in piedi, svitò il tappo e attaccò una bottiglia di vodka.

Restammo un paio di minuti a fissare la lancia che si allontanava, con un leggero magone, il primo nodo alla gola di quell’avventura.

Guardai un’ultima volta il Chiquita. Malik e Simba manovravano la gru e scaricavano merce sotto il cielo cocente del tropico del Cancro.

– Che storia! – disse Tonio – Chissà se un giorno avranno una vita normale.

– Normale? – reagì il Traga – I cadenn fussen anca d’or, tegnen ligaa (Le catene, anche se d’oro, legano!)…e ora ‘ndem!

mercantile

aspettate, prima di andar via! Se vi siete persi il resto, la prima parte della storia la troviate qui! E la seconda qui!

credits:

Immagine in evidenza da http://www.bassavelocita.it/sahara-express-treno-lungo-mondo/

Immagine Kamikaze giapponesi da http://numistoria.altervista.org/blog/?p=12984

Immagine chiquita da nauticareport.it