A “bombisogno”

 

Questa non è una novella, è solo un mix a cacchio di cane, una miscela di vecchie emozioni, e va bene così.

 

La gioventù è un sogno, una forma di pazzia chimica.

F. Scott Fitzgerald

 

A “bombisogno”…

…ce sarà n’antra guera.

 

Mi disse sì a fine febbraio, dopo una corte difficile, a singhiozzo, poiché padre e madre la tenevano stretta e lei usciva solo per andare alla Upim o al mercato.

La mia fu una vera partita di caccia, con appostamenti, pedinamenti e relativi agguati.

Una sera, non c’era un cane in giro, mi arrampicai fino al suo balcone e lasciai un mazzetto di fiori con un messaggio: Allora è sì, o è no? Guarda che non tengo più.  

Aprì la sorella, Antonietta, disse a mezza voce: È sì! È sì! Basta che la smetti de rompe.

– Je l’hai sfangata – esclamò Pier, amico e confidente – bravo, era ora! – Quindi dispiegò il giornale  e si soffermò sul titolone della prima pagina.

– Guarda qua: “Bestiale aggressione poliziesca contro gli studenti a Roma. Via la polizia dall’università”.  E io qui, a famme ‘e seghe. Nun so’ sceso nemmeno ‘n piazza…


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Siamo stati dei? Molto di più. Eravamo giovani.

 

Ivana era bionda, piccola e con le anche paffutelle. Aveva una bella bocca carnosa. Quando la baciavo aveva il sapore del latte in barattolo, quello della Nestlè.  

Cotto e senza via di scampo: ecco com’ero! Come se il cuore stesse sbocciando e salisse su, fino al cervello, invadendo e conquistando ogni parte di me. Un’occupazione pacifica del pensiero, millimetro dopo millimetro, giorno dopo giorno, inesorabile, che in pochi mesi mi aveva “rincojonito” (aggettivo di mio padre!) trasformando il mare spumeggiante dei miei diciott’anni in un laghetto calmo e placido dove nuotavano le papere.

Ci vedevamo di nascosto e con la sorella in mezzo, sennò niente. Gli appuntamenti erano fra i reparti del supermercato, al cinema o raramente alle festicciole, con gli amici. Ma il più delle volte, ci incontravamo in uno slargo, dietro al mercatino, nascosti dietro i camion dei rivenditori di frutta e verdura, mentre Antonietta girava fra i banchi, caricando la sporta di verze, aranci e insalate. Una mezz’oretta di baci e palpeggiamenti che ci lasciava senza fiato.  

C’era un altro pretendente, di un annetto più grande di me. Il suo bar era proprio sotto casa di Ivana, fra la macelleria e il portone. Non appena usciva gli s’incollava dietro, la seguiva e l’assillava. Era uno scansafatiche, e pure spocchioso. Un  “cazzaro” che se ne stava a panza all’aria coi soldi de’ mamma: il mattino al bar, il pomeriggio agli allenamenti del Bettini, la sera al bar, e nient’altro. Ma era più alto e più carino e col tempo ebbe causa vinta.

Per me, come per qualsiasi altro ragazzo al mondo, fu la morte nell’anima. Ma non bevevo (in effetti non m’ero ancora mai ubriacato) cosí decisi di scuotermi e trovarmi uno o due lavoretti, che a quei tempi erano ancora a portata di mano, cosí, tanto per non colare a picco.

Eravamo alla fine dell’anno scolastico, misi via rapidograph e  lucidi e mi detti da fare.

* * *

Nella vita mi sono innamorato solo di una bottiglia di birra e di uno specchio

(Sid Vicious)

 

Entrai nel bar della piazza, col cartoncino in mano. Il cigolio delle pale dei ventilatori accompagnava monotono i tremolii dei neon vetusti della vetrina delle paste.

Nonostante fosse ora di pranzo e malgrado la canicola, gli habitués erano al loro posto, irremovibili.

Fumavano. L’olezzo del tabacco appestava il locale. Presi lo sgabello accanto al “Secco” che, oltre di birra, sapeva di sudore rancido e patchouli.

Feci rumore e lui sobbalzò, distogliendo lo sguardo puntato fisso sullo specchio di fronte.

Mi guardò, senza vedermi. Poi, lentamente, si tolse gli occhiali da sole e abbozzò un sorriso. Aveva un boccale con mezza spina calda sotto al naso.

– ‘Tacci tua, Umbé – cincischiò, sfiorandomi la camicetta nuova con la punta delle dita – te sei rimesso a novo.

Aveva la bocca messa di sbieco, violacea, in tema con la polo color vinaccia, quasi sempre la stessa. Il jeans, logoro e abbondante e le tennis malridotte completavano lo stile trasandato, non ancora di moda.

– Nun sono Umberto, so’ Nino – risposi.

Ridivenne serio, rinforcò i Ray-Ban e riprese a fissare il suo riflesso, dissociandosi di nuovo dal vociare del bar e dal mondo in generale.

Poggiai il bristol formato lettera sul bancone. Scrissi “Cerco qualsiasi lavoro”, con un pennarello rosso, poi il mio numero di telefono.

Passai il cartellino a Modesto, il barman, che lo lesse più volte prima di incollarlo con lo scotch sulla porta vetrata, accanto al manifesto che annunciava l’arrivo imminente di un circo nel quartiere.

– Prendi grossi rischi – disse, col sorrisetto sotto i baffi – Immagina tutto quello che potrebbero proporti, ha, ha! E poi, messo così, mi sembra un po’ degradante.

Tornò accanto alla macchina del caffè, gongolando, tutto contento d’aver detto la sua.

Er Secco, già cotto da un pezzo, ravviò all’indietro i capelli lunghi e spettinati, poggiò la fronte sul bancone e cominciò a russare. Il braccio, cosparso di forellini rossi e lividi giallognoli, penzolava, agitandosi macchinalmente come la coda recisa di una lucertola.

– Ma ‘n vedi questo! – borbottò Giggione – E mo chi ‘o porta.

Restai un attimo a guardare fuori, contando i rari passanti e le poche macchine in circolazione. Era un mezzogiorno di luglio. Il sole s’era rimboccato le maniche e ci dava dentro, con gusto.

Mi girai e contai gli spiccioli in tasca: mi restava di che prendere un chinotto fresco.

Modesto mi servì la bevanda su una montagna di ghiaccioli, incassò le mie ultime monete e, guardandomi al di sopra degli occhiali, aggiunse:

– Innanzitutto è una bugia, perchè tu non sei capace di fare qualsiasi lavoro e poi, detto fra noi, non significa che sai fare di tutto anzi, al contrario, significa che non sai fare niente e, ancora peggio, che non hai un mestiere in mano.

Giggione, dall’alto del suo metro e novanta, annuì. Si avvicinò al Secco per sfotterlo: Aho, sei così zozzo che se te fai er bagno ar mare i pesci scappeno.

Pier, sbragato sulla seggiola di vimini, semi nascosto dietro al “Paese” decretò:

– A Ni, ch’ha ragione Modesto, tu sai disegnà? E disegna! Stai a perde tempo co’ tutte l’antre stronzate – abbassò il giornale e mi scrutò da capo a piedi – A proposito – riprese – se ch’hai ‘na piotta me pijo n’antra biretta. Su, che sto ‘n ‘bianco.

Rovesciai entrambo le tasche, a fargli vedere che non restava nemmeno la polvere. Allora cambiò bersaglio:

– A Modè – quasi urlò – famme buffo e tira fori ‘n peroncino dar frigo, daje!

Il tranvetto attraversò la piazza, avanzando lemme, scampanellando. Alla fermata scese Marino, detto “er micio”, carico di volantini. Ci raggiunse al bar, bevve un gran bicchiere d’acqua e distribuì i ciclostilati ai presenti. Annunciavano lo sciopero generale e una grossa manifestazione.

Co’ ‘sto callo! – punzecchiò Modesto – Ma come ve và d’arrostì ar sole.

Davanti alla vetrina, un signore grasso e bassoccio, lesse con attenzione il mio annuncio. Entrò, si avvicinò al banco. Disse: Ecco, mi interesserebbe incontrare quella persona, quella che cerca lavoro, naturalmente. Forse una cosetta ce l’ho.

Er Secco sollevò il capo, guardò il tizio con gli occhi appannati, sganciò un sorriso agli angeli, una scorreggia a chi gli stava intorno e reclinò di nuovo il capo sullo zinco, questa volta con un tonfo sordo.

* * *

 

La prima rosa che vendetti fu ai tavolini del bar Farnese, a un coattello con un panama leggero in capo, che voleva offrirla a una bionda dall’accento vagamente tedesco.

Pagò con un grosso biglietto,

Era una serata umida, alimentata da un vento impietoso che sbuffava folate calde e polverose.

Ricordo che il tipo, dopo aver afferrato il resto, dovette correre dietro al cappello, col fiore  in una mano e i biglietti da cinquecento nell’altra, intanto che la bionda s’alzava e spariva nelle viuzze laterali, quasi fuggendo via.

Girai per tutta campo dei Fiori, dove riuscii a smerciarne una decina, poi attraversai il fiume e feci le pizzerie e i ristoranti di viale Trastevere.

A mezzanotte in punto arrivai a Santa Maria, dove avevo appuntamento col tipo e una mezza dozzina di ragazze con i cesti delle rose semi vuoti.

– Ti sto aspettando da più di un’ora – si lagnò, mentre sfilava un supplì da un sacchetto e se lo infilava in bocca, sano sano – Quante n’hai vendute?

– ‘Na trentina – risposi passandogli i soldi – adesso contiamo.

– Solo?

– Come, solo? Come prima volta dovrebbe andar bene.

Dalla smorfia capii che non avrei più venduto altre rose, infatti espresse così il suo disappunto: – Nun te la prenne a male, giovinò. Guarda, Cosima n’ha date via più de settanta e le altre ‘na cinquantina. Me sa che te nun ch’hai voja de camminà.

Intascai le nove monete da cento lire che mi rivenivano e girai le spalle senza fiatare. Cercai un bar, bevvi un chinotto e rientrai in quartiere.

L’indomani, strappai via l’annuncio.

Modesto fece l’offuscato:

– Novecento lire pe’ trenta rose. –  protestò – A Ni’, se te fidi, stavorta er coso ‘o compilo io.

Prese un cartoncino arancione sul quale c’erano i prezzi dei vari cornetti, maritozzi e bomboloni, lo girò e scrisse sul lato bianco, esattamente così:

“Studente cerca impiego di breve durata, motorino proprio, quindi, a bombisogno pure fori porta. Nun s’accettano stipendi de fame” .

– A Modè, ma che c’entra mo ‘sto bombisogno?

– C’entra, c’entra, damme retta, significa “se serve”, “all’occorrenza”, magari qualcuno te propone quarcosa artrove.

– Guarda che l’avevo capito! È che nun ch’azzecca cor finale, perché pure qui semo fori porta.

Non rispose. Si fece un caffé e lo ingollò amaro. Era ancora mattina e c’era poca gente.

Er Secco, seduto sul solito sgabellone, ripeteva il suo rito misterioso: birra e immagine riflessa. Immagine riflessa e birra!

Modesto sospirò, poi soggiunse: – Penso che se nun ce fosse ‘sto specchio se scorderebbe chi è… Se nun è già successo!

 

*   *   *

 

Ne la malinconia de li ricordi

naturalmente resta er primo amore

come diavolo voi che me ne scordi?

Trilussa

 

Passai più volte sotto casa di Ivana, a pochi metri dalla fermata della linea del T3.

Un giorno finalmente la vidi mentre usciva dal portone. Aveva un bel sorriso, tutto estivo, euforico, in tema col solleone e il vestito corto a fiori. Me ne regalò un pezzettino, sgranando i denti bianchi e regolari, poi sparì dentro il negozio del macellaio: “Da Manlio, carni scelte, anche equine”.

Indugiai troppo. Un lungo minuto, volendomene per non aver traversato la strada, con la triste impressione d’aver sciupato qualcosa di vitale. Restai così, imbambolato, finquando la madre non spuntò fuori dal nulla e, dopo avermi fucilato con lo sguardo, entrò nella bottega e ne riuscì subito trascinando e strattonando la figlia per la manica del vestito. Rividi così, incidentalmente, le bianche spalle nude e le areole larghe e chiare intorno ai suoi capezzoli, le sole parti di quel corpo adolescente che avevo osato accarezzare nei rari momenti d’intimità.

E fu la prima volta che morii, morii su quel marciapiede zozzo di cicche, cartacce e biglietti dell’autobus, pensando che gli amori che sarebbero seguiti in futuro, sarebbero stati tutti irrilevanti, banali, che non avrei mai più provato, assaporato, salvaguardato nel cervello fra un appuntamento e l’altro, il gusto dolce e  unico di quella bocca al latte condensato.

Girai sui tacchi, con quella croce sulle spalle e andai al bar. E questa volta bevvi.

*   *   *

Nando e Settimio, dopo aver letto il nuovo annuncio, presero in mano le mie sorti in quella strana estate.

Erano due fratelli, venivano da Colonna con il carico e piazzavano il banco sotto casa mia.

– Taja ch’è rosso! – Si spolmonavano, dopo aver scaricato i pani di ghiaccio e le angurie. Aprivano verso le sette di sera e restavano fino a tardi, approfittando del fatto che in pochi riuscivamo a dormire.

C’era un sacco di gente affacciata alle finestre, chi fumava una sigaretta, chi ansimava maledendo la “callaccia”.

In molti scendevano e si gettavano sui frutti rossi rinfrescati dal ghiaccio. La piazzetta s’animava, si riempiva di proletari, operai, imbianchini, maestri, impiegati e quelli che vivacchiavano fra un impiego e l’altro. Giravano tutti in calzoncini e canotta o magari col sotto del pigiama e a torso nudo. Avevano le facce stanche di chi non era partito in vacanza. Si portavano sulle spalle l’enorme peso della vita e dei suoi guai, ostentando quel sorriso fragile e distaccato che affiora a stento sui volti di tutti i meridionali del mondo, di qualsiasi  classe sociale.

Li vedevi per le strade o ai giardinetti co’ ‘ste belle fettone rosso vivace, sputacchiando semi e sbuffando nuvolette di nazionale, alfa, mentola e super con filtro.

Il quartiere si trasformava in un paesone di case popolari e la luna sorrideva, bella al fresco, lassù nello spazio siderale, mentre quaggiù, in purgatorio, si schiattava.

 

A volte, mio padre, anche lui boccheggiante, mi dava qualche soldo per un cocomero.

– Me raccomanno – diceva – fatte fa’ er tassello prima de comprallo.

Ma Nando e Settimio li sceglievano loro e vietavano a tutti di toccare la merce.

– Aho, so’ dorci dorci, nun serve che je famo er buco. E poi, che je bussate a fa’ – s’incazzavano – tanto mica ve risponnono. Lasciate fa’ a noi.

Modesto, quando seppe che cercavano un garzone li portò davanti all’annuncio. Disse è un ragazzo a posto, potete sta’ tranquilli. Qualche giorno dopo ebbi la loro proposta, una delle prime del mio laborioso e versatile inizio di “carriera”.

– Ma davero t’hanno chiesto de lavorà pe’ loro? – Chiese mio padre.

– Dice che vonno aprì un banco davanti agli studi, a Cinecittà. Un fratello qui e l’altro là, se gli do una mano mi danno 1500 lire al giorno.

– Cocommeraro – bofonchiò – ma che te ce manno a fa a scola!!

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Il banco era proprio davanti all’ingresso degli studi. Era piccolo ma con una caterva di angurie  impilate  sul marciapiede, a due passi dal capolinea dei bus.

Vendevo tanto, i prezzi erano bassi e la merce buona. In molti si fermavano, assaporavano una fetta succosa e fresca e ripartivano con due, tre cocomeri. Settimio restava sempre un paio d’ore poi, dopo i panini di mezzogiorno e mezzo bianchetto, mi lasciava solo, all’ombra di un ombrellone inefficace, che non proteggeva dal caldo, lasciando passare una luce diafana e pesante.

– Se vedemo dopo –  diceva, e s’infilava nella cuccetta del camion, appisolandosi, Dio solo sa come, sotto il sole cocente.

 

A volte, spuntava Marino che fra l’altro aveva il pallino del cinema e che sperava d’incontrare qualche personalità, attore o regista. Fu il caso di Paolo Stoppa e la Cardinale che gustarono due fette al banco. Erano agli studi per ultimare le ultime riprese di “C’era una volta il west”.

Mi procurai altri autografi, quello di Gazzolo, che doppiava Henry Fonda, che nel film era il cattivo e anche quello di Bertolucci. Marino bloccò un macchinone americano con i vetri affumicati e pescò Sergio Leone con Bronson in persona. Venne al banco esultando, con i due autografi abbozzati su un volantino del movimento studentesco.

– Questo si che è ‘n pezzo da collezione – strepitò –  Mo l’incornicio e me lo metto in cameretta, accanto a ‘na foto de Mao.

 

Dopo tutto fu una bella estate. Senza vacanze, certo, ma variopinta.

Modesto, mentre passava lo straccetto umido sui tavolini della terrazza, disse la sua in proposito:

– Aho! Hai visto che lo scritto mio ha funzionato? Fra poco è tempo de callarroste. Se voi, a bombisogno, ‘o famo ‘nsieme. Er materiale ‘o rimedio io, tu fai li cartocci e venni. Fifty fifty.

– A Modè, me fai paura. Co’ te rischio che a Natale me fai fa’ pure ‘o zampognaro.

– Vattelappesca! Pure quella è n’idea.

Arrivarono Giggione, Pier e Marino er micio. Avevano diverse notizie fresche.

– ‘O sapete, hanno ricoverato er Secco – esordì Giggione. Qualcuno l’ha trovato coll’ago piantato ner braccio. Se se la cava è un miracolo.

Il termometro era sempre al rosso fisso, non scendeva più sotto  i trenta.

Pier tirò fuori l’Unità. Si sventolò qualche secondo, poi si accomodò e spiegò il giornale

Forse sta mejo ‘ndo sta adesso – disse, prima di attaccare i titoli – Magari all’ospedale riescono a curallo, se campa, certo…

Giggione mi prese da parte: – A Ni’, ch’ho n’antra notizia – disse, pacatamente e a voce bassa, come se stesse al capezzale di un malato – Meno grave ma nu te farà piacere lo stesso. Comunque nun posso nun dittelo.

– E annamo, vai!

– Ivana se sposa. Ho ‘ncontrato Antonietta, pare che sia pe’ dicembre.

– Pe’ la mignotta! Co’ quer cojone? …Possa schioppà ‘ndo se trova.

– Macchè, mica cor carciatore. Se sposa cor macellaro, er roscio, quello sotto casa sua. Pare che sia già ‘ncinta. Aspetta, nun s’allarmamo, ho detto pare…

Riuscii a deglutire nonostante il groppo alla gola. Tutto era andato troppo svelto. Non avevo ancora digerito il primo trauma che già ne stavo subendo un altro.

Pier si alzò. Pareva avesse visto un fantasma. Spianò il giornale sul tavolino e indicò il grosso titolo di testa, dandosi una  gran manata in fronte.

– Ma dimme te! – gridò – I cari armati so’ ‘ntrati a Praga. A ‘sto Breznev gl’ja svaporato er cervello.

Ci avvinammo e circondammo il tavolino. Modesto aggiunse : – Signore mio! Vedrai che a  bombisogno, ce sarà n’antra grossa guera!

Io, Ivana in mente, entrai nel bar e mi diressi ai cessi. Volevo piangere due minuti in santa pace.

Davanti allo sgabellone mi fermai. Lo specchio era sporco e opaco. Guardai e  vidi il Secco. Sorrideva. Aveva un boccalone di birra fresca e spumeggiante in mano e dietro s’intravedeva un tank russo col cannone puntato sur baretto nostro. Un baretto innocente, pieno de matti, ma innocente. Ma magari ricordo male, oppure anche oggi è il caldo.

 

unita

 


Foto cocomerai dal Corriere della Sera: http://roma.corriere.it/foto-gallery/cultura_e_spettacoli/15_agosto_13/taja-ch-rosso-riti-che-resistono-27aac0dc-41db-11e5-b414-c15278464aa4.shtml

Acqua azzurra, acqua chiara

Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua…

…humile et pretiosa et casta.

(San Francesco d’Assisi)

“Come un cielo senza nuvole”

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Uscì fuori a mezzo busto proprio mentre Mariuccio stava avvicinandosi di nuovo all’imboccatura del cunicolo, appena trivellato.

– Cosa sei riuscito a prendere?

– Un bel niente, è tutto sotto chiave. Prendo il piede di porco e ci torno.

Il budello era stretto, caldo e soffocante. Prese la trivella elettrica e la calò nel pertugio. Pearl, la torcia frontale sul berretto sudicio, si fece da parte e lasciò passare Mariuccio che, nonostante fosse esile come un cerino, fece fatica a scavalcare l’amico.

Pearl sudava a grandi gocce. Non era una vera e propria claustrofobia ma il cunicolo era angusto. Decise di riscendere anche lui. Camminò carponi, a marcia indietro, fino al muretto divelto, nella fogna.

L’odore era insopportabile e la mascherina era inutile. La tolse. Mariuccio stava rovistando nel sacco degli attrezzi. Ne estrasse il piede di porco e un grosso cacciavite.

– Vado – disse – se non te la senti aspettami qui. Ci metterò un attimo. In ogni caso, se hai bisogno, chiamami.

Pearl era grassoccio, ma sotto al grasso era nerboruto. Una spallata e tirava giù una porta. Il muretto scassato era opera sua, due colpi di mazza ed era partito in frantumi.

– Non serve Pe’, è solo una cella frigo. Spacco la serratura, apro, prendo la merce e arrivo.

– Già. Fai presto che questa puzza mi sta ammazzando.

Mariuccio prese il grosso zaino e s’infilò nel condotto buio e opprimente.

 

*   *   *

 

– Allora, cosa avete trovato? – chiese Olimpia, afferrando il sacco– Puzzi come un maiale, vorrei sapere con cosa ti laverai.

– Non c’è più disinfettante?

Olimpia non rispose, inforcò gli occhiali e poggiò il sacco sul tavolino.

– Da quant’è che non beve Samuele? – continuò Mariuccio .

– Da questa mattina: ho sciolto il latte in polvere nell’ultimo quartino d’acqua rosa.

– Pare che abbiano localizzato un ghiacciaio nel sottosuolo, a duecento metri dalla superficie di un esopianeta. Il problema adesso è l’estrazione.

– Sì, certo. Questa è come la storia della spedizione comunale nell’atmosfera di Nettuno. Un viaggio di quattrocento anni luce. Dodici mesi di attesa per qualche migliaio di litri di acqua satura di metano e, come se non bastasse, una volta rigenerata, se la sono fregata quasi tutta sindaco e compagnia bella.

– E adesso progettano di andare su Xoom, pare che il ghiaccio sia costituito anche d’acqua, ma allo stato supercritico, cioè in condizioni di pressione e temperatura estremi.

– Non berremo più acqua, te lo dico io. A meno che non venga giù un bel temporale.

– Tu sogni. Oramai non piove più. È caduta un po’ d’acqua solo in Val Grisenche, è la terza volta quest’anno. È da lì che arrivano questi grossi flaconi, hai visto?

Il bambino cominciò a frignare. Olimpia sfilò un primo contenitore d’acqua millesimata dal sacco. Lesse: “Acqua piovana del Gran Paradiso 2090”.

– È  ancora fresca – si compiacque, quindi riempì il biberon e si avvicinò alla culla. Samuele capì e smise di piangere.

– Quanto costa un bidoncino così?

– Bah! Un mese di stipendio o poco più – rispose Mariuccio.

– Bel colpo! Bisognerà procurarsene degli altri. Il bambino è allergico al colorante che aggiungono a quella loro acquaccia.

– Pare che cambieranno tonalità. Sicuramente per rendere più accettabile l’idea di ingerire quella pisciazza! Fra non molto passeremo al blu.

– Si, lo so. Aggiungeranno spirulina e aromi di anice. Verrà fuori un bell’azzurro.

Il bambino finì di bere. Mariuccio si avvicinò alla culla, tolse il biberon vuoto dalle manine di Samuele, quindi chiese:

– Quant’è che da noi non piove?

– Due anni. Le rare nuvole sono andate a farsi fottere al nord. Hanno emigrato anche loro. Dovremmo seguirle, andare anche noi, a Châtillon, Brusson, che so io.

– Si certo, e con quale documento? Passano solo i testoni.

– Scherzavo!

– Piuttosto, ascolta! – esclamò Olimpia, mentre si versava un misurino d’acqua – L’ho visto alla tele, un paio d’ore fa. Hanno risolto il problema delle nuvole artificiali, con un nuovo catalizzatore. Una sostanza innocua per la salute che, esposta all’atmosfera, produce solo vapore acqueo e anidride carbonica.

– Ha, ha! Oh mio Dio! Pioverà acqua gassata.

Olimpia pensò che era molto bello quando rideva e gli venivano le fossette. Gli passò un misurino d’acqua e continuò:

– Sembra tutto pronto, tanto che hanno invitato quelli del telegiornale e hanno sparato due razzi in cielo con quella roba. Con la scia hanno scritto Romani, presto l’acqua. Speriamo che non sia un’altra trovata per tenerci buoni.

Bussarono alla porta.

–  Ecco Pearl! Resterà qui con te, io esco, vado in fabbrica, ma prima passo all’Unità di Riciclo di zona.

Olimpia andò ad aprire. Mariuccio partì nell’orinatoio. Tirò giù la lampo e pisciò di getto nel bidone di raccolta delle urine. Era pieno. Chiuse, sigillò con il piombo e il cartellino menzionante il nome della famiglia e l’indirizzo, quindi raggiunse gli altri.

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Fuori era caldo. Mariuccio si fermò un istante davanti alla finestra, col recipiente colmo. Si sentiva sporco e stanco, e lo era.

– Vado – disse –  Se mi sbrigo, magari per sabato avremo di nuovo un po’ d’acqua rosa. O azzurrina: come un cielo, senza nuvole!

Mariuccio non trovò nulla da rispondere, uscì e subito alzò gli occhi al cielo. Gli parve giallo, tristemente giallo.


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Immagine in evidenza: https://www.flickr.com/photos/10451396@N00/415550290/

Acqua gialla: https://www.flickr.com/photos/victius/4857117703/

immagine cocktail: https://www.flickr.com/photos/darkelflx/7416596230/

 

Spostiamoci dove c’è il sole

In giardino, Susy vede riflessi il salice piangente senza foglie, l’alto tasso avvolto d’edera e le felci disposte intorno alla vasca tonda. L’acqua è limpida. Tre pesci, due rossi e uno nero, nuotano lenti. Uno qui e uno là, quasi non si conoscessero. Susy legge loro le sue storie, un giorno non molto lontano, pensa, non farò altro che scrivere.

* * *

Susy, nell’aria fresca e un po’ pungente di un mattino di autunno, chiuse gli alamari del montgomery. Sedette sul bordo dello specchio d’acqua e prese a sbriciolare il pane. Un canto di cinciarelle si alzò improvviso dai pennacchi dei cipressi del vicino, Monsieur Corot. Che lagna quel tipo, sempre sul chi vive, non se ne fa scappare una.

– Cosa combinate? …Chi vi ha autorizzato a arrampicarvi in cima al muro? …Che fate con quella zappa? Cosa interrate?

Sbucava fuori all’improvviso per sorprenderli, forse anche per spaventarli.

– Attenti bambini… Se vi pizzico un’altra volta!

– Ma che bambini e bambini, abbiamo quasi tredici anni!

Erano dodici, ma che importa, Chan a dire il vero ne aveva solo undici ma ne dimostrava due o tre di più. Era alto, magro come un chiodo, col collo sottile. Portava i capelli a spazzola e aveva folte sopracciglia brune che gli correvano sugli archi degli occhi neri e allungati.

Susy amava farsi vedere con Chan, un po’ meno quando lui veniva a prenderla all’istituto, fra le sue amiche. Susy trovava ciò piuttosto imbarazzante.

– Ehi, guarda un po’ chi c’è? – bisbigliavano, interrompendo il vociferare all’uscita della scuola – Il tuo amico vietnamita viene a prenderti, dove ve ne andate di bello?

– È così carino, stuzzicavano, a quando il primo bacio?

– È mio amico– s’infuriava Susy e correva via, incontro a Chan.

Con Chan, passavano il loro tempo libero nell’immenso giardino di Susy. Spesso scalavano il vigoroso tasso, quasi secolare, per accomodarsi sul grosso ramo che si specchiava fra i pesci, trascorrendo ore ed ore a raccontarsi le loro imprevedibili storie.

Insieme, nutrivano i pesci e pulivano la vasca, raccogliendo foglie morte e aghi perché non inquinino l’acqua.

È una pianta nociva, diceva Monsieur Corot, tutto è tossico, rami, foglie, semi… Lo chiamano l’albero della morte, badate a quello che fate!

Susy e Chan amavano quel tasso, velenoso o meno, era il loro rifugio, il posto di vedetta. Da lì si poteva tenere il d’occhio il fiume e il passaggio del battello.

* * *

black_moor– Ma di quale battello parla?– chiese il Black Moor.

– Oltre il muro c’è il fiume, quante volte te lo dobbiamo ripetere! – risposero i rossi.

Voglio andare al fiume – brontolò il pesce nero, muovendo a destra e a sinistra gli occhioni telescopici – portatemi in quel fiume!

Un’altra volta – lo interruppe Susy – adesso stai a sentire.

* * *

Chan, cosa ci facciamo su questa barca?

Non avrai mica paura, no?

Nuoto meglio di te, sai?

Cosa dici? – S’era tolto la maglietta e in un baleno s’era gettato in acqua. Lei aveva ricevuto gli spruzzi sul viso e sul vestitino sbracciato, verde come il fiume.

Era il torrido luglio, i vecchi eucaliptus sbadigliavano sulla riva in attesa di un alito di vento. Solo gli insetti, all’apice della loro vita, si davano da fare. Le pulci d’acqua, le mosche, le cicale frenetiche e elettrizzate che inneggiavano al sole, le libellule che cacciavano a mezz’aria zanzare e moscerini sfruttando il loro volo rapido e elegante… Tutto il resto era immobile, soporifero.

Le grida di Susy spezzarono la monotonia di quel lento mezzogiorno.

– Chan, torna!- ma Chan si era immerso per riaffiorare qualche metro più in là, sbruffando acqua dalla bocca.

– Chan, la barca si muove!

Chan dette svelte bracciate per raggiungere la mano di Susy. Disse: oggi non voglio sentire niente, dire niente, fare assolutamente niente… Solo ozieggiare, ti va?

– Dai monta su! Oh, come sei scemo.

* * *

Gli altri due pesci si avvicinarono, incuriositi.

Il nero chiese loro: Ma chi è questo Chan? Non l’ho mai visto!

– È il suo amico immaginario – gli confidò sottovoce il meno tozzo dei rossi – lo vede e lo sente solo lei.

* * *

Chan, perchè stiamo qui all’ombra? Spostiamoci lì dove c’è il sole.

Ma non hai caldo?

Si ho caldo ma tu sei tutto bagnato.

Adesso lego meglio la barca, ancora un po’ e andava via.

Vieni a vedere: una cicala!

Aspetta che stendo la maglietta al sole.

Non sulla cicala.

Ma no, guarda la appendo a un ramo.

Stettero sulla riva. Il fiume proseguiva indolente. Il sole era a picco. La terra era calda e odorosa di erba e argilla umida.

Dov’è la cicala? – chiese Chan avvicinandosi.

Non è più qui. Ecco! Ascolta, sta cantando… è laggiù!

Chissà, a me questo sembra un grillo…

Grillo bel grillo, se vuoi marito dillo, se non lo vuoi, fatti i fatti tuoi…

Cos’è questa filastrocca?

È un vecchio ritornello, lo recita spesso mia madre, quando c’è… ma non c’è mai. Vorrei restare qui tutta la vita – aggiunse Susy, sospirando.

Ed io? Potrei restare anch’io?

Si. Ma allora dovresti essere anche tu una cicala o un grillo e cantare tutto il tempo.

Tutta la vita? – domandò Chan, preoccupato. Susy chiuse gli occhi per riflettere meglio.

No, non tutta la vita, ma almeno un’estate.

Chan non commentò, si ravviò i capelli ancora sgocciolanti, neri e lucidi. Susy l’osservò con affetto. Com’era magro senza la maglietta, le ossa gli sporgevano su tutto il torso, ma le gambe robuste non sembravano affatto abbinate al resto del corpo: erano lunghe sì, ma nodose e forti del pallone.

E i pantaloncini non li fai asciugare?

No! – rispose severo Chan e si sedette. Rimasero a lungo in silenzio poi Chan si distese, la testa nell’erba intiepidita dal sole. Susy gli prese la mano. Chan strizzò gli occhi, un po’ a disagio come al solito.

Hai le mani più lunghe delle mie.

Chan non rispose.

Guarda, almeno un centimetro di differenza.

Uno? – reagì Chan alzando la testa – Vorrai dire almeno due!

Ascolta, qualcuno sta cantando.

Tu sogni Susy. Tu sogni sempre ad occhi aperti. Sei salita su una nuvola e non torni più giù.

2

Ascolta scemo! – Chan allungò il collo e tese le orecchie. – È vero, qualcuno sta cantando, ma dov’è?

Che importa, è come la cicala, la senti qui, la senti là.

Ma smettila. Di’, ma non hai fame?

Huf! Mi ci hai fatto pensare… Si ho fame.

Chan tornò alla barca e raccolse i panini, ben avvolti nella carta ruvida del fornaio.

Ehi! La bottiglia però è calda.

Non fa niente, portala, fa lo stesso.

Susy entrò con i piedi nel fiume.

Ah, com’è fresco!

Cosa fai adesso? Non mangiamo più?

Susy avanzò fino ai ginocchi, tenendo il vestito fuori dall’acqua. Girò la testa, Chan la guardava. Lei lo spruzzò d’acqua scalciando e ridendo. Lui scattò rapido fuggendo via.

Dai che mangiamo, Chan! Torna indietro.

Il pomeriggio passò a rilento. Chan riuscì anche a dormire mentre Susy raccoglieva la legna per il fuoco della sera. Presto sorse la luna.

* * *

Ma non siete rimasti fino alla luna.

Ti dico di si. Ascolta e basta.

Il nero si allontanò indispettito.

* * *

Susy et Chan stavano vicini, proteggendosi l’un l’altro dalla notte in arrivo.

La luna era mezza e si specchiava dondolando nella pace argentata del fiume.

La prima medusa passò a mezzanotte. Le altre arrivarono dopo qualche minuto. Erano tante, più di mille, in fila per tre come bravi soldati. Sfilarono mute, trasparenti, assorbivano il chiarore della luna. L’ultima passò ch’era quasi l’alba. S’incagliò ai piedi di Chan.

È un’aurelia – disse Chan – Un’aurelia con il colore della malachite, il blu di Prussia.

medusa

Si alzarono e andarono alla barca. Era ora di raggiungere il capitano. Sicuramente li stava aspettando, come ogni domenica mattina. Ma vederli arrivare in barca, quello, non se lo sarebbe mai immaginato.

Chan remò in piedi come un vero barcaiolo, fino alla chiatta. Susy saltò giù nella sponda melmosa mentre Chan ormeggiava il piccolo natante.

* * *

Il nero ora pareva molto più interessato, l’arrivo del capitano di certo lo aveva incuriosito. Fece due giri di vasca tanto per sgranchirsi un po’, poi tornò a fissarla con i suoi occhioni globulosi e sporgenti.

* * *

Ho atteso sin troppo! – si lamentò il capitano, aggiustando la visiera del berretto bianco, non più candido e tantomeno inamidato, come del resto la divisa oramai color thè al latte

Che non si ripeta un’altra volta! – aggiunse – Ho degli orari io, cari i miei fanciulli.

I motori, ora al minimo, brontolavano fiaccamente.

Chan toccò la spalla di Susy che osservava, a poppa, la larga scia schiumosa della chiatta tallonata dai gabbiani. Si voltò:

Che ne pensa lei, Signor capitano, delle meduse?

Il capitano, bruno del sud, baffuto, ben rasato e odorante di colonia maschile, portò una mano al mento, grattandolo pensoso.

Sembrano quasi liquide – rispose.

È vero – confermò Chan – Dio le ha fatte con acqua e inchiostro.

Per muoversi, le meduse aspirano l’acqua – spiegò il capitano, continuando a sfregarsi il mento – Quindi contengono acqua… è un’evidenza!

Siamo arrivati – fece Susy, indicando il piccolo molo vetusto da dove si intravedeva il tasso.

Saltarono giù. Il battello manovrò e si allontanò veloce. Ora, quasi a manetta, borbottava tronfio alle acque tinteggiate dal sole e ai pochi uccelli che lo seguivano verso l’infinito.

* * *

Il nero non ne poté più. Salutò a malapena e tornò all’ombra delle felci, dove l’acqua era scura.

Perché non mi crede mai? – protestò Susy – Per chi si prende quello lì?

I due rossi, due piagnoni con gli occhi rivolti verso l’alto, fecero un paio di va e vieni, assumendo un aria falsamente disinvolta. Il più piccolo, con tubercoli prominenti sulla testa, sbottò e disse:

Non dovevi metterci dentro le meduse. Lui l’ha presa male, ecco! Se ci sono le meduse lui al fiume non ci va più. Ma te lo immagini? Degli orribili mostri tentacolati! Brrr…

Susy fece spallucce, poi salì sul tasso e prese a sbriciolare e spargere il resto del pane sul pelo dell’acqua.

Il signor Corot spuntò per l’ennesima volta fuori dal nulla. Si avvicinò alla vasca, disse:

– Stia attenta, signorina Susanna. Non si sporga così in avanti… l’acqua è gelida e quest’albero l’avrà certamente già inquinata. Venga giù, suvvia!

I tre pesci evaporarono nel nulla, puff! Più niente.

Susy scese in terra, piegò in due i sei fogli dattiloscritti e si allontanò, a malincuore, pensando che il mondo sarebbe bellissimo senza alcun Monsieur Corot.


Ascoltando “Drunk on the Moon” di Tom Waits. Ve la propongo anche qui


 

Photo credits:
Black Moor di Laurent Bechir
Nuvola di Nancy <I'm gonna SNAP!
Medusa da internet...

Quel mazzolin di fiori

Campo di lavandaLa luna e il sole si contendevano il cielo a quell’ora del tramonto mentre lo scirocco sbuffava, spingendo qua e là minuscole nubi rosate e spettinando le chiome violacee delle lavande.

Ennio riuscì a saltare un ultimo cespuglio fiorito poi si fermò, senza più fiato. Gettò un occhiata intorno. Pensò – Non ho scampo, quei maledetti cani mi ammazzeranno!

Aveva udito gli abbai, lontani, e si era messo subito a correre, ma le bestiacce lo avevano rincorso e, nonostante avesse sfrecciato come un pazzo, erano già lì, ora semi-immobili, feroci, aspettando un suo passo falso.

Maledizione! – masticò fra i denti – C’ero quasi… – la strada era a solo pochi metri e l’auto aperta.

Il cane nero aveva gli occhi iniettati di sangue, schiumava attraverso i canini stretti e appuntiti. Gli altri due, veri lupi, bianchi, col pelo irto, si tenevano dietro abbaiando e ringhiando.  Ebbe un brivido. Allentò la stretta del pugno con i fiori. Un grosso mazzo strappato in fretta in quella magnifica distesa profumata. Il cane nero sembrava pronto all’attacco ma il fischio lo arrestò.

La donna stava avanzando fra i filari. Era a una cinquantina di metri e procedeva a passo svelto nonostante il caldo di quel fine pomeriggio d’estate. I due lupi bianchi udendo il richiamo fecero dietrofront e la raggiunsero in un baleno. Quello nero, ottuso e caparbio, non si mosse. Gli occhi fissi sul malcapitato, con quel brontolio continuo in gola, sordo e intimidatorio, le fauci ora semi-aperte, raccapriccianti, leggermente mosse da un fremito nervoso.

Ennio vacillò. La mano si aprì del tutto e i fiori caddero in terra.

Girò impercettibilmente il capo, giusto per avere nel campo visivo l’auto in sosta sul ciglio della strada.

Non ci pensare nemmeno un istante, urlò il suo subcosciente, non ce la faresti mai. Con un balzo l’animalaccio ti raggiunge e ti riduce in brandelli!

Così rimase immobile, respirando piano, col sudore che gli colava dappertutto, camicia, pantaloni e mutande, tutto bagnato.

Non muoverti! continuava a ripetersi, mentre dalla fronte scendevano quei maledetti goccioloni salati che gli bruciavano gli occhi, appannando gli occhiali da sole e annebbiandogli la vista.

* * *

Marta era sfinita. Aveva vagato per i campi tutto il santo giorno, senza bere, senza mangiare, con quello stupido e vecchio cappello di paglia del marito per ripararsi dal sole. Le braccia scoperte, rosse e divorate dalle zanzare, le davano un prurito bestiale. Ma camminare per ore ed ore, fino allo stremo, le aveva sempre fatto bene: la aiutava a ritrovare se stessa, parlarsi, riflettere, senza quella stupida voce che le impediva di ragionare con la propria testa.

Prese alcune crocchette nella tracolla di cuoio per dare un po’ di sollievo ai suoi fedeli cani, mentre quelli le trotterellavano intorno, la lingua penzoloni per l’arsura e i chilometri percorsi nei campi blu e viola, mossi dal vento. Sembra un mare – pensò – un mare di calici profumati.

Si fermò, chinandosi per carezzare gli animali e distribuire loro qualche croccantino.

Non avrebbero potuto tenere ancora a lungo così, doveva farsi coraggio, rientrare e farli bere e anche lei, dissetarsi e poi accasciarsi sotto il getto quasi fresco dell’acqua della cisterna, come tutte le volte che l’angoscia l’assaliva. Non avrebbe messo il naso in casa, quello no, non ce l’avrebbe mai fatta. Aveva troppa paura, paura di ritrovarsi di nuovo davanti ai grandi occhi fissi e blu del cadavere del marito.

Ripensò alle parole del primario: E soprattutto prenda assiduamente il farmaco. Non dimentichi mai la pillolina, è un antipsicotico che ha fatto le sue prove, mi raccomando! Potrebbe ancora avere una ricaduta e commettere cose che potrebbe rimpiangere. Adesso torni a casa tranquilla, da mesi oramai lei non dà più segni di aggressività. È un successo pieno, Marta, lei può cantare vittoria!…

Vittoria? Altro che vittoria. Aveva reciso la carotide di Fabio. Un gesto rapido e improvviso, un guizzo, una sciabolata veloce col rasoio. Così impara, aveva detto la voce, te l’avevo detto che avrebbe ricominciato!

Pensò alle mani del marito che la toccavano frugando dappertutto, sotto il vestito, e poi i seni…

– Non se ne può più – aveva urlato lui, respinto per l’ennesima volta – Adesso basta! – Ma lì, lei aveva aperto il rasoio e ZAC! Il fendente era partito da solo, in diagonale, un taglio lungo e fine che aveva messo fine alle avances e ai palpeggiamenti di Fabio… per sempre!

Infilò di nuovo la mano nella tolfetana, prese la scatolina del risperidal, ne estrasse le pillole verdi, le sgranò ad una ad una per poi lanciarle a spaglio fra i fiori di lavanda. Il ronzio dei calabroni e delle api che raccoglievano il nettare si alternava al mormorio del vento. Marta guardò le sue mani e pianse.

I lupi rizzarono le orecchie. Lucifero scattò per primo. WOF! WOF! WOF! La sagoma nera del cane saettò in direzione di quell’uomo cogli occhiali scuri.

* * *

– Sto tornando da Tuscania – disse con voce incerta, non appena fu raggiunto dalla donna – Sa, ero alla festa della lavanda… ma siccome non ne ho comprato, mi sono permesso…

La donna taceva. Scendeva e saliva con lo sguardo, squadrandolo dalla testa ai piedi. Il cane nero digrignò di nuovo i denti. Gli altri due, avevano perso il cattivo umore e già scodinzolavano intorno alla donna.

Ennio tolse i Ray Ban polarizzati e, ancora tremante, si asciugò la fronte col braccio, poi, cautamente, misurando i gesti, recuperò un kleenex dal taschino della camicetta e prese a tamponarsi il sudore e le lacrime intorno agli occhi.

E quella che continuava a guardarlo con due occhi grandi e neri come il carbone, con intensità, in silenzio… Sembrava ragionasse sul da farsi… Se prendere o no una certa decisione…

Perché non parla? – si chiese – Cosa diavolo aspetta?

Osservò le braccia rosse della donna e poi il resto. Sui trenta, minuta e con bellissimi tratti del viso, leggermente angolosi e con gli zigomi accentuati e i capelli neri raccolti a metà sotto al Panama sfrangiato. Il busto era esile ma con un bel seno generoso e, dai fianchi in giù, sembrava bene in carne. L’abitino sciupato, oramai non più nero ma grigiastro, aveva grosse aureole di sudore sul petto e sotto le ascelle.

Una folata calda e dispettosa lo alzò. La donna non si affrettò a rimetterlo giù, anzi si lasciò carezzare dal vento, senza alcun imbarazzo. Ennio soffermò lo sguardo sulle cosce bianche e ben tornite, poi osservò di nuovo gli occhi della donna, notò le occhiaia scure e i tratti tirati e stanchi. Sembrava avesse pianto…

Bella! – considerò Ennio – Bella e selvaggia, mi piace.

* * *

Provvidenziale! rientrare a casa su quella stupenda auto, magari pure climatizzata. Non doveva assolutamente lasciarsi sfuggire l’occasione. E la voce che gridava Fallo! Fallo di nuovo, non ti accorgi che non cerca altro? Non vedi come ti adocchia il seno? Ha gli stessi suoi occhi azzurri incollati sulle tue tette!

Un ringhio del cane la scosse da quei pensieri. Marta ripeté in modo calmo il nome di Lucifero e gli ordinò di accucciarsi. Il cane smise di annusare le gambe dello sconosciuto e retrocesse senza perderlo di vista.

– È sua quell’auto? – chiese infine.

– Si, è la mia auto – rispose l’altro indicando con un gesto del capo la Jaguar blu elettrico che brillava sotto gli ultimi raggi di sole.

– Può accompagnarci sulla statale per Viterbo? Saranno si e no una decina di chilometri…

– Mi scusi, sa? Ma i suoi cani stavano per farmi a pezzi. Adesso lei mi chiede di farli salire sulla Jaguar?

– No, in effetti non serve. Loro conoscono la strada, salgo solo io, se me lo permette.

Aveva parlato con un tono rauco, sembrava non avesse più voce. Ennio scrutò Lucifero, sempre vigile e di cattivo umore, poi volse lo sguardo alle cosce bianche e tornite della donna, mentre il vento continuava a cazzeggiare col vestito.

– Si, certo che l’accompagno! – assentì Ennio. Non vorrei però che lei mi avesse preso per quello che non sono. Guardi – disse indicando i fiori in terra – era solo un misero mazzolino… un mazzolin di fiori!

* * *

Si avviarono verso la strada, Marta, i cani e per ultimo lui, che, facendo tintinnare le chiavi in mano, seguiva l’incedere deciso della donna, sbirciando di continuo le gambe, sperando che un’ultima folata di scirocco mostrasse ancora tutto quel ben di Dio. Sentì entrare in gioco una leggera erezione.

* * *

Marta frugò nella bisaccia, carezzò il rasoio, poi prese le ultime crocchette e le distribuì ai cani, quindi ordinò loro di prendere la strada del ritorno “Hop! Hop! A casa belli! Hop! Hop!” batteva le mani e gridava “Hop! Hop!… Dai Lucifero portali a casa. Hop!Hop!”

L’azzurro carico e vivace della Jaguar si univa al colore delle lavande e del crepuscolo. Tutto era blu. Un mare blu con una barca blu, pensò Marta. Un mare di calici profumati mossi dal vento e una barca per andare lontano…

Ennio carezzò il tettuccio della fuoriserie pensando alle forme sensuali della donna, quindi aprì la portiera lato passeggeri soppesando la borsa dei testicoli con la mano libera e si scostò per farla salire, puntando di nuovo la scollatura e quel petto, così esuberante e pensando Magari ci sta!

Marta lo guardò e sorrise.

E dire che quel lupo stava per farmi a brandelli!…A volte – continuò a rimuginare – la vita tiene in serbo strane sorprese!

Fece il giro della lussuosa berlina e si installò al posto di comando.

Marta, la bisaccia stretta al fianco, spossata, vuota, reclinò il capo all’indietro e chiuse gli occhi. Respirò profondamente, una, due, tre volte… poi rispose alla voce, in sordina: D’accordo – disse – ma sarà l’ultima, poi si rientra in clinica, ho proprio bisogno di riposare.

– Scusi, diceva? – fece lui, poi, non ottenendo risposta, continuò, sottovoce, quasi bisbigliando, giusto per creare un’atmosfera un tantino più intima Me la sono proprio vista brutta, sa? I suoi cani fanno paura, ma paura davvero! Ma lei, lei no! La trovo piuttosto rilassante, signorina, signorina come?

Marta di nuovo non rispose. Lui alzò le spalle poi spinse dentro il CD di Casa del mar, sorridendo divertito per quel certo prurito che saliva su dallo scroto!

Lo sviolinio monocorde di cicale e grilli fu coperto dal sax morbido e avvolgente di Calar Del Sole, il suo brano preferito.

La luna, già alta nel cielo, preparava la notte, disseminando le prime stelle in un cielo ancora chiaro, svogliato e indolente.

Ennio ingranò la prima… o forse l’ultima!


Foto: Flickr, @Fiore Silvestro Barbato 

https://www.flickr.com/photos/fiore_barbato/14097033500