Un posto in Paradiso

Un posticino in Paradiso

«Nessuno può essere saggio

a stomaco vuoto» (G. Eliot)

1. Er dottore

Ero alla finestra. Cercavo di riprendermi dai postumi di una sbronza di birra mista a un Frascati servito al litro, più svariate sambuche offerte dall’oste. Un modesto compleanno in una modesta pizzeria di quartiere, con Pier e altri amici, tutti finiti a quattro zampe sotto al tavolo.

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L’autunno si avvicinava e iniziava a tinteggiare Roma di colori caldi e soffici e l’odore delle prime caldarroste era già in agguato all’angolo della strada, portato da una brezza vivace giunta dal mare.

– Qualcuno brucia castagne alle otto di mattina – sollevò mia madre e aggiunse – Toh, c’è ancora la luna in cielo!

Il campanello squillò. Spensi la radio e andai alla porta. Era Sergio D’Angelo, detto Sergione, con quel testone di capelli sale e pepe scomposti dal vento.

– Ciao, Sergio, sei un tantino in anticipo.

Citò subito una frase, credo di un re di Francia:

– La puntualità è la cortesia dei re – declamò, e aggiunse con enfasi – Ma anche di un Gentleman o di un Dottore!

Bene in carne, né alto e né basso, con quell’aria un tantino aristocratica, passò la soglia con un avanzo di sigaro pendente fra le labbra e la sempitèrna pizzetta alle alici in mano.

Lo squadrai da cima a fondo.

– Già mangi?

Questa se magna a tutte l’ore – replicò – Per essere felici, ce vonno pizza e donne e, in mancanza di una mi accontento dell’altra.

Per la prima volta indossava una strana giacca a quadri, un po’ fuori moda, risicata su quella sua inabottonabile panzetta che occultava la cintura. Una semisfera ballonzolante in piena «lievitazione», dovuta all’eccessiva quantità di panini ingoiati al volo e all’incalcolabile numero di tranci di pizza. Un lembo di tessuto fuoriusciva dalla giacca, sul di dietro.

Pensai che sciatto e elegante erano i due aggettivi che, a turno, lo descrivevano meglio.

– Non avevo altro da mettermi – si scusò, incrociando il mio sguardo stupito – Ho portato tutto in tintoria.

– Entra dottò, mamma ti serve il caffè mentre finisco di vestirmi.

Dottore – rimuginai fra me e me, mentre indossavo il primo pullover stagionale – Perchè mai gli piacerà così tanto attribuirsi un titolo accademico!

Un giorno mi aveva risposto – A Roma so’ tutti dottori, e io? Io che conosco tutto Trilussa e pure Giggi Zanazzo e Gioacchino Belli, ma volemo scherzà!

Mentre infilavo i mocassini, sentii mia madre dirgli – Signor Sergio, quel nodo di cravatta è esagerato, sembra una patata.

– Mi sono vestito in fretta, signora Carmè, ci sono dei giorni così, che partono a razzo.

– Le ci vorrebbe una moglie sa? Oramai, non è più un ragazzino.

– Parole sante, signò, parole sante – ripetè – è che non c’ho mai tempo di niente e la sera esco poco. E poi, gli incontri buoni avvengono quanno uno nun ce la fa più e nun è ancora er caso mio. Comunque, detto fra noi, sto’ sulla strada buona, vedrà che fra poco mi fidanzo. Ho trovato ‘na donnetta che me fa dei sorrisi grossi come una casa. Pare n’angelo.

– Sa cosa le dico? A lei piace fare lo scapolone, sor Sergio, ma attento alla vecchiaia, spunta all’improvviso senza avvertire, s’è fatta lega’ le mani pe’ nun bussa’ a la porta. Mi ascolti, lo vuole un consiglio?…

Entrai in cucina e la interruppi con un gesto della mano.

– A ma’, lascialo in pace, il dottore non ha nemmeno cinquant’anni, ma di che vecchiaia parli.

Sorseggiammo il caffè, poi ci avviammo. Mia madre ci accompagnò. Sulla porta mi guardò con occhi teneri e preoccupati.

Da oltre due anni mi accontentavo di lavoretti saltuari, troppo spesso pagati a tozzi e bocconi e la cosa stava andando per le lunghe, sapeva di vecchio, superato, e una sorta di fatalismo stava mettendo radici nel mio cervello avvicinandosi quatto quatto all’anima. Ero in zona rossa. Rischiavo la rassegnazione.

Per questo, a volte, quando Sergione veniva a prendermi in quartiere, colla vecchia 500 scalcinata, tutto agghindato e la solita decina di quadri sul sedile posteriore, lo accompagnavo di buon cuore, anche perché, quando un gallerista riusciva a piazzargli una crosta, ci scappava una mille lire per il sottoscritto, ma soprattutto perché lo trovavo disperatamente solo, e anche un po’ sbandato. E poi, mi faceva ridere, con quella sua aria da capitano di yacht, con le giacche con lo stemma di non so bene cosa cucito sul taschino e il foulard di seta o la cravatta col nodo sproporzionato.

Ah Ni’, rifamme er nodo che tu’ madre m’ha sgridato – mi ordinò una volta saliti in macchina – Dai, che oggi è una giornata speciale, aspetto una risposta importante.

Gli annodai la cravatta. Un bel nodo scarpino, preciso, coi tre lati perfettamente uguali, mentre lui borbottava: E te? Ma quann’è che te metti ‘na camicia e te dai ‘n’aggiustata?

Partimmo in centro, con i quadri di un poveraccio che copiava paesaggi dalle cartoline ed era pagato alla giornata.

Facemmo il giro delle gallerie e per buona sorte ce ne fu una, dietro ai Cappellari, che aveva appena venduto uno di quelle tele, un colosseo all’alba. Pensai subito: forse ci scappa qualcosa per il sottoscritto.

Il tipo contò 10 banconote da duemila, quelle con Galileo, nuove nuove, fresche di banca. Sperai di vedere spuntar fuori dei biglietti da mille, poiché quello da duemila non me lo avrebbe mai dato.

Lo incalzai: la giornata è cominciata bene, «abbiamo» rimediato ‘na cosetta, ma il messaggio si perse nel vuoto.

Mi offrì un caffè in via Condotti, in un locale «in» dall’atmosfera malinconica e zuccherosa, con decine di quadri di autori famosi appesi ai muri.

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Il cielo era ambiguo e cambiava ogni mezz’ora. Ora azzurro ora grigio a seconda del momento e la brezza mattinale aveva lasciato il posto a un vento gelido che zufolava fra i tavoli della terrazza. Sergione si ravviò i capelli scarmigliati con le dita, a mo’ di pettine, degustando un secondo caffè.

Aho, dimme, so’ abbastanza elegante?

– Stai a posto, sembri Mario Carotenuto – risposi, pensando che non aveva ancora mai messo una giacca così pacchiana, a quadrettoni – L’hai visto quel film, uomini e nobiluomini?

Ma vattene a quer paese…

Il cameriere portò il resto di uno di quei biglietti nuovi.

Te devo confessà ‘na cosa – disse – dovemo annà sull’Appia Antica, all’istituto missionario, dove ce so’ le monache. Te devo presentà a qualcuno. Cerca de nun famme fa’ brutta figura. E ricordete de chiamamme dottore…

Aspettavo sempre che il famoso biglietto da mille si trasferisse nelle mie povere tasche ma lui raccolse banconote e monete e gettò il tutto nel borsello di pelle, disse: Oggi ti invito a pranzo, niente ceriola co’ ‘a porchetta, te porto a un’osteria chic, a du’ passi dar convento.

Il panino con la porchetta, mannaggia eva, me lo sarei perso! Di norma era quello il pasto abituale e anche il mio preferito. Una ciriolina calda e croccantella con un trancio di porchetta con la cotenna e gli aghi di rosmarino ancora piantati nella carne arrostita. Un lusso per soli iniziati, consumato in una vecchia taverna all’Esquilino.

Quel giorno, mi presentò Maria. Una bruna piacevole, di almeno vent’anni più giovane di lui. Non seppi mai cosa ci facesse in quel monastero, né come l’avesse conosciuta. Non chiesi nulla. Mi ricordo il suo aspetto acqua e sapone e un leggero profumo di violetta, unico segno di civetteria di quella donna semplice, gonna scura, camicetta bianca con su un pulloverino color fumo abbottonato fino al collo. Pensai ecco il diavolo e l’acqua santa, chissà adesso che cacchio uscirà fuori.

Sergio restò sulla soglia del portoncino. Con gli occhi da pesce lesso illuminati dall’emozione e il sudore che gli imperlava la fronte nonostante la tramontana.

Parlarono a lungo. Io, dopo le presentazioni, mi allontanai bighellonando in quel paradiso occultato dai cipressi e dai pini del ciglio della strada, fra magnolie, ciclamini, narcisi e gatti vagabondi. Gli effluvi della mensa si diffondevano e confondevano con le essenze del giardino. L’aria era un misto di brodo di carne e fiori.

Sergio finalmente mi raggiunse.

– Ma ‘o sai come magnano bene qui ar convento? Senti che odorino. Me sa che so’ tortellini cor consommè de pollo. A proposito…È fatta! adesso la «smonaco» e me la porto via. Hai visto che caruccia?

Quindi attaccò alcuni versi di Trilussa:

C’è un’ape che se posa

su un bottone de rosa:

lo succhia e se ne va…

– Ho già trovato l’appartamento – riprese – Un atticuccio a via der Viminale, aho! a du’ passi dar porchettaro! Quer taverniere finirà pe’ ammazzamme!

2. L’imbianchino

Da quel momento in poi, lo incrociai di rado. Ma non mi dispiacque. Ero contento che avesse trovato una compagna e in più, da parte mia, ero riuscito a sviluppare un’attività ben più redditizia che i suoi magri compensi: pittore di saracinesche.

– ‘Ndo vai tutte le sere dopo cena? – aveva chiesto mio padre – Ma che è ‘sto lavoro? –

Gli spiegai che proponevo ai proprietari dei negozi del Tuscolano il rinnovo delle loro vecchie serrande, di notte, mentre l’esercizio era chiuso. Alzò gli occhi al cielo, poco convinto, poi si decise: scese in garage e tornò su con un trapano al quale aveva fissato una spazzola di metallo.

– Con questa vai più svelto – disse – e ricordate quanno rientri ch’io m’arzo alle cinque. Vedi da nun fa’ casino.

Quindi, quasi ogni sera dopo le venti, mi recavo «allo sgobbo», con scala, tinte, pennelli, carta abrasiva, e adesso anche la spazzola d’acciaio.

Inizialmente, la prima notte, scartavetravo o davo l’antiruggine e l’indomani, sempre a tarda sera, attaccavo la verniciatura con una miscela a rapida essiccazione affinché, al mattino, il lavoro fosse finito e pronto alla consegna e per questo, spesso, tiravo fino all’alba.

Ogni tanto, qualcuno mi chiedeva di scrivere delle lettere, tipo «casa della camicia» o il «mago del supplì» e questo mi faceva intascare qualcosa in più, ma la maggior parte delle volte erano solo una spessa mano di grigio.

Mia madre vide la cosa di buon occhio, e ogni sera mi preparava il termos col caffè caldo e mi legava la sciarpa al collo.

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 Tutto pareva semplice e fluido e per nulla al mondo avrei rinunciato alla mia nuova occupazione e peraltro, averla inventata di sana pianta, mi riempiva d’orgoglio.

Inoltre, trovavo il paesaggio notturno perfetto: dalla bianca e marmorea basilica dei salesiani alle piazze e piazzette alberate e anche le case popolari color rosso pompeiano, ben più a taglia umana delle torri di cemento che spuntavano prepotenti negli altri quartieri periferici. E poi c’era il «tranvetto», che sferragliava fino a mezzanotte, e anche i vigili notturni o le volanti di servizio che rallentavano e salutavano o stazionavano un paio di minuti, sparavano un paio di stronzate e ripartivano nel buio della notte.

Passavano pure ragazzi che conoscevo. Parcheggiavano l’auto e si fermavano a fumare e si scambiava quattro chiacchiere.

La cosa più divertente era che più il tempo passava e più gente veniva a trovarmi, cercandomi per le vie di Don bosco, come in una caccia al tesoro.

Alcuni dicevano:

– Aho! Pe’ trovatte avemo perlustrato tutta Cinecittà. Oppure:

Meno male che ce stai te, che nun ch’avemo più ‘na sigaretta – E io aprivo la grossa scatola di metallo delle Muratti’s Ariston e offrivo un giro.

Ero l’imbianchino by night che rompeva la monotonia dei sonnambuli e animava il quartiere sotto il pallore carezzevole della luna, col mio mangiacassette e gli strimpellii dei Black Sabbath, le svisate di Hendrix o le note più dolci di Dylan, le vecchie superga macchiate di grigio e lo zucchetto di lana.

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Circa due mesi dopo, a sera inoltrata, alle soglie del Natale, qualcuno gridò dall’auto: Aho! A Michelangelooo!

Era Sergione, a bordo di una 124 sport, color giallo verdastro come la cacca delle oche.

– M’hanno detto che hai rinnovato mezzo quartiere – mi sfotté – Comunque mi fa piacere. Fossi stato più giovane t’avrei dato una mano, che me servono li sordi.

Scese dal coupè e aggiunse:

– Ci vuole la salute per stare in piedi di notte e al freddo.

Quindi recitò:

Pe’ conto mio la favola più corta

è quella che se chiama gioventù:

perché c’era una vorta…

e adesso non c’è più.

– Fumamose ‘na sigaretta, va! E daje, monta in macchina – proseguì – che t’offro ‘na cosa.

– A Sergiò, sono le nove e ho appena iniziato a togliere la ruggine. Nun me fa perde troppo tempo.

Montai nell’auto. C’era un gran casino: quadri, scampoli di stoffa e cianfrusaglie varie. Il profumo della tappezzeria in cuoio si mischiava all’odore del fumo e alle note della sua colonia muschiata. L’autoradio trasmetteva un pezzo di Jannacci.

– Adesso vendo pure tessuti, disse, c’ho un campionario di marca, pezze di tweed, spinati, lana vergine e piquè…

– E i quadri?

– Vendo pure quelli, ho dovuto ampliare il campo d’azione. Maria aspetta un pupo. Me tocca ruscà, come dicono al nord, Dio solo sa quanto corro.

I suoi capelli erano sempre più bianchi, ma tagliati corti, alla Umberto.

Fumammo le sue stop senza filtro ascoltando Messico e nuvole.

– Allora, di quanto è?

– Quasi tre mesi. Ch’avevo l’occhi ‘mprosciuttati e non ho fatto attenzione. L’amore non bada a quel che sarà…

– E adesso, come ti senti?

– Un po’ sfasato ma contento. Maria è una brava ragazza, che altro può chiedere un vecchio buzzicone come me? È una manna del cielo. M’ha tolto dalla naftalina. ‘O vedi? M’ha fatto pure cambià machina.

– Accidenti, se è bella.

Ficcò la mano nel portaoggetti, tirò fuori un pacchetto chiuso con lo scotch e me lo porse.

Mentre scartavo accese il motore e azionò il riscaldamento.

– Grazie Se’ – dissi, sfilando una cravatta blu dall’involucro – Questa sarò obbligato a metterla.

– È un pensierino, a giorni è Natale.

– Bella, ce so’ pure i puntini.

Continuammo così per un’oretta. Ogni tanto tirava fuori due sigarette dal pacchetto, le accendeva e me ne passava una. Non aveva voglia di rincasare.

– Abbiamo litigato – esordì a un tratto.

– Non mi dire che se n’è andata.

– No, no, è a casa. Poraccia, dalle monache nun potrebbe nemmeno più tornacce. ‘Ndo voi che vada.

– Niente di grave, allora.

Te spiego. Ha fatto venì a sorella a Roma, ‘na regazzetta de diciott’anni. Doveva fermasse due tre giorni e mo’ fa già un mese. La casa è piccola, non c’è più intimità. L’altro giorno, era l’alba, so’ annato in bagno mezzo gnudo e quanno so’ uscito c’era sta ragazza davanti alla porta. Io ce l’avevo dritto, ha visto ‘sto mandarino rosso e s’è messa paura. T’emmagini Maria? È successo un putiferio, ancora c’ho li strilli ne’ l’orecchie. E oggi è riscoppiata la lite, sempre a causa de ‘sta regazzina.

– E ‘sta volta che hai fatto?

– Gli ho dato un pizzicotto…

– Su una guancia…

– Eh, lallero! I pizzicotti se danno su ‘e chiappe a Ni’!

– Ah! E allora?

– Allora ho preso e so’ uscito, me ne so’ annato ar cinema a vedé Maciste contro Zorro.

– E mo’ te piace ‘sta robba?

– No, però me rilassa, Quanno sei tutto nervi che voi fà? Nun poi mica annà a vedette Don Giovanni. Devi stà sur leggero, è come legge topolino al cesso.

3. Il poeta

Dopo di che, passò molto tempo, forse troppo. Un giorno, a mezzodì, alla vigilia del Natale successivo, portai Pier a mangiare una di quelle famose ciriole, a due passi dal domicilio di Sergio.

– Dai – dissi dopo la stuzzichevole porchetta – Andiamo a vedere se è a casa. Gli facciamo una sorpresa.

Sapevo qual’era il palazzo anche se non c’ero mai andato.

Salimmo a piedi, fino all’ultimo piano. Sulle due porte c’erano nomi diversi.

– Che si fa, si suona?

Pier si decise e spinse il pulsante del campanello. Una, due, tre volte.

Si affacciò quella della porta di fronte. Una donna coi capelli arruffati e la faccia rossa di febbre. Tossiva e sputacchiava in un fazzoletto.

– Cercavamo il signor D’Angelo.

Ah, er dottore – bofonchiò con la voce smorzata – È da ‘n pezzo ch’è partito. Saranno boni du’ mesi.

Spiegai che era un caro amico e che l’avevo perso di vista.

Nun ce posso fa’ gnente, me dispiace.

Mi guardò con occhi impietositi, allora insistetti.

– Mannaggia! E adesso quando lo trovo più – frignucolai – chissà dove s’è cacciato.

Stavamo per riscendere le scale quando la signora finalmente s’intenerì: – Aspettino – disse a sorpresa – forse ve posso aiutà. M’ha lasciato n’indirizzo, pe’ la posta, ovviamente.

Così sapemmo che s’era trasferito sulla Colombo, a Spinaceto.

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Ma da solo però, perchè ‘a moje se n’è annata er mese prima, ar sud credo, ma nun me chiedete dove perché a me nun me parlava, solo bongiorno e bonasera. Col sor Sergio era n’antra cosa. Era un signore, ch’aveva sempre ‘na parolina gentile.

Quando tornò con l’indirizzo aggiunse – Se nun avessero perso la creatura, nun sarebbe mica finita ccosì. Che storiaccia!

Comprammo panettone e spumante e andammo a cercarlo.

Impiegammo quasi un’ora a uscire dal traffico intenso delle feste e raggiungere uno dei quartieri dormitorio per eccellenza, una roba senz’anima a un chilometro dal raccordo anulare.

Giungemmo al casermone, una costruzione a scala che si affacciava su un vallone abbandonato. Un capolavoro di tristezza ideato da uno dei palazzinari dell’epoca.

Trovammo il suo nome sulla cassetta delle lettere. Dottor Sergio D’Angelo, rappresentante di commercio.

– Stavolta ci siamo – si rallegrò Pier – Ce l’abbiamo fatta, sperando che sia a casa.

Salimmo fino al quarto e lo trovammo lì, sulla porta, con un litro di latte in una mano e il mazzo di chiavi nell’altra. Restò di sasso.

– Ma guarda ‘n po’ – esclamò – pare che se semo dati appuntamento oppure, ditemi, ma che mi stavate seguendo? – Co’ tutte ‘ste chiavi – aggiunse – nun ce capisco più ‘na mazza. Uno de’ ‘sti giorni levo ‘a porta e ce metto ‘na tenda. Tanto a me che me rubbano, er ciufolo?

Entrammo. Era un monolocale completamente vuoto, fiocamente illuminato da un’unica finestra che dava sul vallone.

Ci accomodammo su dei cartoni non ancora sfatti.

– Scusate er casino, sto qui da appena due tre giorni – mentì – Nun ho avuto er tempo de fa’ gnente.

Faceva un freddo cane. Andò alla stufetta a gas e spinse la fiamma al massimo.

A Sergiò, ma ‘n do’ dormi? – chiesi, non vedendo alcun letto.

Ci indicò una poltrona carica di libri.

Se tira giù la spalliera e diventa un letto. Oggi c’ho rovesciato un cartone pe’ fa’ l’inventario dei volumi, ma nun me ce so’ ancora messo.

Non sembrava come al solito. La sua proverbiale spavalderia s’era smosciata, rattrappita come un pistolino nell’acqua fredda del mare. Pensai, forse è il gelo, forse è la solitudine e sicuramente la scomparsa del piccolo

Dappertutto c’erano mozziconi di candela sui colli delle bottiglie vuote e posaceneri con le cicche delle stop e dei sigari. Su una parete, accanto a un quadro dei fori romani, una ventina di cravatte pendevano su una corda appiccata a due chiodi.

Aprì la finestra e posò il latte sul davanzale.

Er frigo nun funziona – si lamentò – e manco ‘a luce, nun m’hanno ancora allacciato ‘a corente. Intanto a che serve…Co’ ‘sto freddo pure ‘e parole se congelano quanno t’escono da’ ‘a bocca.

Nessuno tolse il giaccone.

Lo spumante provò a riscaldarci, ma inutilmente e così anche la stufa, piccola e poco efficiente e poi puzzava, un odoraccio di cherosene da mal di testa.

Discutemmo un po’, ma nessuno osò toccare l’argomento di Maria e del bambino. Mi chiese se la mia attività commerciale avesse spiccato il volo o se avevo già cambiato «professione».

Se tira avanti, è tutta n’arte, tu me lo ‘nsegni. Adesso dipingo pure l’appartamenti. Finchè dura… E te?

Prese un’aria un po’ ampollosa, ma non proprio falsa. Era semplicemente la sua seconda metà che emergeva dall’iceberg di quella personalità variegata e delirante, da opera «guitta». Parlò come un esperto e senza accento romano:

– È la fine della pace economica e il mercato si sta chiudendo; il prezzo dell’energia sta toccando livelli stellari. Siamo in piena crisi della sovrapproduzione, quindi c’è un calo della domanda.

Poi l’altra metà prese il sopravvento –‘A gente comincia a comprà de meno a Ni’ – concluse – Ma n’ii leggi i giornali?

Chiuse l’argomento.

Dio che freddo! – protestò. Si sfregò le mani e si alzò di scatto, scuotendosi come se avesse dovuto liberarsi di uno strato di brina dalle spalle.

Cor dorce ce vo’ er santo caffè – decretò – Callo callo. Però ho finito ‘o zucchero. Mejo ccosì, questo se beve ar naturale, è ‘n velluto, ‘pe’ comprallo devo arivà fino ar Senato.

Andò nell’angolo cucina, preparò la macchinetta e la mise sul fornellino a gas, quindi affettò il panettone.

Ma dimme te, invece der cenone me faccio ‘na merenda de Natale.

C’era una profonda emozione in quella voce arrochita dal tabacco. Notai gli occhi lustri – È un bel regalo quello che m’avete fatto. E chi se l’aspettava.

– Oggi e domani magari no – disse Pier – ma a Santo Stefano, se vuoi, veniamo a prenderti e si va a pranzo fuori.

Ma Sergio declinò l’invito, con una scusa inventata al volo.

– Er 26?… C’ho n’aereo da prenne. Sargo su a Prato, pe’ affari.

– Beh, allora un altro giorno, prima che finiscano le feste. Telefoni e ci vediamo. Mi raccomando, fallo!

Nessuno parlò per un po’. Fu come se avessimo deciso di osservare un minuto di silenzio, poi, lo sbruffo della moka ruppe quella sorta di imbarazzo creatosi all’improvviso.

Sergio accese un resto di sigaro e distribuì il nettare caldo nelle tazzine. Restammo ancora per poco; dopo dolce e caffè, Piero guardò l’orologio e fece segno che era ora di levare le tende. Spiegò che dopo avermi accompagnato a casa sarebbe ancora dovuto ripartire per le ultime spese del veglione.

Fuori il cielo già imbruniva. Sergio si alzò e cominciò a accendere le candele.

– È ora delle strenne – disse e andò a frugare nel mucchio dei libri accatastati sulla poltrona. Ne prese uno, lo aprì alla pagina marcata da un segnalibro e lesse:

… È bello ave’ ‘na donna che sparecchi

 ma lascia er boccaletto accanto a du’ bicchieri,

pe’ fasse ‘nsieme l’urtimo goccetto

che scaccia li pensieri.

Perchè si bbevi solo è come se bevessi…acqua ‘cetosa

‘na donna dentro casa è n’antra cosa

Tiè, pija – disse, porgendomi un libro di sonetti di Aldo Fabrizi – te lo regalo. E questo è pe’ te a Piè. So che nun te ne frega gnente ma prova a legge, so’ li racconti de nonno, de Checco Durante, a meno che nun voi ‘na cravatta…Nun c’ho nient’artro da offrivve, ma questi pe’ me so’ come ‘e dita de ‘na mano.

Sulla soglia, tirai fuori dei gettoni del telefono dalla tasca.

– Questi lo sai a che servono? So’ pe’ chiamacce a Sè, e nun sparì n’antra vorta.

Partimmo con i libri e un gran magone, pensando che lasciarlo in quella miseria fosse davvero indecente, così solo e nelle grinfie dell’inverno.

– Spicciamoci – fece Pier, mentre scendevamo le scale – che se trova i soldi è capace di correrci dietro.

– Quali soldi Piè?

– Quelle cinquemila co’ fatto scivolà sotto ar panettone.

Quella sera, dopo aver scartato i regali in famiglia e dopo che tutti andarono a dormire, mi accoccolai al calduccio del divano e cominciai a sfogliare il libro.

Spuntò fuori un foglietto di carta, piegato in quattro fra una pagina e l’altra. Era una poesiola corta, quattro versi scritti a mano. Lessi:

So’ stato vagabondo e anche dottore

e perché no, pure commendatore

A vorte era ‘na scarpa e ‘na ciavatta

A vorte er doppio petto e la cravatta

Se ppenso a ‘sto destino mio, me dico,

m’è annata pure bene, e cor soriso

Parlo a San Pietro mio e lo invoco

de nun lasciamme arrosolà dar foco

Lo so che nun so stato assai preciso,

ma famme ‘n posticino, ar Paradiso

‘No strapuntino ‘n fonno

Me po’ abbastà ampiamente

Lì, dove c’hai messo er monno

Che ha dato poco e gnente

Anche se er freddo de ‘sta tera nun ch’a pari,

tanto t’agghiaccia d’odio

E indifferenza

Der callo dell’inferno,

abbi pazienza,

me pare arto er prezzo.

San Pié, se poi: famo ‘na via de mezzo.

Sergio D’Angelo

Mi rivenne in mente il vallone spoglio di Spinaceto e lo studio striminzito e disadorno. Pensai che un giaciglio all’inferno doveva fottutamente somigliare a quella poltrona polverosa ricolma di libri, al cucinino e alla debole fiammella della stufetta puzzolente. L’inferno è freddo, è invernale, è una sinusite cronica, è nebbia e assenza, altro che calore e fiamme!

Ma ecco mia madre, spuntò alle mie spalle con un morbido plaid in una mano e un decotto di castagne e fichi nell’altra.

In fondo, il mio di posticino in paradiso era là, e non c’era altro da fare che tenerselo stretto.

D’un tratto il telefono squillò. Mio padre smadonnò dal letto. Corsi all’apparecchio, era lui. Disse:

– Ahò, state ancora a giocà a tombola?

– No, stanno tutti a letto. Mio padre domani lavora. E tu dove sei? E com’è che chiami a quest’ora? Che t’è successo?

– Da nun credece a Ni’: Ho preso ‘na quaterna. Tutt’e quattro i numeri de mi fijo, uno dietro l’altro. So’ minimo tre o quattro mijoni! Fortuna che c’ho ‘sto transistor co’ ‘e pile bone, sinnò manco l’avrei saputo. Quanno ‘a radio l’ha annunciato me so’ inteso male. Mo so’ annato a la basilica de Pietro e Paolo, su viale Europa. Ho acceso cinquecento lire de ceri, ho infilato tutt’e due e mani nell’acqua santa e me ce so lavato er viso.

Cercai di immaginarlo tutto infagottato, nella cabina telefonica, con la voce spezzata, potevo quasi vedere le lacrime scorrergli sulle guance mal rasate.

– Che Dio ve benedica, che se nun m’avreste lasciato que’e cinquemila sotto ar panettone, nun avrei mai potuto famme sta giocata…

Il telefono era accanto alla finestra. Fissai la luna. Era alta e illuminava i rami spogli degli ippocastani dei giardinetti, poi, mentre le campane di Don Bosco rintoccavano la mezzanotte, l’attacco di ridarella zampillò all’improvviso dal fondo dell’anima, scuotendomi in tutti i sensi, come una marionetta disarticolata. Una bella risata, pulita, divertente.

Mio padre venne a dare un’occhiata, col suo pigiama di flanella a rigoni, incuriosito oforse preoccupato mentre mi davo delle manate sulle gambe e mi piegavo in due.

– Tutto a posto, ragazzo?

– Tutto a posto, pà.

– Bene! Allora vedi da smette ‘sto casino, che er gallo, pe’ chi sgobba come me, canta pure er giorno de Natale. E mo’ bonanotte!

Si versò un po’ d’acqua e bevve tutto d’un fiato.

– Beato te che ridi – aggiunse. E finì così, la notte di Natale.


Foto in ordine di

Gian Luigi Perrella

Damianos Chronakis

Manuela

Fillea Roma e Lazio

Un posticino in paradiso

So stato vagabondo
E anche dottore
E perché no,
pure commendatore

A vorte, era ‘na scarpa
E na ciavatta
A vorte, er doppio petto
e la cravatta

Se ppenso a ‘sto destino mio
Me dico
M’è annata pure bene
E cor soriso

Parlo a San Pietro mio
E lo invoco
De nun lasciamme
Arrosolà dar foco

Lo so che nun so’ stato
Assai preciso,
Ma famme un posticino
Accanto ar Paradiso.

Anche se er freddo de ‘sta tera
Nun c’ha pari,
Tanto t’agghiaccia
D’odio e indifferenza,

Der callo dell’inferno,
Abbi pazienza,
Me pare arto er prezzo,
San Pié, se poi:
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Allagato ma non troppo!

Ispirato da tutti questi giorni piovosi di maggio

Non c’è niente di più bello del farsi stringere sotto le coperte mentre fuori piove.

Ricopiò la frase, in rosso, con un grosso pennarello. Cambiò colore, prese il blu e aggiunse:

Certe giornate di pioggia sono favorevoli al concepimento e all’incubazione dei guai e delle future rotture di coglioni!

«Qual è la frase buona?» ­ si interrogò ­ «E soprattutto, cosa succederà adesso?»

Chiuse il diario e lo ripose nel cassettino della scrivania, sotto alla finestra. Sono un ottimo ricercatore di rogne – pensò – un vero asso nella materia.

L’aveva fatto. Aveva telefonato a Brigida ed ora se ne stava pentendo.

«Hallo?»

«Sono io. Sei sveglia?»

«Beh, adesso più che mai. Non ci posso credere, sei tu? …Oh Dio mio! Questo si che sveglia più di un caffè».

Eppure lo sapeva, ne era certo, che se avesse fatto quel passo non avrebbe

potuto più tornare indietro. Ma continuò.

«Lo so, avrei dovuto chiamarti prima ma non ho osato…» lungo silenzio, grugnito, presentimento di esplosione incombente…

«Ci sei?»

Ancora qualche secondo di assenza.

«Si, ci sono. Stavo solo meditando… Sei certo che volessi comporre il mio numero?»

Aveva già cambiato voce. Ora era un tantino più nervosa, proprio quel tono acido che lui tanto odiava. Se non fosse per questa maledetta pioggia che mi blocca in casa, probabilmente – rimuginò lui – avrei tenuto duro, non l’avrei chiamata.

­ Aspetta un attimo – disse lei – che mi verso un caffè. Il cielo scuro, carico di tristezza e noia, aumentò di colpo la cadenza della pioggia.

Lui chiuse gli occhi e ascoltò lo scrosciare incessante sulle tegole.

Non amava i temporali né tantomeno i lampi, i tuoni, l’odore della terra bagnata, i vetri appannati… Ed ora era troppo, l’inverno aveva oltrepassato i limiti, penetrando nel mese di maggio come un barbaro invasore. Dieci giorni di pioggia ininterrotta. I romani non vivevano più, lumacavano fra un pasto e l’altro sperando in una schiarita. E lui? Tappato in casa, abbracciato al violoncello da mane a sera davanti allo stesso spartito e lo scooterino che non poteva nemmeno più circolare. Meno male che, qualche giorno prima, una schiarita gli aveva permesso di riempire un carrello alla Coop.

Brigida riprese il telefono. La sua voce ora era suadente, si poteva immaginare il suo splendido sorriso.

«Questa volta pensavo di non rivederti più – disse – ci avevo messo una croce».

«Allora…vuoi dire che, insomma… ti andrebbe di vedermi?»

«Non mi dispiacerebbe…»

«Non sei arrabbiata con me?»

«Bah… anch’io sai, avrei potuto chiamarti. E tu, avresti dovuto farlo prima»

«Oh si, è vero. Me ne voglio più di quanto tu possa supporre. Ma credimi, ti ho pensato talmente tanto…Vieni, dai. Tu col fuoristrada passi senza problemi, io col motorino…»

«Mmmhhh…»

­«È domenica. Ci facciamo le ciambelline al Vin Santo – aggiunse lui, pensando a quanto era pazza per i dolci – ­ E anche le crepes – infierì – con la crema di castagne e la panna fresca. Ho tutto in casa.».

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Dopo un ennesimo silenzio lei sussurrò: D’accordo Isidoro, fra un’oretta o due sono da te ma… dolcetti a parte… scalda il letto!

Riattaccarono. Lui ebbe una grossa erezione. Si diresse nella stanzetta che gli serviva da studio. Sul leggio da tavolo, accanto al violoncello e in una bella cornice, osservò con bramosia la foto di Brigida in uno string glamour quasi inesistente. Uno scatto «osè» carpito a sua insaputa col cellulare, da uno spiraglio della porta del bagno. L’aveva messa lì a bella posta, cosicché, mentre ripeteva le arie del Barbiere di Siviglia, fra la Calunnia è un venticello e Largo al Factotum, avesse potuto posare lo sguardo sulle abbondanti natiche, tenere e sode, della bella cantatrice siciliana… e fantasticare.

L’ingrossamento aumentò, il cuore prese a battergli forte. Ecco, lo sapevo – pensò ­ Non avrei dovuto. La strega, già ricomincia a mangiucchiarmi l’anima.

Prese la foto, tornò alla scrivania, aprì il cassetto e ce la infilò, sotto al diario. Guardò fuori. La pioggia, sempre più torrenziale, aveva ricoperto la strada e cominciava ad allagare il giardino.

Era ora di sprofondare in un bagno caldo.

* * *

Brigida entrò nella stanza da letto. L’uomo si mosse brontolando.

-Che ore sono?… Sei già in piedi?

Brigida avvolse le sue forme opulente nell’accappatoio di spugna, mentì:

-Mi ha chiamato Paviousky. Abbiamo una prova al Flaiano, avevo dimenticato di dirtelo. Tutto quello champagne… Non avrei dovuto bere così tanto Marc, sono tutta stordita.

-Vuoi dire che stai andando?

-Si, e devo darmi una mossa. La ripetizione è tra un’ora.

-Con un tempo simile, avrebbe potuto annullarla. Senti come scende giù. Mi ricorda la mia Bretagna.

Lei non rispose, andò in bagno e s’infilò sotto la doccia. Doveva sbrigarsi, dare l’impressione di essere in ritardo, Marc non doveva sospettare nulla.

Gli effluvi del kyfi e del latte di palma imbalsamarono l’aria. Beatrice chiuse gli occhi cospargendosi il corpo con un’enorme dose di bagnoschiuma.

Isidoro ne va matto – ruminò e svuotò completamente il flacone di Aegyptus sulle parti intime, intonando con la sua voce ricca e piena di volume un’aria di Rosina. Io sono docile, son rispettosa, sono ubbidiente, dolce, amorosa, mi lascio reggere, mi fo guidar… Avvolse la testa in una salvietta di cotone e frizionò i capelli… Ma se mi toccano qua nel mio debole, sarò una vipera…Sarò.

Si dette una sventolata di aria calda col fono. Niente trucco – si disse, ammirandosi davanti alla specchiera ­ Ottanta chili di grazia, senza una smagliatura! Andò all’armadio. Scelse e infilò un abito lungo fasciante, di un color zaffiro vivace. Due giri di perle intorno al collo cantando un’ultima strofa… Una voce poco fa, qua nel cor mi risonò…

Marc la interruppe gridando dalla stanza:

-Di, non vuoi che ti accompagni?

­ No, mon chéri, ti stancheresti. Sono solo prove, noiosissime prove e Paviousky, lo sai, non ama estranei.

– Come vuoi – rispose Marc e cacciò la testa sotto al cuscino.

­ Mangiucchio qualcosa e scappo, chéri. Sacco vuoto non regge in piedi…

Passò in cucina, finì un resto di plumcake alla nutella, bevve un caffè e si affrettò a infilare un coprispalle in raso per poi filare prima che Marc si alzasse e sfoggiasse quell’orribile espressione, la peggiore, fra il corrucciato e il perplesso, con quella boccuccia stretta a papera.

Mentre lei richiudeva la porta, l’uomo borbottò qualcosa, un brontolio incomprensibile attufato dal cuscino. Lei non rispose e si precipitò per le scale.

* * *

Aveva calzato le galoche e infilato un cappello impermeabile da pescatore con la tesa piegata all’ingiù, allacciato sotto al collo. Prese anche l’ombrello e uscì. Porco cane! Mi ci voleva la panna andata a male, proprio adesso. Se non è iella questa!

Sui marciapiedi, l’acqua ricopriva il lastricato. Presto avrebbe debordato la soglia del bar all’angolo e quella del panettiere. I proprietari erano sull’uscio con la saracinesca a mezz’asta e si apprestavano a chiudere i battenti.

Bisogna che mi sbrighi o addio crepes. È primordiale ch’io trovi un alimentari aperto – rimuginò affrettando il passo.

La pioggia aumentò d’intensità e nel giro di pochi istanti dovette cedere e trovarsi un riparo. Si intrufolò fra alcune anziane signore, sotto il telone della farmacia di turno. Le fogne avevano esondato e le povere donne avevano l’acqua alle caviglie. Le prime raffiche di vento, violente e improvvise gli rivoltarono l’ombrello. Le stecche si ruppero. Provò a rimetterlo a posto ma invano, il vento lo rigirò fracassandolo. Incazzato, lo abbandonò in un cestino dei rifiuti. Qualcuno, da un’auto in sosta gridò:

– Signor Isidoro, salite, vi do un passaggio fino a casa.

Era il vicino. Lui fece cenno di no con la mano e si gettò a testa bassa nella pioggia. In lontananza, vide la macelleria di Alì. Era aperta e vendeva un sacco di prodotti alimentari, anche freschi. Forse avrebbe trovato la panna.

* * *

Sembra Venezia! – ­ esclamò davanti all’imponente anfiteatro – ­ Pure il Colosseo ha i piedi a mollo. – Si camminava al massimo sui 30 all’ora. Qui e là, auto abbandonate e immerse fino a metà portiera, s’ammollavano e guastavano in un bagno d’acqua sporca. Brigida diresse il Suv su via Claudia, via della Navicella e poi via Gallia fino a piazza Tuscolo, quindi biforcò in direzione dell’Appia Nuova, da lì non avrebbe più cambiato fino a Frattocchie, la frazione di Marino dove abitava Isidoro.

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Altro che un’ora – rifletté – se tutto va bene ce ne vorranno due.

Prese il Samsung e cliccò sull’icona del violoncellista. Guardò divertita l’immaginetta che gli aveva attribuito, una foto di lui in parannanza, mentre spolverava col zucchero a velo le frittelle alla ricotta. Lasciò squillare a lungo: nessuno!

­ Dev’essere a mollo nella sua mega vasca da bagno, il paravento! ­ – borbottò ­ – Ed io, in giro con questo tempaccio…Con la scusa della moto, ‘stu minchione…

* * *

Non trovò nessuna bomboletta spray nella vetrina frigo, però trovò la panna fresca della centrale. Non male! ­- si disse, e ne prese cinque confezioni, una bella scorta. Per il resto, a casa aveva tutto, le uova, la vanillina…

– Due botte di frullino e la monto io – disse al negoziante. Pagò e uscì dalla macelleria. Una nuova e eccessiva folata di vento lo trascinò per alcuni metri. Sembrava stesse per volare via. Lasciò cadere le confezioni in terra per aggrapparsi alla macchinetta del parcheggio.

Che bufera! -­ mugugnò fra i denti mentre i goccioloni gli martellavano la schiena – Chissà se Brigida ce la farà.

Raccolse il prezioso carico e si trascinò penosamente fino all’antro di un portone. Un lampo squarciò l’etere e scintillò fino al suolo. Sembrava che avesse toccato terra in fondo alla strada, nei pressi della parrocchia di San Giuseppe. Ne vennero giù altri, a tagliuzzare come pagliuzze di fuoco il cielo annerito dai nuvoloni.

La deflagrazione assordò e fece tremare la piccola borgata. Isidoro strinse la panna contro il petto e chiuse gli occhi. I tuoni lo avevano sempre intimorito, andavano oltre il suo controllo, ma era inutile restare là a piangersi addosso. Scattò all’improvviso, lanciandosi a capofitto in quel putiferio d’acqua e vento…

Ruumble, rumble, rumble – lo minacciò di nuovo il cielo.

* * *

Non appena imboccata l’Appia, il temporale si trasformò in un vero e proprio nubifragio. Si faceva fatica a vedere, appena di che distinguere i fanalini di coda delle auto. Brigida, preoccupata e con i nervi a fior di pelle, non sapeva se accostarsi e aspettare che si calmassse o avanzare cautamente, con l’anima oramai in subbuglio.

Pensò a Marc, ben al calduccio nel suo piccolo e accogliente nido sul lungotevere. Marc… Un bravo tenore conosciuto l’estate precedente al concerto di villa Torlonia. Un tipo solido, con il quale avrebbe potuto costruire qualcosa di duraturo, ma così prevedibile e a volte noioso e poi… in cucina un vero disastro, mentre Isidoro, lui…

Qualcuno strombazzò ripetutamente. Sbirciò nel retro, l’autocarro la tallonava da vicino. Brigida ripiegò a destra per lasciarlo passare. Una raffica di vento fece sculettare l’automezzo durante la manovra di sorpasso obbligandola a mordere il ciglio della strada. Il cuore le saltò in gola. Raddrizzò e inserì le quattro frecce.

-Scimunitu! ­ gridò, mentre le prime lacrime le inumidivano il viso.

Più lontano una serie di lampi si stagliarono contro il cielo di piombo.

Bedda matri! – mormorò asciugandosi le guance – Non ci riuscirò mai.

Finalmente, vide il pannello stradale. A un centinaio di metri il bivio di Frattocchie, grazie a Dio l’incubo stava finendo. Poi venne il tuono, rintronò nell’abitacolo facendola sussultare. Toccò istintivamente il freno e il telefonino cadde dal posaoggetti insieme agli occhiali e le golia. Riuscì ad afferrare il tubicino delle caramelle, ne prese una e la mise sotto la lingua, poi cominciò a cantare, per esorcizzare il panico imminente.

…Dunqu’io son la fortunata!…

Già me l’ero immaginata…

* * *

La radio annunciò che il livello d’acqua all’idrometro di Ripetta aveva raggiunto i 12 metri contro i sei abituali. Il Tevere ingrossava a vista d’occhio e si preparava all’onda piena.

Marc osservò le fredde tonalità grigie e brune del fiume. Il suo pensiero andò a Brigida, era crucciato. La tirannia del maestro stava superando i limiti, con un tempo simile avrebbe dovuto evitare quelle cavolo di prove domenicali.

Al diavolo lui e le nozze di Figaro. Adesso l’avrebbe chiamata sul cellulare, che si infuriasse pure il Paviousky ­ – Je m’en bats les couilles! – ­ esclamò. (me ne sbatto le palle)!

* * *

Era quasi arrivato all’oratorio, dopo aver percorso faticosamente un centinaio di metri, controvento. Ora non erano più folate intermittenti ma un potente flusso continuo che, soffiando oltre i cento, lo obbligava a una danza scomposta, una macumba incontrollata con spostamenti improvvisi da parte e d’altra, come in una galleria del vento, mentre i goccioloni freddi e densi gli sferzavano il volto impedendogli di tenere gli occhi aperti.

Era l’unico «passante», grondante e malridotto. Un povero Cristo zigzagante, avvinto a cinque tetrapack di panna. Sono nelle tue mani ­ disse, storcendo il collo per guardare in alto.

Il cielo rispose con tuono rauco e poco rassicurante, ma questa volta Isidoro interpretò quel grugnito come un sostegno da parte dell’Onnipotente, e continuò.

Attraversò, per imboccare il rettilineo finale, il vialetto coi cipressi. Vide l’enorme crepa e con un salto la evitò.

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* * *

Era spossata e aveva gli occhi arrossati, affaticati dallo sforzo. I pennacchi degli alti cipressi, piegati all’estremo dall’impeto del vento, annunciarono l’ingresso nel viale, l’ultimo tratto di strada prima del villino d’Isidoro. Beatrice ebbe l’impulso di accelerare per porre rapidamente fine a quel disgraziato viaggio. Spinse il piede sul gas e raggiunse i sessanta. Un ennesimo tuono, prolungato come un brontolio, precedette la suoneria del Samsung, una registrazione baritonale di Marc che intonava la marsigliese!

-Porca l’oca, proprio ora!

Cercò di stendere il braccio e allungare la mano per raccogliere il cellulare dal fondo dell’auto, sul tappetino, ma inutilmente. Allora si chinò e riuscì ad afferrarlo con la punta delle dita.

Rialzandosi vide l’enorme spaccatura nell’asfalto, un crepaccio profondo di terra franata e acqua che le barrava la strada. Sterzò d’istinto. Il fuoristrada entrò con la ruota posteriore nell’enorme buca, sobbalzò e ne uscì fuori di sbieco. Il mezzo, già inclinato, si adagiò e scivolò surfando sulla carreggiata sommersa, fino al marciapiede.

Quando udì il tonfo era troppo tardi. Aveva sbattuto contro qualcosa… o qualcuno!

Isidoro, schiacciato contro il muro, con il busto e il volto ricoperti di panna schiuse leggermente gli occhi. Addio crepes – pensò – mentre il Samsung riprendeva a cantare con voce grave le prime strofe della marsigliese …  Allons enfants de la patrieee

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran

lunga i miei romanzi. Agatha Christie


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