Il viaggio numero cento

Il vuoto ha la forma esatta del rimpianto”

Chapka’a azionò il comando e la materia opaca del portellino di poppa divenne trasparente. Guardò fuori: la scia dell’aeronave disegnava un semicerchio bluastro nel vuoto. Ne dedusse che stavano piegando verso la costellazione del Centauro, a diversi anni luce da quel pianeta d’acqua, terra e aria, diventato oramai un puntino sulla mappa galattica.

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Quanto aveva dormito? Si sentiva fiacca e intorpidita come nei lunghi salti interstellari. Osservò la propria aura: il riverbero azzurro, abitualmente intenso, ora virava al grigio.

Stanchezza, pensò. Ho organizzato troppi esodi verso i nostri pianeti e questo potrebbe essere il prossimo.

Sbadigliò ripetutamente, stropicciandosi gli occhi con le lunghe dita affusolate. Fra poco passo la mano, mormorò, è tempo ch’io prenda questo benedetto secolo di riposo.

Fece qualche esercizio di stiramento per rilanciare le energie messe a riposo durante le ore di sonno, infilò la tuta di volo e calzò i morbidi mocassini di fibra.

Guardò l’oscillometro, la nave non aveva nessun rollio e filava spedita verso casa. Si disse che sarebbe stato stupendo se fossero riusciti ad arrivare in tempo per festeggiare il terzo millennio del maestro.

Si avvicinò a prua, si versò una bevanda calda dal distributore e passò lo schermo di luce che la separava dal posto di comando, con la tazza fumante in mano.

Le radiazioni luminose dei suoi capelli rischiararono il modulo di pilotaggio, mantenuto in modalità notturna. L’amico timoniere era al suo posto.

– Quant’è che si viaggia insieme, Ajar?

– Ah, si è svegliata comandante. Abbiamo percorso quattro anni luce, siamo quasi arrivati. Quanto tempo insieme, dice? Duecento rivoluzioni, alba più alba meno.

– E già. Ancora una missione, un ultimo viaggio e poi sarai tu a prendere il comando dei recuperi.

– C’è tempo, c’è tempo comandante. E poi, non credo che lei abbandonerà così facilmente le missioni di integrazione.

– Quanto manca a Variana, Ajar?

– Non siamo lontani, si e no mezza orbita.

– Bene, vado a finire la mia relazione. Appena si intravede il mare, chiamami.

– Amo il mare anche visto da quassù, riesco quasi a sentirne il mormorio.

– Sempre romantica, comandante, inguaribilmente!

Chapka’a osservò i brillamenti della sua stella nella fotosfera. La nave spaziale, anche se protetta dallo scudo magnetico, ora percepiva leggere onde d’urto.

***

L’aria fragrante dei fiori degli alberi di velia era quasi stordente, tanto quanto il loro colore rosa, acceso, quasi impossibile da guardare a lungo. I petali tappezzavano il viale. Chapka’a ne raccolse una manciata, quindi si affrettò a traversare l’enorme frutteto, a grandi passi, e entrò nella hall del palazzo.

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Percorse i cento metri del corridoio che la separavano dal maestro col cuore in gola. Ce l’avevano fatta, erano rientrati in tempo per i festeggiamenti. La cerimonia sarebbe cominciata al calar di Proxima, di lì a poco.

L’anziano dirigente la stava aspettando. Chapka’a chinò il capo in segno di saluto e depose il documento sul tavolo da lavoro, l’aria soddisfatta, gli occhi vividi di gioia. L’altro sorrise.

– Allora, comandante: gira voce che ce l’hai fatta. Sembra che questo tuo mondo sia abbastanza evoluto.

– È un immenso onore potervi dare questa notizia, maestro. E che ciò avvenga il giorno di questa sua ricorrenza, è semplicemente straordinario.

– Se ben ricordo, ero ancora sui banchi di scuola, i nostri esploratori visitarono questo tuo pianeta quasi venti secoli fa, ma ne rivennero inorriditi. A quei tempi lapidavano ancora i loro simili.

Chapka’a, tossicchiò nervosamente, sperando che il tono di quell’affermazione non avesse voluto essere pungente, ma appena ironico.

– Sai, ora non avrò il tempo di studiare il tuo rapporto però, Chapka’a, già dimmi: pensi che potremmo dar loro segno della nostra esistenza, senza che ci prendano per delle divinità o delle entità superiori capaci di gestire il destino di ogni singolo individuo? O, peggio ancora, degli aggressori, come fu il caso per quel pianeta nano transnettuniano, ti ricordi? Quei minuscoli esseri valorosi pensavano di essere invasi da terribili giganti. Salirono sui loro insetti volanti e attaccarono i nostri esploratori con delle rudimentali balestre.

– Sta a lei giudicare. Io ho trascritto tutto qui, vedrà e interpreterà lei stesso.

– Guerre in atto, ce ne sono?

– Purtroppo sì maestro, e questo è dovuto ai loro sistemi di governo, che da sempre usano sentimenti di paura e di ansia per tenere i loro sudditi in una specie di tensione permanente. La chiamano politica. Basterà destituirli. Ma penso che al nostro presumibile arrivo, sparirebbero da soli.

– E i viaggi nello spazio?

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– Sono ancora agli albori. Hanno iniziato a inviare sonde alla ricerca di nuovi mondi abitabili. Conoscono la loro galassia e già progettano di avventurarsi oltre. In pratica, stanno già osservando la nostra costellazione. Ma Variana è fuori dalla loro portata, non ne conoscono l’esistenza. Comunque, se dovessimo offrire loro il nostro ventesimo pianeta, potremmo insegnare loro a vivere in pace, come gli altri popoli della coalizione. E tutto ciò assai facilmente, vedrà, fra di loro sa, c’è tanta brava gente.

– E l’energia, a che punto siamo?

– A parte gli idrocarburi del sottosuolo, sono riusciti a scindere l’atomo.

– Bah, non è detto che questo sia un passo in avanti.

– Energie a parte, maestro, hanno la passione per l’arte, la letteratura, coltivano fiori e alberi simili ai nostri. Hanno il pino, il larice e anche la velia, che loro chiamano ciliegio, con lo stesso frutto carnoso e quasi lo stesso gusto. E poi hanno strani animali, alcuni anche belli, li allevano e poi li mangiano. Si lo so, non mi guardi così, sono ancora carnivori.

– Uhmmm… E questa famosa energia atomica, cosa ne fanno?

Chapka’a si rese conto che stava ancora stringendo in una mano quei petali, raccolti poco prima nel viale. L’odore le arrivò alle narici e la rincuorò. Lo sapeva, il maestro non avrebbe lasciato passare nessuna inesattezza, com’era solito chiamarle. I recuperi non ammettevano errori, la serenità della comunità dei mondi di Proxima era nelle loro mani: nessun essere senza qualità morali avrebbe mai dovuto infiltrarsi nel loro sistema, un sistema che da tempi immoti aveva dimenticato la malvagità e l’egoismo.

Portò il pugno chiuso alle narici, respirò a fondo e infine rispose:

– L’atomo sta sostituendo l’energia elettrica, ma alcune nazioni ne hanno fatto delle armi, per lo più di dissuasione. A parte qualche prova, non le usano per scopi bellici.

 

– E dove fanno queste loro cosiddette prove? Su quali satelliti, asteroidi o meteoriti vaganti?

 

– Nel fondo dei loro oceani, per la maggior parte, e alcuni, di piccola portata, anche nel sottosuolo.

Il maestro ebbe un sussulto, ma cercò di non darlo a vedere.

 

– Chapka’a, vuoi dirmi che la radioattività è scesa negli strati minerali del loro pianeta e nei loro mari? E dove scaricano le scorie nocive? Anche quelle nel sottosuolo? E poi, di’ un po’, che ne è dell’aria che respirano?… Immagino bene cosa ne sia rimasto.

Chapka’a non rispose. L’aura del maestro per un attimo s’era scurita, lanciando dei guizzi rossi d’indignazione. Poi riprese il suo colore tenue, abituale.

L’anziano sapiente alzò il capo e sorrise.

– Non te la prendere Chapka’a. Lo so. Quanto lavoro, quante energie dedicate a quest’ultima missione, ne sono consapevole, ma non possiamo integrare un mondo che, anche se appena uscito dalla preistoria, non pensa al futuro dei propri figli.

Sospirò. Con benevolenza prese il fascicolo. Un ciliegio in fiore ne ornava la copertina. Lesse il titolo “Viaggio numero 100: La Terra e i suoi abitanti”Guardò il comandante con sguardo affettuoso e ne scorse gli occhi ancora lucidi d’emozione, ma rattristiti. Nonostante ciò, prese il documento e lo avvicinò all’inceneritore.

– Ne riparleremo fra un millennio o due, comandante. Penso che questi terrestri, mi sia concessa la battuta, debbano ancora cuocere a lungo nel loro brodo, come la carne dei loro animali, suppongo.

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Dedicato a Anton Čechov, grande autore russo di cui lessi, all’età di 16 anni (e nonostante alcuni amici di quartiere mi prendessero in giro) il mio primo libro “importante”: l’opera teatrale Il giardino dei ciliegi.

Photo Credits:

immagine in evidenza e “Cherry Tree”: Matthew Roth

Stormy seas in Sagittarius: NASA Goddard Space Flight Center

Greenwood Space Travel: W & J

Meat: Jesus Caballero Varela

 

Il signor Scoiattolo

Non serve a niente dirmi che è una roccia senza vita là nel cielo! So che non è così (D.H. Laurence)

Mario aprì gli occhi. Era adagiato su un materasso di gomma, senza lenzuola, senza cuscino. Le pareti della stanza erano imbottite, anti suono, anti tutto. La finestra, una lunga feritoia rasoterra, dava sul mare.

– È inutile pensarci – disse qualcuno – da qui non si esce. Quel materiale non è vetro, è una roba al carbonio. Resisterebbe a una mazza di ferro. E poi, di sotto c’è la scogliera, va giù dritta a strapiombo.

Si girò e vide un uomo seduto su uno sgabello. Stava sorseggiando un caffè. L’odore era piacevole.

– Dove siamo?

– Chissà. Sulla costa immagino, davanti all’immensità del mare.

– Che ci faccio qui? Chi siete?

– Mi chiamo Gorky e sono nei suoi stessi panni, caro mio. Rinchiuso qui, come lei. Comunque, chiunque siano i nostri rapitori, non siamo in buone mani. Questa gente è il “progresso”, il progresso a modo loro, beninteso.

Mario si alzò. Ebbe un lieve giramento di testa. L’altro continuò:

– Sono qui da giorni e ho visto solo il tipo che porta da mangiare. Si fa chiamare Bayer. Questa mattina è passato presto, con biscotti secchi e caffè. Vuole?

– Devo orinare – disse Mario – che si fa in questi casi?

L’altro andò in un angolo. Spinse un bottone e un portello scivolò di lato. Il water uscì dal suolo.

– Ecco. E c’è anche la carta, in quel contenitore.

Mario si avvicinò alla tazza. Tirò giù la lampo e svuotò la vescica. Buongiorno intimità, borbottò fra sé mentre si toccava i genitali. È ancora al suo posto – constatò – non l’hanno trovato o non lo hanno ancora cercato.

Aggiustò la camicia nei pantaloni spinse il pulsante dell’acqua e il water sparì di nuovo nel pavimento. Si voltò e chiese:

– E lei, che ci fa qui?

– Senz’altro a causa della mia ultima realizzazione. Un drone della taglia di un calabrone, provvisto di una cellula per il riconoscimento dei colori e un fiuta odori ad alta sensibilità. Si posa con un atterraggio morbido sui fiori della stessa specie. Trasporta il polline dagli stami allo stimma degli altri fiori procedendo così alle varie impollinazioni.

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– Per Diana, potrebbero prendere il posto delle defunte api.

– Vorrei poterle dire che è così, ma non credo che ciò avverrà mai. La scienza buona viene occultata, si sa. Oggi è la chimica che fa il bello o il cattivo tempo.

I due restarono qualche secondo in silenzio. Mario si chinò sul pavimento, accanto al vetro. Seguì il fluttuare dei gabbiani fra il mare e l’orizzonte lontano. Gli venne voglia di alzarsi in volo. Maledizione – rifletté – proprio ora che stavo per iniziare il grande viaggio.

– Che ora potrà mai essere? – chiese.

– Fine mattinata, più o meno.

– Che cosa m’hanno rifilato? Ho la testa nello sciroppo.

– Ha dormito come un ghiro, in effetti. L’ha portata Bayer ieri sera, all’ora di cena, supino su una barella. E lei? Perché pensa di essere qui? Anche lei ha inventato qualcosa?

– Posso volare – fece Mario, mimando con le braccia il batter d’ali di un uccello – Senza l’aiuto di alcun motore, né vele, né tute alari.

Di colpo si interruppe, si sollevò e piantò uno sguardo sospettoso negli occhi dell’altro. L’altro capì, posò la tazzina, si avvicinò e sussurrò:

– Ho verificato, non ci sono microfoni. Ma se vuole, invece di parlare ad alta voce potremmo bisbigliare. Adesso mi dica: cos’è ‘sta cacchio di storia del volo? Credo che a questi, di uno che vola non gliene freghi un tubo, capisce? E per quello che concerne la levitazione, sono più avanti di quanto creda. Lavorano sulla fisica quantistica da oltre mezzo secolo. Hanno individui capaci di inabilitare satelliti o veicoli spaziali fino ad arrivare all’assassinio psichico, si figuri un po’.

– Non so – mentì Mario, a voce bassa – è successo così, per caso. Un giorno ho dovuto fare un salto per evitare una brutta caduta da un tetto e il salto è quasi diventato un volo. Ci ho riprovato e ha funzionato, allora ho cominciato a farlo sempre più spesso. Mi hanno beccato mentre passavo da un albero all’altro. Uno di quelli mi ha detto: – Signor Scoiattolo, dovremmo parlarle un attimo. Scoiattolo, capisce, mi hanno chiamato scoiattolo.

Aprirono la porta e non era Bayer, ma due lui e una lei in divisa militare. Erano carichi di distinzioni di ogni genere: patacche luccicanti, medaglie, ornamenti.

Devono essere degli eroi – pensò Mario – Chissà quante volte hanno salvato la patria.

– Ci segua – disse la donna, con voce nasale, da raffreddore – Immagino che lei sia curioso di sapere il perchè e il percome di questa forzosa ospitalità.

Lui annuì con un leggero cenno del capo e la seguì lungo uno stretto corridoio. Dietro, gli altri due, seguivano in fila indiana.

Pensò che prima o poi avrebbero scoperto l’impianto sotto pelle. D’istinto portò la mano verso i testicoli, ma la ritrasse immediatamente. Il microchip a energia stellare cominciava a bruciargli: era munito di un identificatore a radiofrequenza che emetteva di continuo, surriscaldava e dava prurito.

– È il solo posto dove non cercheranno – gli aveva detto quel tizio blu con le ali, mentre ricuciva lo scroto.

Di quel Gorky non s’era fidato, non gli aveva detto la verità. A chi avrebbe mai potuto dire che sarebbe partito verso un mondo a anni e anni luce dalla terra? “Un giorno l’ultima stella morirà e questo universo diventerà completamente buio” – gli aveva detto lo straniero, ma noi non salveremo tutti, solo i giusti e gli onesti potranno raggiungere il nostro universo”.

* * *

Lo condussero in un ufficio illuminato dal sole. C’erano altri militari. Tutti super medagliati. Il più medagliato di tutti aprì bocca per primo:

– Dunque è lei il famoso Scoiattolo.

– Mi chiamo Mario, Mario e basta.

– Non la prenda male. È solo un nome in codice che le abbiamo attribuito.

– E Mario è un nome di codice che mi ha attribuito mia madre.

– Divertente!

– Allora? A che devo questo onore? Immagino di essere di fronte a persone di un certo calibro, importanti.

– La sua invenzione è importante, non noi. Noi siamo umili servitori del genere umano che operano per bilanciare le cose del mondo. Siamo un po’ i custodi dell’equilibrio e della pace.

– Degli angeli, insomma.

– Metta da parte i suoi inutili sarcasmi e risponda. Come fa a volare? I nostri agenti non hanno trovato nulla nella sua abitazione. Che cosa ha scoperto? Cosa è capace di fare veramente?

– Riparo frigoriferi. Quella specie di volo è venuto fuori così, per caso. Una sorta di psicocinesi basata sulla levitazione e, aggiungo, del tutto spontanea e inaspettata.

– Noi abbiamo immediatamente pensato a delle squadre speciali, vede? Delle pattuglie volanti, dei superman, degli “space sheriff” in incognito capaci di intervenire nelle situazioni più difficili, inusuali. Prendere alla sprovvista dei terroristi pronti a colpire, per esempio, evitando inutili bagni di sangue. Questo e molto altro, naturalmente, e tutto ciò potrebbe esistere grazie a lei. Signor Scoiattolo, ascolti: la patria ha bisogno del suo aiuto!

– Hei, non esageriamo! Si tratta si e no di piccoli voli, poco più di una acrobazia. Gli esercizi aerei di un trapezista fanno più impressione dei miei salti nel vuoto. Se volete, appena mi viene, ve ne faccio un paio e non se ne parla più.

Il militare sorrise, quindi si alzò seguito dalla militaressa e dagli altri. Aprirono la vetrata e lo sospinsero sulla terrazza, a picco sul mare.

Il sole era un faro accecante. In due, lo agganciarono intorno alla vita con un cavo e un moschettone a scatto.

– Ed ora voli signor Scoiattolo, o leviti, se preferisce – gli intimò la donna – Avanti, ci faccia vedere. Ha un’autonomia di una centinaio di metri, abbastanza per fare due o tre rotazioni.

Mario respirò forte, una, due, tre volte, salì sul parapetto, fissò l’orizzonte e li vide. Erano blu, roteavano nell’etere come aquile.

Tirò giù la lampo e strinse la piccola piastrina innestata sotto pelle. Un sibilo acuto gli ferì l’udito, gli occhi gli si annebbiarono un istante, poi la forza iniziò a salire attraverso la schiena, fino alle spalle.

Si lanciò nel vuoto e cominciò a salire in alto, sempre più in alto, trascinando gli alti ufficiali per diversi metri. Quando lasciarono la presa lui volò veloce, perdendosi nell’ultima luce del suo ultimo giorno.

Il sole non era mai stato così caldo.

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Ossigeno

Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore.

William Faulkner

Sessantunesimo piano. Comprensorio periferico.

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Il corridoio, freddo e sinistro, sembrava ancora più lungo tanto era male illuminato dai pochi led inseriti nelle fasce che correvano alla base dei muri.

Juno percorreva lentamente, respirando corto, i trecento metri che la separavano dalla cellula 961.

Il manometro segnalò con uno zufolio quasi beffardo gli ultimi grammi di ossigeno nel fondo dell’unità portatile appesa alla tracolla. Ora, se voleva raggiungere l’abitazione, doveva tenere bassa la frequenza respiratoria e procedere in semi-apnea: una boccata d’aria ogni trenta secondi.

Forse, avventurarsi così lontano e superare l’area metropolitana, era stato imprudente, giacché alla fine aveva dato fondo alla riserva.

Chissà se ne è valsa la pena, si chiese, mentre il sudore le appannava il plexiglas trasparente della protezione.

L’ultimo piano era ormai inabitato e gli unici moduli ancora occupati erano il 1000 e il 1001, molto più distanti, e in quel budello, da oltre un mese sotto-ossigenato e via via ridotto al solo azoto, si rischiava rapidamente l’asfissia.

Gli altoparlanti gracchiavano e ronzavano cupamente come grosse mosche in bottiglia.

Prima l’aria e adesso anche la musica – li maledì fra se – Ci stanno togliendo tutto. Ci abbandonano come appestati.

La cellula distava ancora un centinaio di metri. La spia si accese e l’erogatore smise di inviare la miscela gassosa nell’inalatore. Due minuscole lacrime le spuntarono agli angoli degli occhi. Aveva la testa pesante e una prima sensazione di vertigine la avvertì del pericolo imminente.

È tutto come in quel maledetto sogno. Da un momento all’altro i miei polmoni dovrebbero sfrigolare e disintegrarsi in una brodaglia di sangue e organi. Molto divertente – pensò, mentre cercava affannosamente di raggiungere l’abitacolo familiare.

958, 959, 960… Grazie a Dio sono salva.

L’indicatore di presenza sulla porta stagna era blu. Guth era in casa. Si trascinò per quegli ultimi metri, riuscì a fatica a comporre il codice, aprì il portellone, entrò e si strappò d’un sol gesto la maschera dal volto.

Guth era davanti all’unico oblò che dava sull’esterno. Non si girò e Juno poté respirare profondamente, una due tre volte, lentamente, senza far rumore.

Il gatto, grigio e macilento, le si avvicinò. Miagolò, strofinando il lunotto trasparente sulle gambe della padrona.

Guth finalmente distolse lo sguardo dal grigiore del panorama e la osservò, mentre lei, di spalle, scioglieva e lasciava cadere i lunghi capelli bianco latte, evitando così di mostrare il viso stanco e sudato e gli occhi lucidi.

– Con me Mimí si annoia! È te che vuole! – esclamò Guth – quindi tornò a fissare lo scialbo tramonto attraverso lo spesso vetro. Il sole, filtrato dallo scuro strato di pulviscolo, appariva smorto e opalescente.

Juno si asciugò il volto e si avvicinò al dispenser del cibo del gatto.

– Hai guardato il notiziario?

Lui fece no scuotendo la testa.

– Adesso è ufficiale, niente più animali nei comprensori. Domani verranno a prendercelo.

– E per il resto?

– Non ce l’abbiamo fatta. La Riserva ci ha negato la proroga del debito e anche il Cancellum.

Guth, lo sguardo fisso sulla luce diafana del cielo, sfilò le cannule dal naso e respirò l’aria già povera d’ossigeno della stanza.

Juno chiese:

– Quanta ne rimane?

– Quel poco che ci resta è già intaccato dall’anidride carbonica. Il digitale indica un’aria al 17 % di ossigeno. Abbiamo un modulo abitativo di circa 24 metri cubi, quindi più o meno 5 giorni, respirando a pieno ritmo.

– La morte, questa sconosciuta – disse lei mentre sfilava il casco al gatto.

Prese la scatola delle crocchette, la aprì e riempì il dispenser. Guth le si avvicinò e le accarezzò il viso.

– Sembri più stanca del solito. Fatti un bel cioccolato caldo.

– Ho visto Mark. Ci sono andata dopo aver parlato con le banche e, colmo della sfortuna, non era nemmeno nel suo modulo.

– Cavolo!

– Ma non mi sono arresa. L’ho trovato da Maria, nel secondo comprensorio.

– E come hai fatto a passare?

– Guth, da due giorni di sotto non si vede a un metro! E poi, domani è vigilia…

– Hai preso un enorme rischio! Abbiamo il pass in rosso.

– Si, però ho trovato qualcosa.

– Cosa perdio? Dai su, svuota il sacco.

– 170 litri di ossigeno puro.

– Un’intera bombola?

– Si, una! Una sola!

– A che prezzo?

– Novanta eurilleri al litro. Adesso non abbiamo più gettoni.

– Porco mondo. Cento volte più cara dell’acqua.

– Lo so. Ma non ti preoccupare, Mark si è portato garante. Pagheremo più in là, dopo le feste.

– Se ci arriviamo Juno, se ci arriviamo. E ora dov’è?

– Di sotto, al solito posto. Non ho potuto prendere il montacarichi. C’erano i guardiani in portineria. 61 piani con 15 chili sulle spalle non ce l’avrei fatta.

– OK, scenderò io dopo, a notte.

– Tanto è tutto inutile, non basterà.

– Perché dici questo?

– Mark e Maria la pensano così. Dicono che non rimetteranno in funzione gli erogatori prima di tre settimane e che oramai anche il mercato nero è tenuto in pugno dallo stesso Cancellum che non tira fuori più nulla e lascia gravitare i prezzi. È tutto sotto chiave, vorrei proprio sapere dove.

– Vuoi dire che lasceranno schiattare la metà del comprensorio nel giro di un paio di settimane? Idiozie!

– No, Guth, hanno ragione. L’aria del purificatore verrà pompata di nuovo negli impianti di aerazione fra venti lunghi giorni. Il giusto lasso di tempo per mandare all’altro mondo le migliaia di debitori insolventi, recuperare i moduli e affidarli a quelli delle periferie in lista d’attesa. Nuovi lavoratori. Nuovi clienti. Nuovi consumatori.

– D’aria.

– D’aria!

Juno azionò il pulsante delle poltroncine che si alzarono dal pavimento.

– Sediamoci un attimo – disse – facciamo il punto sul gatto.

– Il gatto?

– Certo. Dobbiamo salvare Mimì. Se passano domani…

Guth si massaggiò il mento ricoperto dalla peluria ispida e grigia. Lei notò il lieve tremolio della mano.

– Come ti senti Guth?

– Sto bene, almeno per ora. Sono solo stanco, anzi scoglionato. E tu?

– Tutto a posto Guth.

– E della foresta? Ne hai parlato con Mark?

– Certo. Ma è come pensavamo. Uscire dalla città è impossibile. Hanno già chiuso i due tunnel fino alla prossima erogazione. Per il resto è tutto muro. Nessuno entra, nessuno esce. Passano solo gli alti funzionari.

– Sembra ci sia molta gente sotto e soprattutto sopra gli alberi, a causa dei lupi.

– Pare sia così. E quelli che hanno capanne di fortuna crepano di freddo.

– Già.

– Bel Natale.

– Bel Natale.

– Ma almeno hanno l’aria.

– Nemmeno quella è pura, Juno, anche là l’ossigeno è a meno del 20%. Gli uomini di mano del Cancellum provocano un incendio dopo l’altro, ai margini della foresta. L’aria è satura di gas e l’ossigeno si riduce rapidamente.

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Bussarono alla porta.

– Chi potrà mai essere?

– Mio Dio, avranno trovato la bombola.

Guth, prima sollevò il gatto e lo infilò nel ripostiglio, poi andò ad aprire.

Erano in due. Il primo aveva la tuta bianca degli agenti del Cancellum. Il secondo era un buffo Babbo Natale col cappuccio rosso infilato sul casco.

Quest’ultimo parlò. La voce uscì arrochita dal microfonino del facciale a ventilazione assistita.

– Art Guth?

– Sì, sono io. ..

– Il sindaco quest’anno ha diviso i premi della riffa fra i cittadini del comprensorio. Il sorteggio è avvenuto questa mattina. Voi siete gli ultimi della lista. Questo è per voi. Buona fortuna e buone feste signori Art.

Porsero l’involucro e partirono.

– Buone feste, dice quello, piuttosto beffardo come augurio – mugugnò Guth, col pacchetto in una mano e aggiunse – Non è che poi pesi così tanto.

Juno, tutta eccitata, glielo tolse di mano.

Aveva ancora la testa pesante, la scarsa quantità di ossigeno nell’aria della stanza non l’aveva aiutata a rimettersi dallo stress respiratorio. Ma, nonostante ciò, gli occhi le brillavano di gioia e, tutta eccitata, prese immediatamente a sballare la scatola con la stessa frenesia di un bambino.

La febbrilità dei gesti fece rotolare in terra i barattoli, rossi e con la scritta bianca.

– Ma cos’è, Coca Cola? – chiese Guth.

Erano dodici lattine da cento grammi, come quelle della celebre marca, piccole e scintillanti, con tubicino e mascherina. Su ognuna una scritta ornata di stelline d’argento. Juno lesse ad alta voce: Aria di Natale. Denominazione di Origine Controllata. Ne stappò una, portò la mascherina alla bocca e inalò avidamente.

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Credits

Foto Skyline ( Staring into the future) : https://www.flickr.com/photos/chrischabot/

Foto foresta invernale (Forest) : https://www.flickr.com/photos/piter79/

Ultima foto (I think I saw Santa Claus) : https://www.flickr.com/photos/alexander_mueller_photolover/

Foto in evidenza : internet