A “bombisogno”

 

Questa non è una novella, è solo un mix a cacchio di cane, una miscela di vecchie emozioni, e va bene così.

 

La gioventù è un sogno, una forma di pazzia chimica.

F. Scott Fitzgerald

 

A “bombisogno”…

…ce sarà n’antra guera.

 

Mi disse sì a fine febbraio, dopo una corte difficile, a singhiozzo, poiché padre e madre la tenevano stretta e lei usciva solo per andare alla Upim o al mercato.

La mia fu una vera partita di caccia, con appostamenti, pedinamenti e relativi agguati.

Una sera, non c’era un cane in giro, mi arrampicai fino al suo balcone e lasciai un mazzetto di fiori con un messaggio: Allora è sì, o è no? Guarda che non tengo più.  

Aprì la sorella, Antonietta, disse a mezza voce: È sì! È sì! Basta che la smetti de rompe.

– Je l’hai sfangata – esclamò Pier, amico e confidente – bravo, era ora! – Quindi dispiegò il giornale  e si soffermò sul titolone della prima pagina.

– Guarda qua: “Bestiale aggressione poliziesca contro gli studenti a Roma. Via la polizia dall’università”.  E io qui, a famme ‘e seghe. Nun so’ sceso nemmeno ‘n piazza…


1968_vallegiulia

 

Siamo stati dei? Molto di più. Eravamo giovani.

 

Ivana era bionda, piccola e con le anche paffutelle. Aveva una bella bocca carnosa. Quando la baciavo aveva il sapore del latte in barattolo, quello della Nestlè.  

Cotto e senza via di scampo: ecco com’ero! Come se il cuore stesse sbocciando e salisse su, fino al cervello, invadendo e conquistando ogni parte di me. Un’occupazione pacifica del pensiero, millimetro dopo millimetro, giorno dopo giorno, inesorabile, che in pochi mesi mi aveva “rincojonito” (aggettivo di mio padre!) trasformando il mare spumeggiante dei miei diciott’anni in un laghetto calmo e placido dove nuotavano le papere.

Ci vedevamo di nascosto e con la sorella in mezzo, sennò niente. Gli appuntamenti erano fra i reparti del supermercato, al cinema o raramente alle festicciole, con gli amici. Ma il più delle volte, ci incontravamo in uno slargo, dietro al mercatino, nascosti dietro i camion dei rivenditori di frutta e verdura, mentre Antonietta girava fra i banchi, caricando la sporta di verze, aranci e insalate. Una mezz’oretta di baci e palpeggiamenti che ci lasciava senza fiato.  

C’era un altro pretendente, di un annetto più grande di me. Il suo bar era proprio sotto casa di Ivana, fra la macelleria e il portone. Non appena usciva gli s’incollava dietro, la seguiva e l’assillava. Era uno scansafatiche, e pure spocchioso. Un  “cazzaro” che se ne stava a panza all’aria coi soldi de’ mamma: il mattino al bar, il pomeriggio agli allenamenti del Bettini, la sera al bar, e nient’altro. Ma era più alto e più carino e col tempo ebbe causa vinta.

Per me, come per qualsiasi altro ragazzo al mondo, fu la morte nell’anima. Ma non bevevo (in effetti non m’ero ancora mai ubriacato) cosí decisi di scuotermi e trovarmi uno o due lavoretti, che a quei tempi erano ancora a portata di mano, cosí, tanto per non colare a picco.

Eravamo alla fine dell’anno scolastico, misi via rapidograph e  lucidi e mi detti da fare.

* * *

Nella vita mi sono innamorato solo di una bottiglia di birra e di uno specchio

(Sid Vicious)

 

Entrai nel bar della piazza, col cartoncino in mano. Il cigolio delle pale dei ventilatori accompagnava monotono i tremolii dei neon vetusti della vetrina delle paste.

Nonostante fosse ora di pranzo e malgrado la canicola, gli habitués erano al loro posto, irremovibili.

Fumavano. L’olezzo del tabacco appestava il locale. Presi lo sgabello accanto al “Secco” che, oltre di birra, sapeva di sudore rancido e patchouli.

Feci rumore e lui sobbalzò, distogliendo lo sguardo puntato fisso sullo specchio di fronte.

Mi guardò, senza vedermi. Poi, lentamente, si tolse gli occhiali da sole e abbozzò un sorriso. Aveva un boccale con mezza spina calda sotto al naso.

– ‘Tacci tua, Umbé – cincischiò, sfiorandomi la camicetta nuova con la punta delle dita – te sei rimesso a novo.

Aveva la bocca messa di sbieco, violacea, in tema con la polo color vinaccia, quasi sempre la stessa. Il jeans, logoro e abbondante e le tennis malridotte completavano lo stile trasandato, non ancora di moda.

– Nun sono Umberto, so’ Nino – risposi.

Ridivenne serio, rinforcò i Ray-Ban e riprese a fissare il suo riflesso, dissociandosi di nuovo dal vociare del bar e dal mondo in generale.

Poggiai il bristol formato lettera sul bancone. Scrissi “Cerco qualsiasi lavoro”, con un pennarello rosso, poi il mio numero di telefono.

Passai il cartellino a Modesto, il barman, che lo lesse più volte prima di incollarlo con lo scotch sulla porta vetrata, accanto al manifesto che annunciava l’arrivo imminente di un circo nel quartiere.

– Prendi grossi rischi – disse, col sorrisetto sotto i baffi – Immagina tutto quello che potrebbero proporti, ha, ha! E poi, messo così, mi sembra un po’ degradante.

Tornò accanto alla macchina del caffè, gongolando, tutto contento d’aver detto la sua.

Er Secco, già cotto da un pezzo, ravviò all’indietro i capelli lunghi e spettinati, poggiò la fronte sul bancone e cominciò a russare. Il braccio, cosparso di forellini rossi e lividi giallognoli, penzolava, agitandosi macchinalmente come la coda recisa di una lucertola.

– Ma ‘n vedi questo! – borbottò Giggione – E mo chi ‘o porta.

Restai un attimo a guardare fuori, contando i rari passanti e le poche macchine in circolazione. Era un mezzogiorno di luglio. Il sole s’era rimboccato le maniche e ci dava dentro, con gusto.

Mi girai e contai gli spiccioli in tasca: mi restava di che prendere un chinotto fresco.

Modesto mi servì la bevanda su una montagna di ghiaccioli, incassò le mie ultime monete e, guardandomi al di sopra degli occhiali, aggiunse:

– Innanzitutto è una bugia, perchè tu non sei capace di fare qualsiasi lavoro e poi, detto fra noi, non significa che sai fare di tutto anzi, al contrario, significa che non sai fare niente e, ancora peggio, che non hai un mestiere in mano.

Giggione, dall’alto del suo metro e novanta, annuì. Si avvicinò al Secco per sfotterlo: Aho, sei così zozzo che se te fai er bagno ar mare i pesci scappeno.

Pier, sbragato sulla seggiola di vimini, semi nascosto dietro al “Paese” decretò:

– A Ni, ch’ha ragione Modesto, tu sai disegnà? E disegna! Stai a perde tempo co’ tutte l’antre stronzate – abbassò il giornale e mi scrutò da capo a piedi – A proposito – riprese – se ch’hai ‘na piotta me pijo n’antra biretta. Su, che sto ‘n ‘bianco.

Rovesciai entrambo le tasche, a fargli vedere che non restava nemmeno la polvere. Allora cambiò bersaglio:

– A Modè – quasi urlò – famme buffo e tira fori ‘n peroncino dar frigo, daje!

Il tranvetto attraversò la piazza, avanzando lemme, scampanellando. Alla fermata scese Marino, detto “er micio”, carico di volantini. Ci raggiunse al bar, bevve un gran bicchiere d’acqua e distribuì i ciclostilati ai presenti. Annunciavano lo sciopero generale e una grossa manifestazione.

Co’ ‘sto callo! – punzecchiò Modesto – Ma come ve và d’arrostì ar sole.

Davanti alla vetrina, un signore grasso e bassoccio, lesse con attenzione il mio annuncio. Entrò, si avvicinò al banco. Disse: Ecco, mi interesserebbe incontrare quella persona, quella che cerca lavoro, naturalmente. Forse una cosetta ce l’ho.

Er Secco sollevò il capo, guardò il tizio con gli occhi appannati, sganciò un sorriso agli angeli, una scorreggia a chi gli stava intorno e reclinò di nuovo il capo sullo zinco, questa volta con un tonfo sordo.

* * *

 

La prima rosa che vendetti fu ai tavolini del bar Farnese, a un coattello con un panama leggero in capo, che voleva offrirla a una bionda dall’accento vagamente tedesco.

Pagò con un grosso biglietto,

Era una serata umida, alimentata da un vento impietoso che sbuffava folate calde e polverose.

Ricordo che il tipo, dopo aver afferrato il resto, dovette correre dietro al cappello, col fiore  in una mano e i biglietti da cinquecento nell’altra, intanto che la bionda s’alzava e spariva nelle viuzze laterali, quasi fuggendo via.

Girai per tutta campo dei Fiori, dove riuscii a smerciarne una decina, poi attraversai il fiume e feci le pizzerie e i ristoranti di viale Trastevere.

A mezzanotte in punto arrivai a Santa Maria, dove avevo appuntamento col tipo e una mezza dozzina di ragazze con i cesti delle rose semi vuoti.

– Ti sto aspettando da più di un’ora – si lagnò, mentre sfilava un supplì da un sacchetto e se lo infilava in bocca, sano sano – Quante n’hai vendute?

– ‘Na trentina – risposi passandogli i soldi – adesso contiamo.

– Solo?

– Come, solo? Come prima volta dovrebbe andar bene.

Dalla smorfia capii che non avrei più venduto altre rose, infatti espresse così il suo disappunto: – Nun te la prenne a male, giovinò. Guarda, Cosima n’ha date via più de settanta e le altre ‘na cinquantina. Me sa che te nun ch’hai voja de camminà.

Intascai le nove monete da cento lire che mi rivenivano e girai le spalle senza fiatare. Cercai un bar, bevvi un chinotto e rientrai in quartiere.

L’indomani, strappai via l’annuncio.

Modesto fece l’offuscato:

– Novecento lire pe’ trenta rose. –  protestò – A Ni’, se te fidi, stavorta er coso ‘o compilo io.

Prese un cartoncino arancione sul quale c’erano i prezzi dei vari cornetti, maritozzi e bomboloni, lo girò e scrisse sul lato bianco, esattamente così:

“Studente cerca impiego di breve durata, motorino proprio, quindi, a bombisogno pure fori porta. Nun s’accettano stipendi de fame” .

– A Modè, ma che c’entra mo ‘sto bombisogno?

– C’entra, c’entra, damme retta, significa “se serve”, “all’occorrenza”, magari qualcuno te propone quarcosa artrove.

– Guarda che l’avevo capito! È che nun ch’azzecca cor finale, perché pure qui semo fori porta.

Non rispose. Si fece un caffé e lo ingollò amaro. Era ancora mattina e c’era poca gente.

Er Secco, seduto sul solito sgabellone, ripeteva il suo rito misterioso: birra e immagine riflessa. Immagine riflessa e birra!

Modesto sospirò, poi soggiunse: – Penso che se nun ce fosse ‘sto specchio se scorderebbe chi è… Se nun è già successo!

 

*   *   *

 

Ne la malinconia de li ricordi

naturalmente resta er primo amore

come diavolo voi che me ne scordi?

Trilussa

 

Passai più volte sotto casa di Ivana, a pochi metri dalla fermata della linea del T3.

Un giorno finalmente la vidi mentre usciva dal portone. Aveva un bel sorriso, tutto estivo, euforico, in tema col solleone e il vestito corto a fiori. Me ne regalò un pezzettino, sgranando i denti bianchi e regolari, poi sparì dentro il negozio del macellaio: “Da Manlio, carni scelte, anche equine”.

Indugiai troppo. Un lungo minuto, volendomene per non aver traversato la strada, con la triste impressione d’aver sciupato qualcosa di vitale. Restai così, imbambolato, finquando la madre non spuntò fuori dal nulla e, dopo avermi fucilato con lo sguardo, entrò nella bottega e ne riuscì subito trascinando e strattonando la figlia per la manica del vestito. Rividi così, incidentalmente, le bianche spalle nude e le areole larghe e chiare intorno ai suoi capezzoli, le sole parti di quel corpo adolescente che avevo osato accarezzare nei rari momenti d’intimità.

E fu la prima volta che morii, morii su quel marciapiede zozzo di cicche, cartacce e biglietti dell’autobus, pensando che gli amori che sarebbero seguiti in futuro, sarebbero stati tutti irrilevanti, banali, che non avrei mai più provato, assaporato, salvaguardato nel cervello fra un appuntamento e l’altro, il gusto dolce e  unico di quella bocca al latte condensato.

Girai sui tacchi, con quella croce sulle spalle e andai al bar. E questa volta bevvi.

*   *   *

Nando e Settimio, dopo aver letto il nuovo annuncio, presero in mano le mie sorti in quella strana estate.

Erano due fratelli, venivano da Colonna con il carico e piazzavano il banco sotto casa mia.

– Taja ch’è rosso! – Si spolmonavano, dopo aver scaricato i pani di ghiaccio e le angurie. Aprivano verso le sette di sera e restavano fino a tardi, approfittando del fatto che in pochi riuscivamo a dormire.

C’era un sacco di gente affacciata alle finestre, chi fumava una sigaretta, chi ansimava maledendo la “callaccia”.

In molti scendevano e si gettavano sui frutti rossi rinfrescati dal ghiaccio. La piazzetta s’animava, si riempiva di proletari, operai, imbianchini, maestri, impiegati e quelli che vivacchiavano fra un impiego e l’altro. Giravano tutti in calzoncini e canotta o magari col sotto del pigiama e a torso nudo. Avevano le facce stanche di chi non era partito in vacanza. Si portavano sulle spalle l’enorme peso della vita e dei suoi guai, ostentando quel sorriso fragile e distaccato che affiora a stento sui volti di tutti i meridionali del mondo, di qualsiasi  classe sociale.

Li vedevi per le strade o ai giardinetti co’ ‘ste belle fettone rosso vivace, sputacchiando semi e sbuffando nuvolette di nazionale, alfa, mentola e super con filtro.

Il quartiere si trasformava in un paesone di case popolari e la luna sorrideva, bella al fresco, lassù nello spazio siderale, mentre quaggiù, in purgatorio, si schiattava.

 

A volte, mio padre, anche lui boccheggiante, mi dava qualche soldo per un cocomero.

– Me raccomanno – diceva – fatte fa’ er tassello prima de comprallo.

Ma Nando e Settimio li sceglievano loro e vietavano a tutti di toccare la merce.

– Aho, so’ dorci dorci, nun serve che je famo er buco. E poi, che je bussate a fa’ – s’incazzavano – tanto mica ve risponnono. Lasciate fa’ a noi.

Modesto, quando seppe che cercavano un garzone li portò davanti all’annuncio. Disse è un ragazzo a posto, potete sta’ tranquilli. Qualche giorno dopo ebbi la loro proposta, una delle prime del mio laborioso e versatile inizio di “carriera”.

– Ma davero t’hanno chiesto de lavorà pe’ loro? – Chiese mio padre.

– Dice che vonno aprì un banco davanti agli studi, a Cinecittà. Un fratello qui e l’altro là, se gli do una mano mi danno 1500 lire al giorno.

– Cocommeraro – bofonchiò – ma che te ce manno a fa a scola!!

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Il banco era proprio davanti all’ingresso degli studi. Era piccolo ma con una caterva di angurie  impilate  sul marciapiede, a due passi dal capolinea dei bus.

Vendevo tanto, i prezzi erano bassi e la merce buona. In molti si fermavano, assaporavano una fetta succosa e fresca e ripartivano con due, tre cocomeri. Settimio restava sempre un paio d’ore poi, dopo i panini di mezzogiorno e mezzo bianchetto, mi lasciava solo, all’ombra di un ombrellone inefficace, che non proteggeva dal caldo, lasciando passare una luce diafana e pesante.

– Se vedemo dopo –  diceva, e s’infilava nella cuccetta del camion, appisolandosi, Dio solo sa come, sotto il sole cocente.

 

A volte, spuntava Marino che fra l’altro aveva il pallino del cinema e che sperava d’incontrare qualche personalità, attore o regista. Fu il caso di Paolo Stoppa e la Cardinale che gustarono due fette al banco. Erano agli studi per ultimare le ultime riprese di “C’era una volta il west”.

Mi procurai altri autografi, quello di Gazzolo, che doppiava Henry Fonda, che nel film era il cattivo e anche quello di Bertolucci. Marino bloccò un macchinone americano con i vetri affumicati e pescò Sergio Leone con Bronson in persona. Venne al banco esultando, con i due autografi abbozzati su un volantino del movimento studentesco.

– Questo si che è ‘n pezzo da collezione – strepitò –  Mo l’incornicio e me lo metto in cameretta, accanto a ‘na foto de Mao.

 

Dopo tutto fu una bella estate. Senza vacanze, certo, ma variopinta.

Modesto, mentre passava lo straccetto umido sui tavolini della terrazza, disse la sua in proposito:

– Aho! Hai visto che lo scritto mio ha funzionato? Fra poco è tempo de callarroste. Se voi, a bombisogno, ‘o famo ‘nsieme. Er materiale ‘o rimedio io, tu fai li cartocci e venni. Fifty fifty.

– A Modè, me fai paura. Co’ te rischio che a Natale me fai fa’ pure ‘o zampognaro.

– Vattelappesca! Pure quella è n’idea.

Arrivarono Giggione, Pier e Marino er micio. Avevano diverse notizie fresche.

– ‘O sapete, hanno ricoverato er Secco – esordì Giggione. Qualcuno l’ha trovato coll’ago piantato ner braccio. Se se la cava è un miracolo.

Il termometro era sempre al rosso fisso, non scendeva più sotto  i trenta.

Pier tirò fuori l’Unità. Si sventolò qualche secondo, poi si accomodò e spiegò il giornale

Forse sta mejo ‘ndo sta adesso – disse, prima di attaccare i titoli – Magari all’ospedale riescono a curallo, se campa, certo…

Giggione mi prese da parte: – A Ni’, ch’ho n’antra notizia – disse, pacatamente e a voce bassa, come se stesse al capezzale di un malato – Meno grave ma nu te farà piacere lo stesso. Comunque nun posso nun dittelo.

– E annamo, vai!

– Ivana se sposa. Ho ‘ncontrato Antonietta, pare che sia pe’ dicembre.

– Pe’ la mignotta! Co’ quer cojone? …Possa schioppà ‘ndo se trova.

– Macchè, mica cor carciatore. Se sposa cor macellaro, er roscio, quello sotto casa sua. Pare che sia già ‘ncinta. Aspetta, nun s’allarmamo, ho detto pare…

Riuscii a deglutire nonostante il groppo alla gola. Tutto era andato troppo svelto. Non avevo ancora digerito il primo trauma che già ne stavo subendo un altro.

Pier si alzò. Pareva avesse visto un fantasma. Spianò il giornale sul tavolino e indicò il grosso titolo di testa, dandosi una  gran manata in fronte.

– Ma dimme te! – gridò – I cari armati so’ ‘ntrati a Praga. A ‘sto Breznev gl’ja svaporato er cervello.

Ci avvinammo e circondammo il tavolino. Modesto aggiunse : – Signore mio! Vedrai che a  bombisogno, ce sarà n’antra grossa guera!

Io, Ivana in mente, entrai nel bar e mi diressi ai cessi. Volevo piangere due minuti in santa pace.

Davanti allo sgabellone mi fermai. Lo specchio era sporco e opaco. Guardai e  vidi il Secco. Sorrideva. Aveva un boccalone di birra fresca e spumeggiante in mano e dietro s’intravedeva un tank russo col cannone puntato sur baretto nostro. Un baretto innocente, pieno de matti, ma innocente. Ma magari ricordo male, oppure anche oggi è il caldo.

 

unita

 


Foto cocomerai dal Corriere della Sera: http://roma.corriere.it/foto-gallery/cultura_e_spettacoli/15_agosto_13/taja-ch-rosso-riti-che-resistono-27aac0dc-41db-11e5-b414-c15278464aa4.shtml

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