Supermarket

Un amore definito è un amore finito.

(André Berthet)

Il signor Fabio non provava più alcuna tristezza. O almeno, parlo di quell’intensa tristezza che ti impedisce di andare avanti camminando dritto e a testa alta, quella che cerca di toglierti la semplicità, i sogni e spesso l’amor proprio. Restavano pezzetti, brandelli di malinconia dovuti alle magre risorse mensili e ai rari momenti di solitudine. Soprattutto la domenica e gli altri giorni festivi o quando la pioggia veniva giù a scrosci, obbligandolo a restare in casa, il naso appiccicato ai vetri gocciolanti, a maledire le austere torri periferiche, così lontano dal familiare e febbricitante vociferare dei grandi magazzini.

Per il resto, a settant’anni compiuti, rari acciacchi a parte, aveva trovato il buon antivirus, infallibile per restare in equilibrio e proteggersi dalla povertà e dagli svariati nodi alla gola: i nuovissimi sfolgoranti grandi magazzini del New City Market.

Alle nove di mattina era già fra quelle mura, fresco e entusiasta di passarci una buona decina di ore, distribuite tra il bancone dello snack e la comoda poltroncina del Kimbo’s bar, al secondo piano, a due passi dalla scala mobile e dall’entrata del supermercato.

Non pranzava nemmeno più in casa. Da un po’, preferiva mangiucchiare sul posto: focaccine a basso prezzo alla vineria o tutt’al più un trancio di pizza al Ciro’s food. Però il sabato, a sua detta ultimo giorno di spensieratezza, onde combattere il magone nascente del fine settimana, si accomodava al Thai Home Express e ordinava un piatto di ali di pollo con verdure impastellate e fritte, accompagnandole con la solita birretta thailandese.

In tutto, una spesa mensile che intaccava appena di un terzo la sua misera pensione. Gli restava di che pagare affitto, acqua, corrente e infine i libri. Per questi ultimi, in aggiunta, il costo s’era ridotto di colpo a zero poiché, da alcuni mesi, una discreta quantità di donatori s’era presentata al suo tavolino con ogni sorta di pubblicazione.

Se avete qualche libro di troppo, portateli al qui presente” aveva scritto un giorno su un cartoncino, piegato in due e poggiato accanto al caffè, “Ne prenderò cura e, credetemi, mi aiuteranno a distanziare la morte di una buona lunghezza. NB: leggo di tutto!”

Giorno dopo giorno, cominciarono a piovere romanzi, libri d’avventura, horror, gialli, riviste settimanali e libri di poesie, un’enciclopedia tascabile, diversi atlanti geografici e perfino la bibbia. Di che riempire ogni angolo libero del suo striminzito appartamento. Al momento, ce n’erano un po’ ovunque, maniacalmente ordinati per ordine alfabetico, negli armadi, in cucina e persino nel vano doccia. Ma i romanzi d’autore, di gran lunga i suoi preferiti, restavano a portata di mano, impilati ai piedi del letto e lungo i muri, fino a un passo dalla porta.

Insomma, dopo svariati anni di noia nel suo grigio e disadorno monolocale, aveva finalmente raggiunto l’invidiabile impressione di vivere in pace e a colori, nel trambusto di quel provvidenziale bazar a tre piani di recente costruzione, in mezzo a quelle migliaia di persone che transitavano quotidianamente.

Decine di buongiorno, di come va e di sorrisi, l’ex professore con la cravatta, le lenti sulla punta del naso, era sempre là, sereno e sorridente, spesso immerso nella lettura, sotto lo sguardo benvegliante della signora Pina, la gerente del bar.

Quella brava donna, tutta pepe e energia, lo aveva preso a benvolere e, non solo gli offriva il primo caffè del mattino, ma a sera, alla chiusura, gli incartava un paio di tramezzini o una pizzetta perché gli servissero da cena.

Così andavano i giorni di Fabio. Ogni mattina, dopo un ovetto alla coque, annodava una cravatta variopinta sulla camicia pulita, sempre bianca, e si avviava gongolante, quasi su di giri, verso la meta abituale, percorrendo i cinquecento metri che lo separavano dal centro commerciale, a passi lunghi e veloci.

Il lunedì”, aveva detto un giorno alla signora Pina “ ho la deliziosa sensazione di partire in vacanza ma senza lo stress del viaggio”

E poi arriva qui da me e trova le palme finte” aveva risposto l’altra “ che razza di villeggiatura!”

Si, ma l’atmosfera è pur sempre esotica.

Esotica, dice? Davanti all’entrata di un supermercato? Lei ha l’anima dolce di un sognatore, signor Fabio, ma non esageriamo!

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* * *

Melinda, dalla cassa numero sette, aveva adocchiato e sbirciato spesso quell’uomo, con quegli occhialetti a mezza luna, e quell’eleganza un po’ fuori moda, le cravatte accese, i capelli a spazzola sale e pepe e il viso rasato di fresco.

E già, le piaceva non poco. Sembrava il tipo giusto del quale avrebbe potuto innamorarsi o magari farci solo sesso, insomma una cosa o l’altra le sarebbe andata bene, importante era mettere fine a quella lunga astinenza che stava diventando una vera e propria afflizione.

Da ben dieci anni, data del rientro, o per meglio dire fuga, del marito all’Havana, aveva avuto una sola (ben corta!) relazione, con un avvocatuncolo giovane e inesperto che aveva messo su le pratiche del divorzio e che, Dios mio!, non le aveva fatto ottenere nemmeno un briciolo di pensione alimentare. “Una mezza parentesi con un mezzo uomo”, come definiva lei quell’amoretto, che non era riuscito a riaccenderle minimamente il fuoco della passione.

Ci vuole un uomo maturo, non un ragazzotto, aveva ben riflettuto, e la soluzione sarebbe potuta venire da quel tipo alto e robusto, così ammodo e attraente.

All’inizio, aveva supposto che fosse un parente della signora Pina, vista la familiarità fra i due e il numero impressionante di ore trascorse a leggere nel salottino d’angolo del bar. Poi, un giorno li sentì discutere e darsi del lei, quindi escluse il grado di parentela, si fece coraggio e, alla pausa caffè, interrogò la gerente.

– Non è la prima sa, a chiedermi del signor Fabio – aveva rintuzzato l’altra, seccata dall’ennesima persona che investigava sul soggetto – Quell’uomo non ha nulla di strano. È solo un pensionato che odia la solitudine, allora viene qui e passa intere giornate divorando un libro dopo l’altro. Come fa, in mezzo a questo casino, non lo so, ma lui, imperterrito, legge, legge e non da fastidio a nessuno.

Mi ci sono abituata. Se un giorno non dovesse più occupare quella poltroncina, ne sarei molto addolorata. Sa, all’inizio gli ho chiesto perché mai passasse così tanto tempo qui ai grandi magazzini, e lui mi ha risposto: vengo a cogliere ogni giorno la mia dose di calore umano. Poetico, no?

Melinda, da quel momento in poi, non smise più di rimuginare sul come accostarlo o, meglio ancora, farsi accostare.

A stare immobili non si guadagna mai, s’era detta, stufa della consuetudine per cui l’uomo dovrebbe assolutamente fare il primo passo. Pertanto, a quarantott’anni compiuti, decise di prendere le cose in mano e non seguire nessuna etichetta, poiché le regole e la prudenza, a suo dire, l’avevano condotta alla passività e alla monotonia.

Quell’uomo, in definitiva, stava riportando a galla, dal fondo della sua anima creola, la sfrontatezza dei suoi vent’anni e una certa smania che cominciava già a rodergli dentro.

Un piano, tutt’altro che angelico, cominciò a farsi strada fra le meningi della bella cubana.

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* * *

Il signor Pick, gestore del nuovissimo centro commerciale, chiuse il computer con l’aria soddisfatta. La direzione centrale aveva dato l’accordo per la manifestazione d’apertura della seconda insegna all’interno degli stessi grandi magazzini. Un’estensione di oltre tremila metri quadri, per ora chiusa al pubblico, che prevedeva un ipermercato del designetnico” dal titolo evocatore di avventure: “In and Out of Africa”.

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Ora, era solo questione di decidere la data dell’inaugurazione. Avrebbe invitato la stampa e anche il sindaco con qualche assessore.

Ne era più che convinto, quel magazzino avrebbe fatto scalpore e avrebbe tolto una grossa parte di mercato ai vari low cost tipo Ikea, Fly o Habitat, sia per i prezzi che per la qualità. E se tutto andava come aveva previsto, il suo 15% delle azioni sarebbe aumentato se, come stipulava il contratto, il giro d’affari avesse conseguito il milione di euro e ciò, entro e non oltre la fine dell’anno, data della chiusura dei conti. Dunque, bisognava aprire alla svelta!

A tal fine, aveva dato l’incarico di un allestimento oltremodo esotico, a uno dei migliori decoratori del momento, un giovane architetto romano che aveva ideato e messo su, in soli due mesi, un ambiente “giungla e savana” con tanto di baobab, banani, palme e cactus fioriti e, nel bel mezzo un autentico lodge in stile keniota, nel quale, nec plus ultra, doveva troneggiare un gabbione con un autentico gorilla.

– Ci mettiamo anche Tarzan e Jane – aveva proposto Pick – O che so io, un balletto tribale, solo per la cerimonia d’apertura beninteso, giusto per fare colpo, che ne dice?

– Non facciamo cose pacchiane – aveva ribadito l’altro – lasci fare a me. Vedrà, sorprenderemo tutti.

Per quel grosso orango color pel di carota, avevano dovuto sudare oltre il previsto e riempire tutte le richieste delle autorità sanitarie, per non parlare di quelle di sicurezza. Alla fine avevano ottenuto il via libera all’istallazione zoologica, ma unicamente per un periodo determinato. Lo scimmione sarebbe dovuto rientrare allo zoo prima della fine dell’estate, sostituito, come da contratto con il bioparco, da un nugolo di lemuri del Madagascar.

Pick si attardò qualche secondo sul manifesto pubblicitario, un fotomontaggio preparato a bella posta per annunciare la data d’apertura, con il grosso ominide comodamente seduto a un tavolo in bambù, circondato da immensi caschi di frutti tropicali.

Bah, chissà se le mangiano veramente, tutte ‘ste banane, a me sembra un banale stereotipo, pensò sorridendo, quindi annunciò alla segretaria che sarebbe sceso a dare un occhiata al nuovo arrivato, quel gigante dal nome inverosimile, Gron-Ka, installato in tutto segreto nell’apposito recinto, interamente nascosto e camuffato con teloni occultanti, onde non rovinare l’effetto sorpresa dell’inaugurazione.

Prese con se la polaroid. Avrebbe scattato qualche foto per mostrarle ai ragazzi.

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* * *

Non vorrei sbagliarmi ma ha uno sguardo più che insistente, pensò Fabio, incrociando le occhiate caramellose di quella signora, mentre faceva la coda alla cassa numero sette.

In verità, dopo un giretto fra i vari reparti del supermercato e un piccolo acquisto di lame e dopobarba, aveva osservato, non senza interesse, quella cassiera dalle forme morbide e opulenti, con il foulard portato a fascia sui capelli lunghi e crespi e i grandi cerchi dorati che le pendevano alle orecchie.

Decise allora di mettersi in fila ma, arrivato il suo turno, non riuscì ad aprir bocca: solo un imbarazzato buongiorno mentre contava le monete, intimidito dalle esplicite occhiate, dirette e audaci, di quel bel donnone color caffè.

Più tardi, seduto al solito tavolino, ancora turbato, decise di cambiare posizione e dare le spalle alla vetrata, pensando che quella fosse l’unica soluzione per continuare a leggere e finire in santa pace il famoso giallo di Dashiell Hammett: piombo e sangue!

Per non perdere il filo del racconto, si trattenne più volte dall’andare in bagno, ma dopo un po’ l’impellenza lo costrinse a abbandonare la lettura, così, suo malgrado, piegò un angolo della pagina e si recò ai servizi.

All’uscita, la lettera era poggiata sul libro.

Si guardò intorno, ma non notò nessuno in particolare. Interrogò la signora Pina che, gli occhi chini sui conti di fine giornata, borbottò a mezza voce di non aver visto nessuno avvicinarsi al suo tavolino.

Si sedette, aprì la busta e lesse il biglietto, un cartoncino profumato che diceva così: “Ho bisogno di carezze, di eros e risate a crepapelle. Se hai capito chi sono, fammi segno.

P.S. : I fiori sono la mia passione”.


* * *

Si era alzata prima del solito. Ne aveva approfittato per innaffiare abbondantemente piante e fiori in balcone, un giardino di pochi metri quadri, che faceva non pochi gelosi fra i dirimpettai e i condomini.

Nasturzi rossi, gialli e tropaelom color arancio che le ricordavano la Havana. E poi gerani, ortensie, rose e gelsomino, lievemente accarezzati da quel venticello tiepido e profumato d’erba inumidita dalla notte.

Posò l’innaffiatoio, andò in cucina e caricò la moka. L’orologio del micro onde segnava le sette.

Sarà una mattina lunga e pigra, si disse, non uscirò nemmeno a comprare il pane.

Bevve un primo caffè, andò in bagno e lasciò scorrere l’acqua nella vasca.

La radio, trasmetteva rilassanti brani di musica classica. Niente avrebbe potuto farle cambiare programma, avrebbe trascorso l’intera giornata a “pigrare” beatamente e prendersi cura della propria persona. Magari a sera avrebbe fatto due passi, forse.

Il sole cominciava appena a filtrare attraverso le persiane e il gatto sonnecchiava sul marmo del davanzale. Si versò un secondo caffè, tornò in bagno e svuotò il gel nella vasca, quindi aggiunse una manciata di sali, agitò il tutto, posò la tazzina sul bordo e lasciò cadere in terra l’accappatoio.

Chissà se sono stata troppo sfrontata, rifletté, mentre si immergeva nell’acqua profumata. Comunque non credo di averlo fatto arrossire, anzi…Gli uomini si sa, si ringalluzziscono subito davanti a un po’ di spregiudicatezza. E poi, chi se ne fotte! Meglio essere diretti e andare dritti al sodo, che i sogni sono solo fumo.

Per un attimo, realizzò che si sentiva di nuovo in piena forma. Dopo il buio di quegli ultimi anni, da quando il marito l’aveva abbandonata come un cane, aveva finalmente ritrovato il perfetto equilibrio e adesso si sentiva di nuovo se stessa, bella e felice. Aveva un lavoro e un appartamentino dignitoso e fra poco, se lo sentiva, anche un amante, un uomo di cultura decisamente affascinante, si Dios lo quiere!

Infilò il guanto doccia, lo inumidì di bagnoschiuma e iniziò a strofinarsi il collo e le spalle. Quando arrivò ai seni, pensò che era giunto il momento di metterli in risalto con un abitino adatto all’impresa. Uscì dalla vasca e, tutta gocciolante, andò all’armadio e fece scorrere a uno a uno gli omini. Tirò fuori un abitino fantasia, in chiffon, con lo scollo profondo.

– Con este lo sacaré!* – esclamònon gli lascio scampo!

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* con questo lo stendo!

* * *

Il sesto senso gli aveva subito detto che si trattava della cassiera, e chi altro sennò? La signora Pina? Mai e poi mai. Quella pelle e ossa del lava a secco? Mmh, no, non era un linguaggio che quella donnetta, così misurata, avrebbe potuto tenere.

Quel dubbio andava risolto, non poteva restare così, nell’eventualità dell’equivoco, doveva riuscire a confermare quello che l’intuito gli aveva indicato. Ma come? Riservato com’era non avrebbe mai trovato il fegato per avvicinarla, chiederle se era lei l’autrice di quel messaggio licenzioso e confessargli che in fondo anche lui provava una forte attrazione.

Ma la timidezza, quella, come vincerla? Il pudore conferisce alle donne un’invincibile attrattiva, meditò, ma mica agli uomini, oh no, i maschi diventano degli incapaci, si trasformano in impiastri insicuri e maldestri.

Ripensò al momento in cui aveva letto una prima volta quelle due frasi. Era diventato subito rosso, poi s’era ripreso, aveva raccolto le sue cose, salutato la signora Pina e si era diretto all’uscita, con lo scritto ben stretto in mano. Arrivato a casa, l’avrebbe studiato parola per parola, ma per ora doveva lasciare il City Market in tutta fretta, andare via, sparire, non si sa mai che la misteriosa donna spuntasse fuori all’improvviso… Oddio, che imbarazzo!

Ed ecco che, sulla strada di casa, quel maledetto acquazzone l’aveva beccato in pieno e lui che non aveva nemmeno cercato di ripararsi, percorrendo il mezzo kilometro che lo separava da casa sotto i goccioloni, ripetendo all’infinito quelle parole che gli risuonavano in testa: Ho bisogno di carezze, di eros... Santo cielo, che rompicapo, bisognava assolutamente venirne a capo.

Si toccò la fronte: calda, fin troppo. Le due aspirine non erano servite a nulla e la febbre stava aumentando e pure il mal di testa. Alzò per l’ennesima volta lo sguardo verso il cartoncino, appeso col nastro alla spalliera del letto. Allungò la mano, lo staccò e lo annusò. Che profumo era? Avrebbe detto leggermente acre e legnoso. Maledizione, quella signora dalle spesse labbra aveva fatto più volte il giro del suo cervello e non ne usciva più. Chiuse gli occhi, e la voluttuosa mulatta riapparve. Ora era nuda. Si avvicinava sorridendo, era un angelo nero con dei seni meravigliosi.

Il battito cardiaco s’accelerò e sentì salire una leggera erezione. L’affare continuò a crescere. Si gonfiò, diventò turgido come un legno. Tirava sui testicoli. Abbassò il pantalone del pigiama e lo osservò: era grosso, violaceo, pareva stesse per esplodere.

Suonarono più volte. Dei suoni squillanti che somigliavano agli scampanellii di una bicicletta.

Sicuramente è il medico, si disse, si trascinò giù dal letto e andò in bagno con un forte senso di sbandamento dovuto alla febbre e allo stato d’animo confusionale

Un attimo, urlò. Lo mise rapidamente sotto l’acqua fredda e lo asciugò alla meglio. Si ravviò i capelli davanti allo specchio: era bianco, più magro del solito, il torace scarno cosparso di una calugine bianca e rada. Pensò che sebbene stesse invecchiando, quella tumescenza, tutt’altro che modesta, lo aveva improvvisamente imbaldanzito. Ma quell’emicrania, accidenti, e quei capogiri. Le tempie pulsavano forte. Si avviò alla porta. Dopo solo due passi vacillò, inciampò su una pila di volumi, li mandò all’aria e ci cadde sopra. Alcuni persero le pagine, altri ebbero la copertina strappata.

Si rialzò e osservò freddamente la scena. Per la prima volta, la sua maniacale dedizione ai libri prese un colpo. Non solo non li raccolse ma li spinse di lato con una pedata: una parte nuova di se stesso stava già pensando ad altro.

* * *

Aveva insistito per cambiare l’orario di lavoro continuato e aveva ottenuto quello con la pausa pranzo. In quel modo, già da una settimana, consumava i suoi pasti al fast food dove, l’oggetto imprescindibile dei suoi desideri, avrebbe dovuto sedersi al bancone e far fuori il taglio di pizza con tonno, rucola e radicchio che, a detta di Ciro, il proprietario, era la più raffinata del suo assortimento. Ma di quel misterioso signore, nemmeno l’ombra ed ora, dopo un’intera settimana di pizzette e panini, constatava tristemente d’aver fatto un buco nell’acqua.

Quel lunedì, Melinda, per compensare l’amarezza, aveva preso il menu “food large” con timballo di speck, provola, carciofi e verdurine grigliate e, per chiudere in bellezza, una doppia panna cotta al caramello.

Forse ho esagerato, rimuginò, visto che non aveva granché appetito, ma si sforzò di arrivare alla fine, quindi spinse il piatto di lato e ordinò un espresso. Era delusa e appesantita dal pasto, inoltre quella specie di seggiolone stretto e scomodo le aveva indolenzito le cosce.

L’espresso arrivò. Guardò l’orologio da polso, era quasi l’ora di riprendere il lavoro. Scese dall’alto sgabello, bevve d’un sorso il caffè ancora fumante, pagò e, senza aspettare il resto, si avviò all’uscita.

E fu là che lo vide, sulla porta dello snack, ritto e bianco come un cadavere, con un mazzetto di lillà nelle mani.

Avrebbe voluto urlare forte ma non poteva, non era né il luogo né il momento, allora gli si avvicinò, le braccia penzoloni, e le parole le uscirono dalla bocca suo malgrado. Con la voce rotta dall’emozione disse: – Perdio, caro signore, era ora!

* * *

Il signor Pick si avvicinò al tecnico. Chiese:

– Come stiamo con la cascata?

– Abbiamo aggiunto una pompa di riciclaggio e le luci sono a posto, ora variano fino a sei colori.

– E per il fumo, ci siamo?

– La Fog Machine è a posto, ed è connessa al computer. La gestione del flusso è regolata via wireless con un digital multiplex ultima generazione, così come le lampade fluorescenti e i proiettori. Avremo una prima coltre di nebbia rosa che sale dal basso, si trasformerà piano a piano in un bel color giallo, l’effetto alba nella savana è pienamente riuscito. Quell’architetto è una mente.

– Bene, allora, se avete finito fate tutti una bella pausa, salite a bere qualcosa nel mio ufficio. Kate vi ha preparato qualcosa. E pensate a spegnere le luci… A proposito: qualcuno l’ha visto ‘sto benedetto architetto?

* * *

Il signor Fabio era terrificato. Non aveva avvicinato una donna da oltre quindici anni ed ora si trovava lì, davanti a quella meravigliosa femmina con le spalle semi nude e un decolleté mozzafiato che lasciava intravedere tutto.

– “Perdio, caro signore, era ora!” – gli aveva detto, magari anche per camuffare l’emozione. Lui era rimasto immobile, col mazzolino stretto, tenuto dritto davanti a se, come se avesse avuto il braccio ingessato, con un sorriso rigido come un sofficino congelato.

S’era fatto forza, era riuscito a trovare il coraggio per affrontare quella sfida difficile. Ed ora? Come avanzare? Qual era il secondo passo?

Erano trascorsi almeno dieci secondi e non aveva ancora aperto bocca. Si sentì ridicolo, piuttosto imbranato. Lei provò a prendere i fiori ma non ci riuscì, lui li stringeva forte, sembrava quasi che non volesse darglieli.

Improvvisamente, si resero conto d’essere nel bel mezzo del passaggio. Allora cominciarono a ridere e parte della tensione accumulata svanì.

Fecero qualche passo verso l’entrata del supermercato, lui sempre con i lillà in pugno. Lei si fermò, gli sfiorò la mano e disse:

– Sono per me, spero. Li tenga ancora qualche minuto, è così carino con questi fiori. E mi aspetti qui. Vado a inventarmi qualcosa per non lavorare questo pomeriggio. Spero che lei sia libero…

Lui provò a rispondere ma le parole gli si strozzarono in gola. Aveva le mani sudaticce e un formicolio al braccio che aveva artigliato i fiori. Si limitò a ridacchiare come uno scemo. Lei si allontanò, dirigendosi verso l’ufficio del responsabile del personale. Lui si appoggiò contro un muro, si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte, respirò a fondo, chiuse gli occhi e provò a fare il punto della situazione. Ma già e comunque, si sentì fiero di se poiché, al dunque, ce l’aveva fatta. Per il resto, il pomeriggio prometteva bene.

* * *

La signora Pina alzò gli occhi e incrociò lo sguardo di quel caro signore. Il vecchio ricambiò il sorriso e guardò subito altrove. Pareva molto a disagio.

Che diavolo stava facendo l’enigmatico signor Fabio con quei fiori in mano? Curiosa, sfilò una sigaretta dal pacchetto, prese l’accendino e uscì fuori nel corridoio proprio mentre Melinda afferrava il mazzetto di lillà e lo prendeva sotto braccio. Partirono a passo svelto verso la scala mobile.

Se potessi li seguirei, pensò divertita, ma non ho molto tempo, quel rompitasche di Pick vuole ch’io vada assolutamente a ‘sta cavolo d’inaugurazione.

* * *

Erano entrambi su di giri, dopo aver sbevazzato alla vineria gran parte del pomeriggio, guardandosi negli occhi come due ragazzini innamorati.

Lui, ora era allegro e spavaldo come un galletto. Sovente, dava una sbirciatina a quel decolleté che tanto gli trapanava il cranio, mentre lei gli faceva il piedino sotto al tavolo, facendogli rimontare su l’affare. E lei lo capiva, lo vedeva dall’espressione di disagio e, ogni volta che lo vedeva arrossire, infilava il piede sotto la stoffa del pantalone e saliva un po’ più in su, fino al polpaccio, provocando nel povero gentiluomo dei veri e propri sussulti.

A un tratto decise che era tempo di passare alle cose serie. Quel bell’uomo era sicuramente cotto ma non sarebbe mai passato alla marcia superiore. Prese l’iniziativa e lo invitò ad alzarsi.

– Andiamo – disse con lo sguardo umido, tutt’altro che verecondo – conosco un posticino tranquillo dove potremo fare meglio conoscenza.

Lui pagò e la seguì. Si sentì di nuovo la gola chiusa. Era più che chiaro che quella donna non conosceva mezze misure e che oramai era arrivato al punto di non ritorno.

Scesero al piano terra e percorsero la galleria, poi lei tagliò per un corridoio dove una transenna e i cartelli “Lavori d’ampliamento” e “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori” erano stati spostati di lato.

Fecero ancora una ventina di metri. Lei lo precedeva, avanzava dondolando felinamente le natiche, quindi si infilò per prima dietro il telone. Lui esitò, ma l’eccitamento prese il posto della ragione, scansò l’incerata e la raggiunse.

Dentro, il luogo era poco illuminato. Le luci di sicurezza poste sulle colonne rischiaravano timidamente un vasto giardino artificiale nel quale facevano bella mostra mobili e manufatti artigianali,

Il rumore di uno scroscio li sorprese. Una cascata d’acqua, s’illuminò e iniziò improvvisamente a gorgogliare lungo le pareti a roccia di un laghetto artificiale circondato da palmizi nani. Sullo sfondo si intravedevano delle acacie e dietro le acacie un enorme capanno.

– L’ho scoperto qualche giorno fa – disse lei – Credo che questa sia la nuova ala commerciale dedicata all’arredo. Incredibile, no?

– Sembra di essere in piena foresta tropicale – riuscì a rispondere lui.

– Guarda – continuò lei indicando il lodge seminascosto dagli alberi – andiamo a vedere.

– Al centro della costruzione, un telone blu e rosso, come quello di un circo, occultava un’inferriata. Un cancelletto apparve. Melinda spinse di lato l’enorme chiavistello che bloccava l’apertura.

– Dai – disse – qui non ci disturberà nessuno.

* * *

Gron-Ka era giù di morale. Da oltre un mese l’avevano strappato alla vita tranquilla e selvaggia del parco.

Trenta lunghissimi giorni senza libertà, così lontano dalla compagna, una giovane gorilla dal pelo lungo e lo sguardo dolce e profondo.

Qualcuno l’aveva punto ripetutamente e aveva dormito. Un sonno agitato, a volte profondo a volte semi sveglio. Aveva avuto dei forti crampi a causa di quella brodaglia di verdure e frutta marcia che gli avevano rifilato. La volta seguente non l’aveva nemmeno toccata, ma la nausea era rimasta. Forse, oltre a quello strano cibo erano state quelle punture.

E poi quel recinto pieno di animali e gabbie, gabbie, gabbie. L’unica cosa buona erano i manghi, un po’ troppo maturi, ma buoni. Quell’uomo glieli portava tutti i giorni, verso sera, quando il sole andava giù e la nostalgia della giungla gli annodava la gola. Poi un nuovo lungo sonno e un nuovo trasporto e di nuovo quel gusto strano che gli saliva su dall’esofago. Ed ora lì, in quel posto buio e triste, con delle piante che non erano piante e non avevano alcun odore, con delle strane liane verdi, delle funi rigide che gli sbucciavano le mani.

Aveva proprio il morale a terra.

D’un tratto sentì un rumore, qualcuno stava entrando nella recinzione. Alzò il capo al di sopra dell’alta e finta erba gialla e li vide. Erano in due. Un lui molto alto e una lei dalla pelle scura che gli ricordava qualcuno e che ora aveva iniziato a togliersi gli abiti rapidamente, con frenesia. Gli venne in mente quel piccolo villaggio ai confini del parco, con poche capanne sparse tra la sabbia rossiccia e l’erba secca. Là, una donna simile cantava. Lui l’ascoltava da lontano, senza avvicinarsi, a volte a lungo, poi riprendeva la strada della giungla.

* * *

Il signor Pick dette il via e tutto si svolse nel giro di pochi secondi.

Alcuni inservienti fecero cadere i teloni di protezione. Altri, con un semplice tiro di fune, fecero cader giù la tenda che recintava il gabbione.

Entrarono tutti, camerieri in divisa coloniale con guantiere ricolme di dolci e salatini, sommeliers con noci di cocco al punch e succhi alla guaiava e al litchi. Il tutto all’unisono, ben accordato come un balletto dell’opera.

Una nebbia fumogena dall’odore dolciastro, cominciò a venir su, pallida e rosea.

I proiettori si accesero e una musica del recife si sparse ovunque. Gli invitati, addetti stampa e assessori comunali compresi, seguivano il direttore che quasi correva a passi lunghi e svelti verso la gabbia del gorilla, impaziente di sfoderare il pezzo forte della sorpresa.

La signora Pina, faceva parte del plotone di testa tallonando il direttore da vicino. Quando quest’ultimo si arrestò di colpo evitò di un soffio il tamponamento. Poi, anche lei sgranò gli occhi.

Fu un attimo più che imbarazzante.

Quando il signor Pick vide quei due, vestiti delle sole mutandine, pallidi di terrore, con le lunghe braccia del gorilla posate sulle loro spalle come fossero vecchi amici, ebbe un attimo di smarrimento. Ruotò lo sguardo a destra e a sinistra alla ricerca del decoratore ma incontrò solo lo sguardo inorridito e al contempo estatico, della signora Pina. Che razza di scherzo era mai questo? E chi erano quei due? Quel burlone aveva finalmente optato per la sua prima idea? Un Tarzan e una Jane nelle braccia del gorilla? Magari, pensò, ma in mutande, santo cielo! E poi, fra l’altro, Tarzan, era così vecchio e macilento? E sta cacchio di Jane, ma non era bionda?


Photo Credits:

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http://www.africarte.it/maschere/Senoufo_Kpelie/senoufo_kpelie_a.htm

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