After Shave

Tutti gli esseri umani hanno piccole anime grigie…

e tutti se le vogliono imbellettare.

(dai Bassifondi M. Gorkij)

Enea era un coattello di borgata, con i cinque punti tatuati tra il pollice e l’indice, i capelli neri lunghi a caschetto con la frangia che gli copriva la fronte, zac, tagliata netta sulle sopracciglia. Sempre rasato di fresco (girava con l’astuccio del rasoio e l’Acqua Velva nella tasca portaoggetti) ci ubriacava di buon mattino con la fragranza del potente aftershave.

– Sembro ‘n pupetto – si pavoneggiava, mentre annaffiava letteralmente il volto col popolare cosmetico blu.

All’alba, quando mettevamo piede nella 600, Abarth naturalmente (sedili leopardati, cambio basso in radica e volantino!) , l’olezzo del sempitèrno dopobarba ci ammorbava e annodava lo stomaco. Allora, aspettavamo che aprisse il thermos per poi ficcare il naso nel bicchierino con l’espresso e inalare i vapori caldi e balsamici del caffè.

Più ristretto deccosì se more, manco l’oio de motore è più nero – ripeteva ogni volta, versando il nettare cremoso e denso, fatto coi cristi, come diceva lui, dalla madre, la sora Elvira.

Svuotato il thermos, una nazionale senza filtro e si andava. Il rombo dei cilindri, amplificato dai doppi scarichi laterali, lacerava l’aria quieta e svogliata del centro.

– Chissà in quanti ti maledicono – scherzava su Luciano, alto e secco come una canna, piegato in due nell’esiguo spazio del sedile posteriore – Solo tu fai ‘sto cazzo de casino!!!

Enea rideva sotto i baffi e spingeva il piede sul gas a tavoletta, sorpassando gli autobus semivuoti, i camion dell’immondizia, le piccole utilitarie degli operai e i furgoni delle consegne; dando colpi di tromba al suon di Cucaracha e piegando in curva con un gran stridìo di gomme pure quando non serviva. In dieci minuti netti eravamo a destinazione.

Alle sei e trenta del mattino il furgoncino della «mondopulito» passava a prelevarci nel ghetto. Arrivarci da Cinecittà era già un viaggio: con Luciano, si prendeva il T4 della Stefer che era proprio notte, fino a piazza dei Re di Roma, e là, Enea, in provenienza dal Tufello, ci caricava in macchina e ci portava al punto d’incontro davanti al ristorante da Giggetto, al portico d’Ottavia.

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Vendevamo porta a porta prodotti per le pulizie, profumi e deodoranti. Non si guadagnava granché, era tanto per dire che si aveva un lavoro e non piangersi addosso.

Fra quelli che avevano un diploma, in troppi l’avevamo attaccato al chiodo, obbligati a avanzare a tastoni, un lavoretto dopo un altro, nella speranza che le cose potessero prendere il verso giusto. In attesa dell’impossibile, riempivamo i bar e le piazzette e, fra un caffè e un Peroncino, ci si passava il Messaggero o il Paese, frugando fra gli annunci di lavoro i più disparati, troppo spesso mal pagati e senza tutele.

Ogni tanto qualcuno riusciva a tirarsi fuori dalle macerie e alzare la testa. Allora, tutti stringevamo i denti e tenevamo duro ed io, tanto pe’ campà, spacciavo prodotti di bellezza, lacche per capelli e detersivi. ‘Na favola!

Ogni giorno il furgone cambiava zona. Di preferenza quartieri popolari, enormi dormitori con pochi negozi, centinaia di appartamenti e scale, scale, scale… Ci scaricavano con i borsoni colmi di sottomarche nei differenti lotti di palazzine, per poi riprenderci a fine giornata. Tanto hai venduto e tanto hai guadagnato. Bisognava essere suadenti per evitare le porte in faccia e i «nun ce serve gnente, grazie» e arrivare al tramonto con un piccolo attivo.

Fra noi, c’erano quelli con la faccia tosta, come Enea, che avevano le battute giuste e vendevano come maghi, e poi gli imbranati, fra cui me, per i quali troppo spesso, a sera, la sacca sembrava più pesante del mattino.

Ma si andava, si andava comunque, anche per cinquecento lire al giorno (il caffè ne costava quasi cento). Il tutto era tenersi alla larga della povertà che se si interiorizza è come tutte le disgrazie o le malattie: alla fine ti annienta. Bisognava tenerla a distanza, questo era l’obiettivo, sotto controllo come un bacillo infettivo.

Quella mattina Enea venne con un’ora di ritardo e il furgone ci sfuggì sotto il naso lasciandoci sotto dei goccioloni freddi e opprimenti. Andammo nel bar all’angolo a bere il sacro cappuccio.

– È un male per un bene – esordì Enea, coi baffi di panna del maritozzo sul muso – C’ho ‘na dritta bonaUn lavorone. Ho discusso con un capo cantiere, un conoscente. Assumono una squadretta giovane, ma al nero. Soldi contanti. Sette otto manovali per il nuovo palazzo delle poste, vicino a quello dei Congressi. Danno dodicimila al giorno, oh, dico, più de du’ scudi. Ogni sera quando stacchi te li mettono in bocca… Aho, so sordi!!! – insisté Mi’ madre deve da lavorà ‘na settimana pe’ guadagnalli.

Eravamo solo in tre e tre non bastavano e occorreva presentarsi sul posto prima di mezzogiorno, ché poi il ragioniere avrebbe lasciato il cantiere.

– Io un po’ di disgraziati ce l’ho – dissi – quelli vengono. Ma bisogna riscendere al Tuscolano. Fra poco li troviamo tutti al bar, a piazza Don Bosco.

Andammo in quartiere per il reclutamento. Alle undici la combriccola era già pronta. C’era il Pecora, così detto poiché arrestato a un posto di blocco con quattro o cinque agnelli in macchina di cui era stato denunciato l’abigeato. Duilio, secondo anno di architettura, capelli lunghi sulle spalle e barba incolta. Manlio, comparsa a tempo quasi pieno, detto «er Davoli» per aver fatto il figurante per Pasolini in uccellacci e uccellini e anche nel decameron. E in ultimo Quirino, pelato, la quarantina, l’unico sposato e con un figlioletto, dieci anni di montaggio in fabbrica, sull’Anagnina, e poi più nulla.

Ci recammo tutti sul cantiere, elettrizzati come se dovessimo riscuotere un terno al lotto o partire per le Hawaii. Un capo mastro in tuta blu ci riunì all’entrata, era il conoscente di Enea. In due parole ci spiegò il da farsi. C’era «semplicemente» da caricare e montare a mano, su e giù per le impalcature, i pesantissimi impianti di aerazione e ventilazione, con gli aspiratori, i condotti e i rotoli dei cavi.

– E la gru non li po’ tirà su st’affari? – chiese Quirino. Ma nessuno rispose.

In quattro provammo ad alzare uno dei motori, ancora incellofanato. Quei vecchi modelli dovevano superare i cento chili. Restammo sì e no un minuto con uno di quei mastodonti sulle braccia, spostandolo avanti e indietro per una decina di metri, alcuni paonazzi e altri pallidissimi per lo sforzo, sotto lo sguardo attento di un tracagnotto incravattato appena giunto, il ragioniere.

Guardai su. L’ultimo piano era così distante, inaccessibile, quasi estraneo. Dava l’impressione di appartenere al vento e non alla terra. Solleticava sinistre nubi cariche d’acqua e ci snobbava dall’alto, mentre in basso tutta quell’attrezzatura sembrava ancorata al suolo: un’enorme massa di rame, ferro e piombo da portar su, su fino ai cumuli grigi.

Aho! So’ ‘na caterva – grugnì il Pecora – e poi, a regà, fa propio freddo!

Che devi da fa’ – sospirò Quirino – Mejo ‘e chiappe gelate che ‘n gelato tra ‘e chiappe!

Luciano, senza fiato, si asciugò il sudore cercando il mio sguardo.

– Per me va bene – sussurrai – Ci cambia dal borsone e tutte quelle scale.

– Allora? – chiese il capo mastro – decidetevi, che il dottor Trombetta non ha tempo da perdere. O è si o è no!

Trombetta, fece risuonare un tubo vuoto, picchiettando con il lapis, per richiamare l’attenzione. Quindi aprì bocca, una fessura appena visibile risucchiata dalle guance paffute e porporine, con in mezzo un naso largo, all’insù.

Ahò, me pare er salumiere de mi’ madre – scherzò Manlio – C’ha a stessa nasca! Pe’ scaccolasse ce po’ ‘nfilà er ditone.

– Vi diamo dodicimila al giorno – attaccò il tipo – Si comincia alle sette. Pausa da mezzogiorno all’una e alle quattro via, finirete un’ora prima degli altri. Ci sono circa dieci giorni di lavoro ma, se chiudete entro una settimana, c’è un premio, cinquemila a testa. Se siete d’accordo, prendo i nomi e domani mattina iniziate. Non c’è nulla di complicato, un paio di operai vi seguiranno e vi diranno dove posare il materiale, un piano dopo l’altro, mentre i tecnici passano i cavi nei condotti, per gli allacci.

Ci studiammo. Ognuno cercava il sì o il no negli sguardi degli altri. Il Pecora restò a testa bassa, piuttosto incerto.

E dimo che vabbé – esordì Enea – però ce pagate ogni sera, come ha detto er capoccia.

In fila, demmo nome e cognome. Avremmo potuto dire mago merlino, lo avrebbe scritto sul notes senza battere ciglio. Il Pecora, disse semplicemente pecora, scuotendo la testa a sinistra e a destra, per nulla convinto, e quello scrisse pecora.

Il vento prese a sibilare freddo e ostile fra i corridoi e le finestre vuote dell’edificio mentre il boato di un tuono venne a suggellare quell’ennesimo sciagurato patto per la sopravvivenza.

Forse il cielo era a favore oppure contro, chissà, ma, il fatto di non aver firmato nulla ci lasciava una via d’uscita. Avremmo potuto smettere e andar via in qualsiasi momento.

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Mejo così – concluse Quirino – ‘N se sa mai, metti che ce pia male!

Era l’inizio di marzo del 72 e l’inverno, che non sentiva ragioni, teneva testa alla primavera, mandando giù, ostinato, tutto quello che gli passava sottomano. Ci lasciammo sotto un’improvvisa gragnola di chicchi gelati.

* * *

Ci fecero parcheggiare al coperto, uno spazio mal illuminato tra le colonne in cemento del pianoterra, forse perché pioveva a dirotto oppure, visto che eravamo al nero, pensavano di tenerci lontano dagli altri operai. Non c’era pavimento ma la terra era ben battuta e asciutta.

– La pausa pranzo la fate qui, al riparo – disse il capo mastro, accompagnato da un operaio, un certo Pompeo, e dal guardiano del cantiere, uno smilzo ossuto coi pantaloni gialli con la pettorina a bretelle e un berretto rosso con la scritta «sicurezza».

Indossammo vecchi abiti caldi e seguimmo Pompeo in fondo al sottoscala, dove c’erano le bobine di legno avvolte da grossi cavi.

– Si comincia con queste – disse – oggi completiamo il primo piano passando per le scale, ma in seguito dovete tirare su tutto dai ponteggi, ché dal secondo al quinto stanno mettendo ancora le putrelle per le rampe. Mi raccomando, con cautela, e non fatevi prendere dalla fretta, cinquanta metri di questo cavo fanno più o meno un quintale. E poi ci sono i motori, pesanti e scomodi da prendere.

– ‘Sto Pompeo me pare ‘n brav’omo, me piace – approvò Duilio, che per l’occasione s’era legato i capelli sulla nuca in alto, un pallino alla samurai tenuto da un fiocchetto. – Nun se famo pià da’a fregola, annamo piano, senza mettece ‘r core.

Montammo le bobine a quattro. Gli altri si attaccarono ai condotti zincati e ai ventilatori. A fine mattinata avevamo caricato e disposto, là dove aveva indicato Pompeo, un misero quarto del materiale previsto per la giornata, ben lontani dall’obiettivo imposto. Doloranti e privi di forze, con le facce sudate e smarrite, eravamo già cotti. Pompeo tirò fuori delle sigarette e fece un giro.

– Cercate di riposarvi un po’ – ci esortò – come primo giorno non c’è malaccio. È questione d’abitudine, vedrete che domani andrà meglio. Vennero alcuni operai, accostarono delle casse, si sedettero e tirarono fuori il portavivande. Uno di loro disse a mezza voce – Aho! Ce so’ i magnifici sette. C’è pure Yul Brinner, ma ‘o sai er culo che se fanno questi! E di’ che ce lo volevano fa fa’ a noi.

Il capo mastro venne a dare un’occhiata, seguito dal guardiano. Ci studiò a uno a uno, senz’altro per valutare se eravamo la squadretta giusta e se saremmo arrivati alla fine dell’incarico. Soppesò a occhio gli elementi a terra, brontolò qualcosa fra i denti e i due sparirono.

Faceva freddo, eravamo in piena corrente d’aria e il sudore si raffreddava sotto le maglie. Fuori la pioggia martellava, abbondante e intensa, a ricordarci che non c’era via d’uscita. Eravamo come sorci intrappolati, incastrati all’angolo dal gatto.

Ci sedemmo fra le tubature e i profilati. Manlio cedette la metà della frittata – Manco ch’ho più fame – si lamentò, e si coricò in terra sui cartoni. Due secondi dopo russava, rannicchiato con le ginocchia sollevate contro il petto.

Dopo il panino, raggiunsi Enea nella seicento, reclinai il capo e caddi in uno stato soporoso, fino all’urlo straziante della sirena.

– Caffè? – propose Enea

– Caffè!

Si nun moro oggi, nun moro più!

 

Quel pomeriggio montammo condotte in lamiera e altri aggeggi. Tutta roba difficile da afferrare. Con delle corde fabbricammo delle maniglie per ottimizzare il sollevamento e il trasporto. Non ci voleva nessuna abilità, solo forza fisica e molta resistenza.

Era quasi finita la giornata quando udimmo uno strillo. Luciano s’era infilato un chiodo di una stecca d’imballaggio nella mano destra. Da parte a parte.

Pompeo trovò dell’alcol, ma nemmeno un cerotto. Lo bendò stretto con un fazzoletto e Luciano riprese il lavoro finendo la giornata con una sola mano, smadonnando a tutto spiano.

– Meno uno – fece Enea – Questo so ‘o semo giocato. Vedrai che domani non viene.

La paga arrivò alle quattro e mezza. novemila a testa, le tremila mancanti le avremmo percepite a lavoro ultimato, una sorta di cauzione per evitare che filassimo via prima. Qualcuno protestò, pur intascando i biglietti da mille e cinquecento lire, altri sbadigliando raggiunsero l’una o l’altra auto.

Questi so’ pazzi. Altro che lavori forzati – commentó Luciano, mentre il Pecora sbraitava dal finestrino – A regà: game overe! Se n’annamooo! L’inferno ariapre domani!

* * *

Trascorse una settimana e sgobbammo pure di domenica. Enea, barba ispida e nemmeno più profumato, proteggeva le sue dita avvolgendole con cerotti e nastro isolante. I guanti sono una cosa personale, sostenne il ragioniere, immaginate la spesa se dovessimo fornire tutti di tutto.

Eravamo doloranti, le schiene a pezzi, le braccia e le mani sbucciate e indolenzite. Salivamo sui ponteggi ondeggianti, spesso scavalcando i tubi delle impalcature con enormi zavorre che la gravità voleva a tutti i costi riportare in basso. A volte passavamo così rasente al limite del pianale che era meglio non guardare di sotto.

Luciano continuò a lavorare con la mano bucata, infilata in uno spesso guanto da elettricista. Avevamo facce livide, diverse, derubate di ogni sorriso. Persino il caffè della sora Elvira pareva meno buono.

Passerà, sospiravamo ogni mattina all’alba, al solito appuntamento con Enea, mentre svuotavamo un thermos (ora ne portava due) e provavamo a riflettere e motivarci per raggiungere il cantiere.

– Come fanno quelli che si guadagnano il pane così, tutta la vita?

– A ‘sto ritmo? Non credo che esistano.

– Ma tu scherzi. Forse qui è raro, ché i romani non li buggeri mica, ma altrove, in altri posti…

– Guardate che lavori inumani ce n’è ovunque e magari dieci dodici ore al giorno. Noi, quando suona la sirena, rientriamo a casa e mamma ce fa trovà ‘na bella pasta.

Ce stanno a fregà, mo te l’ho detto, o magari se stamo a fregà da soli, co’ le mani nostre…no’ ‘o so. Ma tanto è uguale, che differenza fa? Sempre fregati semo.

Dai, che fra pochi giorni è finita.

– Pochi giorni? Ci vorrà almeno un’altra settimana.

– Ce la faremo?

– Bah! Il capo mastro sostiene che se non recuperiamo il ritardo è un casino e Trombetta, quando viene, manco saluta.

– È vero, sembra che quer buzzicone ce stà a fà ‘n favore.

L’inquietudine stava penetrando nell’anima, rosicando ogni giorno frammenti di certezza, ottimismo, stima di se. Eravamo spompati e soprattutto distratti e quel giorno, nel primo pomeriggio, avvenne l’imprevisto.

Manlio scivolò mentre montavano a quattro un climatizzatore. Cadendo, fece perdere l’equilibrio agli altri tre e Quirino fu proiettato verso l’esterno. Urtò la faccia a un giunto metallico, con violenza. Aggrappato a un tubolare del ponteggio, fra il quinto e il quarto piano, con i piedi ciondoloni nel vuoto, si pisciò addosso dallo spavento.

Lo issammo su. Aveva tutto un lato del viso, fino all’angolo della bocca, scorticato a sangue. Lo aiutammo a scendere al pianterreno. Pompeo ci raggiunse con una fiaschetta di grappa e gliene fece ingurgitare una sorsata. Quirino si sciacquò la bocca e sputò in terra, poi, seduto ritto sulla sedia, lo sguardo stralunato, cominciò a battere i denti mentre il sangue ora gli colava anche dal naso e l’occhio cominciava a tirare al viola.

Restammo lì una decina di minuti, cercando di dire cretinate per farlo reagire e rinfrancarlo. Vennero gli addetti al montaggio e alcuni operai. Qualcuno telefonò a Trombetta che dette ordine di pagargli la giornata e spedirlo a casa.

Di lì a poco, si avvicinó uno mai visto prima, vestito con giubbino di renna e dolcevita, e gli consegnò tremila lire. Era uno dei geometri, pure lui del Tufello. Disse: Aho, sembri uscito da ‘na rissa co’ ‘n’orso. Adesso chiamo un taxi. Fatte portà al pronto soccorso, ar Sant’Eugenio, ma nun di che t’è successo in cantiere, me raccomanno, sennò so’ cazzi!

Dopo una mezz’ora giunse l’auto e Quirino montò dietro.

– A regà – disse senza voce, col fazzoletto arrossato dal sangue che tamponava la ferita – Pensatece voi a recuperà er resto. Domani nun ce vengo. Anzi, nun ce vengo propio più. Vaffa frega, me ne sto a casa co’ mi moje e ‘a creatura!!!

Alle quattro in punto staccammo. Un pizzico di sole rischiarava il pianoterra mentre fumavamo in silenzio, aspettando il ragioniere. Ma quella sera, niente paga. Il capo mastro ci annunciò che Trombetta aveva avuto un impedimento ma che l’indomani tutto sarebbe ritornato in ordine e ci avrebbero retribuito i due giorni.

Enea si alteró – A Mimmoo! – gridò, mentre l’altro si stava allontanando – Dicce ‘a verità, che sei pure ‘n’amico de mi madre. Ascolta: questi nun ce vonno pagà perchè ch’anno paura che domani ‘n viene più nisuno. Ma te pare ‘na cosa giusta, cor mazzo che se stamo a fà? Ma che dovemo d’annà ar sindacato?

Mimmo alzò le spalle, rispose che non dipendeva da lui e che era là per controllare e far avanzare i lavori, nient’altro.

Quando fummo soli, il Pecora, Manlio e Duilio riempirono il bagagliaio con dei grossi spezzoni di rame e cavi elettrici, di cui alcuni già denudati della plastica. Apparentemente dei residui messi belli in ordine da qualcuno che aveva avuto la stessa idea. Dovevano esserci settanta, ottanta chili di roba e il retro dell’auto si abbassò visibilmente.

– Si recupera il metallo e si vende. I soldi vanno a Quirino che ancora un po’ ci resta secco – ci spiegò Duilio.

Ce n’è pe’ ‘na cifra. Più de ‘no scudo – aggiunse il Pecora.

Non fecero in tempo a richiudere il cofano che arrivò il guardiano, a grandi passi. Spuntò fuori da dietro una colonna, era come se fosse stato tutto il tempo lì, nascosto a spiare.

– Quella roba – gridò – la rimettete dove l’avete presa, e in fretta.

Quale roba? Ma de che parli? – ribatté il Pecora e prese posto in macchina. Ci avvicinammo a braccia conserte, non tutti avevamo capito quello che stava succedendo.

Forza, regà, salite che se n’annamo – proseguì il Pecora mentre il guardiano s’era piazzato davanti alla macchina e faceva ostruzione.

– Questo sta a scaciottà. Mo scenno e je do ‘na papagna.

E subito arrivò Trombetta, seguito dal tizio delle tremila lire e da un ragazzotto piuttosto piazzato

E mo, er ragioniere da ‘ndo esce? – sollevò Enea – Ma nun ch’aveva ‘n’impedimento?

Ci fu un ribollimento generale.

– Che presa per culo, questo è ‘mpedito solo pe’ dacce i sordi!

– Guarda quant’è bellino cor casco de sicurezza, ner caso uno je desse ‘na tortorata.

– Ma davero….

* * *

Ci concedemmo un solo giorno di pausa prima di riprendere il lavoro con la mondopulito e affrontare la solita infinità di gradini. Decisamente, la mia vita era tutto un sale e scendi. Gli dei si divertivano forzandomi, come il figlio di Eolo, a montare pesi fin su, sempre più in alto, per poi ricominciare da capo, senza fine.

Enea era riuscito a rabbonire il capo settore che ci aveva reinserito nella stessa squadra. Mancava Luciano, che aveva iniziato un corso da infermiere mentre Manlio aveva preso il suo posto in attesa di un film di Steno, con Buzzanca, in cui a turno lavorammo tutti.

Quel mattino, prendemmo il cappuccio nel solito baretto. L’inverno aveva finalmente schiuso le porte alla primavera e i primi raggi di sole fecero capolino fra i tavolini.

– Ho rivisto Mimmo, er capo mastro – ci confidò Enea, felicemente infuso nel suo dopobarba.

A Enè, ma te ce fai er bagno co’ ‘sto profumo? – punzecchiai.

Sorrise e ne tirò fuori un campioncino ancora nella scatolina. Tiè, pi’a – mi disse – che quanno ‘a gente t’apre ‘a porta fa effetto! Damme retta.

– Allora? -chiesi – che dice il sor Mimmo?

– Apri bene le orecchie. Non me l’ha detto chiaro e tondo ma io l’ho capito e adesso so come stanno i fatti: quel rame ce l’hanno messo apposta. Era un tranello, un adescamento pe’ facce abboccà.

Era possibile. In effetti, secondo il costruttore, andavamo a rilento e il costo della manodopera era elevato e così, a detta di Enea, avevano messo in piedi quello stratagemma per metterci con le spalle al muro, magari nei guai, e toglierci di mezzo – E er Pecora – sottolineò Enea – ‘sto farloccone, s’è fatto beccà cor sorcio ‘n bocca.

Così, Trombetta, quel pomeriggio, aveva fatto di tutta l’erba un fascio e messo l’intera squadra alla porta, anche coloro che non avevano partecipato al presunto furto del rame. E per le tremila giornaliere mancanti, potevamo metterci una pietra sopra. Quello che avevamo intascato dovevamo farcelo bastare, ché era anche troppo per quello ( o per quel poco ) che avevamo «reso» all’azienda in una settimana.

Riuscimmo almeno a ottenere la parte di Quirino perché, se da un lato ci fu lo spettro della denuncia, dall’altro Enea cercò di intimorirli e li minacciò di tirare in ballo l’ispettorato del lavoro.

– Aho! A me mica m’empressionate – ringhiò – io ve sguinzajo er sindacato e, ancora de più, monto fino ar ministero, e poi vedemo chi ce va ‘n galera, che ch’avete fatto lavorà come funamboli.

Quella sera il borsone era leggero. Per la prima volta l’avevo svuotato e nel fondo c’era rimasto solo un abrasivo per le pentole. Non avevo mollato un attimo, mai, nemmeno davanti ai più recalcitranti, a quelli che aprivano la porta con la catenella, a quelli che avevano di tutto, a quelli che dormivano di giorno, ai vecchi soli, alle mamme indaffarate coi marmocchi, ai disperati, ai terrorizzati e ai delusi, ai malfidati e ai moribondi. La mia percentuale superò seimila lire, un record, il mio record personale, il doppio di Enea che aveva appena sfiorato il suo tremila abituale.

Era sabato, giorno di paga. Il capo squadra contò i biglietti e scrisse la somma sul foglio settimanale – Oggi hai fregato a tutti, disse, dandomi una gran pacca sulla spalla. Mi sentivo bene, quasi spensierato. Non avrei mai pensato, piedi gonfi a parte, di ritrovarmi così in forma dopo una tale sfacchinata.

Decisi di non rientrare subito in quartiere e andare un po’ in giro a respirare un po’ de Roma mia. Camminai sotto un tramonto sfacciato, col sole sanguinello, di quelli che oltre ai tetti e alle cupole tingono e confondono il grigiore dell’animo umano, che pure i diavoli (e i Trombetta) s’encantano a guardà.

Bighellonai verso Sant’Eustachio. I marciapiedi erano affollati di gente che aveva finito la giornata e di giovani, anziani e turisti. Tutti zompettavamo come grilli, eccitati dall’amalgama di quell’aria primaverile e la magia delle antiche strade.

A un tratto, mi ritrovai con le mani in tasca e, mentre l’una stringeva i sei biglietti da mille tutti incartocciati (un vero trofeo!) l’altra trovò il flaconcino, ormai vuoto, di Enea.

Oh, hai visto che to ‘o sei sparato tutto? – aveva scherzato mostrandomi delle altre scatoline omaggio.

Dietro al Pantheon, vidi il negozietto. Entrai. C’erano sei o sette clienti. Aspettai il mio turno curiosando tra le boccette, le creme, i make-up e la marea di accessori.

– Desidera? – chiese infine la commessa.

– Acqua Velva – risposi, col bigliettone sgualcito nelle mani – Blu, naturalmente!

acquavelva


Credits

Immagine in evidenza: di withnail80 

Roma ghetto: anlopelope

Castel Sant'angelo:Mariano Mantel

Aqua Velva da internet
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