Il diario di Yol

Quando ho finito di scrivere questa novellina, alla fine degli anni ottanta, mi sono messo paura da solo, e sono subito corso a comprare un alberello. Non avevo terra ma lo presi e andai a piantarlo nel giardino di un amico.

Il diario di Yol

(ovvero 37° Celsius, a malapena)

E subito riprende

Il viaggio

Come

Dopo il naufragio

Un superstite

Lupo di mare.

(Giuseppe Ungaretti)

Il mio nome è Yol, della famiglia Cussumeci.

Quando mio padre morì sul fronte di Aleppo, lasciando sole la piccola Rachele e la mamma in mia dolce attesa, quest’ultima pregò a lungo perch’io nascessi femmina, poichè i maschi – decretò – sono dei gran piagnoni e poi vanno tutti alla guerra e lasciano in lacrime noi donne! La chiamerò Yolanda come la nonna, che ha tirato fino a cent’anni!

Venni al mondo e mia madre mi chiamò Yolando, senza possibilità di scampo, per partito preso. Nemmeno un misero secondo nome cosicché nessuno potesse prendersi la briga di chiamarmi in altro modo.

Studente, ebbi molti colleghi stranieri, fra i quali un indiano, un certo Balram, nativo della città di Yol, nel Pradesh. Benissimo, pensai, non può trattarsi di una coincidenza, Balram ha incrociato il mio destino perch’io prenda pienamente coscienza che ho un nome inverosimile.

Colsi la palla al balzo e lo dimezzai. Yol, dissi a mia madre, sarà più che sufficiente ed è ben proporzionato. Che nessuno mi chiami più Yolando!

Divenni geometra e praticai a lungo il mestiere, negli anni in cui costruire aveva ancora un senno. In seguito, con la fine delle stagioni e il progressivo e inesorabile aumento delle temperature, mi gettai a testa bassa in un progetto di case frescura (in rattan e lacci di salice intrecciati) ma anche questo non durò a lungo, poiché le piogge prima si fecero rare e poi svanirono del tutto e così gran parte dei corsi d’acqua, tanto che la sovrana vietò l’irrigazione delle piante non commestibili e gli arbusti da vimini vennero meno.

Allora, abbandonai la professione e migrai più a nord, nell’Agro Pontino. Passai alla musica, di cui avevo già qualche rudimento. Mia madre mi passò il prezioso oboe d’amore in palissandro, eredità del nonno Pietro, e per anni presi corsi alla scuola del maestro Caccamo, uno dei migliori. Mi era stato consigliato da un intimo amico di Taiabbue, il taverniere di Anzio dove consumavo le domeniche.

Finii male. Senza soldi né buoni vestiti – l’ultimo è quello che porto sempre nel sacco: un doppiopetto di acrilico blu che data circa quarant’anni. La giacca non ha alcuna utilità, è solo un cimelio, un oggetto antico ma prezioso che conservo con cura e mi ricorda le ultime e rare precipitazioni d’inverno.

Ora, che anche febbraio si fa beffe di noi e ci arrosola con quaranta e passa gradi all’ombra, anch’io indosso la popolare maglina in fibra di carapace. Ha un odoraccio ma è più adatta a questo caldo demenziale.

Ho una barba che sembro San Cristoforo. Sarebbe bene che quel testone di Melchiorri mi passasse forbici e rasoio. Dice sempre di si e poi li dimentica di proposito, ne sono certo.

Fuori i cammelli blaterano e sbuffano mentr’io inganno l’afa scrivendo queste pagine.

I cammelli! Che idea far venire i cammelli qui a Segesta. Melchiorri afferma che presto saranno perfino nella fu Milano. Melchiorri è l’ingegnere capo. È lui che ha costruito questa fortezza in mattoni d’alga. Sembra che sia una mente coi materiali di riciclo ed è lui che ha fatto il mio nome (a seguito di un alterco) al faltabolo della missione, al quale sostenne d’aver bisogno di un assistente, qualcuno capace di servirsi del vecchio tacheometro, un archetipo del ventunesimo secolo che avevo imparato a usare negli ultimi anni di scuola.

– Sa bene che il nostro incarico è segreto. Siamo già abbastanza così – fu la risposta del faltabolo. Ma Melchiorri non si arrese, si inasprì e alzò anche il tono:

– La misurazione delle coordinate è primordiale e non abbiamo strumenti moderni – argomentò – ho bisogno di qualcuno che sappia usare quell’aggeggio ammuffito. Se devo fare tutto io i tempi saranno lunghissimi.

E la spuntò così, costringendo il vecchio capo dell’ambasceria a inserirmi nel programma e per me fu il gran ritorno in patria.

Melchiorri, ebbe il grande torto di sposare mia sorella Rachele, qui in Trinacria, in un polveroso e desolato mese di giugno di alcune estati fa, sotto un sole inclemente e uno scirocco torrido e disseccante che la facevano da padroni e iniziavano a ridurre l’isola, oramai messa a tappeto da una cappa che oscillava intorno ai cinquanta gradi, in un’arida distesa di sabbie grigie e pietrisco odorosi di metallo, e la volta (ex celeste) iniziava già ad assumere questo color avana sbiadito, così accecante da dissuadere chiunque ad alzare lo sguardo, obbligando noi poveri Cristi a camminare col capo chino, come penitenti. La mamma, sempre arzilla, dall’alto dei suoi novant’anni sentenziò: – Il cielo sta prendendo il colore della carta da forno d’un tempo. Ormai è chiaro che il diavolo ci sta arrostendo come grilli e fra poco, vedrete! ci mangeremo ben cotti l’uno con l’altro.

Ma quel giorno, nel pomeriggio, venne giù un miracoloso scroscio d’acqua, acida e sporca, ma pur sempre gradita. Io suonai felice, sotto quell’insperata pioggia fine e fitta, seguendo con lo sguardo quelle morbide nubi passeggere, simili ai fiocchi di zucchero filato della mia infanzia.

Mia madre pianse e abbracciò Rachele ripetendole – È buon segno, è buon segno! – e subito le sparò un antiquato proverbio augurale:

Se la sposa ha bagnato i piè – recitò – alla fine dell’anno sono in tre! – e inumidì a più riprese i piedi e il capo di Rachele con l’acqua piovana.

Fu una vera festa, mangiammo legumi freschi e anche sargasso, mauru con aceto di bambù e petali di nasturzio (già allora introvabili).

A metà pranzo, mia madre, con un goccetto nelle vene, si fece aiutare per salire sul palco e tenne un discorsetto sconclusionato:

– Fammi una femmina, figliola mia, almeno tu, che i maschi non hanno più amor proprio, e si son fatti togliere il diritto di voto e smantellare le chiese perché siano in numero proporzionato alle sinagoghe e alle moschee, manco fossimo ancora in Europa, ed ora siamo separati dalla penisola e il continente è frammentato come ai tempi di Mazzini. Io dico, evviva la nostra regina che è una persona spirituale e morale! Evviva le donne!

Nessuno capì granché ma ci fu una lunga ovazione e ognuno tornò a mangiare e tracannare e Rachele ed io salimmo sul palco a recuperare la vecchia mamma, brilla e malferma.

Avevamo alzato tutti un po’ il gomito, ma Melchiorri uscì dai limiti e bevve come un orco. Di colpo divenne paonazzo e cominciò a tremare sulle gote e sotto il mento, a causa degli psicotropi della bevanda sintetica. Quando il lungo ciuffo di capelli (portato di norma all’indietro) gli piombò sugli occhi mi cercò a tastoni, scilinguando inebetito. Era già sera e lo portammo di peso nell’alcova, una tenda riccamente decorata e predisposta alla prima notte di nozze dove mia sorella lo aspettava fremente, camminando su e giù con i suoi piccoli piedi nudi, sugli antichi tappeti della nonna.

– Con me parti male, bello mio! – s’infuriò Rachele – questo matrimonio non reggerà mai, te lo do a cento contro uno, altro che sposa bagnata!

Sei mesi dopo fuggì con un commerciante di carne (fennec e coyote d’allevamento) pare su un’isola delle Cicladi (non ne abbiamo più avuto notizie).

Melchiorri non si consolò facilmente ma trovò in me un amico e nella musica un valido conforto e a sera, quando il mare si ritirava dalla riviera di levante lasciando sulle antiche spiagge di Nerone solo gli odori salmastri delle alghe e del putridume dei pesci morti, veniva al ristorante dell’Antica Teglia a bere e spulciarsi il cuore dai malanni, mentre Taiabbue friggeva zeppoline di alghe e nudibranchi ed io suonavo fra i tavoli, in cambio di un pasto caldo e acqua pulita.

Brav’uomo, non mi dimenticò mai e a lui devo il mio ritorno nella mia amata terra e il giorno in cui fece il mio nome al faltabolo rinacqui (qui si mangia a pranzo e cena!) e il problema numero uno della mia esistenza si risolse di colpo.

Arrivai alla missione senza valigia, solo una tracolla con pochi indumenti, l’oboe e qualche spartito.

Un gruppo di cammelli sembravano in attesa davanti al portale. Dietro i quadrupedi il faltabolo, in grande uniforme nera, dietro il faltabolo Vittorio Melchiorri, con una sorta di fazzoletto madido di sudore sul cranio a guisa di copricapo e la ciocca lunga e già grigia che spuntava di lato. Mi parve sfatto. Aveva occhiaia blu e la fronte tutta solchi e rughe, fulminato, annientato dalla forsennata canicola e dal lavoro, ma forse anche dall’intramontabile nostalgia di Rachele.

Venne ad abbracciarmi e si affrettò a dirmi: – Abbiamo toccato i cinquantanove gradi Celsius, però abbiamo un pozzo, sai? L’acqua è salata ma viene su fresca.

Attraversammo il cortile, ampio e ovviamente dominato dal sole, senza aprir bocca. Di lato, un enorme quadrante solare senza l’asse verticale, giaceva inutile come una scusa. Sul disco, tracciato di segni scoloriti che un tempo avevano indicato il trascorrere delle ore, qualche buontempone aveva scritto a vernice nera: Scusate il ritardo, è molto che aspettate?

Più in là, semi nascosto dalla penombra del muro di cinta, un giovane leone dava strattoni alla catena e al suo spesso collare di metallo. Mi fermai.

– Anche a me ha fatto effetto la prima volta – disse Melchiorri – Qui li tengono tutti ai ferri. Pare ne siano sbarcati almeno un centinaio, ora che Segesta è bagnata dal mare, ma non si sa né come e né quando. E le scimmie, ci sono scimmie che vivono sulla spiaggia! E sono carnivore! Proprio come i leoni…

Camminando, mentre seguivamo l’uomo in nero, continuai a sbirciare quel gattone selvatico. Ero intimorito ma, più che altro, il fatto di vederlo attaccato a un ceppo come un cane da guardia mi confuse decisamente le idee. Ma niente oramai è più plausibile, ben poco stupisce e accettare aiuta a sopravvivere.

Attraversammo un portico e una fragranza di pietanze cotte m’invase lo spirito (sembrava cacciagione, avrei detto lepre, anche se di lepri non ce n’erano più da un pezzo).

– Cazzo, si mangia! – esclamai grossolano – ma venivo da un lungo digiuno e la battuta scappò via da sola, involontaria.

– Può rifocillarsi – reagì con tutt’altra eleganza il faltabolo – Faccia pure una pausa e prenda tutto il tempo che vuole – e aprì l’uscio dal quale fluiva l’odore del cibo – Oggi fennec in fricassea. Spero che lei non sia di gusti difficili come qualcuno! (pronunciò quel qualcuno! alzando di proposito la voce, lo sguardo cupo puntato su Melchiorri) e aggiunse sfottente: Cu la voli cotta e cu la voli cruda, quel povero cuoco non sa più dove mettersi le mani. Inoltre, il fennec è ottimo, meglio del coyote e Taiabbue lo prepara con i fichi d’india per temperarne il gusto. Quel cuciniere è un genio, vedrà che sciccheria.

– Taiabbue? – esclamai stupito. Melchiorri mi strizzò l’occhio e mi fece segno di tapparmi la bocca.

– Ci rivedremo con calma – riprese il faltabolo – Lei ingegnere gli assegnerà la camera nell’area australe, accanto all’alloggio di Alba Concetta. Non lo mettiamo nel dormitorio – e aggiunse, con un sorriso che gli mise la mandibola di sguincio – U ciavuri i pere è potente (l’odore di piedi è potente).

La stanza.

Il locale è piccolo e basso (il soffitto non supera di trenta centimetri la mia altezza). Una sedia, un tavolo con su una lampada di sale, uno scaffale vuoto. Il letto è un gran sacco imbottito di crine. Sulla parete di fronte, la testa impagliata di una iena (tutt’altro che ridens!) ha l’aria goffa e indignata.

Non c’è porta.

– Per ora starai qui – disse Melchiorri – non è male.

– Perché per ora? Ci sono altri alloggi?

– I lavori sono altrove, più a sud, dove prima era Montallegro, a due passi dal litorale.

– Quando comincio?

– Non subito. Mancano alcuni materiali.

– Dimmi, Vittorio, di cosa si tratta?

– Ti sembrerà strano, ma stiamo lavorando su un progetto di piramide.

– Hai detto piramide?

– Si, la edificheremo con materiali meno nobili. Sarà alta circa sessanta metri.

– E a cosa può servire?

– Il faltabolo ti spiegherà con calma. Vedrai, l’idea affascinerà anche te.

Aveva tutta l’aria di uno che volesse defilarsi, sottrarsi alle mie domande. Continuai:

– Sento odore di mistero, robe mistiche, stramberie. Comunque, basta che c’è da mangiare…

– No, nessun misticismo Yol, tranquillo, ma si è fatto tardi, sono atteso.

– Allora, cosa c’è sotto? – insistetti – Una nuova arma?

– Ancora armi? No, no. Non c’è nulla di militare qui, ma riposa ora ti prego, io ho molto da fare. Ne riparleremo, abbiamo tutto il tempo.

Melchiorri partì, io tolsi l’oboe dall’astuccio e suonai fin quando, a tramonto inoltrato, l’odore della tavola imbandita non venne a colpirmi di nuovo come un diretto allo stomaco.

Note diverse del giorno dopo.

Melchiorri m’ha portato uno specchio (ma non il rasoio).

Ho la barba ingiallita, la stanchezza del lungo viaggio ancora sul volto e l’aura celeste del musicante. Quando osservo la mia immagine riflessa, uno sguardo straniero mi esamina di traverso.

Ho perso qualche lacrima, non capisco se di gioia o disperazione. Sono cadute a mia insaputa, spontanee, come da un rubinetto spanato. Sapevano di sale e di ruggine o di sangue, non so. Ho uno sguardo allucinato da ragazzino intimorito dal buio e il resto è frusto e malconcio. Non conto più gli anni, né i mesi né tantomeno i giorni. A volte conto le ore, quello si, quando so che un po’ di cibo o un po’ d’acqua decente mi aspettano da qualche parte

lacrime

La zuppa delle diciotto è buona e copiosa, mi è sembrato di sentire un gusto d’aglio, ma chissà cos’è.

Ho bevuto latte di cammella.

Finalmente dopo cena ho incontrato Taiabbue e conosciuto gli altri componenti del gruppo.

Levi – non ho capito bene cosa fa, ma ha a che vedere con i giardini, o gli orti. Melchiorri dice che un tempo clonava vegetali (è bonario e panciuto, con un’aria sovralimentata e felice da prete di campagna. Quando qualcuno spara una cazzata, si scompiscia dal ridere. Sembra proprio che per lui l’inferno abbia stabilito una tregua).

Sciacca – entomologo (baffi lunghi a manubrio, ben curati, alla «belle epoque» dice lui. Mangia con lo zuccotto in testa, un fez di panno azzurrino che gli da un’aria di vecchio mago svampito).

Panigada – la geologa (porta la matita all’orecchio e legge fiabe di fantascienza).

Del Piano– impianto di desalinizzazione (con spessi occhiali che gli ingigantiscono gli occhi già tondi e sporgenti di suo).

Cannavale – esperto botanico (ha un occhio azzurro e l’altro marrone come Alessandro il Grande).

La Brunasti – egittologa (medico all’occasione. Afferma che un giorno saremo tutti molto scuri, come ai tempi dei faraoni, alla faccia dell’ormai tramontante etnia bianca).

Alba Concetta – la terza donna del gruppo, originaria di Stromboli. È l’occhio segreto del potere (segue il progetto per conto della corona).

Magi – economo e magazziniere della missione (azzimato e senza un granello di polvere sulle scarpe).

– A gennaio arriveranno oltre duecento operai – mi confidò quest’ultimo – e alcuni militi inviati dalla monarca, non si sa mai con questa recrudescenza di Integristi Soppressivi. Ma lo sa che hanno distrutto ponte Sant’Angelo?

La cosa non mi stupì, avevo visto molto peggio e conosciuto stronzi e malvagi di ogni tipo.

– Dove alloggerete tutta questa gente? – chiesi impressionato dal numero elevato di addetti ai lavori.

– Vicino al cantiere. Sarà un enorme accampamento. Ci andremo a giorni, ormai siamo quasi operazionali, aspettiamo le piante, le rane, le larve delle api e sembra anche sirfidi e coccinelle nate in laboratorio.

Quella sera ci radunammo tutti in cortile, spuntò anche il faltabolo, con una cassa di vino liquoroso dell’epoca in cui i vitigni dominavano la campagna marsalese.

– È dunque vero che non facciamo più attenzione al tempo e non si festeggia più nulla – quasi ci rimbrottò – Ma questa notte, diamine! È vigilia di Natale.

Stappò la prima bottiglia e l’alzò verso il cielo, come un ringraziamento: – Marsala! – gridò eccitato – Conservato in grotta, per quasi due secoli.

La luna era tutta, oleastra e bassa sull’orizzonte, sembrava ci osservasse da dietro un vetro appannato o che avesse tutt’intorno un velo di nebbia o di fumo.

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Suonai Marcello e Handel sotto lo sguardo stranamente mieloso del leone, sedotto o incuriosito dalle inattese note dell’oboe. Pareva una tela del doganiere.

 

Non ci fu baldoria ma molta euforia, come quando si è sopravvissuti a una tragedia, ognuno, in cuor suo, festeggiando l’essere ancora vivo e in conveniente compagnia.

Taiabbue grigliò pale di fico d’india e distribuì crema di datteri e abbondante vino di palma.

Sciacca danzò, volteggiando e girando in tondo come i monaci mendicanti. Cannavale batté a turno i suoi avversari alla Tavola Reale e gli altri, seduti in cerchio, provarono a rifare il mondo e rievocarono i tempi in cui il cielo era ancora uno smalto blu che a sera virava al rosa o anche al rosso e gli uccelli lo rallegravano a milioni tutt’intorno al mondo. Levi ribadì che i volatili erano molto più numerosi, altro che milioni! Dai sessanta ai quattrocento miliardi e gli insetti, aggiunse, più di un miliardo di miliardi!

Fu come se quel manipolo eterogeneo avesse intrapreso un viaggio di gruppo nel tempo, sognando e rimestando all’indietro, ognuno con i suoi aneddoti, le sue cifre, le ormai dileguate certezze, fin quando le stelle smisero di brillare e si ritirarono risucchiate dal freddo dell’universo e la luce esangue dell’aurora giunse a smorzare il vigore della bisboccia.

Melchiorri, che aveva dato fondo a diverse bottiglie (e discusso a lungo con il leone!) si inginocchiò col suo emblematico sorriso da sbronza e s’accasciò a due passi dalla belva, grazie a Dio assopita.

La notte, una volta tanto indulgente (37°Celsius a malapena) non aveva più nulla in serbo, e scemò.

Fu allora che il faltabolo mi prese sottobraccio e mi condusse nell’ala boreale.

Alla fine di un lungo corridoio, sboccammo di nuovo all’aperto e penetrammo in una cupola geodetica. L’intuito mi disse che stavo per essere messo a parte del segreto.

La luce fioca del mattino passava attraverso i pannelli trasparenti. Ci avvicinammo con passo felpato. Il cuore si mise a martellare veloce. Un’enorme collina di terra, con un esile albero di giuggiole, ciuffi d’erba e fiori di campo mi apparve agli occhi. Il verso di un assiolo notturno scandiva spensierato il tempo. Un nodo mi si formò in gola.

– Terra di castagno – mormorò il faltabolo – l’ultima, ora che il mondo è quasi tutto un deserto.

– Da non crederci…È bruna, quasi nera – balbettai.

– In effetti, questo nostro pianeta dovrebbe chiamarsi Polvere e non più Terra – aggiunse con un pizzico di ironia, passandomi la mano sulla spalla e spingendomi delicatamente verso l’uscita. La visita era finita.

– Si, ha ragione, usciamo – reagii, confuso ma soprattutto imbarazzato dal gesto familiare della sua mano – Meglio non disturbare!

– Ehi Vittorio – gli gridai all’orecchio. Sussultò, poi vide che il sole era già alto e pronto all’offensiva.

– Sai – dissi contento – l’ho vista, è una cosa stupenda.

– E l’hai toccata?

– No, non ho avuto il coraggio.

Si sedette, il naso arrossato dall’alcol e le palpebre pesanti, e iniziò a raccontarmi il progetto per intero.

– La nostra – disse – sarà una piramide energetica, ospiterà una gigantesca serra con terra buona, piante e insetti… Ne faremo senz’altro delle altre, la regina è pronta a finanziare il progetto. Vedrai, un giorno distribuiremo verdure fresche su tutta l’isola e chissà, forse oltre, fino ai confini dell’ambasceria di Matera. Allora, il sud sopravviverà.

Dormii fino all’ora di pranzo, nonostante l’aria opprimente e gli sbruffi dei cammelli che divoravano pale di cactus a due passi dalla mia stanza.

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Sognai uno stagno nel mezzo di un giardino. Le libellule svolazzavano ispezionando riflesse lo specchio d’acqua. Un coro di rane sparpagliate sulla riva riempiva l’immenso vuoto della piramide. Io, completamente solo, tenevo stretto l’oboe cercando in fondo all’anima il fiato per suonare.


Prima immagine e in evidenza di Gustav Klim su Flickr https://www.flickr.com/people/klimbrothers/

Seconda immagine di Henri Rousseau – Google Art Project: Home – pic Maximum resolution., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20080327

Terza immagine di Henri Rousseau – sconosciuta, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10741912

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