Il gelso nero

…Chi può sapere cosa essi dicono quando parlano degli uomini, gli alberi parlano albero, come i bambini parlano bambino…(da «Alberi» di Jacques Prevert)

* * *

Il pianoro era leggermente rialzato e dominava il mare, prima di San Vito, sulle rive del Tirreno. Uno scrigno di vegetazione, imbalsamato dai profumi dei piccoli fiori gialli del finocchio selvatico e del perpetuino che si mescolavano alla salsedine e all’odore delle alghe che essiccavano al sole.

Da lì si scendeva in un baleno. Quattro salti fra gli artigli dei fichi marini ornati di petali accesi e pluff, potevi gettarti nell’azzurro infinito del mare.

Quel cantuccio fu un amore a prima vista, sin dal primo giorno quando, appena ragazzo, il padre lo portò per la prima volta sulla lunga lingua di sabbia che si inoltrava nel mare come un pontile. Si andava in punta e si gettava la rete a lancio, l’ombrello del rezzaglio si apriva e intrappolava i pesci.

Più in su, sul piccolo rilievo, nascosto fra alti ciuffi di tagliamani, un giovane gelso cresciuto liberamente dominava la baia, ritto e fiero come una sentinella. Era il signore incontestato del luogo. Sebbene avesse il fusto mingherlino, in estate si caricava di bacche nere e carnose. Danilo si teneva lì, all’ombra del piccolo albero, mentre il padre arrostiva le sarde appena pescate.

Quel mattino di mezza estate, aveva trovato l’automezzo sul ciglio della strada. Posteggiò il vespone, mise il casco nel bauletto e si avviò a passo svelto lungo il viottolo che conduceva all’albero. Cento metri col batticuore, inebriato dal sole e dal canto assordante delle cicale. Se lo sentiva, c’era qualcosa di strano, di insolito.

Due uomini, armati di teodolite e paline graduate, stavano misurando il terreno.

– Che succede, che fate qui? – chiese

Il geometra rispose che dovevano controllare le planimetrie e tracciare il perimetro. Presto sarebbero cominciati i lavori, un hotel di 60 camere avrebbe visto il giorno di lì a poco.

– Lo vede l’albero? Beh, esattamente lì, fra un anno, quel piccolo gelso troneggerà nel bel mezzo di una piscina, su un isolotto di cemento e rocce. I turisti dovranno nuotare per spiccarne i frutti. Non male, no?

Danilo si allontanò. Scese giù per il pendio fino alla riva. Un gabbiano si alzò da un tronco semisepolto dalla sabbia. Danilo lo seguì con lo sguardo finché non si posò, più in là, su un fazzoletto di terra rialzato, seminascosto fra le rocce. Danilo s’inerpicò. Un leggero venticello prese a soffiare e lo accompagnò sulla china. Non una nuvola in cielo, il sole di luglio governava il giorno e il mare era immenso.

possente

È un gran bel terreno – pensò – gli piacerà.

Quando tornò indietro il geometra stava stendendo il metro a nastro, l’altro aveva il muso arrossato dalle more appena mangiate.

L’albero si mosse leggero con la brezza. Danilo si avvicinò e lo carezzò, come sempre, prima di cogliere un frutto. Sentì qualcosa, percepì un sospiro, un alito che non veniva dal vento. Un suono, un lamento? Forse una preghiera.

Ti porto via – disse.

Quella notte Danilo scavò, scavò a lungo, sotto lo sguardo attento delle stelle. E la luna sorrise.


Le immagini sono quadri sono di A. Possenti

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