Piedi Nudi

(Novellina sul piagnucolio)

La caletta era ancora distante, ma ne valeva la pena. Per accedervi ci si doveva inerpicare su un alto promontorio con la macchia fitta e poi ridiscendere e percorrere un paio di chilometri lungo una striscia sabbiosa addossata alla scogliera. Nessuno ci metteva piede. Era un posto dimenticato da Dio, abitato da uccelli che s’annidavano sulle pareti rocciose.

Di solito partiva presto al mattino, col sacco a tracolla e il Te Deum di Mozart negli auricolari.

Quel posto era la sua valvola di sfogo. Si ripuliva l’anima e il cervello parlando ad alta voce e a volte anche urlando e lanciando al vento le sue tiritere senza che nessuno gli rompesse l’anima.

* * *

Ancora uno sforzo bella mia, ci sei quasi, mormorò nella quiete di quel particolare lunedì mattina.

La sabbia era già calda che non erano ancora le dieci. Martina spense il walkman e allungò il passo, osservando con tristezza i suoi piedi nudi.

Due piedi enormi, pensò, due grossi stupidi piedi!

Si era di nuovo alzata col piede sbagliato, era proprio il caso di dirlo, e la cosa non andava migliorando nonostante la stupenda giornata, mare immenso e cielo blu, un cielo che lei nemmeno guardava, presa com’era a fissarsi i piedi e lamentarsi.

Che schifo, che croce! Non vi sopporto più. Potessi togliere di mezzo qualcosa, farei sparire voi e quel poco di cuore che mi resta. Mi tengo il cervello, per continuare a lagnarmi e fare incazzare il mondo intero (dette un calcio a un mucchio d’alghe secche insabbiate). Una spina nel fianco, ecco cosa sarei, una zeppa appuntita fra le costole di quell’esaurita di mia madre con quei grossi piedi pelosi tramandati di padre in figlio. E poi Giò, anche lui ci metto dentro, lui e quella manica di stronzette che gli girano intorno. Ah, come gli incasinerei la vita al mio bel casanova, con quel cacchio di sguardo di ghiaccio che faccio fatica a guardarlo negli occhi…

Tirò fuori un buondì dal sacco, lo scartò e ne fece due bocconi. Scacciò alcune mosche eccitate dal caldo che gli svolazzavano intorno per ristorarsi nel sudore e pizzicarle le spalle.

Si fermò. Sotto aveva messo il costume. Si sfilò il toppino e i pantaloni, ne fece un palla di stoffa, l’allacciò con le bretelle e la prese a pedate per una buona ventina di metri finché non urtò in qualcosa di duro e cacciò un urlo.

Di nuovo, fra le lacrime, le venne in mente sua madre, Minerva, magra come un chiodo, con i ciuffi sotto le ascelle che non depilava mai… È lei che avrebbe voluto prendere a zampate nel culo.

– Ma che fai? – L’aveva redarguita un paio d’ore prima – Lavi i piatti col bagnoschiuma? E perchè non col dentifricio…Hai proprio qualcosa di storto in quella testa! Dovresti curarti, sai?

Che rispondere? Che da chissà quanto tempo non c’era più sapone per i piatti? Fiato sprecato, per carità! Avrebbe negato l’evidenza, ancora una volta.

Inghiottì un’altra merendina, la quinta quella mattina.

Si sedette. Pausa, pensò e scartò il sesto buondì, l’ultimo finalmente. La sabbia gli scottò le natiche. Prese la palla di stoffa e ci si accomodò sopra. Ora lo sguardo si posò sulla ciambella intorno alla pancia. Se l’era fatta crescere apposta. Ci aveva lavorato sodo. Una dieta assidua di cannoli, cassatine al forno, gelo di anguria e robe varie al cioccolato, lei che non amava affatto i dolci. Così almeno era fatta, non c’era più da pensare alla prova costume, era riuscita a raddoppiare culo e fianchi e buona notte. Più nessuno l’avrebbe guardata, ora che sprizzava vaffanculo da tutti i pori. Sarebbe finalmente stata in pace di Dio, lontana da qualsiasi speranza, dagli impostori e da qualsiasi ipotetico principe azzurro.

– Sei bella così, grassottella al punto giusto – le aveva detto Giò, incrociandola all’uscita del supermercato.

E che sono, un maialetto? Aveva pensato lei, ma non aveva osato rispondere e, dopo aver degludito, aveva quasi acconsentito:

– Se lo dici tu…

– Ho poco tempo, devo andare. Ma tu, dimmi, come ti butta?

– Non molto bene, sai? Con mia madre è sempre il solito disastro, sto quasi per perdere il lavoro e quelle fitte intercostali, te le ricordi? E le palpitazioni? Ebbene sono di ritorno e anche tutti quei rumori nella pancia, soprattutto al mattino…

Giò aveva alzato gli occhi al cielo. Ecco che ci risiamo, doveva aver pensato, ricomincia a piagnucolare.

– Davvero, ti stanno bene questi chiletti – aveva comunque insistito, ostentando una finta espressione d’indulgenza, come se fosse stato condannato a subire tutte quelle manfrine ogni volta che la incontrava – Sembri uscita da un quadro di Rembrandt…sai quello con le bagnanti – aveva aggiunto tamburellando nervosamente l’indice sul filtro della sigaretta ormai spenta (sembra debba pepare il linoleum del parcheggio, aveva pensato lei sprezzante)

Poi Giò aveva tagliato corto, lanciando un’occhiata a quella mingherlina della Margy che lo aspettava con le mani sui fianchi puntuti che spuntavano fuori dai jeans.

– E ora scusami ma ho fretta.

– Se vuoi ci si vede un’altra volta – aveva osato lei – ci si beve un caffè e ti racconto un po’ di cose.

Sai? Minerva adesso si dipinge le unghie con gli smalti fluorescenti, ci aggiunge cuoricini, fiorellini… un vero caso patologico e…

– Perchè no, uno di questi giorni ti chiamo – l’aveva interrotta lui concludendo con un «ciao e a presto» ed era schizzato via, zigzagando fra i carrelli, per raggiungere quella pelle e ossa senza tette della sgarzolina di turno.

Brutto ipocrita. Aspetta che mi gonfio come un pallone e ti esplodo in faccia. Splash, ti riempio di tutta la panna montata che ho ingurgitato in queste ultime settimane. Ti ci affogo!

Si odorò le ascelle sudate e il proprio odore le piacque, quasi la commosse; pensò: aiuto… e se rimanessi sola per sempre?

Si chinò e massaggiò il piede, ora le doleva forte.

1937 - Donna sulla spiaggia

Piccolissime onde si formarono all’improvviso infrangendosi sulla riva. Sembrava mormorassero, o peggio, brontolassero, ma Martina ascoltava solo il ronzio delle mosche e la fitta che si acutizzava. Un minuscolo granchio si sporse da un forellino nella sabbia a un centimetro dal piede dolorante per poi rifugiarsi di nuovo nel cunicolo. Martina dette un pestone rabbioso sul buco, col piede buono, quindi guardò finalmente il mare, si alzò e fece qualche passo verso il bagnasciuga mentre lo sciabordio delle onde aumentava, sospinto da una improvvisa corrente.

L’acqua le alleviò il dolore rinfrescandogli le caviglie per poi ritirarsi gorgogliando. Avvertì una lieve sensazione di benessere venire su dai talloni. Per un corto istante si sentì bene e in pace con se stessa. Si distese e si lasciò andare, adagiata nella finissima rena dell’ansa. I gabbiani schiamazzavano mentre alcuni falchi pescatori intrapresero ampi cerchi di cui lei, stranamente, era il centro. Osservò i loro volteggi finchè le palpebre non cominciarono a appesantirsi…

* * *

Ebbe l’impressione di non essere più sola. Si rizzò sui gomiti, si sedette e lo vide. L’uomo, grande, grosso e capelluto e con la barba bianco latte, uscì dall’acqua e si scosse come un cane, scrollandosi di dosso alghe, meduse e stelle di mare.

Ha una faccia da perverso, pensò, anzi no, da bonaccione, ma da dove cacchio è uscito?

Il gigante fece una smorfia di rabbia, dette un colpo di tridente e un’onda si formò rovesciando sulla rena morbida un’intero branco di pesci. Ne dette un secondo e il mare s’appiattì. Allora parlò:

– Donna, mi stai assordando il cervello con tutte queste lamentele. Proprio qui, su questa spiaggia tagliata fuori dal mondo, devi venire a gemere di continuo? Di sotto, nessuno riesce più a discutere, ascoltare, sorridere, giocare, dormire, mangiare, suonare, ballare…Ho l’impressione che il demone della lagna abbia trovato in te una comoda e durevole ospitalità. È sicuramente molto felice, ben al calduccio nel tuo ansioso inconscio.

Chi non si sarebbe sbalordito dopo tale apparizione e quel modo di parlare? Tuttavia, Martina restò immune allo stupore e ancor più allo spavento. C’era qualcosa in quella specie di omone di rassicurante e, ovviamente, di fiabesco. Pensò comunque Oddio, Meglio sedersi!

– Sei già seduta! – Tuonò il gigante e proseguì: – Piangersi addosso è la soluzione più comoda e veloce, nevvero? È dunque questa la tua strategia? Attirare l’attenzione del prossimo e intrappolarlo nel tuo becero gioco? Non ne hai abbastanza di intortare il prossimo impegolandolo nei tuoi stati d’animo?

Sono anni che ti rivolgi al cielo solo per affligerlo con un profluvio di lamenti, donna a cui piace fare la vittima.

Martina ne aveva sentito abbastanza, si fece coraggio e protestò:

– Non pensavo fosse pure vietato essere disperati. E poi, a chi do fastidio? Non ho mica la sindrome di Calimero, sa? Di solito nessuno mi ascolta e allora parlo, parlo da sola. Il mio è solo uno sfogo, punto!

– Ha, ha – il titano rise e, divertito e rabbonito dalla sfrontatezza di Martina, continuò:

– Uno sfogo è una cosa, e le lagnanze ne sono un’altra. Tu nutri in te il piagnisteo e tutte quelle bruttezze che, per effetto specchio e per tua convenienza, vedi solo negli altri…e ti lagni, ti lagni, ti lagni sempre. Ne abbiamo le scatole piene della tue geremiadi!

– Scusi?

– Delle tue tristi solfe, è più chiaro?

Marina provò ad alzarsi ma il tridente del colosso si alzò minaccioso.

– Non ho finito, mignatta – disse, ora scuro in volto – Ascolta! Ciò che pensavi fosse chimerico, oggi sta per avverarsi, ringrazia questo mio insolito buon umore! Ed ora dormi, che ho da andare!

Dette un ennesimo colpo di tridente e svanì, inghiottito dalle acque.

* * *

Quando aprì di nuovo gli occhi, il sole era già basso all’orizzonte.

Oh mio Dio, ma quanto ho dormito, pensò Martina, è già sera.

Aveva la gola secca e un certo languore allo stomaco. Brontolò, forse per l’ultima volta: Oh Cavolo! Non ho più merendine e mi sento tutta infiacchita…

In un angolo del cielo un fine quarto di luna sembrava sorgere dal mare. Si guardò intorno ed i pesci erano tutti lì, ammonticchiati l’uno sull’altro, boccheggianti. La risacca ora le bagnava le spalle e i capelli, riportando in mare alcuni sgombri luccicanti e le sarde che saltellavano affannate a un passo dalla meta. Una leggera brezza la fece rabbrividire. Pensò di rivestirsi. Cercò di alzarsi: impossibile, qualcosa le bloccava le gambe. Martina sorrise, gli ultimi raggi di sole fecero scintillare le scaglie argentee della sua lunga coda.

Si aiutò con le braccia per entrare in acqua e avere un po’ di fondo, agitò le pinne e si allontanò, senza pensarci due volte, verso il largo e sotto le prime stelle. Con la notte sarebbero nate altre fiabe.

Si era di nuovo alzata col piede sbagliato, era proprio il caso di dirlo, e la cosa non andava migliorando nonostante la stupenda giornata, mare immenso e cielo blu, un cielo che lei nemmeno guardava, presa com'era a fissarsi i piedi e lame


Credits:

La prima foto è un quadro di Picasso “Donna seduta sulla spiaggia” per saperne di più -> http://www.mba-lyon.fr/mba/sections/languages/ltaliano/collezioni/capolavori/opere1476/donna-seduta-sulla-s?b_start:int=23

La foto di copertina, così come la seconda foto modificata, è un quadro di Antonio Possenti, altri suoi lavori si possono trovare qui: http://www.antonio-possenti.it

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