Blu inferno – parte terza

Malik, l’ingenuo

Dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate. F. De André

Il Traga sfilò la Glock dai pantaloni e la posò sulle cosce.

– Adesso ascoltami bene! – fece.

Gli occhi congestionati del marinaio ebbero un guizzo. Si alzò e indietreggiò di un passo. Eusebio scosse la testa, le cose non stavano andando per il verso giusto. Si avvicinò al compagno e gli intimò, con voce ferma e forte:

– Lascialo dire!

Il Traga continuò, lentamente, con voce monotona:

– Ve lo spiego io l’accordo (si raschiò la gola). Noi siamo diretti a Noaudhibou, per ora è tutto quello che ci interessa, arrivare in quella fottuta città, recuperare l’auto e proseguire il viaggio. Di una cosa potete essere certi: non tollereremo imposizioni da nessuno!

Malik si avvicinò a Eusebio, gli mormorò qualcosa all’orecchio e l’altro andò a sbirciare alla porta.

Il Traga mantenne l’occhio vigile sui due marcantoni. Si versò il caffè, mise lo zucchero e lo girò con la forchetta sporca d’uovo, il tutto con una mano, l’altra sempre stretta al cane della pistola.

L’osservai preoccupato. Pensai Eccheccazzo! Doveva essere un viaggio di piacere…

– Ci pagano poco e col contagocce – riprese l’altro – con la scusa che gli ultimi trasporti non sono stati onorati. Non possiamo mandare nemmeno una peseta a casa. Ora basta! Ci prendiamo nave e carico. Eusebio conosce qualcuno che recupera il Chiquita e ci molla più di duemila dollari a testa e la metà della vendita della merce. A noi basta, non facciamo altro che riprenderci quello che ci è dovuto!

– E che se ne fanno di questo rottame? – chiese Tonio.

Eusebio avanzò di un passo e prese la parola:

– Cosa se ne fanno a noi non interessa. L’affondano, la smontano, la fanno navigare, a noi non importa. In Africa comunque, una bagnarola come questa ha ancora venti o trent’anni di servizio e loro saprebbero camuffarla e rimetterla in servizio, statene certi.

Malik approvò annuendo col capo e riprese parola:

– Esattamente, magari cambiano bandiera e la dipingono di rosa e non viaggerà più sul mare ma su un fiume, vai a sapere…

Su un fiume? – rimuginai, e mi venne subito in mente la meta del nostro viaggio: Ziguinchor, una città del Senegal sul fiume Casamance, dove un nostro contatto, un Joola che lavorava nelle risaie, doveva farci percorrere un centinaio di chilometri in piroga, fra mangrovie e palmeti, fino a Sédhiou, in pieno cuore mandinga.

– Comunque o con voi o senza di voi la cosa ormai si deve fare. Ci stanno aspettando. Noaudhibou è un porto piccolo e affollato di navi da pesca russe e giapponesi. Ogni volta, ci lasciano un giorno o due alla fonda prima di lasciarci attraccare e quelli potranno avvicinarsi tranquillamente col gommone e appena salgono a bordo ce la filiamo.

Aggireremo l’isola di Boa Vista, a Capo Verde, e poi si scende giù, fino al Gambia che, come sapete, è incastonato nel Senegal. Praticamente vi portiamo a destinazione, vi risparmiate un migliaio di chilometri senza tirar fuori una peseta e non vi succederà nulla, Eusebio ed io ve lo garantiamo.

– E se non siamo d’accordo? – obiettò il Traga.

Malik continuò, come se non avesse sentito.

– Con la tua pistola disarmiamo il capitano e lo rinchiudiamo nella sua cabina, nient’altro, nessuna violenza. Una volta a Capo Verde ci avvicineremo all’isola e molliamo tutti su una scialuppa, a una decina di miglia dalla costa, con una grossa gamella di pesce fritto e le loro fottute birre!

Il Traga rise di cuore.

– Sembrate dei ragazzini – intervenni – Il vostro è un atto di pirataggio con sequestro di persona. Ma a chi cazzo volete mettere nei guai, a noi?

– Ascolta bene amico – riprese il Traga – Noi arriviamo a Noaudhibou, tiriamo giù la Land e ce ne andiamo per la nostra strada. Dopo, fate quel che cazzo vi pare. Intesi? Ma se posso darvi un consiglio, cambiate idea e in fretta, prima di commettere l’irreparabile, perchè vi daranno la caccia e vi prenderanno, ci potete giurare.

Di nuovo l’altro fece finta di non sentire e continuò, trascinato dal proprio fervore:

– No, nessuno potrà trovarci. Diventeremo invisibili come ombre nella notte, non ci sarà nemmeno bisogno di nascondersi, mamma Africa ci proteggerà.

– Sei un ragazzo spontaneo e schietto, Malik, ma molto, molto ingenuo. Già il fatto che stai raccontando tutto a degli sconosciuti è una grande boiata. Se fai così con tutti quelli che incontri, amico… Sei del gatto!

Sentimmo dei passi. Eusebio fece cenno a Malik di muoversi.

– A dopo, fece Malik, alzando il pollice come se avessimo già concluso un patto, presero due pezzi di pane e sgaiattolarono nell’ombra del corridoio.

Non sapevo se stavo entrando o venendo fuori da un brutto sogno o se, peggio ancora, un qualcosa della mia vita stesse uscendo dai binari scivolando chissà dove. Pericolo, pericolo… segnalava il cervello, sentimento di impotenza in arrivo!

Con Tonio ci guardammo, piuttosto sconcertati e increduli.

Il Traga lui, imperturbabile, sfilò una Fortuna dal pacchetto, l’accese e aspirò diverse volte, con voluttà. Stava già riflettendo, con quella sua faccia da lupo, sempre attento e perennemente sul chi vive.

Giocando con gli anelli di fumo, ci confidò: mi fanno una gran pena! Davvero! E quel pirla lì ne ha dette abbastanza perchè le loro vite, già di merda, si trasformino in inferno, un cazzo di inferno pieno di rogne. Non so se parlarne al capitano o tentare di nuovo di farli ragionare…

Il capitano entrò. Dette un gran pugno su un tavolino:

– Ha rovinato la mia riserva! – gridò – Quelle bottiglie di Mendoza costano un occhio. Maledetto cuoco! Lo spello vivo! Centimetro dopo centimetro…

“Pigrando” sul ponte

«Sarebbe bello vivere una favola»

«Ah si, si… Ma tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più» Corto a Venezia

Dormimmo un paio d’ore e ci ritrovammo sul ponte. Un altro vento, ora leggero e quasi caldo, girava nel cielo e increspava le onde, piccole e di un insolito verde palude. Tonio e il Traga fumavano, seduti sul cordame all’estremità della prua mentre io, appollaiato sulla piattaforma d’avvistamento, giravo in tondo con un vecchio cannocchiale in ottone per ammirare alcune mante che balzellavano verso la costa.

Una pausa ben meritata ma che sarebbe durata fino e non oltre il tramonto, ora alla quale il capitano ci aveva invitato a bere una birra in coperta. Poco prima avremmo cercato di convincere Malik e i suoi accoliti di fare marcia indietro e rinunciare al loro sciagurato progetto. In caso contrario, avremmo dovuto mettere in guardia Zacarias che ora, dal canto suo, andava a destra e a manca in compagnia del capo macchine, con la sua Astra ben in vista come se avesse avuto sentore della cosa.

Dirlo al capitano mi sa di tradimento – aveva detto Tonio.

– Tradimento? Ma cosa racconti – replicò il Traga – Ma chi li conosce?! Vuoi trovarti intrappolato nel loro vicolo cieco? Ma lo sai dove ci troviamo? Su una nave di squilibrati, ecco dove siamo, e siamo appena usciti fuori da una tempesta. Ma scherziamo? Ascolta, se non mollano prima di sera toccherà al capitano trovare una via d’uscita, se la sbrogliasse lui.

Aveva riempito l’intero caricatore della Glock e la portava, dopo aver tagliato la fodera della tasca, sotto il pantalone della tuta, in un foulard legato alla coscia.

Durante la breve siesta, aveva persino dormito con l’arma stretta in mano, dopo aver messo gli zaini davanti alla porta della cabina e disseminato in terra i cocci di un bicchiere.

Per il momento dunque, ci godevamo la bonaccia, oziando e pigrando sul ponte, approfittando di un po’ di quiete dopo le piroette della notte.

Puntai il cannocchiale verso terra. La fascia costiera ora distava una ventina di miglia. Il litorale sabbioso aveva sostituito quello granitico e si distinguevano le prime dune sfumate di rosa. L’Africa era a due passi.

Don Anibal suonò la campana del «rancio». Aveva fritto una mezza cassetta di sardine accompagnate con patate bollite. Niente vino ma ancora e sempre Coca Cola, che lasciammo volentieri al resto della ciurma.

I tre piantagrane si sedettero a tavola mentre ci alzavamo. Malik si avventò sulla coca, prima che qualcun altro lo facesse.

– Hada day, my man? (come va oggi?) – salutò – A proposito, Don Anibal ha del vino nascosto, volete sapere dove?

– Dio Santo, ma che volete alla fine? – protestò il Traga – Noi non siamo in guerra con nessuno. Ne con voi e tantomeno con Zacarias. Che se lo tengano il vino, non abbiamo nessuna voglia di complottare, di giocar sporco…

Malik alzò le spalle e versò la coca nei loro tre bicchieri. Pensai che era veramente giunta l’ora di rimettere le cose al loro posto.

Bisogna che questi la smettano di tirarci in ballo! – affermai.

Il Traga annuì – Dopo li prendiamo in disparte e chiudiamo la storia – disse – ne ho le palle piene!

Verso le cinque scendemmo nella stiva e intercettammo il trio dei «rivoltosi» al completo, Malik, Eusebio e Simba, seduti sui cartoni, in piena discussione.

Chiedemmo loro se avessero soppesato i pro e i contro e abbandonato il loro piano bidone!

– Siete in pochi e nemmeno armati – dissi loro – la cosa sa di ridicolo! Ma dite un po’, se la nave non avesse avuto passeggeri, cosa avreste fatto? Avreste aggredito il capitano per sfilargli la pistola? E con cosa, con coltelli e forchette? Sapete, Zacarias non è uno stinco di santo e tanto meno uno sprovveduto…

– È quasi sempre sbronzo – ribadì Malik – Pensate che non saremmo capaci di neutralizzarlo? Io credo di si.

– Tu vivi nelle favole, bello mio. Quello, anche sbronzo vi tiene testa.

– Ad ogni modo ne abbiamo parlato a lungo, è chiaro che senza il vostro aiuto non si fa può fare nulla. Il problema è che ora siamo incasinati, poichè quelli che devono salire a bordo sono già pronti ed è gente che non scherza.

Il Traga s’intromise: – Nella vita, ci sono sempre degli sfigati che hanno il dono di ficcarsi fra l’incudine e il martello e oggi quelli siete voi. Noi non diciamo niente al capitano e le cose le aggiustiamo fra di noi, e per quello che concerne i vostri complici a terra immagino che è previsto un segnale per dire se tutto è andato bene, no?

– Una volta presa la nave, dobbiamo usare il riflettore. Cinque lampeggiamenti rapidi e a più riprese per dare il via libera.

– E quelli prendono una barca e vi raggiungono?

– È così.

– Ebbene, se non li fate questi cazzo di segnali penso che non si avvicineranno, giusto? Non credo che nel dubbio salgano a bordo.

Malik si rivolse ai suoi complici, nella loro lingua. Simba prese la parola:

– Ok, ci avete convinto, sta diventanto tutto troppo complicato.

Eusebio, lui, non disse nulla, alzò la testa e fulminò tutti con quel suo sguardo sospettoso, il volto deformato da una smorfia. Non era d’accordo con gli altri, si vedeva. Sicuramente era l’unico che rischiava la faccia, visto che i potenziali «acquirenti» del Chiquita li aveva trovati lui.

Si alzò lentamente e cacciò una mano in tasca.

Il Traga ci fece segno di indietreggiare, infilò la destra sotto il pantalone della tuta e estrasse la Glock.

Tonio gridò : – Trag! Ti sei bevuto il cervello?

Eusebio, tranquillamente, avanzò, interponendosi fra l’arma e i gli altri due, i muscoli tirati, gli occhi fissi sulle mani del Traga. Pensai «qui ci scappa la cazzata! Con un po’ di fortuna questa storia terminerà nel sangue». Sentii una gran confusione nel cervello, fu come se uno sciame d’api fosse entrato da un’orecchia e non trovasse più l’uscita. Per la seconda volta da quando salimmo sulla nave, ebbi paura, peggio che nella tempesta.

Ma il Traga, non perse il controllo. Dall’alto del suo metro e novanta considerò l’energumeno da capo a piedi e tuonò:

– Adesso basta! Mi hai rotto i coglioni! Cosa diavolo hai in mente?

Eusebio cacciò fuori dalla tasca tabacco e cartine e sorrise. Disse, fra i denti:

– Avete distrutto i nostri piani… E i miei sogni! Con quei soldi avrei comprato barca e motore e sarei tornato alla pesca. Maledetto il giorno in cui avete messo piede su questa nave. Siamo d’accordo: tenetevi pure la vostra arma!

– Finalmente! – esclamò il Traga e, senza mettere via la pistola, fece un cenno a Tonio, che tirò fuori dal taschino della salopette un’involto. Erano 10 biglietti da cinquanta franchi, i soldi avanzati dal tratto percorso sulla costa francese, poco più di un centinaio di euro. Per quei tempi e per quei poveri diavoli erano soldi.

– Capisco i vostri casini e le delusioni, magari siete proprio disperati – disse il Traga porgendoli a Eusebio – Ma non è con un piano del cacchio che riuscirete a risolvere i vostri problemi, e le cose potrebbero mettersi male e in fretta.

– Loro saranno al porto – ribattè Eusebio, leggermente rabbonito – Vorranno capire cosa è successo. Cosa mi invento, adesso?

– E tu digli che a bordo c’erano altri passeggeri. Siete solo in tre, fa troppa gente da controllare e rendere inoffensiva.

Eusebio passò i biglietti a Simba. Il Traga mise la pistola sotto la felpa. Io e Tonio tirammo un sospiro di sollievo.

Dopo cena (pesce fritto e patate, again!) mi recai sul ponte di comando, tanto per vedere come andava il capitano, mentre il Traga e Tonio si giocavano le sigarette a briscola.

Zacarias non c’era. Trovai Don Anibal accanto al timone e Faustino, il cuoco stava mostrando una vecchia foto in bianco e nero al capo macchine. Era un gruppetto di aviatori giapponesi in posa, senz’altro prima della battaglia.

kamikaze_giapponesi

– Stavo riavvitando un pannello di lamiera e la nave ne ha sputate una dozzina ai miei piedi. Guarda anche tu, questi sono i piloti suicida, dell’ultima guerra!

– E Zacarias non c’è? – chiesi mentre osservavo la foto.

– Si da una rinfrescata – rispose Don Anibal – Sicuramente si sbarba, como siempre alla vigilia dello sbarco. Tienila pure la foto – aggiunse – ne ho altre.

Quella notte dormimmo poco, forse anche meno della precedente. Diffidavamo dei tre gagliardi così, a turno, montammo la guardia sulla porta della cabina.

Noaudhibou, il porto

Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura. Kerouac

«Fish meal and fish oil» (Farina e olio di pesce) era il cartello che spiccava in bella mostra sulla facciata del magazzino. Eravamo nel caos di Noaudhibou, fra i clacson chiassosi dei camion vetusti e multicolori che uscivano dalle zone di carico del porto, dopo aver tentato inutilmente di negoziare il transito della Land. Accompagnammo allora Zacarias, rasato e improfumato, negli uffici della compagnia di trattamento del pesce, dalla quale avrebbe dovuto ricevere un carico di farine per viaggio di ritorno. Il capitano ci assicurò che se c’era uno capace di trovarci un secondo passaggio nave per Dakar quello era proprio Brahim, il direttore commerciale.

L’odore fetido sprigionato dal pesce che essiccava al sole era insopportabile. Attraversammo a passo svelto l’area di stoccaggio e arrivammo allo sportello del manager dell’azienda. Un tipo baffuto col caffettano azzurro ci accolse con un gran sorriso illuminato dagli incisivi d’oro.

Zacarias lo mise al corrente delle nostre noie, spiegando come la dogana ci aveva impedito di far transitare il fuoristrada. In effetti, per passare il posto di frontiera, avremmo dovuto sborsare una cauzione pari al valore dell’auto. La somma, che non avevamo, ci sarebbe stata restituita in seguito, all’uscita del paese.

– Oh signur ! E chi si porta dietro una somma simile? – Si lamentò il Traga – E magari poi ci mettono un mese per restituirla… Questa è proprio una gran menata! Non ci resta che mettere l’auto su un’altra nave e noi proseguire con mezzi di fortuna.

Zacarias firmò le sue bolle di carico e tornò al Chiquita per le operazioni di sbarco della Land e delle altre mercanzie.

– Vi lascio in buone mani – disse – Brahim ha già reperito una porta container svedese che va in Senegal.

Purtroppo, il cargo non volle prendere passeggeri a bordo. L’auto, quella si, l’avrebbero caricata senza problemi. Accettammo il compromesso e ripartimmo subito alla fabbrica di pesce.

– Ecco, questo è quanto ho trovato – Ci annunciò Brahim, che in due ore era riuscito a inventare e orchestrare il nostro viaggio attraverso il deserto. Aprì una cartina e ci indicò le varie tappe dell’itinerario.

C’è un treno diretto a Zouerat, nell’entroterra, quasi al confine con il Sahara. Scenderete a metà strada, a Choum, una cittadina in pieno deserto e là, vi aspettano le guide. Dei Tuareg. Vanno da Timbuctù a Dakar lungo le vie carovaniere, in pick up. Fino a pochi anni fa, percorrevano quelle piste a dorso di cammello. C’è una donna con loro, Sawira, è la sorella del mio capo pesca. Conoscono la regione come le loro tasche e con loro non correrete nessun pericolo. Viaggerete sui cassonetti o nell’abitacolo, questo non lo so, dipende dal convoglio e da quanti passeggeri hanno con loro. Se è troppo scomodo, potete scendere al confine, sul St Luis e da lì prendere un taxi-collettivo per Dakar. Vedete voi, comunque in due tre giorni sarete al porto e recuperate il fuoristrada.

– Una passeggiatina – borbottò il Traga – Nulla di più rilassante, nevvero?

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Tonio ed io eravamo abbastanza affascinati dalla piega che stava per prendere il viaggio. Il Traga no, lui avrebbe preferito fare la costa e raggiungere Rosso, sul confine, ma alcune scaramucce fra ribelli e militari impedivano il passaggio dei civili sulle piste che costeggiavano l’oceano.

E fu così che dopo il mare, con l’aiuto di Brahim, il destino ci stava spedendo in un’altra immensità, quella del deserto.

In primis, sul famoso «treno del ferro», un convoglio destinato al trasporto merci appartenente alla compagnia mineraria. Una cinquantina di vagoni merci alla cui coda veniva agganciata un’unica carrozza passeggeri.

– Sporca e sgangherata – ci confessò Brahim – E stipata come una scatola di sardine; ma è pur sempre un «lusso», basta pensare alla gente del posto che per spostarsi gratis si arrampica sui vagoni e viaggia sui blocchi d’ematite con bagagli e animali al seguito.

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Da il Post: Un asino viene caricato sul treno utilizzando delle corde, mentre altri due asini aspettano il loro turno, 1 ottobre 2015. Per i commercianti che trasportano animali e bestiame il viaggio è gratutito ma devono sopportare un viaggio di 20 ore con spesso forte vento e temperature che in estate possono raggiungere i 50 gradi MauritaniaGeorge Popescu

Un tragitto scomodo e forse un po’ lungo – aggiunse – dato che il treno, benchè trainato da due locomotive, raggiunge al massimo i 30 chilometri all’ora. Ora hanno aggiunto dei vagoni con su militari e sacchi di cemento per far fronte ai guerriglieri, nel caso in cui…

Lo ringraziammo con una semplice stretta di mano e ci recammo di nuovo al porto, dove Zacarias ci aspettava accanto alla Land, sulla banchina, all’ombra del Chiquita. Gli riferimmo le modalità del nostro viaggio.

Benone – disse – Mentre voi andate a imbarcare l’auto, io vado a bermi una birra. Ho mandato Faustino e Chancha a fare qualche spesuccia su un bastimento russo. Un po’ di vodka e altri sfizietti per il viaggio di ritorno. Fate alla svelta, vi aspetto.

Prima di pranzo caricarono la Land fra i containers del cargo. Dopo aver pagato la compagnia portuale che gestiva la gru e il trasporto navale, firmato i documenti di viaggio e bevuto un surrogato di caffè col comandante, raggiungemmo di nuovo il capitano. Avevamo poco tempo, il treno sarebbe partito di lì a poco e dovevamo passare la dogana e trovare un «taxi» per la stazione ferroviaria. A piedi e con gli zaini in spalla non avremmo fatto in tempo.

Zacarias aveva cambiato divisa. Ora indossava una sahariana coloniale, lavata e stirata e il solito berretto blu.

– Allora – se ne uscì – li avete convinti voi i miei marinai, è così?

Noi ci guardammo.

– Che c’è? Vi meraviglia ch’io sia a conoscenza delle loro stronzate? Sul suo viso riapparve quel ghignetto sardonico che gli storceva la bocca.

Sono dei cretini – continuò – Parlano ad alta voce e non si accorgono nemmeno se c’è qualcuno che gli ronza intorno. Il loro creolo è semplice, c’è molto inglese in mezzo… Sia io che Faustino lo capiamo, soprattutto Faustino che ha vissuto qualche mese a Monrovia.

Faustino, lupus in fabula, arrivò con la lancia, accompagnato dal «nostromo», rasato di fresco, con una camicia bianca immacolata: irriconoscibile.

– Lo lascio a terra fino a domani – disse Zacarias riferendosi a Chancha – Povero Cristo! Chissà in quale buco andrà a cacciarsi.

Chancha saltò sulla banchina, ci fece un cenno con la mano e sparì nel via vai degli operai, coi cafetani impregnati di sudore e le variopinte fasce di tessuto avvolte a turbante, piegati da pesanti sacchi di juta, casse, fagotti o enormi pesci sanguinanti portati a spalla, fra gli schiamazzi e gli strombazzamenti dei camion, dei furgoni e dei carrelli elevatori.

Faustino rimase sulla barca, seduto sulle casse di vodka.

Era l’ora degli addii. Tonio chiese al capitano se avrebbe preso delle sanzioni cotro i marinai.

– È la seconda volta che mi viene all’orecchio una cosa del genere… Imbecilli! Il loro piano era comunque un fallimento, poichè oltretutto sono riuscito ad attraccare subito, non appena giunto al porto. Detto fra di noi, non credo che quelli a terra conoscano bene i loro complici a bordo, altrimenti non si sarebbero ammanicati con dei marinaruncoli così sprovveduti.

– A meno che non lo siano anche loro – aggiunsi.

– Bah! Al rientro, dirò al padrone di pagarli e togliermeli di torno, niente di più. E adesso ditemi, pensate davvero che mi sarei fatto soffiare la nave? Pero miren (guardate)… Voi che amate le armi, ha, ha…

– Faustino! – gridò – Muéstrales esta escopeta! (fagli vedere il fucile)

Il capo macchine si chinò, scostò una coperta e sollevò un fucile a pompa, corto e ricurvo, quindi alzò la maglietta e lasciò apparire una piccola automatica col manico d’avorio.

– Sono giovani e scervellati – continuò – Si credono furbi e confondono l’incoscienza col coraggio. No, non avranno alcuna sanzione – ci assicurò – ma li butteremo fuori prima che un giorno succeda l’irreparabile. Ed ora adios, los italianos, io qui a terra, in mezzo a tanto casino, non ci resto.

– Aspetti – dissi, mentre lui con un salto salì sulla barca – Anch’io ho una domanda da farle.

Faustino gli passò un bustone con del ghiaccio, lui sfilò tre scatoline di caviale e ce le lanciò.

– Assaggiatemi questo – urlò, poi alzò la mano, agitandola in segno di saluto.

– Mi dica Zacarias – chiesi infine – Chancha è nostromo, perchè non ha governato lui la nave durante la tempesta?

– Perchè non ci sta con la testa. Inoltre è narcolettico, si addormenta improvvisamente, pure mentre caca!

– Bella squadretta – mormorò il Traga, mentre Faustino avviava il motore.

Guardammo la scialuppa allontanarsi, nella direzione opposta al Chiquita, chissà verso dove, su quel mare blù ora liscio come una tavola d’olio. Zacarias, ritto in piedi, svitò il tappo e attaccò una bottiglia di vodka.

Restammo un paio di minuti a fissare la lancia che si allontanava, con un leggero magone, il primo nodo alla gola di quell’avventura.

Guardai un’ultima volta il Chiquita. Malik e Simba manovravano la gru e scaricavano merce sotto il cielo cocente del tropico del Cancro.

– Che storia! – disse Tonio – Chissà se un giorno avranno una vita normale.

– Normale? – reagì il Traga – I cadenn fussen anca d’or, tegnen ligaa (Le catene, anche se d’oro, legano!)…e ora ‘ndem!

mercantile

aspettate, prima di andar via! Se vi siete persi il resto, la prima parte della storia la troviate qui! E la seconda qui!

credits:

Immagine in evidenza da http://www.bassavelocita.it/sahara-express-treno-lungo-mondo/

Immagine Kamikaze giapponesi da http://numistoria.altervista.org/blog/?p=12984

Immagine chiquita da nauticareport.it

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