Blu inferno

Isola di Gran Canaria

L’avevamo trovato per caso, proprio quando le speranze di procurarci un passaggio su un mercantile, cominciavano ad affievolirsi.

Dopo aver passato l’intera mattinata negli uffici di tutte le compagnie di navigazione, entrammo nella più misera delle agenzie marittime di Las Palmas. Un ufficetto spoglio e malridotto di una decina di metri quadri, maleodorante di fritto e umidità, con cartoni e fascicoli posati in terra, sugli sgabelli e perfino sul davanzale della finestra. All’hotel Donna Benita ci aveva detto: – È un vecchio sparagnino: compra, rattoppa e rimette in mare tutto quello che gli altri destinano alla demolizione, basta che galleggi. Quello vi prende su, ve lo dico io.

E in effetti fu così.

L’impiegata, la señorita Aguilar, una ragazzotta sorridente, tutta in carne, liberò tre panchetti dagli incartamenti e ci fece accomodare.

– Ho qualcosa per voi – disse – ma l’imbarco è quasi immediato. Devo solo verificare se la nave parte ora o in serata. So che non avevano finito di riempire la stiva.

Fu l’unica a cui non parve strano, ambiguo, stravagante o peggio ancora sospetto, il nostro periplo per raggiungere il continente nero. Un itinerario insolito, più lungo del dovuto, che da Malaga avrebbe dovuto condurci nella regione senegalese di Casamance, fra Gambia e Guinea, passando per Gran Canaria.

– Non avete nulla per Dakar? Chiese il Traga – Magari non subito.

– No, le nostre navi non scendono così a sud e se perdete questa possibilità per Nouadhibou, dovrete ritornare su Cadice. Da lì, forse…

Ci consultammo con lo sguardo e annuimmo.

– Ok – dissi – vada per Nouadhibou. Al limite, faremo la costa Mauritana con il fuoristrada.

Fu rapida e efficace e dopo aver passato un paio di telefonate, calcolò e annunciò il prezzo del trasporto, riempì la polizza di carico e intascò alla svelta i venti biglietti da dieci dollari che Tonio aveva tirato fuori dall’elastico di un calzettone.

– Il capitano non sarà contento, disse ridacchiando compiaciuta, non gli piace avere estranei a bordo, ma peggio per lui. Quell’uomo non piace a nessuno, non sorride mai, non saluta mai, un vero caprone. Ad ogni modo il padrone ha dato l’ok. Il resto non conta!

Ci indicò il nome del piccolo mercantile e la sua ubicazione nel porto.

– Dovete affrettarvi – ci esortò, mentre il brontolio di un tuono echeggiava prepotente in quel cielo grigio di novembre – Hanno annunciato un acquazzone da un momento all’altro.

Ci accompagnò dolcemente verso l’uscita. Sulla porta, disse: avete un bel coraggio. Più di trecento miglia su un cargo dell’anteguerra. Ma che dire, c’è gente così, come voi, attirati dall’oceano come le papere da uno stagno.

La nave

Era un ex-incrociatore degli anni trenta, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e rivenduto all’asta dalla marina imperiale giapponese negli anni sessanta.

L’armatore lo aveva acquistato per un tozzo di pane e ora trasportava merci sulla tratta che legava le isole Canarie al continente nero.

Quella sera, avremmo dovuto caricare a bordo del Chiquita la nostra vecchia Land Rover e prendere il largo per raggiungere la costa africana. Ma non eravamo così felici di imbarcarci, perlomeno non in quella circostanza dove la parola finimondo assumeva tutto il suo reale significato.

Arrivammo al porto sotto un nubifragio. Erano le sei e non si vedeva a un passo dall’auto.

– Ma è una mareggiata! – urlò il Traga davanti alle onde che allagavano l’imbarcadero – altro che acquazzone. E adesso chi la trova la nave, al buio e in questo putiferio.

Dopo un po’ rinvenimmo il Chiquita, ma solo perché era lungo e occupava un’intera banchina. Ondeggiava cigolando, lamentandosi dei suoi acciacchi: un rumore sinistro di lame tenute insieme a stento e dalla ruggine e dalla stoppa intrisa di catrame.

Non c’era anima viva. Nulla, solo la bufera che imperversava e la disperazione, la nostra, posseduti da una fifa blu e da profondi dubbi.Non osammo scendere. Restammo al riparo nell’auto mentre le trombe d’acqua venivano giù, fredde e perverse.

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Erano gli anni 70, la radio mandava in onda sweet home alabama, un fragile filo di spensieratezza in quel frangente buio e avvilente, dove sarebbe stato più appropriato un requiem di Mozart o una messa di Bach.

Non sapevamo cosa dire, cosa fare, infreddoliti e rannicchiati nel proprio cantuccio. Tonio, allungato sul sedile posteriore, batteva il ritmo sulle ginocchia, il Traga sfumazzava le sue Fortuna, una dietro l’altra, ed io scrutavo la pioggia, domandandomi come fosse possibile che tanta acqua potesse scendere da quella coltre di nuvole, tanto grande e rigonfia fosse.

– Con tutti quei razzi che mandano in cielo l’hanno sforacchiato – cazzeggiai, tanto per rompere il silenzio – Ora è uno scolapasta.

Avevamo paura, paura che quella nave potesse prendere il largo in quelle condizioni demenziali. Non ce lo confessavamo, certo, ma ognuno, in cuor suo se la stava facendo addosso.

Avremmo preferito tutti il calduccio dell’hotel di Donna Benita. A quell’ora di solito serviva gli stuzzichini e la sangria al bar del salone. C’erano sempre le acciughe bianche, i calamari fritti e le croquetas di patate con pollo. Al solo pensiero ti veniva l’acquolina in bocca.

Ad un tratto, apparve un ragazzetto. Rischiarato dalla timida luce di un reverbero, scese dalla passerella e attraversò la nostra visuale. Un fuscello ossuto spostato qua e là dal vento, bagnato e tremolante, con una camiciola leggera, gli occhi truccati e una striscia di rossetto acceso, sbavato fra bocca e naso. Dietro di lui spuntò un individuo con il copricapo da marinaio, traballante, cadaverico e a torso nudo. Un’apparizione, un’ombra, uno spettro con dei baffoni grigi sporchi di rosso. Il vento s’affrettò a portargli via il cappello, che volteggiò e cadde in mare.

Il tizio non gli dette peso. Aprì con una mano la patta dei pantaloni e con l’altra finì d’un fiato quella che sembrava essere una birra. A passi incerti scese la pedana coll’affare di fuori e si piantò a un passo dalla Land. Pisciò a scroscio poi gridò qualcosa al giovinetto, del tipo «va a casa e aspettami, fiorellino» quindi frantumò la bottiglia contro la murata della nave e rottò a pieni polmoni.

– Allucinante! – esclamò Tonio, mentre quello risaliva sulla nave – Sapete? In realtà comincio a divertirmi.

No a rump i ball, ostia! Che non è affatto il momento di scherzare! – rintuzzò il Traga, scartando un vecchio panino. Aveva fame, fra un bagaglio e l’altro avevamo saltato il pranzo. Stappò l’ultima bottiglia di rosso e riempì tre bicchieri di carta.

– Chissà cosa ci faranno mangiare a bordo – disse Tonio, mentre brindavamo – Non credo che ci sia un bar con le tapas.

Si mangerà la stessa sbobba dei marinai, ve lo dico io – aggiunse il Traga – D’ora in poi scordatevi le raffinatezze.

Non dissi nulla. La fame e la l’angoscia si erano occupati del mio stomaco, vuoto ma pieno di nodi.

Pensai a quanta gente stava già ai fornelli preparando una buona cena, magari in famiglia, al caldo, lontano dalla pioggia battente e da quella nave fatiscente. Ma non noi. Obnubilati dall’avventura, ci ritrovavamo incastrati in un vicolo cieco, soli e sconnessi dal mondo, tutt’altro che propensi a lasciare il certo per l’incerto.

E pensare che l’idea era venuta al sottoscritto: evitare il Marocco e il deserto per non incappare in quella stupida guerra fra il Fronte Polisario e le forze regolari. Avremmo raggiunto Dakar via mare, costeggiando col Chiquita l’intero Sahara fino al nord della Mauritania, dove avremmo cercato un altro passaggio nave.

Una serie di lampi tagliuzzarono l’oscurità illuminando il vecchio incrociatore scorticato mentre il vento, accompagnato dal fragore dei tuoni, mandava a sbattere tutto contro tutto, ululando cinico e divertito. Pareva un campo di battaglia dove si affrontavano cielo e mare, avvolti nella loro stizza, nella loro indifferenza all’uomo e alle sue fragili cose.

Le piccole imbarcazioni, ancorate e legate con grosse gomene alle bitte d’ormeggio, sobbalzavano mugolando malinconiche e assai perplesse sul loro futuro.

La nave si sfregò ai copertoni messi a bella posta contro la banchina per evitare colpi secchi. Un lungo stridio d’abrasione che superò i rumori della tempesta facendoci rabbrividire.

Tutto era al limite. Nessun Cristo sensato avrebbe preso il mare in quelle condizioni. Nessuno, tranne quel capitano portoghese, un osso duro senz’altro figlio di un maremoto.

– Mi sentirei più al sicuro su un tronco che su questa bagnarola – si lagnò il Traga – Due giorni di mare su un coso sopravvissuto alla guerra, oh signur, questa avventura alla Corto Maltese mi ha rotto già i coglioni. Sapete che vi dico? Torniamocene in albergo, va’ a dar via el cul i duecento dollari! Ci siamo fatti fregare! Io, lì sopra non ci salgo.

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Ma non andò così e ovviamente non restammo a terra.

Il marinaio con i baffi sporchi di rossetto (…il cui nome era Chancha) spuntò poco dopo con un ragazzo di colore, Malik, e insieme iniziarono a manovrare una gru installata sul ponte di coperta.

Issarono a bordo il fuoristrada nonostante la bufera, evitando d’un pelo e a più riprese la fiancata. Il Traga, cereo e sempre più di pessimo umore, camminava su e giù stringendo i pugni mentre Chancha, sempre a torso nudo nonostante le trombe d’acqua, tirava e fissava le funi per bloccare l’auto sul ponte.

Tonio disse – Ma sarà umano, quello? Nemmeno un tricheco oserebbe sfidare un tempo simile senza coprirsi. – Ma l’altro cantarellava, affrontando la bufera come se nulla fosse. Il Traga, il passamontagna calato sulle orecchie, cominciò a sbraitare:

«Hei! Ma l’avete capito? La Land viaggerà allo scoperto, in mezzo alla tempesta. ‘Sti mangiamerda! Non hanno più posto nella stiva», «Stai attento a quello che fai, pirla!», «Mai vista una cosa così, robb de matt!», «E voi due non dite niente?», « Oh signur! C’è da dar di matto!».

Il capitano Zacarias, sbucò fuori all’improvviso. Era ben piazzato, i capelli rosso irlandese colle basette lunghe fino al mento mal rasato. Aveva i modi bruschi e lo sguardo a terra, sembrava uno a cui la fortuna aveva smesso di sorridere da un pezzo. Gli occhi piccoli e nascosti, risucchiati all’interno del volto grassoccio, ci scrutarono rapidamente, senza soffermarsi. Urlò qualcosa al giovane, controllò i nodi delle corde che saldavano l’auto al ponte e sparì veloce com’era venuto, ignorandoci sfacciatamente.

Il vento invertì il senso di marcia ricoprendo il ponte con il fumo nero della ciminiera mentre i vecchi motori martellavano a pieno ritmo. Tonio, i capelli folti e crespi acconciati come un’indivia riccia, alzò il cappuccio della mantella antipioggia e si appigliò al corrimano della murata mentre i goccioloni lo colpivano in volto.

– Oh Gesù! – disse costernato, realizzando che non avremmo più potuto fare marcia indietro – E adesso?

– E adesso ce l’abbiamo nell’osso! – lo «rincuorò» il Traga.

A lavoro terminato, Chancha ci fece segno di seguirlo e ci accompagnò alla cabina, situata in basso, molto in basso. Un pertugio con quattro brandine in ferro e un gran puzzo di pittura all’olio. Non ci si stava in piedi. Il Traga, alto quasi uno e novanta, dette una testata.

– I marinai giapponesi erano nani o cosa? – ringhiò, toccandosi la fronte – Questi ci hanno preso per gonzi! Nemmeno una cabina passeggeri…

Aprì il borsello e controllò la Glok semiautomatica, una calibro 45 che portava con se ad ogni viaggio.

– Dorme con me – prevenne – me la tengo sotto al guanciale. Ehi tu, ciaparàtt, ma non ci sono i cuscini?

L’altro rise, mostrando i denti piccoli color caffè. Era zuppo di pioggia. Si asciugò il busto senza peli con una delle nostre coperte. La gettò sulla branda e si riavviò i capelli grigi e giallognoli all’indietro. Puzzava di birra e sudore.

– Uno così lo incontri solo nell’oltretomba – commentò Tonio, mentre quello sghignazzava divertito.

Lo osservai con attenzione, aveva rughe profonde e grosse borse sotto agli occhi grigi e opachi. Potevi dargli trent’anni o ottanta, o magari chissà, aveva ragione Tonio, era già morto ma l’avevano rispedito in terra.

– Che gente! – continuò Tonio, mentre il Traga nascondeva l’arma sotto il dolcevita – Qui c’è poco da annoiarsi.

Mi rivolsi allo spagnolo Ho dimenticato un quaderno in macchina – gli dissi – Un bloc de notas, un cuaderno…Vorrei recuperarlo.

Non capì, o fece finta di non capire.

– Si mangia alle 8 – annunciò, lisciandosi i baffi – A las ocho! Comprendes? Il capitano non ama aspettare!

Zacarias

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Poco prima di cena, ci presentammo in plancia, dal capitano. Indossava una giacca con le ancorette ricamate sul colletto e un cappello di lana blu coi fregi. Sembrava quasi rassicurante in quella tenuta da ufficiale. Era di spalle e osservava la tempesta. Si girò con un libro in mano e una birretta nell’altra.

Il Traga si avvicinò e lo squadrò dall’alto. Anch’io mi avvicinai, curioso di leggere il titolo del libro. Era Cuore di tenebra, di Conrad.

– La nave salperà, è così?- chiese il Traga

Zacarias non rispose. Andò al frigo e tirò fuori quattro birre. Le stappò a una a una con i denti e le distrbuì.

Salud! – fece, facendo tintinnare le bottigliette gelate – Dite, è il vostro primo viaggio su un mercantile?

Rispondemmo di no ma che comunque avevamo una «marea» di dubbi sul fatto di partire con quel mare forza dieci.

– Forza nove – precisò lui – e domani in giornata è previsto un riassesto del tempo. Abbiamo preso il largo con un mare molto peggiore. Il Chiquita ha un bel pescaggio e rolla poco. Sapete, è sfuggito al siluramento di chissà quanti sommergibili, non saranno certo quattro onde a metterlo in difficoltà.

Il Traga sembrava più sereno, o meglio, aveva le mascelle un po’ meno contratte. Finì la birra d’un fiato e chiese:

– Allora, tra due giorni saremo in porto, è così?

– Con una mezza giornata di ritardo, ma non di più. Navigheremo a zig zag le prime cento miglia, prua a mare, poi si vedrà… No se preocupen! Ed ora scusatemi ma ho molto lavoro, non ho nemmeno il tempo di cenare. Ma voi andate pure… Mangerete con l’equipaggio, se non vi crea problemi. Don Anibal fa una sola cucina. Sul Chiquita siamo in pochi e tutti fanno tutto, allora dobbiamo limitare e concentrare il lavoro. A questo proposito, un’ultima cosa: devo chiedervi di non dare troppa confidenza ai ragazzi di colore… Niente distrazioni, niente chiacchiere inutili!

Posò il libro sul tavolo, accanto a una dozzina di volumi impilati. Notai una vecchia edizione del «Viaggio al centro della terra» di Verne e alcuni autori spagnoli che non conoscevo. Avevo una gran voglia di dare un’occhiata a quei romanzi, quasi tutti con illustrazioni vecchie di mezzo secolo.

Mi guardò stringendo gli occhi come un miope, come a dire: quella roba non si tocca! Quindi aprì un cassetto e tirò fuori (anche lui!) una pistola.

– Una chicca – disse, puntandola verso il soffitto – una reliquia che conservo con molta cura. Ecco con cosa gironzolo a bordo, giorno e notte, con questa vecchia arma di ordinanza dell’esercito nella cintola, in bella mostra e con 8 colpi nel caricatore.

Il Traga tossicchiò, sicuramente pensando alla sua Glok, nascosta sotto al giaccone.

– Voi vi domanderete il perché – continuò il capitano – Ebbene, è il solo modo per farsi rispettare da certi energumeni. A parte il capo macchine e il nostromo, gli altri non sono uomini di mare. Si sono arruolati per fame, solo per fame e lavorano quindici ore al giorno per quattro soldi, di che pagarsi il tabacco e una bevuta al rientro. Se e quando la paga arriva, beninteso. Sono frustrati, insoddisfatti, – continuò – hanno il sangue che ribolle dalla mattina alla sera e la minima scintilla può trasformare il malcontento in qualcosa di peggio. È già successo e sono stato costretto a far sentire il freddo di quest’arma sulla nuca del fuochista: una mossa calcolata per calmare i bollenti spiriti di tutto l’equipaggio, naturalmente.

Tonio e il Traga si scambiarono un’occhiata, l’altro continuò, abbassando il tono della voce e, come se non volesse essere udito da nessun altro tranne noi tre, bisbigliò:

– Questa non è una crociera, amici cari. Siete su una bolgia che viaggia fra la terra e l’inferno e, qui a bordo ci sono anche i diavoli. Diffidate, statene alla larga!

Non sapevamo cosa dire, cosa rispondere. Zacarias voleva impressionarci e in parte c’era riuscito, ma quel paragone fra i neri e i diavoli se lo poteva risparmiare.

Mi feci coraggio e avanzai:

– Noi non cerchiamo grane, abbiamo pagato per farci trasportare il più vicino possibile al Senegal e il più lontano possibile dalla guerra. A sentire lei, sembra di essere su un vascello pirata o qualcosa del genere. Non è molto rassicurante, non crede?

– Me ne rendo conto – rispose – ma provate a mettervi nei miei panni. Questa nave, ai suoi tempi, impiegava un equipaggio di oltre cinquanta persone, fra militari e marinai. Noi la facciamo navigare in otto, avanti e indietro in questo oceano della malora, anzi in sette, perchè il lavapiatti non conta. Capite dove voglio andare a parare o è così difficile? Tenetevi al vostro posto e tutto andrà bene.

Si tolse la giacca, l’appese a una sedia e infilò l’Astra nella cintura.

Noi avevamo indossato abiti caldi, fin troppo. Dolcevita, giacconi e sciarpe di lana. Zacarias lo notò, disse – Farà caldo in mensa, sapete? Perciò sbarazzatevi di tutta quella roba superflua e raggiungete l’equipaggio, sono tutti a tavola. Stasera pesce fritto!

Il Traga voleva dire qualcosa ma l’altro lo ammutolì con un gesto dell’arma.

– Andate, andate – disse – ci vediamo dopo… La vita a bordo del Chiquita è particolare ma ha un suo fascino, vedrete. Bisogna solo prendere il lato giusto delle cose e… stare lontano dai guai. Niente di più.

Posammo le bottiglie vuote sul tavolo, accanto ai libri e uscimmo, varcando un vecchio portellone in legno con l’oblò rivettato e la maniglia a volante. Ci accompagnò sulla soglia e aggiunse un’altra frase con quella sua aria solenne: – Qualcuno ha detto «Tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura», entiendes ? Allora… Cercate di non farvela addosso per un po’ di mare mosso, non ne vale la pena. Sogghignò smorzatamente, poi aggiunse: Spero comunque, che abbiate un buono spirito d’adattamento!

La Ciurma

L’equipaggio, oltre al capitano, era formato dal vecchio marinaio Chancha, che poi scoprimmo essere il nostromo, dal giovane Malik, da Simba il mozzo e da Faustino, il capo macchine che si occupava delle caldaie nelle profondità dello scafo insieme a Eusebio, il fuochista addetto al carbone, un nero liberiano dalle forme erculee. E poi c’era lo sguattero, Jafar, un giovinetto meticcio, lacchè del capitano, addetto alle pulizie e aiuto in cucina.

E per ultimo il cuoco, Don Anibal, roscio e bene in carne come il capitano e anch’egli portoghese.

Erano tutti là, s’ingozzavano di sardine fritte e patate, sballottati controvoglia dal movimento delle onde.

Salutammo e prendemmo posto a uno di quei tavolini imbullonati al suolo, apparecchiato sobriamente con posate e salviettine di carta. Jafar arrivò con una gran coca cola che posò davanti a Tonio. Don Anibal si alzò e venne a servirci.

– Non è che voglio snobbare la sua pietanza – lo bloccò il Traga coprendo il piatto col palmo della mano – Ma non credo che riuscirei a mangiare.

– Neanch’io – aggiunse Tonio – ho già lo stomaco in subbuglio. Però non porti via la coca, quella la bevo.

Io, mi lasciai servire. Il fritto aveva un buon odore ed era croccante al punto giusto e presi una doppia razione di tutto.

Come aveva avvertito il comandante, faceva caldo.

Il Traga si sfilò la giacca e tutti videro la Glok, mal nascosta dal pullover.

– Ma sei matto a tenerla così? – lo ammonì Tonio.

– E cosa vorresti, che la lascio in cabina? Te se mat? Tanto l’aveva già vista quel pigliainculo coi baffi, che di certo se l’è già cantata, altrimenti il comandante non avrebbe tirato fuori l’artiglieria. Non l’hai capito?

– Dovremmo dargliela in custodia, che ne pensi? – dissi.

– Ma a chi? – rispose – Ma hai visto le facce?

– Al capitano, giusto il tempo del viaggio. Avrà senz’altro un posto per tenerla al sicuro. A cosa ci serve tenere un’arma qui a bordo?

– Io non la mollo – ribadì – Questa è una nave di pazzi e di morti di fame. Magari pensano che abbiamo un sacco di soldi e ci attaccano per ripulirci e poi ci buttano a mare e nessuno avrà niente da dire, nemmeno Zacarias, ci puoi giurare.

– La penso come lui – aggiunse Tonio – Anche se era meglio non ostentarla come ha fatto.

Malik mormorò qualcosa all’addetto alla fornace, l’armadio tutto muscoli, poi si rivolse a noi e in inglese, disse – Immaginate un po’, noi non abbiamo diritto alla coca, in fondo non abbiamo diritto a niente, solo patate e pesce fritto! I congelatori ne sono pieni. A volte una mela… A volte! E quando Anibal è di buon umore ci fa il riso con pesce e verdure, ma non è una paella, oh no, il suo è un intruglio, a «concoction», you know? Ci mette di tutto, principalmente cipolle, tante cipolle. Lui dice che sono quelle le verdure.

Risero tutti, eccetto Jafar.

Don Anibal alzò gli occhi al soffitto, sbuffò, prese un grosso coltellaccio da cucina e lo puntò contro il marinaio.

– Ehi tu, maricon, se non la smetti ci aggiungo le tue palle nella mia concoction!

Questa volta rise solo Jafar. Malik, per nulla intimorito, prese a rollare una sigaretta. Jafar continuò a ridacchiare, battendo i palmi delle mani sul tavolo.

Eusebio si alzò, si avvicinò allo sguattero sovrastandolo con la sua mole, posò una mano sulla sua spalla e con l’altra fece il gesto di passargli una lama sulla gola.

– Tu, mezzo uomo – lo schernì – Chiudi quella bocca! E ricordati che io e te abbiamo un conto in sospeso.

Tornò a sedersi. Malik disse: – Quando ride sembra una gallina che ha appena fatto l’uovo.

– E tu tieniti tranquillo – intervenne Don Anibal – O d’ora in poi mangi in sala macchine col tuo amico, sui sacchi di carbone.

I due uomini di colore si alzarono e sparirono in un baleno.

Ve l’ho detto che c’era da divertirsi – disse Tonio.

Il Traga lo guardò di sottecchi, tirò fuori il mazzo di napoletane e attaccò un solitario.

Spicciati a finire Ni’ – mi disse – che ci facciamo una briscoletta, così non penso a star male. Senti come balla, non siamo ancora partiti e ho già la nausea, oh signur!

La prima notte di viaggio

C’era da non crederci, eppure Zacarias riuscì a staccarsi dalla banchina, a manovrare fra le altre imbarcazioni, superare il faro e infine allontanarsi dal porto e, anche se adesso le onde sollevavano in alto lo scafo, ebbene, l’essere giunti in mare aperto, in un certo senso, mi stava rincuorando. Però si stava male, male da cani. Il Traga e Tonio, allungatii sulla brandina, vomitavano a turno in un secchio preso a prestito in cucina. Io, per evitare di dar di stomaco, decisi di continuare a mangiucchiare pane, sdraiato sulla branda, la mano stretta alla traversa di ferro per non cadere giù, assecondando il movimento della nave.

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Mi lasciai dondolare al ritmo dell’alternanza delle onde medie e di quelle giganti finché, per miracolo, fui sorpreso dal sonno, o meglio un semi-sonno, un dormiveglia fatto di stanchezza e incubi brevi, ispirati dalla morte in agguato.

Aprii gli occhi tre o quattro ore dopo. Sudato e con lo stomaco a rovescio. Avevo ancora la mano stretta alla sbarra di metallo. A dire il vero non avevo mai allentato la presa, neanche dormendo.

Scesi e mi trascinai fuori, pensando che un po’ d’aria fresca mi avrebbe fatto bene. Mi avventurai fra i corridoi per raggiungere il ponte, barcollando e cozzando contro le pareti.

A metà strada incontrai Malik, aveva un’ascia antincendio e una corda.

– Hei, il turista – mormorò sottovoce, in italiano! – Dove cavolo stai andando? Se ti vede Zacarias ti spella vivo.

– Cerco un po’ d’aria. In quel buco si soffoca e c’è puzza di vomito. Ma come diavolo è che parli italiano?

– Ho studiato a Perugia, ingegneria. Ma non ho potuto laurearmi poiché mio padre è morto all’improvviso, a Conakry, ucciso per sbaglio dagli independentisti. In effetti vengo dalla Guinea, sono un malinké, mica un liberiano.

– E adesso fai il marinaio.

– Faccio la fame, altro che marinaio! Ho molti fratelli e sorelle, otto per l’esattezza, allora mi sono imbarcato. Adesso devo andare, amico, e… cerca di evitare il senõr Zacarias, è un odioso bastardo!

– Farò attenzione. Però ora salgo su. Non ci resto in quel buco, fa caldo e c’è tanfo.

– Il capitano non ama intrusi. È diventato viola quando ha saputo del vostro imbarco. Stai attento, quello è capace di metterti ai ferri come ha fatto con Leon.

– E chi sarebbe questo Leon?

– Un passeggero clandestino montato a bordo a Nouakchott per raggiungere la Spagna. Gli ha dato una batosta e poi lo ha rinchiuso. Voleva consegnarlo alle autorità ma Leon gli ha confessato di avere dei soldi nascosti e che glieli avrebbe dati se lo lasciava scendere a Las Palmas. Ebbene non c’è voluto molto per convincerlo. Lo ha persino fatto assumere al porto, come magazziniere e, ad ogni fine mese, gli rende visita e va a riscuotere una parte dello stipendio.

Dei passi rimbombarono sulla scaletta di ferro. Malik mi spinse di lato e s’eclissò in un baleno.

Era Simba, il mozzo. Sbucò da uno dei corridoi. Aveva anch’egli una fune, un rotolo di una decina di metri infilato in spalla.

– Hai visto Malik? – chiese. La bocca grande e carnosa si allargò in un sorriso – Grazie per la coca – aggiunse – lo avete fatto apposta a non berla e lasciarla sul tavolo, è così?

Indossava una tuta verde, sudicia e impregnata di fumo. Il cranio, completamente rasato, grondava di sudore.

– Non ho visto nessuno – risposi – stavo cercando le scale per salire in coperta! Uno schianto improvviso ci gettò in terra.

– È solo un’onda più forte delle altre – biascicò – Il capitano deve averla presa piena. Merda! Ho sbattuto la testa. Zacarias della malora! Dev’essere già ubriaco.

Mi alzai e lo aiutai a sollevarsi. Sanguinava da un’orecchia. Si asciugò col braccio e raccolse la corda.

– La scala è di là – disse, indicandomi un corridoio – Molto meglio se il capitano non ti vede in giro. C’è un angolino tranquillo, dietro le cucine. Apri la porta accanto al forno, da sul corridoio della cambusa. È la dispensa di Don Anibal, di solito lui schiaccia un pisolino fra i cartoni ma ora, con questo mare, anche lui avrà il suo bel da fare. Il capitano di solito lo tiene in coperta, al timone. Pare che in gioventù sia stato nocchiero sul ferry che va da Gibilterra al Marocco e che si sia fatto beccare con una scimmia ripieno di hashish. Comico, no? – proseguì sogghignando – E ora è con noi e manovra il timone…

Non volli approfondire la cosa, in particolar modo la storia della scimmia.

– Adesso devo andare. Mi raccomando, se vai in magazzino, puoi pure fumare che ci sono gli oblò senza vetri, ma attenzione, bisogna aggrapparsi, lassù si balla!

Sparì in fretta anche lui, nella stessa direzione dell’altro.

to be continued…


photo credits

Foto Mareggiata di Manuela Barattini

Foto Statua di Corto Maltese di Sylvain Naudin

Foto Captain di Juan Salmoral 

Foto Montain of water Joe Thomissen

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