Rue de l’Hirondelle

Vendredi 2 mai 1945. J’ai une envie folle de travailler et il faut que je le fasse même si ça me raccourcit la vie. J’aime mieux la création que la vie, et il faut que je m’exprime avant de disparaître. Sonia Delaunay.

Piccolo scenario senza illustrazioni e senza pretese. L’immagine della donna dal volto color ocra è del grande Moebius. Io, non ho mai preso il tempo di disegnare questo strip. Mea culpa! Mi dico, così imparo!

* * *

Léonce c’era passata davanti almeno un centinaio di volte persuasa che era l’enorme ingresso di un palazzo, ma quell’arco, alto e ampio, di fatto non era solo l’entrata di un edificio ma anche un passaggio che sfociava in una stradina, quasi un vicolo: rue de l’Hirondelles.

Un giorno, poco prima di Natale, il comitato di redazione aveva festeggiato le diecimila copie vendute, in un ristorantino, le Passepartout, in basso e quasi a ridosso del passaggio. Fu così che Léonce aveva scovato quell’angolino discreto, quasi confidenziale del quartiere latino, una mini galleria che riuniva la place St. Michel alla rue de l’Hirondelle. Inoltre aveva scoperto che la viuzza era stata creata prima del 1200, con il nome rue Arrondale-en-Laas, trasformato poi in rue Hyrondale e per finire in rue de l’Hirondelle: via della rondine.

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L’aspetto secolare della cosa legava perfettamente con il tema del suo ultimo fumetto intorno ai viaggi nel tempo attraverso un portale intergalattico e quell’androne, quella volta, ne era diventato l’accesso! Le donne di Horo sarebbero passate di là per scendere sul nostro pianeta.

L’aveva disegnata decine di volte, a differenti ore del giorno, per poterne cogliere tutta la magia e quel suo alone di mistero che l’aveva tanto intrigata e ispirata sin dal primo istante. Aveva persino preso una camera nel piccolo albergo confinante, le Clos de Notre Dame, a poche decine di metri dal quello spazio, per poterlo ritrarre dall’alto. Quel luogo era pieno di buone vibrazioni e Léonce ci si trovava veramente a suo agio, mentre frugava, rovistava fra i volti dei passanti per individuare quelli da attribuire ai propri personaggi.

Quel mattino, per evitare la pioggia, il dubbio era se entrare nel bistrot vicino e approfittare del tepore del bar e dell’aroma dei caffè o ripararsi sotto l’arcata e lavorare un po’. Scelse l’azione, poichè il tempo le era contato, il prossimo numero sarebbe uscito da lì a tre settimane. 

Bisogna essere nel posto giusto, pensò, ed è questo, per forza!

Si appoggiò con le spalle al muro, con il taccuino e la sanguigna e schizzò rapidamente un primo profilo. 

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La federazione interstellare aveva bisogno di un leader e non era riuscita a sagomarlo, ma quello era il giorno buono, se lo sentiva. Uomo, donna? La cosa non s’era ancora delineata. Questa volta cercava un carisma esclusivo, fatto di autorità, saggezza e…grazia. Le piaceva molto la parola «grazia», incorporava la signorilità, la benevolenza, ma anche la clemenza e soprattutto, per Léonce, la femminilità. Si, finalmente avrebbe scelto una donna.

Si concentrò su un’anziana signora dai capelli argentei raccolti in uno chignon sul capo. Forse non così matura, pensò, chiuse il taccuino e si avvicinò all’entrata dove qualcuno arrostiva castagne. Era la prima volta che vedeva una donna asiatica, sicuramente cinese, vendere caldarroste. Ne comprò un cartoccio. Erano grosse e profumate. Le spellò e le mangiò tutte in poco tempo, con l’occhio sempre vigile, pronto a cogliere quel profilo mancante.

Passò la mano sotto il berretto di lana e si grattò il capo. Decisamente il prurito non diminuiva, anzi. S’era svegliata all’alba, molto prima del solito, con quella sensazione di formicolio sulla parte alta della fronte e sul capo, fra i capelli biondi e lisci. Forse erano stati tutti quei calamari fritti e le cozze, una grande abbuffata di molluschi innaffiati di vino bianco da Natanaëlle, la co-autrice dello scenario, per festeggiare il suo nuovo appartamento. S’era allontanata troppo dalla sua cena abituale, a base di verdure e di un buon litro di tè, consumato senza fretta al tavolo da disegno mentre illustrava le sue folli creature.

Si grattò vigorosamente, quindi calò il berretto fino a metà fronte e riprese a disegnare. Qualcuno le toccò la spalla. Era Didier, un suo ex. Era elegante come sempre, in un completo grigio fumo e una cravatta azzurrina.

Ci mancava pure lui, rimuginò, me l’ero dimenticato.

– Non sei cambiata affatto – disse lui mentre la baciava sulle guance – Che fai adesso, lavori in strada? Il tuo lato bohemien ha preso il sopravvento, se ho ben capito.

– Dubito fortemente che potrei cambiare – rispose lei, aggrottando le sopracciglia, per niente contenta di averlo incrociato – E tu, che ci fai da queste parti? Sei completamente fuori zona.

Didier ravviò i capelli un pò troppo lunghi all’indietro e allargò un bel sorriso.

È bello come il sole, pensò Léonce, ma così pretenzioso…

Un appuntamento, ma chérie, non lontano da qui, all’entrata della metro. E sono pure in ritardo.

– Beh, avviati allora, non farti aspettare!

Lui sorrise, cercando la solita battutina pungente.

– A proposito – esordì – Fai sempre volare le tue creature su quegli enormi e orribili uccelli?

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Léonce abbozzò una smorfia di disappunto – Ogni tanto qualcosina carina sai dirla anche tu – rintuzzò sarcastica.

– Ohh, siamo di buon umore, vedo. Forse è meglio che io vada.

Sparisci una volta per tutte, pensò lei mentre lui si allontanava.

Poi si girò e la vide. In effetti era già là, ma prima le aveva voltato le spalle discutendo con qualcuno. Ora era di faccia. Si concentrò e iniziò a disegnarne i tratti. La donna la notò, gli occhi erano chiari, quasi celesti, dolcemente magnetici. Léonce pensò che l’aveva già vista o meglio già incontrata, ma dove?

La pioggia ora faceva un gran baccano, martellando all’impazzata e scagliando goccioloni pesanti sugli ombrelli e i crani scoperti della gente che cercava rifugio nel passaggio, un va e vieni di gente inzuppata alla ricerca di un angolo riparato. In molti la urtarono. Di colpo si sentì nervosa, confusa. Devo tranquillizzarmi, pensò, sgombrare la mente da tutto questo casino sennò non avanzo. Fece qualche passo e si appoggiò a una colonna, chiuse gli occhi e provò a «staccare l’anima dal corpo», com’era solita dire, fare il vuoto e concentrarsi su un’immagine che la rendeva felice. In quel momento le venne in mente il mare della sua città, cercò di concentrarsi sullo sciabordio delle onde sulla battigia e l’odore delle alghe della spiaggia di Hendaye durante le sue passeggiate autunnali. Poi pensò inevitabilmente al suo fumetto che, ora più che mai, le teneva così tanto a cuore, sul quale aveva passato così tante ore di lavoro.

E fu lì che con il suo cervello, e non con i suoi occhi, vide l’androne bagnato di luce. Non era più lo stesso, era color sabbia e profumava. Pensò odora di giallo, il giallo ha un’odore…

I capelli dorati della donna notata poco prima, uscivano dallo zucchetto di lana. Uno strano berretto a punta, e anche il viso, un po’ più scuro ma dello stesso colore ocra, come la sabbia delle dune di quell’Erg in Marocco, dove aveva ambientato parte della sua storia. Aveva un bimbo fra le braccia, o piuttosto la sagoma luminosa di bimbo. Le donne di Horo, pensò, portano le anime dei futuri nascituri alle madri-angelo in terra.

Riaprì gli occhi. Una, due, tre, contò dodici persone, di cui un uomo e undici donne. La osservavano sorridendo.

Léonce si allontanò, un po’ frastornata e quasi traballando, verso l’uscita mentre «quelli» continuavano a guardarla. Uscì, fece alcuni passi sotto la pioggia ed entrò nel bistrot. Ordinò un doppio espresso con latte e si avviò alle toilettes.

Sta succedendo anche a me, lo sento, pensò, sembra un copia e incolla del mio scenario.

Scese di corsa nel sottoscala, aprì la porta e andò al lavandino. Tolse il berretto e si specchiò. Aveva tre corni sulla fronte, all’attaccatura dei capelli. Tre piccoli corni fra il rosa e il marrone e un occhio in più, un occhio piazzato nel bel mezzo del cranio. Lo schiuse. Era la prima volta che lo apriva e lo usava. Vide il soffitto con l’occhio sulla testa. Era un soffitto verdastro con un neon nel centro e diverse macchie di umidità. Le contò. Una, due, tre, erano venticinque macchie, di cui dieci piccole e dodici grandi e screpolate. Prese il berretto di lana e lo calzò per coprire quegli strani cornetti e proteggere quell’occhio cranico. Senza spavento, senza provare alcuna emozione…Doveva succedere, pensò, poichè i tempi erano maturi, questo era tutto.

Risalì le scale e andò a bere il suo caffè. Lo trovò buono e ne ordinò un secondo. Lo assaporò, prendendo tutto il tempo necessario. Sapeva che doveva raggiungerli, era inevitabile, imprescindibile. E poi, e poi forse a casa.

Quando passò di nuovo l’arco erano ancora là, e tutti col berretto d’ordinanza, con il fregio reale, i dodici. Dei berretti di quel color ocra, con i paraorecchie lunghi e penzolanti come quello della donna. Sorridevano, sorridevano ancora. Léonce non riuscì a stupirsi. Ci provò ma non gli venne bene. In effetti non riusciva a meravigliarsi di nulla, era come se quelle entità interagissero con la sua mente e la immergessero in uno stato di serenità assoluta.

Attraversò l’androne e si affacciò sull’altra uscita. In basso, il piccolo ristorante di cucina italiana stava aprendo. Un allegro odore di ragù le avviluppò i sensi. Pensò a quella cena, ai suoi colleghi di lavoro e a Natanaëlle e gli venne un pizzico di nostalgia.

Si volse all’indietro e andò incontro ai dodici. Si scoprirono tutti il capo e guardarono in alto, con l’occhio superiore. La luce li inondò e il varco si aprì, un corridoio illuminato da milioni di puntini luminosi. Léonce pensò a del pangrattato fluorescente, a della polvere di neve, gialla! Sorrise: la sua fantasia continuava a galoppare a briglia sciolta, era un buon segno.

In undici si avvicinarono e una nebbia soffice di un colore nuovo, un colore il cui spettro non le era mai stato visibile prima, li avvolse e l’aria prese un odore insolito, un aroma di noccioline tostate. Léonce sorrise, pensò alla sua crema di nocciole, alla nutella, ai gianduiotti. Questo è un dono, pensò, un pensiero gentile per il mio rientro.

Qualcuno le prese la mano. Si girò, era Didier.

– Non c’era nessuno – disse – sono arrivato troppo tardi. Sono contento di ritrovarti. Che ne dici di un caffè?

Oh no! Non adesso! – rimuginò Léonce preoccupata. Cercò velocemente una soluzione. Ma non venne.

– Ehi, ma cos’hai sulla fronte, cosa ti è successo? Sembri il protagonista di un tuo fumetto. Sai uno di quei zuzzurelloni che cavalcano i draghi…

Léonce, imbarazzata, guardò il resto del gruppo. La donna col bambino alzò le spalle: -Troppo tardi,- disse, – partirà con voi.

La luce aumentò di intensità. Didier, lo sguardo stralunato, osservò tremante la propria cravatta in fiamme durante l’ascensione.

– Che ne farete? – chiese Léonce con un filo di voce mentre i piedi si staccavano dal suole. Ma nessuno rispose. L’universo aveva ben altro a cui pensare. 

Entrarono tutti nel tunnel e la porta si richiuse sotto lo sguardo attento della donna col bambino. «Tutto bene» pensò costei «posso andare tranquilla, o quasi». Prese per mano la sagoma di luce, era una bambina. Calò il berretto sulla fronte. L’occhio superiore si chiuse.

Quando passò l’arco, ora rosso rutilante, mormorò «Guarda, questo è lo Shanxi, siamo nell’età d’oro della dinastia Tang».

– Allora sono arrivata, disse la giovane anima. Sono un po’ tesa, è la mia ultima nascita.

Poco più in là, una vecchina, sull’uscio di casa, friggeva focacce.

– È quello il guardiano? – chiese – L’ho già vista mentre abbrustoliva castagne. È sempre lei, vero?

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– Si, è quello il guardiano del portale.

– E Léonce?

– È già in viaggio.

– Ma non ha finito il suo fumetto.

– È la nostra realtà. Non so come ha fatto ma ha riprodotto esattamente il nostro mondo. Qualcosa, nella sua memoria ha resistito. È sbocciata prima del tempo, un vero fenomeno.

– È in cammino verso Horo?

– Come noi tutti, chi prima e chi dopo un giorno prenderemo la direzione del sole. Ed ora andiamo, Guan-Yin, tua madre ti aspetta.

Il giorno era spuntato da poco. Non lontano, alcuni carillon di bronzo mossi dal vento rallegravano la strada. La vecchina raccolse le focacce, le sistemò nel cesto e prese a seguire da lontano l’angelo e la piccola Guan-Yin, meravigliosamente viva.

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