Il medico dell’undicesimo distretto

«Si può senz’altro immaginare una storia a forma di elefante, di campo di grano o di fiamma di zolfanello» Moebius, editoriale di Metal Hurlant 1975

***

Parigi, inizio ottobre. Le giornate erano corte e quasi non vedevo più il sole. Se ne andava presto, più o meno quando mi svegliavo. Ci si incrociava giusto a colazione la mattina o a metà pomeriggio, all’ora del mio pranzo quotidiano. Anche il gatto s’era adattato a quegli orari strampalati: seguiva il mio andazzo passando notti insonni e dormendo di giorno, in fondo al letto. Niente di eccitante, d’accordo, ma trovavamo entrambi ideale quella cadenza, si andava alla buona velocità. Una piroga tranquilla che ci teneva a galla in quel tratto di mare metropolitano.

Il fantino venne a casa un pomeriggio.

Dette un’occhiata al mio lavoro, bevve un caffè, mi lesse il suo ultimo articolo e poi chiese:

– Come ti senti? Hai ancora quei capogiri?

– Direi che la cosa peggiora. Ho dei vuoti di memoria, durano poco, al massimo un quarto d’ora e poi torna tutto a posto.

– Devi vedere qualcuno. Ho chiesto a Oreste e mi ha dato l’indirizzo di un medico, è in zona, nell’undicesimo, a un paio di fermate di metro. In realtà l’ha già chiamata, è una sua amica e ti aspetta domani alle dieci.

– Di mattina? – trasalii – Un vero disastro visto che non mi addormento prima delle sette.

L’indomani mi recai da quel dottore. Un po’ rincoglionito ma ci andai. Mi trascinavo a testa bassa, con una sensazione penosa di vuoto, solo e ignorato come un’ombra nella nebbia. Un’illusione deambulante, ecco tutto.

Salii sulla metro a Abbesses alle nove, linea 12 fino a Marcadet Poissoniers. All’uscita mi infilai subito in un bistrot. Il cielo era strano, grigio e giallastro, pesante come un coperchio di stagno. Ci voleva un caffè per tirarmi su. Chiesi al garçon se conosceva la strada del medico. Rispose che conosceva anche il medico, la dottoressa Martial, che c’era andato per una blenorragia.

– Interessante! – Replicai sarcastico, lui schizzò una mappa sul retro di uno scontrino e sparì con i miei 5 franchi.

Col bigliettino in mano percorsi un mezzo isolato, poi trovai il pannello, al numero 55 e non al 15 come indicatomi dal fantino.

«Violaine Martial-Levy, facoltà di medicina di Lione, Dermatologo».

Che cacchio c’entra la dermatologia nel mio caso, mi domandai, ma spinsi il cancelletto e attraversai un cortiletto invaso da camelie, quasi tutte ancora in fiore, rosse, rosa, gialle, variegate: sembrava un giardino del meridione nonostante fossimo al 42° parallelo nord, dove non si godono troppo i favori del sole, ma per quelle cose, a volte, la mano dell’uomo è buona.

La porta dello studio non si aprì, allora suonai. Due, tre, quattro volte. Al quinto scampanellio si aprì uno spiraglio.

– Non aspettavo nessuno, disse, è fine settimana sa? Beh, già che è qui la visito e poi scappo, ho qualche compra da fare. Poi picnic al parco, in solitario e con un buon libro, sono al mio terzo Agata Christie della settimana, non so se rendo l’idea.

Entrai senza dir nulla dell’appuntamento e non nominai l’amico Oreste. Le strinsi la mano. Una mano lunga e affusolata, fredda come il marmo.

– Questo studio è una cella frigorifera – Sembrò scusarsi – Non ho nemmeno acceso il climatizzatore, visto che non avrei dovuto essere qui…

Era senza camice, vestita con un abitino grigio di lanina leggera, aderente. Ne approfittai per sbirciare le gambe e il rollio delle natiche mentre mi precedeva. Era una neo-quarantenne dall’aspetto completamente parigino. Castana, taglio a caschetto, tutto indicava una donna pratica, moderna, una senza mezzi termini.

Mi indicò il lettino degli infermi.

– Prima si spogli – disse – poi si allunghi qui.

– Scusi, cosa tolgo, camicia e pullover?

– No, tolga tutto. Resti in slip, almeno quello.

Iniziai a denudarmi. Faceva un freddo cane.

– Allora, cosa le succede? – mi chiese mentre srotolava il lenzuolino medico.

– Ho dei giramenti di testa – cercai di spiegare – Non so, è come se la terra mi venisse tirata via da sotto i piedi.

– Da quanto tempo ha questi malesseri?

– Due o tre mesi, ma non sono così frequenti. Quello che mi preoccupa di più sono dei piccoli vuoti di memoria, brevissimi ma fanno paura, lei capisce…

– Uhmmm – fece piantandomi negli occhi uno sguardo severo, buio e inquisitore – Si metta piuttosto seduto.

Eseguii, posizionandomi come mi aveva chiesto, con le gambe ciondoloni.

– Mi dica, chi le ha dato il mio indirizzo?

– Beh, Oreste – dissi – È lui che mi ha consigliato di venire da lei.

Non rispose, andò a un’armadietto, prese un astuccio e tirò fuori l’otoscopio.

Prima di infilarmi l’estremità conica dello strumento nell’orecchio, mi squadrò da cima a fondo, poi di nuovo quello sguardo penetrante, quasi accusatorio.

Deve prendermi per matto, pensai, chissà che cacchio gli ha raccontato Oreste, ma ha dei begli occhi, e pure il resto…

– Si giri! – Mi ordinò perentoria e esaminò l’altro orecchio.

Et voilà – fece – Il problema è accanto alla membrana del timpano. Qualche ronzio, ogni tanto?

– Si, quando mi allungo, a volte…

Non mi fece finire la frase.

– C’è una leggera ostruzione, dovuta alla desquamazione delle cellule dell’epidermide del condotto uditivo. Ma da lì a provocarle dei capogiri, mah… Le prescrivo delle gocce e dei lavaggi auricolari. Niente antibiotici, ma se la terapia locale non funziona dovrà prendere qualche compressa… Torni fra una settimana, si vedrà.

– Quando? – chiesi – Di nuovo di sabato?

Mi ordinò di rivestirmi poi andò alla scrivania e controllò l’agenda.

– Già, di sabato. Gli altri giorni non ho nessun buco. Farò un’eccezione per lei – disse – Visto che la manda… Come si chiama il suo amico? Oreste?

Ero sempre più dubbioso sul fatto che quel medico fosse una conoscenza del mio amico ma continuai a far finta di niente e dissi:

– Se vuole posso venire un altro giorno, dopo il week end.

– No, non si preoccupi. Il sabato vengo sempre qui a studio. Mi ci fermo un’oretta, cazzeggio un po’ e poi vado al supermercato. Ma se il tempo è buono mi stendo al sole, al parco Monceau. Sa, dove dipinse Monet…Conosce?

– Conosco chi? – Monet o il parco?

– I due!

– Conosco entrambi!

– Immaginavo!

Tirò fuori una sigaretta lunga e fine, l’accese, aspirò voluttuosamente il fumo e lo rigettò verso il soffitto. Riprese:

– È il mio parco preferito e mi piace andarci da sola. Mio marito porta le bambine al tennis ed io ne approfitto per starmene un po’ tranquilla.

Bon, per il resto facciamo come oggi, la aspetto sabato alle dieci. Ecco la ricetta. Cominci sin da subito, mi raccomando.

Questa volta sorrise, finalmente! Mostrò persino i denti, piccoli e leggermenti separati davanti. Si infilò una giacca e mi accompagnò quasi spingendomi all’uscita. Sulla porta prese il tempo di guardarmi di nuovo di traverso, con la mezza sigaretta penzolante al labbro. Un ennesima occhiataccia a portar via, per il viaggio.

Rientrato a casa, decisi di fare un po’ di pulizie. Aprii le uniche due finestre della soffitta e Yuri partì a bighellonare sui tetti. A lui, da buon parigino, andava bene anche il grigio.

Cominciai con il letto, misi le lenzuola pulite e aggiunsi una coperta di lana rossa, quindi attaccai i pavimenti, strofinai a fondo la cucina, misi in ordine lo scrittoio e gli appunti, caricai le stilografiche, aprii una nuova risma di stupendi fogli immacolati e, per finire, ripescai nell’armadio un poster degli amanti di Botero e lo appesi a capo al letto.

botero

Credo che in fondo preparavo la tana per letargo invernale. Avrei ripreso di lì a poco il mio variopinto andazzo quotidano, una routine che mi andava a fagiolo, bellissima per quanto orrenda potesse apparire agli occhi dei pochi amici che frequentavo. Il problema era solo quel piccolo calo di salute ma bastava uscire poco e la storia era risolta.

Fuori, la gente andava e veniva, costantemente, da mattina a sera. Un insieme intricato di incroci fra migliaia di estranei abusati, ingannati dalle apparenze. C’era qualcosa di perverso in tutto ciò, come il pendolo di Newton o il vino dealcolato o peggio ancora la neve sporca.

Sedetti alla scrivania lontano da tutto, e lavorai sodo, alla ricerca del mio assassino.

* * *

Incontrai il fantino un paio di giorni dopo, verso sera, non lontano dal centro Pompidou, metro Rambuteau. Era tutto intabarrato, con uno sciarpone di lana che lo copriva fino al naso. Non so cosa si fosse beccato ma era combinato male. Rosso e febbricitante, riusciva a malapena a parlare.

– Allora? – chiese con un filo di voce – Col dottore com’è andata?

– Mi ha prescritto un paio di cose. Pensa che il problema sia nelle orecchie. E tu? Non ci vai dal dottore?

– Ne esco appena, disse, lo studio è proprio qui all’angolo. Adesso vado in farmacia e poi a letto. Porca troia, sto veramente a pezzi, trentanove di febbre.

– Ma tu non vai dove mi avete mandato, da quella Violaine?

Non ti ho detto Violaine ma Viviane, almeno credo, sono in stato confusionale. È Oreste che ci va, o la moglie, non so più.

– Ah! Devo aver capito male, dissi e tagliai netta la discussione.

Entrai nel mini-market non lontano da casa. Comprai latte e scatolette di pesce per Yuri e una piccola scorta di bucatini arrivati chissà come sugli scaffali di Zahir. Due o tre belle amatriciane mi avrebbe riconciliato col mondo intero e con le vertigini. Aggiunsi pomodoro, pancetta, peperoncini e due bottiglioni di vino sfuso per completare il carrello! Di che tenere qualche giorno alla grande.

* * *

La settimana passò in fretta. Lavorai molto, quasi tutte le notti fino al venerdì seguente giacchè, per non essere troppo sbattuto la mattina del sabato, mi infilai sotto le coperte appena dopo mezzanotte. In effetti avevo una gran voglia di andare da quella Violaine, anche se avesse dovuto sembrarmi un piacere piuttosto masochistico visto gli sguardi fulminanti, ma la cosa mi intrigava.

Non sapevo ancora se quella curetta mi avrebbe rimesso in sesto. Non ne avevo idea poichè restando quasi sempre in casa, non poteva succedermi nulla.

Per che i sintomi spuntassero fuori ci voleva casino, gente, metro affollati, allora mi facevo prendere dall’ansia, le orecchie zufolavano, la testa girava e una leggera sensazione di panico mi assaliva di soppiatto. Cominciavo a temere la famosa paura della piazza, nientemeno!

In effetti quei disturbi erano spuntati fuori un paio di mesi prima all’ippodromo d’Auteuil, al concerto degli Stones. La band presentava Tattoo You con uno European tour ed io ero in prima fila insieme al fantino, in un caldo e roseo tramonto di luglio, pareva che il sole non volesse più partire tanto il cielo era chiaro alle nove di sera. Ma fu lì, ahimè, sotto quel cielo tappezzato di soffici nuvolette di cotone, che tutto ebbe inizio. Jagger salì sulla pedana telescopica e si fermò a un paio di metri dalla mia testa… The girl who once had me down, under my thumb, e almeno tre generazioni lo accompagnarono in coro, under my thumb, a siamese cat of the girl… Qualcosa non andava, cominciai a sudar freddo.

2016-02-18

– Che hai? Mi chiese il fantino – Sei tutto bianco.

In effetti avevo appena superato un giramento di testa, chiudendo gli occhi e respirando a fondo…inspirazione, pausa, espirazione, pausa… quarto stadio dello Yoga, controllo ritmico del respiro…

– Non è nulla – mentii, ma le gambe stavano cedendo lentamente. Inspirazione, pausa, espirazione, pausa… Il mondo oscillava.

– Non hai mangiato un tubo – disse – vedrai che è un calo di zuccheri.

Ebbi la sensazione di cadere nel vuoto senza paracadute, come in quei sogni in cui piombi giù dall’albero o da un grattacielo. Mi afferrò per un braccio.

– Seguimi – mi esortò e, facendomi da scudo e spingendo la folla come un ariete, aprì un varco fino alle gradinate.

Ci sedemmo sugli spalti e seguimmo il concerto da lontano.

– Allora, che ti è successo?

– E che cazzo ne so – risposi – forse è la stanchezza! Passo troppe notti in bianco! Ho due storielle in cantiere e non riesco a venirne a capo.

* * *

Dovetti aspettare un paio di minuti prima che aprisse. Era in tenuta da ginnastica col berretto di lana color pistacchio calato sulle orecchie, l’asciugamano sulle spalle.

– Mi dispiace – disse – ma non sono pronta. Intanto si accomodi, ho bisogno di dieci minuti. Se vuole un caffè l’ho appena fatto, ce n’è un bricco lì sulla scrivania e dei bicchieri di carta e lo zucchero.

Non ebbi nemmeno il tempo di dire buongiorno. Sparì dietro una porta in fondo allo studio. Mi servii un fondo di caffè, tanto per ingannare il tempo e superare la situazione di disagio mentre sentivo venir giù l’acqua della doccia. Mi concentrai sugli effluvi del bagnoschiuma che fuoriuscivano: erano vapori di vaniglia o cocco o fiori tropicali.

Vidi uno spiraglio. Fui tentato di dare una sbirciata ma non lo feci, vinto dal mio perenne imbarazzo da imbranato. Mi versai un secondo caffè.

Di lì a poco spuntò fuori con un vestito blu a girocollo scollato dietro. Un triangolo di stoffa in meno che le lasciava la schiena a vista.

– Bien! – Fece, senza girarci intorno – Si fa come al solito, ci si spoglia.

A differenza della prima volta, il climatizzatore soffiava aria calda.

– Allora? – chiese mentre infilava un camice – Miglioramenti?

– Si, un po’, ossia, cioè, in effetti ci sento meglio, però la testa fa ancora brutti scherzi.

Ero in boxer, un classico a quadrucci Vichy con l’apertura a bottoni. Mi sentivo elegante e comunque più sicuro della prima volta.

J’aime les caleçons – disse – mio marito porta degli orribili slip neri, stretti e corti, quando ingrassa gli si forma un salvagente intorno alla vita, veramente poco sexy.

Che dire, stavo già per chiederle che tipo di mutandine indossasse lei, invece deglutii e accennai un mezzo sorriso.

Se ne rese conto, chiese: – Che c’è? L’ho turbata? Non ci faccia caso, io sono sempre diretta, forse un po’ troppo.

– Turbato io? – ribadii – E per cosa?

Le sue labbra larghe si strinsero come per trattenere un sorriso. Tossicchiò.

– Si allunghi – ordinò come al solito.

Toccò sotto le ascelle e poi alla base del collo con quelle lunghe mani ancora fredde nonostante la doccia. Scese giù, infilò la mano sotto il calzoncino e palpò l’inguine destro.

– C’è un leggero gonfiore qui. Le fa male?

Non proprio.

Sentii un dito che esplorava sotto ai genitali.

– Non c’è da preoccuparsi, è una cosa minima.

Passò a sinistra. La mano s’inoltrò leggera e cauta, una carezza vellutata a un centimetro dall’affare. Poi, di colpo, mi piantò la solita occhiata acuminata, anzi così incazzata che pensai adesso tira fuori un coltellaccio da sotto il lettino e me lo pianta nello sterno e poi, senza nemmeno prendere il tempo di dissimulare il cadavere, scompare per sempre. La polizia determinerà che in questo appartamento non ci abita più nessuno da un pezzo e si va sui giornali (pensai subito all’inizio di un poliziesco!)… Pensieri stravaganti ma che impedirono un’ingrossamento inopportuno, sconveniente, evitando d’un pelo un’increscioso imbarazzo. Mi fece girare su me stesso, mi dissi tanto meglio così il rischio è minimo. Abbassò la mutanda e applicò le mani sulle chiappe. Io pazientavo, aspettavo un seguito. Ma che fa? – sospettai – Se le scalda?

Restò qualche secondo così, poi mi fece sedere e, finalmente, passò alle orecchie.

– Va meglio, disse, molto meglio. Ma adesso facciamo delle analisi, sangue, urine… Me le porta in settimana, senza appuntamento. Le può lasciare alla segretaria, che la chiamerà dopo che le ho consultate e le fisserà un nuovo appuntamento.

Prima di congedarmi chiese:

– Ma cosa ci fa lei a Parigi? Non mi sembra che la cosa le riesca bene.

– Non lo so nemmeno io, risposi. Ho presentato un fumetto a un editore che ha trovato ottima la trama ma mediocri i disegni. Da allora scrivo intrighi e intrecci per arrivare a fine mese. Niente più disegni.

– E funziona?

– A volte si e a volte no! Per ora sono impelagato nella vostra città, un po’ come una moscerino sulle strisce adesive. Più in là si vedrà.

– Continui con le gocce e i lavaggi ancora per tre giorni – concluse – ci si vede sabato.

* * *

Avrei dovuto farmela a piedi invece imboccai l’entrata della metro. C’era una gran massa di gente. I corridoi appestavano di chiuso, di piscio, di disgrazia, di sfigati, di uova marce e sfiati di fogna, metano e acido solfidrico. Scorregge calde che venivano dal centro della terra. Loffie di un drago gonfio d’aria fetida tenuto a bella posta in quei sotterranei a impuzzare la parte bassa dell’inferno. In quella alta ci pensavamo noi. Eravamo bravissimi e autosufficenti.

Risalii in superfice per evitare il peggio. Camminai un po’ avanti e indietro, poi presi posto a un tavolino di un caffè. Mi sudava lo stomaco, qualcosa non funzionava bene o non funzionava affatto. Decisi di bere un doppio ristretto con cognac per darmi una sgrullata, a stomaco vuoto. Dovevo reagire a modo mio, chiodo schiaccia chiodo e via, altro che spruzzate nelle orecchie. Ne bevvi un secondo e mi avviai a piedi verso casa, con qualche problema di orientamento. Dove vado a destra, a sinistra? Mi era difficile ricostruire il cammino di casa, peraltro fatto e rifatto tante di quelle volte, con quel tanfo sempre incollato al cervello.

Ritrovai la mia tana e la sua calma ma il gatto non c’era. Mi sarebbe piaciuto che fosse là, ma avevo lasciato apposta una finestra aperta per lui. Ultimamente saltava dal cornicione (eravamo all’ottavo) e poi, temerario, scendeva uno spiovente molto inclinato e si lanciava sul balconcino del piano di sotto, dove mendicava qualche leccornia. Non lo aspettai, buttai giù uno spaghetto, doccia calda e letto!

* * *

Il venerdì seguente, tornai con i risultati degli esami e la sala d’attesa era piena. Cambiava tutto.

La segretaria, una donna di mezza età, piccolina e coi capelli corti e ritti, tinti di rosso, mi accolse con un sorriso malizioso attraverso un gran mazzo di camelie tagliate di fresco.

– Ah, così è lei l’uomo del sabato, il misterioso italiano. Dia qui! – fece, strappandomi le analisi di mano – La dottoressa la riceverà appena possibile. Prese a picchiettare nervosamente con la biro sui fogli, aspettando ch’io mi sedessi, pareva un fiammifero pronto a incendiare il mondo, disse: – Ci sono sedie libere, non vede?

Bussò alla porta e, senza aspettare, entrò nello studio. Quando ne uscì aveva un sorriso intrigante, direi pettegolo. Annunciò: – La signora la riceverà dopo le consultazioni. Resti seduto e pazienti.

Aspettai a lungo, scorrendo qualche rivista, mentre la fiammifera alternava occhiate investigative e sorrisetti ambigui a mio riguardo.

Finalmente entrai. Lei era lì, Violaine, con l’aria accigliata e le mie analisi in mano.

– Non ha un bel nulla – disse – Non c’è l’ombra di un batterio. Allora… Queste vertigini?

Di colpo capii il suo sguardo accusatore, lo stesso delle altre volte. Non mi credeva, non mi aveva mai creduto. E perchè diavolo allora sarei dovuto andare da un dottore? Per chi mi prendeva, un mitomane, un malato immaginario? Sentii le mie guance imporporarsi.

– Vuole sapere se ho mentito? – esclamai – Bè, non è così. Questi cazzo di giramenti di testa ce li ho avuti davvero e se non fosse stato per quel mio amico non sarei qui, poichè l’idea di andare da un medico non mi aveva lontanamente sfiorato la testa. È chiaro?

– Si, disse, è molto chiaro, ma lei cosa ci fa allora da un dermatologo?

Non obiettai. In effetti non avevo una risposta plausibile. L’imbroglio s’era formato da solo, avrei dovuto dirglielo subito, il primo giorno, che anch’io avevo pensato a un malinteso.

Era appoggiata alla scrivania e mi fissava. Aveva la blusa bianca corta sul ginocchio. La osservai dal basso in alto finchè gli sguardi non si incontrarono. Si mosse e mi passò accanto per andare alla console, sotto al climatizzatore. Mi arrivò il suo profumo, un odore provocante che richiamava l’estate, il mare, le spiagge, insomma un profumo di crema solare che non c’entrava un tubo con l’autunno, l’aria mefitica della metro parigina, dello smog e dell’odore degli ospedali. Prese il telecomando e alzò la temperatura della stanza. Poi aprì la porta:

– È mezzogiorno passato, Estelle – disse – può andare. Ci rivediamo alle quattordici e… Buon pranzo!

Richiuse e dette un giro di chiave… Si avvicinò e mi spinse delicatamente contro il muro. Mise le mani sulla fibbia della mia cintura e cantarellò:

– Allora, porta sempre quelle mutande a quadrucci?

* * *

Uscii dallo studio con una fame da lupi. Erano le tre passate. Sala d’attesa vuota, nessun paziente e la segretaria non si era fatta viva. Pensai che quel «Ci vediamo alle quattordici e…Buon pranzo!» doveva essere una frase in codice perchè nessuno venga a rompere prima di una certa ora.

Rientrai verso le cinque, dopo una pausa in una tavola calda, fuso e inutile come una lampadina fulminata, con l’anima a tratti in subbuglio e a tratti in pace, una strana miscela, un umore ambiguo che andava e veniva dalle mutande al cervello. Bevvi caffè e fumai sigarette nella penombra e il mondo mi sembrava meno crudo.

Verso sera composi il numero del fantino.

– Allora a che punto sei? – s’informò – Cosa hai concluso?

– Ho concuso, ho concluso – ripetei – Ma ha fatto tutto lei. Voglio dire che la messa in moto è roba sua, io non avrei mai osato, ti giuro che non le avrei mai fatto delle avances. Che vuoi che ti dica? Mi ha sempre intimorito, è così, è una che mette soggezione. Adesso, dirti qual è la scintilla che ha messo il fuoco alle polveri non saprei dire, certo che ha un bel culo, tondo tondo…
– La curiosità – rispose il fantino – A volte la curiosità ci spinge ad andare oltre… E poi, non dimentichiamoci che tutto ciò è legato a quelle sostanze chimiche secretate da un individuo e percepite inconsapevolmente dall’altro…

– Parli come un dottore – sollevai – Conosco i feromoni e i messaggi olfattivi. Quello che voglio dirti che lei ha preso le cose in mano e che poi mi sono lasciato trasportare da un piacere così intenso per una quasi sconosciuta. Ma non è da me, non mi assomiglia per niente! Di solito, mi ci vuole un po’ più di tempo, quantomeno essere leggermente invaghito, amouraché *, come dicono i francesi.

Comunque, per farla corta, siamo restati saldati l’uno all’altra come due magneti. Incastrati, inscatolati, intrecciati. Una roba unica!

Bon, vi siete dati da fare come ossessi, e allora?

– Allora niente. Non abbiamo smesso un attimo, solo una pausa per prendere il canapè in sala d’attesa e trasportarlo nello studio. Ma sai cosa penso? Senza preliminari non va. Il meglio rimane in un angolo del cranio, ad ammuffire…

Rise. Poi tossì, sbuffò e sputacchiò. Riprese alcuni secondi dopo, fra uno starnuto e l’altro.

– Noi maschi col sesso mischiamo di tutto, te lo garantisco! Dovere, onore, autocompiacimento… Ma la tenerezza, quella ce la teniamo stretta, è senz’altro paura della febbre passionale, del coinvolgimento. Mentre loro, loro non aspettano altro. Ma che vuoi fare? Siamo così. È il nostro miglior difetto. Manteniamo le distanze con la follia.

– Cribbio, sai qual è il massimo? Mi ha detto: Mon cher, lo sai che d’ora in poi il sabato ti voglio qui, a studio, magari non domani che vado in Borgogna da mia madre, ma il prossimo fine settimana mi raccomando, qui alle dieci in punto.

– E tu?

– Ed io gli ho risposto vada per il sabato, ma non ad una ora così mattutina, magari un po’ più tardi. E così, senza nemmeno riflettere mi sono impegnato, ti rendi conto? Il mio stile di vita andrà a rotoli, diventerà assurdo! Un’amante, oh mio Dio! Vuoi saperla tutta? Si spalma di olio di Tiaré, dappertutto.

– Vivere una passione fisica, nel tuo stato, può essere una chance – ribadì tirando ripetutamente su col naso. Poi riattaccò senza aggiungere altro.

* * *

Il lunedì seguente mi chiamò Oreste. Erano le due del pomeriggio. Scusa l’ora «mattutina», sfottè, corre voce che hai consumato con la Martial. Non male, non male! Mi fa piacere che il lupo esca dalla tana… A proposito dopo ci vado, ci porto la piccola, un po’ piu tardi nel pomeriggio. Diciamo fra due ore, che fai mi accompagni? Dai, che non ci si vede da due mesi.

Risposi di si, a condizione che non mi avesse rotto le palle con i pettegolezzi.

Venne a prendermi con la sua vecchia auto celestina. Sua figlia era pallida e starnutiva spruzzando e disseminando virus nell’abitacolo della Dauphine.

– È colpa del fantino – disse – è venuto a casa con una cazzo di influenza.

Indossava il solito trench svasato sotto e senza cintura, una gabardina intramontabile color mastice scolorito, alla Bogard.

– Hai dimenticato il borsalino! – feci – .

Toi, on t’as pas sonnè! * (Ma chi ti ha chiesto nulla) – disse – Ci mancava la pioggia, hai visto quanta ne è scesa poc’anzi? Cazzarola, m’innervosisce! L’influenza, sto’ tempaccio, sembra fatto apposta per mandare tutto all’aria.

Era nervoso, sudato, agitato, la cordicella degli occhiali pendente da un lato.

– Mia figlia ha un febbrone, mia moglie è a Roma ed io ho un sacco di roba in ballo! Con questa storia del film di J.M. non ho un attimo di tregua! E tu, perchè non ci fai sta cacchio di storyboard, eh? Questo almeno potresti farlo no? Quanto ti ci vuole? Una settimana, due?

Aprii il finestrino, l’odore degli scarichi era meglio dei bacilli. Il cielo buio minacciava un secondo temporale.

– Non ora – argomentai – ho due mesi per finire un mezzo thriller che non ha ne capo e ne coda e che per ora non fa rabbrividire nessuno. Nemmeno riesco a trovare l’assassino. Sembra una scusa ma è così!

– Bah! – mormorò, parlando a se stesso – A volte mi domando…

Percorremmo i due isolati nel traffico a due all’ora, come a un corteo funebre.

Un furgone ci tagliò la strada al semaforo. Lo evitammo d’un pelo.

– Beh – disse, dopo aver inveito contro l’altro – La dottoressa, dico, non è più una ragazzina…

– Avevamo detto che non ne avremmo parlato.

– Su, dai, racconta un po’!

– Cosa vuoi sapere? La mia salute o il resto?

Si fece una risatina e aggiunse: – Non è il momento, non siamo da soli, caro il mio furbacchione – poi, guardandomi di sottecchi aggiunse: – Gallina vecchia fa buon brodo, giusto?

– Vecchia? Ma di che vecchia parli?

Frenò di colpo.

Te la sfanghi bene – disse – siamo arrivati.

Quando si parcheggiò all’altezza del 15, non realizzai subito, ma allorchè spinse la porta vetrata di quell’ambulatorio capii l’errore.

Sul pannellino si leggeva così: Studio medico Docteur Viviane Martial (e non Violaine) medicina generale.

…Viviane Martial, pensai, poi dissi – È questo il tuo medico?

– Certo, perchè non è anche il tuo?

Non risposi, non ne valeva la pena. Il destino aveva scommesso su una partita a più giocatori e aveva vinto, puntando sul più affamato, ma anche il più distratto e uno dei più suonati. Uno facile da incastrare.

La luce diretta dei neon dello studio provò a offuscarmi la vista. La porta si richiuse e il rumore del traffico ci seguì dentro, strisciando fra i cardini e le fessure come un fantasma fuori dai gangheri.

Tenni gli occhi chiusi un istante e la rividi. Gli occhi neri, lividi, infervorati. Sentii di nuovo il mormorio rauco della caffettiera azionata in fretta e quel tono caldo di voce, mentre rivestendosi rideva e gridava – Dai, dai, accelera! Estelle arriva da un momento all’altro! Spicciamoci. Un caffè e via!

– Qualcosa non va? – insistette Oreste – Mi sembri un po’ stravolto.

– No, no! – risposi – tutto a posto. Preferisco star fuori e prendere un po’ d’aria. L’odore dell’etere e dei disinfettanti mi rivolta lo stomaco.

Aprii la porta e percorsi i venti metri che mi separavano dal numero 55 a passo svelto. Una pioggerella fine e rapida cominciò a percuotere il macadam liberando un odore ordinario di asfalto e di gomma. L’autunno andava al solito appuntamento con l’inverno, ma non io, non ancora. Avrei preso una piccola pausa, un intermezzo caldo e dolcemente profumato al Monoi… A Parigi!

2016-02-18 (1)

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