Sulla luna

Questo è un breve seguito di Yuri e la luna di cui riporto le ultime righe…

“Un giorno mio padre mi disse che i pescatori preferivano le notti di luna piena, poiché la luna attira i pesci in superficie.

– Anch’io sono un pesce, gli avevo risposto, perché la luna mi attira pa’: mi piace così tanto quando mi guarda e sorride!

Avevo solo cinque anni, Amstrong e Aldrin non avevano ancora messo piede sul nostro enigmatico satellite…”

Yuri con un balzo salì sulla pila dei gialli. Ora era più in alto, sul tetto del mondo…le orecchie appizzate, in ascolto…

“Mi svegliò a notte fonda. Bevvi il mio latte in pigiama, con gli occhi semi chiusi mentre lui sorvegliava la moka in attesa dello sbruffo finale.

Era già rasato e aveva il solito profumo, dolce e mentolato, lo stesso che regnava nella bottega del barbiere quando mi toccava il famoso taglio alla Umberto di fine mese.

– Mamma ti ha preparato questi abiti caldi, dai infilali che si va.

– Ma papà è estate!

Non rispose, riempì il termos col caffè, infilò un giubbino di lana e partimmo. Un’ora di macchina, un’ora guadagnata di sonno per il sottoscritto, accovacciato sul sedile posteriore.

Arrivammo ed era sempre notte. La luna, leggermente paglierina, rischiarava e ravvivava le acque nere del porto, illuminando le manovre delle barche e dei pescherecci che prendevano il largo.

Mio padre strinse la mano al marinaio o capitano, non so bene come chiamarlo e non ricordo bene chi fosse. La memoria mi rimanda un tipo smilzo, baffo e barba lunga, con la cerata verde a bretelle da pescatore. Anche papà indossò una cerata e infilò le galoches. Aveva organizzato quell’uscita in mare a mia insaputa, era una specie di regalo di compleanno con qualche giorno di ritardo ed io ero elettrizzato come una lucciola.

Salpammo alle quattro di mattina su quel piccolo peschereccio, la Gagliarda, un gozzetto color cobalto che puzzava di vernice appena rifatta. La cosa più divertente è che a bordo c’era un altro passeggero, decisamente inconsueto per un’uscita in mare: un gatto tricolore, bianco e roscio, con una mascherina nera intorno agli occhi, una palla di pelo maleodorante di pesce e gasolio che aveva eletto domicilio a bordo del battello. Il suo nome? Batman!

Navigammo per più di un’ora incrociando le lampare delle altre imbarcazioni. Io, con un plaid sulle spalle nella piccola cabina di comando, mi assopii di nuovo, col micio acciambellato ai miei piedi. Aprii una o due volte gli occhi, lanciando una rapida occhiata a quell’infinità di stelle nel cielo di luglio e a quella luna, così luminosa e sorridente, e già immaginavo migliaia di pesci scintillanti venire a galla e incanalarsi irresistibilmente verso la barca, attratti dalla luce seducente del nostro satellite.

il-ritorno-300x248

Mio padre mi svegliò mentre il pescatore tirava su una nassa di giunco dall’acqua con solo qualche seppia ed io, un pelo deluso, pensai che gli altri pesci non erano caduti nella trappola, oppure che quella storia di attrazione era un mezzo bidone.

– Tranquillo – mi rincuorò mio padre – la pesca non è finita, vedrai che portiamo a casa il pesce.

Ripartimmo. Dopo alcune miglia gettammo l’ancora e il pescatore agganciò la rete.

– Questa è più grande ed è a maglie larghe – mi disse – permette ai pesciolini di sfuggire ma i grossi restano tutti dentro.

Avviò il motore dell’argano per issare l’enorme sacco, questa volta pieno fino all’orlo.

Ricordo quell’immenso luccichio venire su dal mare mentre la carrucola cigolava e il braccio del paranco si piegava sotto il peso dell’enorme carico.

Il pescatore disse a mio padre: – Che san Coso ci protegga, quest’aggeggio non sopporta nemmeno mille chili. Mai vista una roba così.

La rete permase a lungo contro il fianco del battello per permetterci di tirare su tutto quel ben di Dio. Io aiutavo alla meglio col mio secchio, caricavo e svuotavo quell’infinità di sardine, sgombri, aringhe che saltavano e si dimenavano nella rete e nelle casse.

Ma il pezzo forte fu quel rombo quadrato e viscido, con gli occhi sulla schiena.

– È una razza – mi spiegò il pescatore – Guarda, ha queste due macchie sulla schiena simili a due occhi. E questi – continuò mostrandomi due tonnetti argentati – sono alalunghe. Mia moglie ci fa i paccheri con il sugo. Ce le dividiamo, una la tengo io e l’altra la porti a tua madre e ti fai fare la pasta. Mio padre sorrideva sotto i baffi, compiaciuto, mentre smistava i diversi tipi di pesce refrigerandoli col ghiaccio tritato.

Nemmeno due ore di mare ed ero già stanco.

– Sono morto! – protestai – Ed ho sonno, ho lavorato troppo!

– Adesso si rientra – precisò il comandante – Amuninne picciotti, che non abbiamo più posto nemmeno per un’alice.

Il pescatore tornò alla barra e avviò i motori. Il gatto, sempre più sporco e maleolente, si teneva dritto sull’estremità della prua mentre La Gagliarda avanzava flemmatica e prudente verso le luci del porto.

– Curioso animale – spiegò il pescatore – quando rientriamo con tanto pesce si inorgoglisce. Guardalo, ora resterà in piedi in pizzo alla barca fino al porto, fiero del carico!

Mio padre mi vide con gli occhi puntati verso il cielo e si avvicinò, si sedette al mio fianco e accese una sigaretta. Batman, sul ponte, apprezzava la lieve brezza mattutina mentre il buio della notte schiariva incalzata dal giorno.

Chiesi – Pà, adesso la luna va a dormire?

luna_1

Sorrise e restò in silenzio qualche istante, senz’altro per non turbare i miei sogni con una semplice verità.

– Ascolta – iniziò.

C’era una volta, non tanto tempo fa, dall’altro lato del mare, un reame senza luna e senza sole…

– Ecco – pensai, mentre mi copriva le spalle col suo braccio – È bravissimo, adesso ne inventa una, fatta apposta per me.

La manta sussultava nel secchio, il gatto seguiva la rotta. Lei, ora pallida e alta nel cielo, spiccava in quell’azzurro oltremare che precede l’alba. Il grande orologio caldo del cielo, a breve, avrebbe rimosso la magia della notte mettendo ordine nel proprio universo. Come di consueto, Blue Moon o meno, le cose dovevano tornare al loro posto…”

Sbadigliò, riavvitò il tappo della stilografica e osservò compiaciuto la pagina non più bianca.

– Mi è venuta fame. Come ce lo vedi un aglio e olio?

Yuri fino a quel momento non si era mosso di un pelo ma, beninteso, l’idea di mettersi qualcosa sotto i denti si era fatta strada nel suo cervello bulimico. Miagolò e si leccò baffi e muso, quindi saltò giù e prese a strofinarsi alle sue gambe. Era ora dello spuntino notturno…

– Ho qualcosina in scatola, se ti va… sardine o tonno, comme d’habitude!

La luna, sovrana, continuava a imbiancare quell’orizzonte di tetti e comignoli spenti. Un velo bianco rischiarava pallidamente la stanza.

– Non ho nemmeno acceso la luce – pensò – Ho scritto al chiarore della luna. Sto diventando come te, un vero gatto – aggiunse mentre insieme, perfettamente all’unisono, si recavano ai fornelli.


Immagini prese… dal web!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...