Il Viottolo

Le lepri lasciarono il prato e si diressero di corsa, tutte insieme, verso uno stagno vicino

(le lepri e le ranocchie, Esopo)

Il viottolo scende ripido, pietroso e stretto.

È una scorciatoia ben all’ombra, protetta dall’assalto dei raggi del sole, una sorta di galleria, un cunicolo magico rinfrescato da querce spinose e lentisco, ricco di more e selvaggina.

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Mio padre era solito mettermi a dorso dell’asino, di traverso, come in canna alla bicicletta, e teneva l’animale al passo.

– Tieniti forte – mi metteva in guardia – Ecco la discesa! – e l’asino s’infilava oltre i mandorli inselvatichiti e tormentati dalla sete, in quel fresco ma angusto pendio bordato di rovi invadenti che si avvinghiavano agli alberi.

Io tenevo con una mano il berretto calcato in capo e con l’altra mi aggrappavo al ciuccio che slittava sui sassi levigati – Arri, arri! – lo incitavo. Mio padre gridava e lo copriva di improperi. Ricordo quella volta che gli rifilò il calcio del fucile sul muso per farlo rallentare, poi imbracciò la doppietta e tirò svelto: una grossa lepre balzò in avanti e sussultò colpita dalla grandinata di pallettoni.

Io, esultante, gli saltai al collo – che mira il mio papà – esclamai pieno d’orgoglio – ogni bòta ni pigghi una!

– Ce n’è tante da queste parti – mi confidò – Là dietro c’è un acquitrino dove vanno a bere, ma l’accesso oramai è impossibile.

Se chiudo gli occhi e rivedo quell’uomo mi salgono subito alla mente la Hemingway a canne cromate, l’odore della polvere da sparo e il profumo dell’aranceto in fiore. È laggiù che conduce il viottolo.

Nella scala dei ricordi ecco che spunta mia madre, scura di carnagione con gli occhi grandi neri, e le sue melanzane fritte sui maccheroni al pomodoro che traboccavano dal portavivande, all’ombra del carrubo.

Avevo cinque, sei anni.

Parecchi anni dopo mio padre si fece condurre da me all’aranceto. Era vecchio ma aveva ancora tutti i capelli, bianchi, corti e dritti come un giovanotto. Per camminare si appoggiava al bastone ma quel giorno ci tenemmo sottobraccio.

Scendere il viottolo fu un’avventura, io avevo sedici anni e avevo appena finito la scuola. Era un giugno molto caldo. Sedemmo come al solito all’ombra del carrubo, lui ci mise un po’ a riprendere fiato.

– Orazio – disse – la mamma vuole vendere la terra.

Restò alcuni secondi in silenzio guardandomi negli occhi. Io non fiatai.

– Le femmine – continuò – hanno strani pensieri…

Ci pensò su un attimo.

– Vorrei che tu ti interessassi alla proprietà. Io, con questi figlioli moderni non ci capisco nulla. Sono spregiudicati e si istruiscono ma la campagna va in malora. Sono già anziano e non durerò più a lungo. Adesso devi dirmi se questa terra la vendo o la tengo per te. Sono circa quaranta ettari, oggi non valgono molto ma a vigna si chianta quannu u vinu ‘un vali nenti, capisci?

Una spina mi si piantò nel cuore: lo vidi vecchio per la prima volta. Mi rifiutai di pensare che si stava avvicinando quel momento.

– Pensaci su – mi disse – e rispondimi prima della fine dell’estate, sennò a ottobre torni a scuola e continui gli studi, così ti diplomi.

La domenica seguente morì.

Mamma vendette la terra. La comprò lo zio per sei milioni di lire. La Fiat Seicento costava circa 600.000 lire. Fu l’unica volta in cui parlai male a mia madre, le dissi: sunnu cosi fatti a minchia! Hai venduto un paradiso per 10 orribili seicento…

Proseguii gli studi e gli anni volarono, impalpabili.

Tornai spesso all’aranceto, soprattutto l’estate, quando il sole coceva e il roveto era carico di frutti e il viottolo ritornava ad essere il mio sentiero della felicità.

E anche quando conobbi mia moglie, nel pomeriggio partivamo a cogliere le more che pendevano pesanti di succo dai rami spinosi. Nel viottolo l’ombra arrivava dopo le cinque, allora era più facile scorgere le lepri. Un giorno, all’ora del tramonto, ne incrociammo una piccola con gli occhi smarriti, per sfuggire cadde là dove il pendio diventava scosceso e rotolò come un ciottolo tondo fino in basso. E lì trovai una cartuccia vecchio modello, col fondello di ottone ancora intatto: persino il cartoncino del bossolo era in buono stato. Mi piacque pensare che fosse appartenuta a mio padre. E a chi altro, pensai, di qui non ci passa nessuno. La tenni stretta in una mano, alla ricerca di qualcosa che non saprei descrivere, come quando assapori fra le labbra il resto di un bacio d’addio per riallacciarti, rimanere connesso un attimo di più a un amore andato via. Mio padre è qui, mi dissi sperandolo di tutto cuore, la caccia per lui continua, bracca le lepri con gli angeli.

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Il tempo volò di nuovo, senza tener conto di nulla e di nessuno e vivemmo in città diverse, senza terra, al massimo con due o tre agrumi in un giardino, lontano, lontano…

Ed ora eccomi qua, in quest’angolo di Sicilia accarezzato dalla brezza di mare, fra rossi tarocchi e aranci vaniglia. La prima cosa che ho fatto: ho cercato il viottolo, e l’ho trovato. È carico di more e scende a balzi verso l’aranceto.

Mia figlia ha avvistato la sua prima lepre e ha provato a corrergli dietro, inutilmente. Ma ecco che ne spunta un’altra, costeggia i rovi balzellando e imbocca uno stretto passaggio in quella fitta siepe incolta. Mia figlia si ferma e osserva con attenzione tutt’intorno, tira fuori dallo zainetto il tablet, lo accende e apre una pagina con i giochi interattivi. Ecco! – dice, mentre sullo schermo appaiono lepri e ranocchie – Dietro questo cespuglio ci dovrebbe essere lo stagno e forse pure il cacciatore!


Foto credits

Aranceto di Rolf Katzbergerer 

Mora di Stjen Hosdez

Bossolo di Neal Fowler

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2 thoughts on “Il Viottolo

  1. Poiana 22 dicembre 2015 / 9:07

    Commovente.
    Capisco il legame alla terra della famiglia e ai ricordi che vi sono legati. Anche mio padre andava a caccia nei nostri terreni, ma prima che io possa averne memoria. Ha smesso quando ha capito che nessuno di noi lo avrebbe seguito e forse anche con un po’ di sollievo, visto che lui stesso ha avuto due incidenti di caccia.
    La terra no, quella resta, anche se ormai ci rende pochissimo e qualche pezzetto lo abbiamo dovuto vendere. Lui vi è legato perché era di suo nonno prima e di suo padre poi, noi lo siamo perché è la sua.
    Comunque sono certa che tuo padre sia ancora lì ad occuparsi della sua terra e delle lepri.

    Ti auguro buone feste.

    Poiana

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    • lunadimmi 22 dicembre 2015 / 16:04

      buone feste a te Poiana e grazie per le tue parole. Tante bellissime cose per gli anni a venire, con o senza terra…

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