Spostiamoci dove c’è il sole

In giardino, Susy vede riflessi il salice piangente senza foglie, l’alto tasso avvolto d’edera e le felci disposte intorno alla vasca tonda. L’acqua è limpida. Tre pesci, due rossi e uno nero, nuotano lenti. Uno qui e uno là, quasi non si conoscessero. Susy legge loro le sue storie, un giorno non molto lontano, pensa, non farò altro che scrivere.

* * *

Susy, nell’aria fresca e un po’ pungente di un mattino di autunno, chiuse gli alamari del montgomery. Sedette sul bordo dello specchio d’acqua e prese a sbriciolare il pane. Un canto di cinciarelle si alzò improvviso dai pennacchi dei cipressi del vicino, Monsieur Corot. Che lagna quel tipo, sempre sul chi vive, non se ne fa scappare una.

– Cosa combinate? …Chi vi ha autorizzato a arrampicarvi in cima al muro? …Che fate con quella zappa? Cosa interrate?

Sbucava fuori all’improvviso per sorprenderli, forse anche per spaventarli.

– Attenti bambini… Se vi pizzico un’altra volta!

– Ma che bambini e bambini, abbiamo quasi tredici anni!

Erano dodici, ma che importa, Chan a dire il vero ne aveva solo undici ma ne dimostrava due o tre di più. Era alto, magro come un chiodo, col collo sottile. Portava i capelli a spazzola e aveva folte sopracciglia brune che gli correvano sugli archi degli occhi neri e allungati.

Susy amava farsi vedere con Chan, un po’ meno quando lui veniva a prenderla all’istituto, fra le sue amiche. Susy trovava ciò piuttosto imbarazzante.

– Ehi, guarda un po’ chi c’è? – bisbigliavano, interrompendo il vociferare all’uscita della scuola – Il tuo amico vietnamita viene a prenderti, dove ve ne andate di bello?

– È così carino, stuzzicavano, a quando il primo bacio?

– È mio amico– s’infuriava Susy e correva via, incontro a Chan.

Con Chan, passavano il loro tempo libero nell’immenso giardino di Susy. Spesso scalavano il vigoroso tasso, quasi secolare, per accomodarsi sul grosso ramo che si specchiava fra i pesci, trascorrendo ore ed ore a raccontarsi le loro imprevedibili storie.

Insieme, nutrivano i pesci e pulivano la vasca, raccogliendo foglie morte e aghi perché non inquinino l’acqua.

È una pianta nociva, diceva Monsieur Corot, tutto è tossico, rami, foglie, semi… Lo chiamano l’albero della morte, badate a quello che fate!

Susy e Chan amavano quel tasso, velenoso o meno, era il loro rifugio, il posto di vedetta. Da lì si poteva tenere il d’occhio il fiume e il passaggio del battello.

* * *

black_moor– Ma di quale battello parla?– chiese il Black Moor.

– Oltre il muro c’è il fiume, quante volte te lo dobbiamo ripetere! – risposero i rossi.

Voglio andare al fiume – brontolò il pesce nero, muovendo a destra e a sinistra gli occhioni telescopici – portatemi in quel fiume!

Un’altra volta – lo interruppe Susy – adesso stai a sentire.

* * *

Chan, cosa ci facciamo su questa barca?

Non avrai mica paura, no?

Nuoto meglio di te, sai?

Cosa dici? – S’era tolto la maglietta e in un baleno s’era gettato in acqua. Lei aveva ricevuto gli spruzzi sul viso e sul vestitino sbracciato, verde come il fiume.

Era il torrido luglio, i vecchi eucaliptus sbadigliavano sulla riva in attesa di un alito di vento. Solo gli insetti, all’apice della loro vita, si davano da fare. Le pulci d’acqua, le mosche, le cicale frenetiche e elettrizzate che inneggiavano al sole, le libellule che cacciavano a mezz’aria zanzare e moscerini sfruttando il loro volo rapido e elegante… Tutto il resto era immobile, soporifero.

Le grida di Susy spezzarono la monotonia di quel lento mezzogiorno.

– Chan, torna!- ma Chan si era immerso per riaffiorare qualche metro più in là, sbruffando acqua dalla bocca.

– Chan, la barca si muove!

Chan dette svelte bracciate per raggiungere la mano di Susy. Disse: oggi non voglio sentire niente, dire niente, fare assolutamente niente… Solo ozieggiare, ti va?

– Dai monta su! Oh, come sei scemo.

* * *

Gli altri due pesci si avvicinarono, incuriositi.

Il nero chiese loro: Ma chi è questo Chan? Non l’ho mai visto!

– È il suo amico immaginario – gli confidò sottovoce il meno tozzo dei rossi – lo vede e lo sente solo lei.

* * *

Chan, perchè stiamo qui all’ombra? Spostiamoci lì dove c’è il sole.

Ma non hai caldo?

Si ho caldo ma tu sei tutto bagnato.

Adesso lego meglio la barca, ancora un po’ e andava via.

Vieni a vedere: una cicala!

Aspetta che stendo la maglietta al sole.

Non sulla cicala.

Ma no, guarda la appendo a un ramo.

Stettero sulla riva. Il fiume proseguiva indolente. Il sole era a picco. La terra era calda e odorosa di erba e argilla umida.

Dov’è la cicala? – chiese Chan avvicinandosi.

Non è più qui. Ecco! Ascolta, sta cantando… è laggiù!

Chissà, a me questo sembra un grillo…

Grillo bel grillo, se vuoi marito dillo, se non lo vuoi, fatti i fatti tuoi…

Cos’è questa filastrocca?

È un vecchio ritornello, lo recita spesso mia madre, quando c’è… ma non c’è mai. Vorrei restare qui tutta la vita – aggiunse Susy, sospirando.

Ed io? Potrei restare anch’io?

Si. Ma allora dovresti essere anche tu una cicala o un grillo e cantare tutto il tempo.

Tutta la vita? – domandò Chan, preoccupato. Susy chiuse gli occhi per riflettere meglio.

No, non tutta la vita, ma almeno un’estate.

Chan non commentò, si ravviò i capelli ancora sgocciolanti, neri e lucidi. Susy l’osservò con affetto. Com’era magro senza la maglietta, le ossa gli sporgevano su tutto il torso, ma le gambe robuste non sembravano affatto abbinate al resto del corpo: erano lunghe sì, ma nodose e forti del pallone.

E i pantaloncini non li fai asciugare?

No! – rispose severo Chan e si sedette. Rimasero a lungo in silenzio poi Chan si distese, la testa nell’erba intiepidita dal sole. Susy gli prese la mano. Chan strizzò gli occhi, un po’ a disagio come al solito.

Hai le mani più lunghe delle mie.

Chan non rispose.

Guarda, almeno un centimetro di differenza.

Uno? – reagì Chan alzando la testa – Vorrai dire almeno due!

Ascolta, qualcuno sta cantando.

Tu sogni Susy. Tu sogni sempre ad occhi aperti. Sei salita su una nuvola e non torni più giù.

2

Ascolta scemo! – Chan allungò il collo e tese le orecchie. – È vero, qualcuno sta cantando, ma dov’è?

Che importa, è come la cicala, la senti qui, la senti là.

Ma smettila. Di’, ma non hai fame?

Huf! Mi ci hai fatto pensare… Si ho fame.

Chan tornò alla barca e raccolse i panini, ben avvolti nella carta ruvida del fornaio.

Ehi! La bottiglia però è calda.

Non fa niente, portala, fa lo stesso.

Susy entrò con i piedi nel fiume.

Ah, com’è fresco!

Cosa fai adesso? Non mangiamo più?

Susy avanzò fino ai ginocchi, tenendo il vestito fuori dall’acqua. Girò la testa, Chan la guardava. Lei lo spruzzò d’acqua scalciando e ridendo. Lui scattò rapido fuggendo via.

Dai che mangiamo, Chan! Torna indietro.

Il pomeriggio passò a rilento. Chan riuscì anche a dormire mentre Susy raccoglieva la legna per il fuoco della sera. Presto sorse la luna.

* * *

Ma non siete rimasti fino alla luna.

Ti dico di si. Ascolta e basta.

Il nero si allontanò indispettito.

* * *

Susy et Chan stavano vicini, proteggendosi l’un l’altro dalla notte in arrivo.

La luna era mezza e si specchiava dondolando nella pace argentata del fiume.

La prima medusa passò a mezzanotte. Le altre arrivarono dopo qualche minuto. Erano tante, più di mille, in fila per tre come bravi soldati. Sfilarono mute, trasparenti, assorbivano il chiarore della luna. L’ultima passò ch’era quasi l’alba. S’incagliò ai piedi di Chan.

È un’aurelia – disse Chan – Un’aurelia con il colore della malachite, il blu di Prussia.

medusa

Si alzarono e andarono alla barca. Era ora di raggiungere il capitano. Sicuramente li stava aspettando, come ogni domenica mattina. Ma vederli arrivare in barca, quello, non se lo sarebbe mai immaginato.

Chan remò in piedi come un vero barcaiolo, fino alla chiatta. Susy saltò giù nella sponda melmosa mentre Chan ormeggiava il piccolo natante.

* * *

Il nero ora pareva molto più interessato, l’arrivo del capitano di certo lo aveva incuriosito. Fece due giri di vasca tanto per sgranchirsi un po’, poi tornò a fissarla con i suoi occhioni globulosi e sporgenti.

* * *

Ho atteso sin troppo! – si lamentò il capitano, aggiustando la visiera del berretto bianco, non più candido e tantomeno inamidato, come del resto la divisa oramai color thè al latte

Che non si ripeta un’altra volta! – aggiunse – Ho degli orari io, cari i miei fanciulli.

I motori, ora al minimo, brontolavano fiaccamente.

Chan toccò la spalla di Susy che osservava, a poppa, la larga scia schiumosa della chiatta tallonata dai gabbiani. Si voltò:

Che ne pensa lei, Signor capitano, delle meduse?

Il capitano, bruno del sud, baffuto, ben rasato e odorante di colonia maschile, portò una mano al mento, grattandolo pensoso.

Sembrano quasi liquide – rispose.

È vero – confermò Chan – Dio le ha fatte con acqua e inchiostro.

Per muoversi, le meduse aspirano l’acqua – spiegò il capitano, continuando a sfregarsi il mento – Quindi contengono acqua… è un’evidenza!

Siamo arrivati – fece Susy, indicando il piccolo molo vetusto da dove si intravedeva il tasso.

Saltarono giù. Il battello manovrò e si allontanò veloce. Ora, quasi a manetta, borbottava tronfio alle acque tinteggiate dal sole e ai pochi uccelli che lo seguivano verso l’infinito.

* * *

Il nero non ne poté più. Salutò a malapena e tornò all’ombra delle felci, dove l’acqua era scura.

Perché non mi crede mai? – protestò Susy – Per chi si prende quello lì?

I due rossi, due piagnoni con gli occhi rivolti verso l’alto, fecero un paio di va e vieni, assumendo un aria falsamente disinvolta. Il più piccolo, con tubercoli prominenti sulla testa, sbottò e disse:

Non dovevi metterci dentro le meduse. Lui l’ha presa male, ecco! Se ci sono le meduse lui al fiume non ci va più. Ma te lo immagini? Degli orribili mostri tentacolati! Brrr…

Susy fece spallucce, poi salì sul tasso e prese a sbriciolare e spargere il resto del pane sul pelo dell’acqua.

Il signor Corot spuntò per l’ennesima volta fuori dal nulla. Si avvicinò alla vasca, disse:

– Stia attenta, signorina Susanna. Non si sporga così in avanti… l’acqua è gelida e quest’albero l’avrà certamente già inquinata. Venga giù, suvvia!

I tre pesci evaporarono nel nulla, puff! Più niente.

Susy scese in terra, piegò in due i sei fogli dattiloscritti e si allontanò, a malincuore, pensando che il mondo sarebbe bellissimo senza alcun Monsieur Corot.


Ascoltando “Drunk on the Moon” di Tom Waits. Ve la propongo anche qui


 

Photo credits:
Black Moor di Laurent Bechir
Nuvola di Nancy <I'm gonna SNAP!
Medusa da internet...

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