Spaghetti al burro e Champagne

Nota: questo è il secondo (ed ultimo?) capitolo di Paris Paris


Paris, Parco des Buttes Chaumont, due mesi dopo.

1. A  force d’aller au fond des choses, on y reste

(Emil Cioran)

Quel mattino mi sgrullai di dosso la svogliatezza e uscii, andai al parco. Era una giornata pallida, pareva senza senso, anche se un senso ovviamente c’era, eccome! Ma proprio non lo vedevo sto cavolo di senso. Lo so, succede spesso, succede a tutti, a me e chissà quanti poveri cristi di questo mondo, ognuno indaffarato a cavare il proprio ragno dal buco.

Sdraiato sull’erba ancora umida, una pietra per cuscino, accompagnavo uno sciame di piccole nuvole ubriache di vento, in quel cielo di marzo appena rischiarato da un sole pallido e svogliato. Il termos carico di caffè e un vecchio libro per amico, immaginavo che l’azzurro potesse posarsi sul prato e portarmi via, su, in alto.

Tweet: “accompagno uno sciame di piccole nuvole ubriache di vento” – via @dimmiluna http://bit.ly/1YDeS5O

Ero scoglionato, ma non solo annoiato o scontento, no, no! M’ero proprio rotto i coglioni di quell’inverno freddo e solitario, tutto preso com’ero a tirar fuori il meglio di me, ah, ah! A ripetermi di continuo che Parigi mi avrebbe ispirato una bella storia, magari anche profonda, non all’acqua di rose, oh Signore no! Un romanzo pescato nel più profondo dell’anima, nel vortice, nell’intimo blu del mio essere vivente, convinto come Cioran che la solitudine è l’afrodisiaco dell’anima… Foutaises! (stronzate!) La buona compagnia, quella si che è eccitante, stimolante, tonica. Altro che Natale con gente appena conosciuta e San Silvestro in compagnia del gatto, a riempire pagine d’inchiostro e osservare la notte attraverso i vetri e ogni tanto uno sguardo al telefono (solo mia madre e la radio mi avevano fatto gli auguri di buon anno)… E poi quel febbraio polare, rintanato in una soffitta trasformata in appartamento da un proprietario del cacchio, umida e piena di correnti d’aria, un vero igloo, un rifugio di blocchi di neve nel cuore di Montmartre. Difficile uscirne indenni.…

Quel mattino quasi primaverile, stavo cambiando idea, parbleu, era ora!

Mi sono sbagliato, eh si, mi sono proprio sbagliato, rimuginavo spazientito. La scia di un aereo tagliò il cielo in due metà distinte. 

E se mi portassero via adesso? Che qualcuno scenda e mi trasferisca in un mondo con due o tre soli, senza freddo e senza notte! E con un po’ di gente allegra per far baldoria! Ma non subito, aggiunsi a quei pensieri sconclusionati, non con un solo libro. Prima carico la valigia di… cominciai a elencare romanzi e poesie e anche un po’ di Pino Daniele, di De Andrè… Hai visto mai che non mi porto Napul’è o Storia di un impiegato, e poi… Storie di ordinaria follia di Bukowski, Storia di un revolver di Majakovskji, Storia di Gesù, Storia di Buddah e ancora Pavese, Ungaretti, Lorca e Neruda, Berto… Duras… Gibran, Le mille e una notte… Le mille luci di New York… Le mille bolle blu… Che casino: ce n’è troppi, non c’entreranno mai!

La pietra sotto il capo cominciò a farmi male. Realizzai che stavo farneticando. Mi alzai, raccolsi il termos, svitai il tappo e ingollai una sorsata di caffé amaro.

Stava per accadere qualcosa, lo sentivo, era una solo una percezione ma non mi mollava. Bevvi di nuovo, con gli occhi chiusi, convinto che il sesto senso mi avrebbe indicato l’origine di quel vago malessere.

Lo sguardo veniva da dietro, penetrante e caldo come un fascio di corrente elettrica. Mi voltai e la vidi, a una decina di metri verso l’uscita del parco. Seduta in posizione yoga con un gelato tenuto fra le due mani, mi osservava fissamente senza battere ciglio.

yoga al parco

Decisi di cambiare posto. Mi allungai poco lontano, con Mort à crédit sotto le mani incrociate, come un moribondo con la bibbia sul petto. Era un libro logoro. Da un paio di settimane lo portavo ovunque e a volte ci dormivo, pensando che qualche frase avesse potuto penetrarmi il cervello durante il sonno e contaminare il mio modo di scrivere, il ritmo, la sintassi… Piaceva anche al gatto, ci si adagiava sopra quando lo scordavo sulla scrivania e, se sottolineavo qualche frase, allungava il collo e osservava, emanando quel sordo brontolio soddisfatto, come quando gli servivo latte e alici nel bel mezzo della notte.

Cercai di recuperare quei pensieri sulla valigia da riempire ma non vennero più. In effetti mancavo di riposo, ero spompato, quindi, tout naturellement, mi addormentai…

2. Della Cicala,

Nulla ci rivela il suo canto

Che è così prossima alla fine…

della cicala nulla rivela il canto che è così prossima alla fine

Non sentii quando si avvicinò, intrappolato in un sogno strano come una cicala nella tela di un ragno.

Je vous dérange? – chiese, facendomi sobbalzare.

– No, non proprio, insomma stavo per svegliarmi, e poi tanto meglio, non era un bel sogno.

Non mi riconosce? – disse, curvandosi e avvicinando il suo viso al mio.

– Beh veramente… Non mi sembra.

– Ho fatto il colore, mi cambia molto e non so se mi va bene…

Un profumo di shampoo alle mele mi arrivò alle narici.

– No, mi dispiace, non…

– Lei è il pittore, no? Non mi dica che ho preso un abbaglio.

Non sapevo cosa dire, così mi concentrai sull’odore dell’erba fresca, tagliata da poco, mentre il sole si insinuava fra le nuvole abbagliandola e costringendola a aggrottare la fronte e socchiudere gli occhi.

Si sedette. Eravamo uno di fronte all’altra. Tirò fuori una sigaretta e l’accese.

– Cosa legge di bello?

– Céline, morte a credito.

– DepRessivo! – affermò, con la sua eRRe moscia.

– Dipende dai punti di vista.

– È il suo autore preferito?

– Non è in testa alla lista ma è senza dubbio fra i primi cento, o mille, non saprei bene.

– Allora mi dica i primi della lista.

– Bah. Majakoski, Bukowski, Hoski…

– Finiscono tutti in oski.

– Come Mussorski, Tchaikovsky…

– E no, quelli sono compositori…

– Stavo scherzando.

– S’era capito…

Non sapendo cosa farne delle mani, tirai fuori il pacchetto delle sigarette e gliene porsi una.

– No grazie, sto già fumando!

– Così lei è Marie-Flore, giusto?

– Alla buon’ora! – Adesso ricorda?

– Credo che non dimenticherò mai quella notte sotto la pioggia: una vera tempesta direi.

– E io? Inzuppata fino alle ossa! Ho passato l’indomani a letto, con tanto di borsa calda e aspirine… Cosa non si fa, quando ci si mette in testa di incontrare qualcuno.

Restammo un mezzo minuto in silenzio, a guardarci. Credo di averli sognati almeno una decina di volte quegli occhi o piuttosto quello sguardo, incrociato all’improvviso in quel famoso nubifragio. Da allora, e tutte le mattine seguenti, mi ero piazzato alla finestra e, caffè e sigarette, avevo spiato il balconcino, aspettando, aspettando invano… Avevo persino ridotto le mie camminate, i caffè al bar e anche il lavoro. Era uno strappo alle regole di vita che mi ero imposto: leggere molto, scrivere troppo, nessuno nella mia vita, eccetto il gatto.

– Che si fa ora? – chiese con un sorriso smaliziato a fior di labbra.

– Non so, che ne dice se ci beviamo un caffè? – risposi mostrandole il termos…

Dal “lei” passò al “tu”, disse: – Da te o da me?

3. Uno spaghetto parigino

Superammo Monique, la grossa meticcia del piano di sotto, ansimante, fra il quarto e il quinto piano. L’ascensore non funzionava da almeno tre giorni e il padrone di casa, ch’era peraltro l’amministratore del condominio, languiva a letto con la gotta.

– Magna e beve come un porco, vedrai che crepa – sentenziò sbuffando, aggravata da due sporte stracariche di spesa – Sette piani a piedi, due volte al giorno… Vedrai che crepa! Te lo dico io.

Adoravo Monique. Aveva traslocato da poco e aveva fatto il giro degli inquilini dei due piani, sotto e sopra, tanto per informarci che il marito russava forte.

– Fischia come un bollitore dell’acqua, oh Doux Gesù, che inferno! Però dura poco, gli metto il dilatatore al naso, quello degli atleti, e funziona. Se sentite un fischio non è la pentola a pressione, è Scipione che ronfa sul divano.

Quando la incontravo mi squadrava dalla testa ai piedi, giungeva le mani e mi compativa: Sei così magro! Oh Doux Gesù, ma ti fai da mangiare?

Un mattino, prima di pranzo, bussò alla porta con una casseruola fumante piena di straccetti di pollo alla martinichese. La feci entrare. Dette un’occhiata in giro storcendo in naso davanti al disordine, ai libri sul letto, ai vestiti sulla scrivania, ai fogli incollati sui muri. Sbirciò il frigo vuoto, sopra c’era il quadro: Mais c’est une banane! – gridò quasi disgustata o peggio, disperata.

– Si, certo, è una banana, perchè che c’è di strano?

– Una banana azzurra… C’est pas possible! Non capisco come si possa passare delle giornate in casa, mon ami, senza uscire, senza una donna, col frigo vuoto a dipingere banane! Vuoi delle banane? Ne ho quante ne vuoi, le compro quasi ogni giorno per i ragazzi. Oh Doux Gesù… dipinge banane!

Uscì infuriata, ripetendo di continuo “peindre des bananes…peindre des bananes…oh Doux Gesù”

Quella sera tolsi l’ombra azzurra alla suddetta banana e scesi con il quadro al piano di sotto, lasciandoglielo davanti alla porta con lo scritto “Monique, questa banana in effetti l’avevo dipinta per la sua cucina, per coprire il buco di quella ventola che non c’è più e impedire lo spiffero d’aria fredda (di cui lei si lamenta tanto!). Grazie per il pollo, era divino!”

* * * *

– Non mi presenta alla sua amica? – disse dopo essersi asciugata il sudore con un panno di cotone antillese – Signorina, mi ascolti bene, mangia troppo poco “ce joli coeur” (damerino!) io lo so. Glielo dica, glielo dica che è magro come un chiodo!

E lei, cosa fa? Ancora un artista? – Disse artista come se la parola gli desse l’amaro in bocca e avesse dovuto sputarla in fretta, poi continuò – Doux Gesù… Ditemi che non è così!

Marie-Flore tirò fuori un opuscolo dalla borsa, una sorta di catalogo con alcune gemme preziose in copertina – Voilà cosa faccio – disse – Creo gioielli, lavoro a Anversa per un gioielliere, due giorni al mese vengo a Parigi…

– Ahhh – la interruppe l’altra guardandomi di bieco – oro, diamanti, buono, buono… Lei almeno ha un mestiere!

Prendemmo noi le borse della spesa e le montammo al settimo. Monique riprese a salire arrancando lentamente, uno scalino alla volta. Fece una nuova pausa al sesto. Da sopra la sentivamo ripetere Vedrai che crepa…Vedrai che crepa, ce Fulbert de malheur!

Marie-Flore aveva posato la spesa di Matilde e s’era seduta sulle scale, ridacchiando. Ero in uno stato aereo, sospeso da terra. Stavo per varcare la soglia del mio stanbugio con la stupenda dirimpettaia dell’ottavo piano, da non crederci!

Poco dopo, appena entrati, si precipitò alla finestra e disse:

– Mi piaceva abitarci. In effetti ho traslocato due giorni dopo quel nostro buffo incontro. Adesso scendo all’hotel Manhattan, in periferia, a Saint-Ouen.

– Vicino al mercato delle pulci?

– Esatto, proprio a due passi. Dovevo vedere un cliente nei paraggi e ho scelto un albergo in zona.

Rimasi un po’ accanto a lei, impalato, a osservare il balcone e ubriacarmi del suo profumo. Ma non per molto…

* * * *

Quasi a fine pomeriggio, bussarono a lungo. Una decina di scampanellate lunghe e insistenti.

Ci misi un po’ a uscire dal sonno, mi crogiolavo in quel letto, me lo godevo, era come lasciarsi colare addosso l’acqua calda della doccia quando sei tutto intirizzito.

Lei era ancora lì, con Yuri in braccio, ron ron ron… Infilai maglione e jeans e corsi alla porta. In terra la bottiglia, un Veuve Clicquot ancora nell’astuccio di cartone e un post-it rosa con un cuoricino con scritto su Matilde.

Mi venne fame, Erano le cinque passate, a pranzo non avevamo toccato cibo, era ora di passare ai fornelli.

Riempii la marmitta d’acqua.

– Cosa ci fai di buono? – chiese.

– Non c’è un granché, preparo un po’ di pasta!

– Si, si fai la pasta!

– Allora al burro!

– Perfetto, al burro! E quella bottiglia?

– Champagne, da parte di Matilde!

– Raffinata!

– Direi…

Bon, alors… Spaghetti e Champagne? Non male, no?

Si liberò dalle fusa del gatto, prese una mia camicia che pendeva alla porta del bagno e la infilò. Yuri saltò sul davanzale della finestra.

uno spicchio di lunaUn colore rosa pesca dominava una parte del cielo, leccando le cime dei palazzi mentre ad est la sera si adornava delle prime stelle. Un unghia di luna posata sui tetti del quartiere des Grandes-Carrières pareva dondolarsi, spinta da quello stesso vento del mattino che non aveva smesso di soffiare.

Da sotto, salivano gli odori speziati della cucina di Matilde.

– Uhmm… – brontolò Marie-Flore, spuntata alle mie spalle – Ho fame!

– L’acqua bolle!

Yuri girava in tondo, sembrava felice anche lui. Scrissi a pennarello, su una piastrella della cucina:

Ci sono giorni così, dove non manca nulla.

Silenziosamente si è capovolto l’inverno

Ora è a testa in giù, nevica sulla luna!

Tu es trop belle!

* * *

Partì l’indomani all’alba. Fuori era buio pesto. Sulla porta disse: -Ti contatterò io, la prossima volta che scendo a Parigi. Ho il tuo telefono. Non ti preoccupare, non ti dimenticherò facilmente.

Non mi aveva lasciato alcun recapito, solo un bacio voglioso e un occhiolino lusinghiero prima di scendere a due a due le scale. Forse quello era il migliore dei biglietti da visita, ma vaglielo a dire a uno che ha passato un inverno freddo e ascetico come il mio.

Ma insomma! Riflettei, ancora impalato sull’uscio. È un addio? Un arrivederci? Un non si sa mai, dipende da come mi gira?

Uscii presto, a ruota dopo di lei. Camminai con la testa fra le nuvole sui marciapiedi già affollati, zigzagando come meglio potevo fra la gente spedita. Mi sentivo un po’ d’impaccio in quel via vai di lavoratori mattinali, ero fuori fase, con gli occhi cerchiati e la malinconia che tornava a galla.

Feci il giro dell’isolato per scaricare i nervi, rue des Trois frères, rue Ravignan, rue des Abbesses, poi mi infilai nel bar.

Non c’era un’anima, Farouk, per la prima volta, non era dietro al bancone. Aveva appena aperto e sfogliava il giornale.

Oh, oh! Voilà le rital! Caffè? – chiese – Magari doppio he? Vista l’ora…

Si alzò e urtò maldestramente una pila di seggiole con la sua mole da titano. Le Figaro era aperto sul tavolino. Presi il suo posto, aspettando il caffè.

– Di’ un po’ – esordì – Che ci fai in giro a quest’ora! Non ti sarai mica trovato un lavoro come tutti gli altri…

– No, non c’è rischio! – risposi laconico – Proprio ora che sto pubblicando una storiella di guardie e ladri.

– Inch’allah, alors tout va bien…

– Non proprio! Tutto considerato, a volte mi dico che un buon lavoro…

– Ah no! Non comincerai anche tu a lamentarti. Sei l’unico che quando entra qui non rompe le palle con i suoi casini…

Si avvicinò con un bricco di ottone, due tazze orientali bluastre e mi servì il suo caffè alla turca.

– Alé, bevi! – tuonò – Questo si che sveglia!

Prese una seggiola e mi si sedette accanto. Bevemmo in silenzio e a piccoli sorsi.

Che c’è dentro ? – chiesi, conquistato da quell’aroma denso e penetrante.

– Su, su, non ci giriamo intorno – sbottò – che succede? Che ci fai qui alle sette di mattina ?

Feci l’indiano, risposi a lato:

– No, davvero, non riesco a indovinare il profumo.

Si lisciò i baffoni rossicci, borbottò qualcosa poi tornò al bancone e prese una bottiglietta. La stappò e me la infilò quasi in occhio.

– Distillato di cardamomo. Un vero concentrato, di solito la gente storce il naso. Ne aggiunse qualche goccia nella cuccuma e riservì.

Andò alla porta, girò il cartellino aperto/chiuso e venne a sedersi.

– Dieci minuti di pace – sospirò – fino a sera non avrò neanche il tempo di grattarmi l’ombellico.

Il mio sguardo andò da quel pancione da sbevazzone al giornale, aperto sulla pagina della cronaca.

L’articolo parlava di una truffa a una gioielleria della capitale, un colpo che tra pietre e gioielli era stimato intorno al mezzo milione di franchi …” Ricercata ragazza bionda di media statura, elegante…” una telecamera l’aveva inquadrata più volte. Sgranai gli occhi talmente sembrava lei, ma non lo era. Ebbi un piccolo sussulto che non sfuggì allo sguardo tagliente di Farouk.

– Che c’è? – chiese – Conosci?

Dovevo spurgare il cervello, confidarmi con qualcuno. Quant’era che non lo facevo? Anni! Così tanti anni…

Spiattellai la storia con tutti i suoi strani intrecci, il balcone, la notte sotto l’acqua e quel mattino sul prato.

– Non so se è un preciso sincronismo del destino – continuai – Una fatalità, o peggio un brutto scherzo del diavolo. Ti rendi conto? È inverosimile! Non ci vado mai al parco…In fondo, quest’incontro assomiglia più a un tranello che a una coincidenza, anzi peggio a un SABOTAGGIO*. Te lo dico, lassù non vogliono che scriva, che produca. Se cado in questa trappola va a finire che la vena si estingue. Sai quante pagine ho scritto? Fra quelle che mi piacciono e quelle da buttar via, almeno duemila.

Farouk ascoltava in silenzio, sorseggiando quella bomba alla caffeina.

Il destino non mi lascia scegliere, continuai, fa e disfà come gli pare. Ed io? Io tentenno, sono pieno di dubbi! Mi dico, che faccio? Vado in quell’albergo e scopro come si chiama, magari recupero pure un indirizzo, oppure me ne infischio e passo oltre? Non so decidermi, da un lato vado e dall’altro non vado. Lassù, qualcuno mi prende per imbecille, prima mi da la notte per amica e poi mi sbatte il sole in faccia, di botto, senza preavviso! D’accordo, sono un incerto – continuai – Un esitante, un sospettoso… Dopotutto, dovrei accettarmi così come sono: amletico!

– Ehi, ehi, calma! Ma hai bevuto? Hai detto tante di quelle cazzate in così poche frasi che mi sono perso. Sii più semplice, dì: ma la vuoi o non la vuoi questa Marifor? Il tuo è un bel pot-pourri, non si capisce una mazza! Ma lasciami dire una cosa a proposito del dubbio – aggiunse, tamburellandosi il naso con l’indice della mano- Sappi che guasta tutto, è peggio del sale nel miele! Non devi averne, punto! O lasci o prendi e poi non ci torni più su, vai avanti, tu comprends?

Finii d’un fiato il caffè doppiamente corretto al cardamomo, poi chiusi il giornale. Avevo parlato troppo e a vanvera e la cosa mi seccava.

– Credo che andrò a dormire, amico mio. Grazie per il caffè e per il sostegno.

Mi accompagnò alla porta con la tazza in mano, guardò l’ora e posizionò il cartellino su aperto, quindi poggiò la manona libera sulla mia spalla e aggiunse, a mezza bocca, come se avesse dovuto rivelarmi un gran segreto: Ehi, le rital! Da noi si dice che un uomo senza amici è come la mano sinistra senza la destra, alors, semmai hai bisogno della mano destra…

Quando lasciai il bar, il cielo era ancora scuro e le strade puzzavano come al solito. Camminai un’ora o due nel quartiere. Comprai una barchetta di olive sciolte e due pacchetti di caffè in una drogheria, poi ripresi la strada di casa mangiando olive nere piccanti e fumando una sigaretta dopo l’altra.

Sulla soglia del portone incontrai Matilde, tutta vestita di un blu turchese assai vivace.

la bella in blu

– Ma non ha freddo così, tutta sbracciata? – le chiesi.

– È per la foto, disse, ne ho bisogno per un provino.

– Un provino di cosa?

– Casa di moda, caro mio. Cercano una black piuttosto rotondetta, per sfilare con delle robe XXL. C’est un bon plan, se funziona mi faccio un po’ di grana. Ma attenzione, la partita è ancora tutta da giocare e Scipione non ne è ancora al corrente…

La ringraziai per lo champagne – Gran bella cosa – le confessai – avere una vicina del suo calibro!

– Bof, non è nulla. C’était un cadeau di Belinda, la cugina di Scipione, ma mio marito beve poco, un po’ di rum dopo cena e basta. E tu piuttosto, non hai mica una buona cera… Tutto ok con la miss?

– Non ne sono così sicuro.

– Carina però, heee?

– Si, molto!

– Ohh, ma cos’è sto faccino?!

– Ça va, ça va…

– Ascolta bere tesoruccio, meglio bere veleno che abbandonarsi alla tristezza, capisci?

Dopo Farouk, ecco Matilde! Con un’altra spolverata di saggezza.

– Coraggio – continuò – Poi ti porto il massalè di pollo, l’ho appena cucinato. Adesso ti lascio sennò Seven perde pazienza.

Guardai Seven con una vecchia Nikon a tracolla, non mi sembrò affatto impaziente, chiacchierava con un operaio sull’altro marciapiede, senza calcolarci minimamente.

Imboccai il portone e attaccai, a capo chino, i miei duecento e passa scalini.

Il gatto dormiva appollaiato sulla biblioteca, come sempre. Aprì un solo occhio e subito lo richiuse. Mi spogliai, infilai un vecchio accappatoio di cotone e partii alla caffettiera. In cucina c’era ancora il pennarello rosso. Lo presi e buttai giù qualcosa, accanto all’altra piastrella:

Sento sulle mie spalle il peso della mie perplessità! Oh Marie-Flore, hai messo una lanterna in mano a un cieco, ecco tutto!

Mi avvicinai al letto e osservai quella stanza sottosopra dall’aria rarefatta. Spalancai la finestra e subito penetrò l’odore del massalè di Matilde. Le dieci. Avevo una gran fame! Fra poco arriva arriva il pollo, dissi al gatto, anche oggi si mangia, e bene! Lasciamo stare il resto, sfoderiamo la macchina da scrivere e mettiamoci al lavoro.

La scampanellata fu lunga, quasi assordante. Yuri saltò giù in un baleno e mi seguì alla porta. Esitai un attimo prima di aprire, con la mano sul pomello. Aprii un spiraglio e la vidi, era lei, con la valigia in una mano e una busta della spesa nell’altra.

– Ho preso le mie cose in albergo ed eccomi qui. Posso rimandare la partenza di un paio di giorni… Se ti sta bene.

S’era vestita di un bel giallo mimosa. Era raggiante. Lasciò cadere tutto in terra e mi spinse rapidamente verso il letto sfatto…

Suonarono di nuovo, questa volta doveva essere il pollo, Yuri era già alla porta ma non mi alzai.

* Dedicato a Erri de Luca 


Photo Credits: foto prese da internet!

Non sai chi è Farouk? Vai a scoprire il suo bar qui. E non ti ricordi chi è Fulbert, il padrone di casa? Basta leggere qui e  tutto sarà più chiaro!

Annunci

One thought on “Spaghetti al burro e Champagne

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...