Paris, Paris… (Dal mio diario, 1987) – Spaghetti al burro e Champagne

1.La nuit c’était ça, un bout de lumière dans mon imaginaire !

Cercai un posto per dormire fra le nubi: tutto occupato. Luna, luna, dove sei? Musa delle mie notti pourquoi cet abandon? Cavalieri neri brandivano spade di gelo, soffiavano odio e tramontana…”

Olivetti Valentine

Scrissi queste tre misere linee e mi addormentai, con la macchina da scrivere stretta a me, sotto le coperte, ma presto i brividi di freddo mi scossero dal quel finto riposo.

Dal letto, guardai fuori. La finestra, senza persiane, affondava dritta dritta nel cielo. Nemmeno una stella. Un tempaccio rigido in un buio d’inchiostro che mi aveva gelato e svegliato. Era il corto febbraio, madido di rigori, insopportabile. Lanciava spifferi arroganti dalle fessure formatesi fra i pezzi di stucco mancanti ai vetri.

Meglio alzarsi! Posai la Olivetti Valentine (color rosso fuoco!) sul comodino e misi il primo piede giù dal letto. Esitai a lungo, poi mi feci coraggio.

…Chi ha un caminetto si salva dissi convinto di parlare al gatto, mentre indossavo più abiti che potevo e mettevo in funzione la stufetta elettrica, ma il gatto non c’era.

Le tre passate. Accesi tutte le luci. In cucina, il freddo era ancora più pungente! Cambiai il filtro di carta alla caffettiera francese. Qualcuno, forse non troppo lontano, suonava un clarinetto e la cosa sembrava non disturbare nessuno, in piena notte. Parigi che suona, che canta, che scrive, che sogna. Parigi così francese, così latina e bohème, polacca, russa, turca, greca, araba, africana, cinese, sudamericana, così musicale e così glaciale!

Chissà quel tanghero del padrone di casa come se la dorme, pensai. “Mi dispiace dirle di no per i lavori ma in questo momento non dispongo.”…  Tapiro, ciucciatore di scarafaggi, tasche-vuote-tutto-in-banca, palle secche… Monsieur Fulbert, ti devo più di una bronchite, un inizio di congelamento e un reumatismo ai ginocchi… a buon rendere!

Tornai in cameretta, cominciava a scaldarsi: forse avrei dovuto tentare di riprendere sonno, invece andai sparato al pacchetto di Gitanes abbandonato nel cassetto e, per la prima volta dopo tre settimane, rifumai, seduto sul letto.

Davanti a me il basso comò con la specchiera. La sigaretta in una mano, il caffè fumante nell’altra, sbuffavo nuvolette di veleno osservando la barba lunga e i capelli scarmigliati. Il suonatore smise di suonare, cosicché mi concentrai sulla fontanella insolente della pisciata di un vicino. Sembrava stesse in casa, dans ma chambre de bonne, sous les combles della nona circoscrizione.

Mi alzai per versare un fondo d’acquavite nel caffè e mangiare mezza tavoletta di cioccolato. Finalmente smisi di battere i denti.

L’altro tirò lo sciacquone.

Mi risedetti sul letto con caffè corretto e seconda sigaretta. Squillò il telefono. La sveglia segnava quasi le quattro. Chi potrà mai essere?

– Hallo? – mi accarezzò la voce di donna.

– Si, pronto?

– Parlo con l’inquilino dell’ottavo? – pensai subito ai guai.

– Si, perché? Dove abita lei? Accanto, di sotto? Guardi che se è per il clarinetto, non ero io.

– No, no, niente affatto. Volevo chiederle “è lei il pittore?” –pronunciò pittore, peintre, con una erre accentuata.

– No, non sono “il pittore”. Scrivo delle cose, serie noire, come dite voi francesi ma mi scusi, perché cercava “le peintre” qui da me? Alle quattro di mattina… Posso sapere il suo nome?– continuai a domandare.

– Marie-Flore scandì arrotondando la erre di Flore – Lo so che le sembrerà strano, ma non l’ho chiamata per via della musica, oh no, j’adore cet instrument! Le nostre finestre danno sullo stesso spiazzo. Abito nel palazzo di fronte, venendo dalla rue des Abbesses, vous voyez? Accanto al bistrot, quello d’angolo, senz’altro lei conosce…

– Si, d’accordo, ma il mio numero?

Rise.

– J’ai fait la folle! Sono scesa giù e ho guarrrdato le cassette delle lettere.

Rise di nuovo – è stato facile, all’ottavo con un nome italiano c’è solo lei.

In effetti si, ogni tanto rientravo con un paio di tele bianche sotto al braccio…

– Però le ripeto, non faccio il pittore!

Mi interruppe.

– Mi dica, potrei venire a gettare uno sguardo alle sue pitture?

– Non ne ho nessuna, qui. Le assicuro, le poche che avevo sono finite in regali, sa gli amici…

Silenzio. Ne approfittai per scuotermi, ascolta caro mio, metti fine a questa conversazione…

– Allora venga lei da me! Le farò vedere le mie – incalzò la sconosciuta.

– Da lei, a quest’ora?

– Exactement!

Presi qualche altro secondo per riflettere… Conoscevo bene quell’indirizzo e quel pianerottolo. Prima ci abitava Vera Sidika, un’anziana africana che, per pochi franchi, rimetteva a posto le ossa e i tendini degli sfigati del quartiere; una “rabouteuse” conosciuta fra un caffè e l’altro al bar di Farouk, dalla quale andai una domenica pomeriggio perché mi allievi da un tormento, quel mio quasi perenne torcicollo da macchina da scrivere.


Proprio quella volta, recatomi a quell’ottavo piano, quindi proprio dirimpetto, e
cercando la porta della guaritrice, ne aprii un’altra per sbaglio, rimanendo di sasso davanti alla schiena (e al suo fondo!) di una donna “en petite tenue” che se ne stava tranquillamente appoggiata all’inferriata del balconcino, sfumazzando e ammirando un roseo calar del sole, con tutto il suo ben di Dio al vento. Pensai: “Ma che fa! Fa finta di non sentire?” Poiché, aprendo l’uscio, un rozzo cigolio aveva strascicato nel silenzio un rumoraccio acuto e penetrante. Richiusi dolcemente e mi allontanai, cercando quasi a tentoni la porta dell’aggiusta-colli, con le cervicali ora un po’ meno doloranti, anestetizzate dalla sorpresa e dal fatto che attraverso il balcone della tipa avevo intravisto le mie finestre…

foto in finestra

No, non può essere lei, non quella donna lì!…
Yuri spuntò fuori dal nulla, con i suoi occhioni giallo-arancio e mi si strofinò alle gambe.
Gli grattugliai il capo.

– Yuri, ma dov’eri finito?

– Cosa? – disse l’altra al telefono, mentre il certosino raggiungeva in due balzi la ciotola vuota, sul lavandino.

MEOW” brontolò per via del latte che non c’era.

Vous êtes encore là? – continuò la sconosciuta – Facciamo una cosa, venga lei su da me, le farò vedere le mie tele.

– Da lei, a quest’ora?

-Perchè, cosa c’è di strano? Siamo tutti e due svegli…E poi, io sono scesa giù, sono entrata nel suo portone, ho scoperto il suo nome, ho trovato il suo numero di telefono, insomma, adesso tocca a lei. Sa? Quando ho visto la luce nel suo appartamento mi sono detta ecco il pittore che non riesce a dormire… Ho trovato così stupido che ognuno se ne stia per conto suo in una brutta notte lunga come questa!

– Così, anche lei dipinge?

– Un po’ come lei, non vivo di soli quadri.

– Uhmm, ci sto pensando, mi lasci un po’ di tempo per uscire dalle nuvole, sono ancora mezzo addormentato.

– Venga su, non faccia il timido, non voglio mica sedurla sa?..Il portone è il 48, all’ottavo, la prima porta a sinistra. Non suoni il campanello, gratti appena con le dita.

Non ebbi nemmeno il tempo di replicare che aveva già attaccato. Pensai forse è meglio staccare il telefono e mettersi a scrivere, ora che la stanza è meno fredda e sono ben sveglio… La prima porta a sinistra… Porca miseria! L’appartamento era proprio quello, si quello della tipa mezza nuda.

Passai di nuovo in cucina e versai un po’ di latte a Yuri, quindi spannai un angolino di vetro per scrutare la notte e quel suo balconcino illuminato.

E se fosse uno scherzo? Forse Ferruccio o il Fantino, è proprio il genere di stronzate che li diverte! Ma dov’era la mia dirimpettaia? Perché non passava davanti alla finestra? Doveva immaginarlo che avrei avuto voglia di sbirciare.

Marie-Flore… Afferrai la Valentine e scrissi quel nome su una pagina immacolata.

Marie-Flore, Marie-Flore… In una notte lunga e scura… E senza luna”

Restai una buona mezz’ora così, cercando un punto di partenza. La musa ispiratrice era là, solleticava la mia immaginazione, ma niente di più.

“Il faut presser sa pensée comme une olive – aveva scritto Sabatier – jusqu’à la coulée de l’huile écrite”

* * *

Passai una mezz’ora col gatto sulle gambe, a fumare Gitanes gialle e bere quello schifo di caffè, poi mi alzai, sorpreso da una nuova musica, e socchiusi la finestra. Vivaldi, concerto per chitarra e archi. Era lei, veniva da lì, dal quel maledetto ottavo piano, come un richiamo di sirene. Richiusi, colpito al volto da una raffica di finissime goccioline gelate che svalzellavano spinte dalla tramontana. Guardai il letto e pensai al mio appuntamento delle tredici in quel ristorantino coreano, con l’unico editore parigino che aveva trovato il mio romanzuccio (sue parole) un tantino strano, senza troppo suspense ma in fondo pieno di buon umore e di ironia, senz’altro da piazzare nella collana Aventure… Beh! Piazziamolo va, così cambiamo casa, avevo risposto, lui sghignazzò e aggiunse: però mi cambi quel finale un peu trop fleur bleu (sentimentalone!). Via, la faccia morire quella troietta intrigante!

La musica aumentò di volume!

Ah sii? Di colpo decisi di infilarmi in quell’avventura nottambula, anzi mattinale, e uscire nella tormenta, tanto per interrompere quella letargia invernale e poi, e poi non si sa!

Mi sfilai i due maglioni e mi gettai coraggiosamente sotto la doccia, sotto lo sguardo tondo e perplesso di Yuri che aveva già preso posto su uno scaffale della biblioteca, pronto a incoraggiarmi e soprattutto ad ascoltarmi, mentre picchiettavo sulla tastiera o scrivevo a mano, sempre e comunque ad alta voce. Doveva parergli decisamente strano che io potessi uscire mentre la città ibernava sotto ai dieci gradi! A dopo, signor Gatto... Si la route est aisée, inventons l’obstacle  – citai (Sabatier, le livre de la déraison souriante) – e, sciarpone e eschimo, presi un nuovo sentiero sconosciuto!

2. Hibernus

Fuori, fra un fantasma e l’altro, ora cadeva la pioggia. Costeggiai il caseggiato fino a quel portone, che rifiutò di aprirsi. Schiacciai più volte il pulsante, niente da fare. Stavo quasi per fare dietro-front quando il congegno fece clic e il massiccio pannello di legno scuro si socchiuse, all’improvviso.

Restai impalato un minuto prima di varcare la soglia, convinto che qualcuno avesse aperto dall’interno e che di lì a due secondi lo avrei visto spuntare. La pioggia cominciò a incattivirsi, mitragliava dal cielo con goccioloni densi e pesanti che tamburellavano frenetici sui tettucci delle auto in sosta. Nessuno uscì, allora entrai.

L’ascensore era lì, mi aspettava già in basso, con la sua unica lucina giallognola, fioca e poco rassicurante. Percorse gli otto piani svogliatamente, cigolando, sferragliando e sussultando ad ogni piano, obbligandomi a stringere il corrimano di ottone. Guardai il vecchio Swatch, le quattro e mezza passate… Era tempo di mettere insieme due tre frasi per quell’insolito incontro. Frasi che non vennero, naturalmente!

Trovai la porta e grattai, grattai, grattai una dozzina di volte e poi suonai, driiin driiin driiin, ma non successe nulla. Nessuno venne ad aprirmi.

E di nuovo fui fuori. Presi a correre sotto quella pioggia fredda e oramai torrenziale, orchestrata da un rigido maestro chiamato Inverno, deciso più che mai a lanciare, contro quella mia divagazione notturna, colpi di vento, lampi e tuoni ed ora, in omaggio, sferette di grandine a martellarmi il cranio.

Snowing in Paris tonight

All’angolo della via mi scontrai con una tipa, anche lei sorpresa dal temporale, giubbino e jeans inzuppati e capelli biondi sgocciolanti. Ci guardammo negli occhi: i suoi erano fra il verde e il grigio. Sono gli occhi della primavera, fu la prima cosa che pensai, sembrano due foglie di salvia o di eucalipto…

Disse parrrdonne-moi monsieur, confermando quella mia istintiva e subitanea certezza… e ognuno corse, disperato e bagnato fradicio, verso il proprio rifugio. Lei era lei ed io ero io. Lo seppi subito, ma anche lei. Ci voltammo entrambi prima di girare l’angolo, un ultimo sguardo fugace e addio, tutto si dissolse (pufff…) in quell’infinità di gocce di pioggia. L’inverno aveva trasformato un castello in aria in umide macerie, con quell’improvvisa e machiavellica tempesta notturna. Amen! Ma non dormi mai? Gli chiesi, cercando i suoi occhi nascosti nell’infinito.

Il campanile del Sacro Cuore suonò le cinque. Yuri fu ancora più stupito allorché mi infilai per la seconda volta in doccia, starnutendo a ripetizione.

* * *

Già le nove! Aprii la finestra, il tanfo saliva fino all’ottavo e il cielo era sempre ostile, nero e burbero, ma asciutto. Le auto avevano invaso il quartiere vomitando il loro fiele abituale, impregnando muri e cristiani, intossicando poveri e ricchi, senza distinzione di razza o religione. Trovai lo smog democratico, quasi umano, enfin!

Misi la Valentine nel fodero e dormii un po’, fino alle undici. Andai al rendez-vous che ero uno straccio, gli occhi cerchiati e il morale a zero. L’editore venne con uno splendido ritardo di un’ora! Mi addormentai un paio di volte sulla seggiola del ristorante.

La cameriera, capelli tinti di rosso e occhi a mandorla, mi scosse la spalla e mi servì un secondo caffè.

Il boss arrivò e disse “D’ac! (stava per d’accordo!) la storia fila come un pesce nell’acqua, l’ha letta mia figlia e ha riso tutto il tempo”.

Mi rifilò l’assegno-acconto e firmammo un contratto cincinnando con due bianchetti frizzanti. A metà bicchiere fece “Aurevoir”! Non aveva il tempo di fermarsi, pranzare e via dicendo…

– Mi ci vorrebbero delle giornate di trentasei ore! – proclamò, posando una banconota sul tavolino e mettendo fine a quell’incontro lampo di quattro minuti netti.

Guardò la cameriera mentre raccoglieva lo scontrino e il suo biglietto da venti.

– Non vede come la sta guardando? – aggiunse ammiccando – È molto carina, non trova? Mangi un boccone e poi la inviti a prendere un caffè… Ne approfitti – disse infilando altri due biglietti nel taschino della mia camicia – Aujourd’hui, c’est peut être votre jour de chance!

Alla parola “chance” il cielo brontolò, un tuono di modeste dimensioni, ma significativo, sicuramente e di nuovo, l’Inverno, non era d’accordo.

L’altro era già volato via, schizzando veloce come un uccello fuggito dalla gabbia.

Mangio o non mangio? – meditai, poi chiesi alla coreana una flûte di champagne e carta e penna…

Cercai un posto per dormire fra le nubi: tutto occupato!

Luna, luna, dove sei? L’inverno ti nasconde, dietro le sue nuvole nere cariche di pioggia.

E se scendessero fiocchi di Dom Perignon?

…O granuli di Aleatico,

…O gocce di Vermentino,

…O ancora più a sud, perle di Lacryma Christi del Vesuvio,

…O forse, o forse ancora più giù, cristalli di Nero D’Avola…


Hai perso il racconto sul bar di Farouk? Fai ancora in tempo a recuperare: clicca qui! Oppure vuoi saperne di più su Yuri, il gatto?


Foto credits:

Olivetti Valentine da wikimedia commons

Ragazza alla finestra da Flickr  @eyeliam -> https://www.flickr.com/photos/eyeliam/

Snowing in Paris tonight da Flickr @jerryvankrastern-> https://www.flickr.com/photos/jerryvankrasten/

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5 thoughts on “Paris, Paris… (Dal mio diario, 1987) – Spaghetti al burro e Champagne

    • lunadimmi 14 ottobre 2015 / 21:05

      Grazie Monica! Con Parigi ho una storia lunga… Sono contento che hai “visto” il gatto! Mi piace molto immaginare questo compagno di avventure 🙂

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