Quel mazzolin di fiori

Campo di lavandaLa luna e il sole si contendevano il cielo a quell’ora del tramonto mentre lo scirocco sbuffava, spingendo qua e là minuscole nubi rosate e spettinando le chiome violacee delle lavande.

Ennio riuscì a saltare un ultimo cespuglio fiorito poi si fermò, senza più fiato. Gettò un occhiata intorno. Pensò – Non ho scampo, quei maledetti cani mi ammazzeranno!

Aveva udito gli abbai, lontani, e si era messo subito a correre, ma le bestiacce lo avevano rincorso e, nonostante avesse sfrecciato come un pazzo, erano già lì, ora semi-immobili, feroci, aspettando un suo passo falso.

Maledizione! – masticò fra i denti – C’ero quasi… – la strada era a solo pochi metri e l’auto aperta.

Il cane nero aveva gli occhi iniettati di sangue, schiumava attraverso i canini stretti e appuntiti. Gli altri due, veri lupi, bianchi, col pelo irto, si tenevano dietro abbaiando e ringhiando.  Ebbe un brivido. Allentò la stretta del pugno con i fiori. Un grosso mazzo strappato in fretta in quella magnifica distesa profumata. Il cane nero sembrava pronto all’attacco ma il fischio lo arrestò.

La donna stava avanzando fra i filari. Era a una cinquantina di metri e procedeva a passo svelto nonostante il caldo di quel fine pomeriggio d’estate. I due lupi bianchi udendo il richiamo fecero dietrofront e la raggiunsero in un baleno. Quello nero, ottuso e caparbio, non si mosse. Gli occhi fissi sul malcapitato, con quel brontolio continuo in gola, sordo e intimidatorio, le fauci ora semi-aperte, raccapriccianti, leggermente mosse da un fremito nervoso.

Ennio vacillò. La mano si aprì del tutto e i fiori caddero in terra.

Girò impercettibilmente il capo, giusto per avere nel campo visivo l’auto in sosta sul ciglio della strada.

Non ci pensare nemmeno un istante, urlò il suo subcosciente, non ce la faresti mai. Con un balzo l’animalaccio ti raggiunge e ti riduce in brandelli!

Così rimase immobile, respirando piano, col sudore che gli colava dappertutto, camicia, pantaloni e mutande, tutto bagnato.

Non muoverti! continuava a ripetersi, mentre dalla fronte scendevano quei maledetti goccioloni salati che gli bruciavano gli occhi, appannando gli occhiali da sole e annebbiandogli la vista.

* * *

Marta era sfinita. Aveva vagato per i campi tutto il santo giorno, senza bere, senza mangiare, con quello stupido e vecchio cappello di paglia del marito per ripararsi dal sole. Le braccia scoperte, rosse e divorate dalle zanzare, le davano un prurito bestiale. Ma camminare per ore ed ore, fino allo stremo, le aveva sempre fatto bene: la aiutava a ritrovare se stessa, parlarsi, riflettere, senza quella stupida voce che le impediva di ragionare con la propria testa.

Prese alcune crocchette nella tracolla di cuoio per dare un po’ di sollievo ai suoi fedeli cani, mentre quelli le trotterellavano intorno, la lingua penzoloni per l’arsura e i chilometri percorsi nei campi blu e viola, mossi dal vento. Sembra un mare – pensò – un mare di calici profumati.

Si fermò, chinandosi per carezzare gli animali e distribuire loro qualche croccantino.

Non avrebbero potuto tenere ancora a lungo così, doveva farsi coraggio, rientrare e farli bere e anche lei, dissetarsi e poi accasciarsi sotto il getto quasi fresco dell’acqua della cisterna, come tutte le volte che l’angoscia l’assaliva. Non avrebbe messo il naso in casa, quello no, non ce l’avrebbe mai fatta. Aveva troppa paura, paura di ritrovarsi di nuovo davanti ai grandi occhi fissi e blu del cadavere del marito.

Ripensò alle parole del primario: E soprattutto prenda assiduamente il farmaco. Non dimentichi mai la pillolina, è un antipsicotico che ha fatto le sue prove, mi raccomando! Potrebbe ancora avere una ricaduta e commettere cose che potrebbe rimpiangere. Adesso torni a casa tranquilla, da mesi oramai lei non dà più segni di aggressività. È un successo pieno, Marta, lei può cantare vittoria!…

Vittoria? Altro che vittoria. Aveva reciso la carotide di Fabio. Un gesto rapido e improvviso, un guizzo, una sciabolata veloce col rasoio. Così impara, aveva detto la voce, te l’avevo detto che avrebbe ricominciato!

Pensò alle mani del marito che la toccavano frugando dappertutto, sotto il vestito, e poi i seni…

– Non se ne può più – aveva urlato lui, respinto per l’ennesima volta – Adesso basta! – Ma lì, lei aveva aperto il rasoio e ZAC! Il fendente era partito da solo, in diagonale, un taglio lungo e fine che aveva messo fine alle avances e ai palpeggiamenti di Fabio… per sempre!

Infilò di nuovo la mano nella tolfetana, prese la scatolina del risperidal, ne estrasse le pillole verdi, le sgranò ad una ad una per poi lanciarle a spaglio fra i fiori di lavanda. Il ronzio dei calabroni e delle api che raccoglievano il nettare si alternava al mormorio del vento. Marta guardò le sue mani e pianse.

I lupi rizzarono le orecchie. Lucifero scattò per primo. WOF! WOF! WOF! La sagoma nera del cane saettò in direzione di quell’uomo cogli occhiali scuri.

* * *

– Sto tornando da Tuscania – disse con voce incerta, non appena fu raggiunto dalla donna – Sa, ero alla festa della lavanda… ma siccome non ne ho comprato, mi sono permesso…

La donna taceva. Scendeva e saliva con lo sguardo, squadrandolo dalla testa ai piedi. Il cane nero digrignò di nuovo i denti. Gli altri due, avevano perso il cattivo umore e già scodinzolavano intorno alla donna.

Ennio tolse i Ray Ban polarizzati e, ancora tremante, si asciugò la fronte col braccio, poi, cautamente, misurando i gesti, recuperò un kleenex dal taschino della camicetta e prese a tamponarsi il sudore e le lacrime intorno agli occhi.

E quella che continuava a guardarlo con due occhi grandi e neri come il carbone, con intensità, in silenzio… Sembrava ragionasse sul da farsi… Se prendere o no una certa decisione…

Perché non parla? – si chiese – Cosa diavolo aspetta?

Osservò le braccia rosse della donna e poi il resto. Sui trenta, minuta e con bellissimi tratti del viso, leggermente angolosi e con gli zigomi accentuati e i capelli neri raccolti a metà sotto al Panama sfrangiato. Il busto era esile ma con un bel seno generoso e, dai fianchi in giù, sembrava bene in carne. L’abitino sciupato, oramai non più nero ma grigiastro, aveva grosse aureole di sudore sul petto e sotto le ascelle.

Una folata calda e dispettosa lo alzò. La donna non si affrettò a rimetterlo giù, anzi si lasciò carezzare dal vento, senza alcun imbarazzo. Ennio soffermò lo sguardo sulle cosce bianche e ben tornite, poi osservò di nuovo gli occhi della donna, notò le occhiaia scure e i tratti tirati e stanchi. Sembrava avesse pianto…

Bella! – considerò Ennio – Bella e selvaggia, mi piace.

* * *

Provvidenziale! rientrare a casa su quella stupenda auto, magari pure climatizzata. Non doveva assolutamente lasciarsi sfuggire l’occasione. E la voce che gridava Fallo! Fallo di nuovo, non ti accorgi che non cerca altro? Non vedi come ti adocchia il seno? Ha gli stessi suoi occhi azzurri incollati sulle tue tette!

Un ringhio del cane la scosse da quei pensieri. Marta ripeté in modo calmo il nome di Lucifero e gli ordinò di accucciarsi. Il cane smise di annusare le gambe dello sconosciuto e retrocesse senza perderlo di vista.

– È sua quell’auto? – chiese infine.

– Si, è la mia auto – rispose l’altro indicando con un gesto del capo la Jaguar blu elettrico che brillava sotto gli ultimi raggi di sole.

– Può accompagnarci sulla statale per Viterbo? Saranno si e no una decina di chilometri…

– Mi scusi, sa? Ma i suoi cani stavano per farmi a pezzi. Adesso lei mi chiede di farli salire sulla Jaguar?

– No, in effetti non serve. Loro conoscono la strada, salgo solo io, se me lo permette.

Aveva parlato con un tono rauco, sembrava non avesse più voce. Ennio scrutò Lucifero, sempre vigile e di cattivo umore, poi volse lo sguardo alle cosce bianche e tornite della donna, mentre il vento continuava a cazzeggiare col vestito.

– Si, certo che l’accompagno! – assentì Ennio. Non vorrei però che lei mi avesse preso per quello che non sono. Guardi – disse indicando i fiori in terra – era solo un misero mazzolino… un mazzolin di fiori!

* * *

Si avviarono verso la strada, Marta, i cani e per ultimo lui, che, facendo tintinnare le chiavi in mano, seguiva l’incedere deciso della donna, sbirciando di continuo le gambe, sperando che un’ultima folata di scirocco mostrasse ancora tutto quel ben di Dio. Sentì entrare in gioco una leggera erezione.

* * *

Marta frugò nella bisaccia, carezzò il rasoio, poi prese le ultime crocchette e le distribuì ai cani, quindi ordinò loro di prendere la strada del ritorno “Hop! Hop! A casa belli! Hop! Hop!” batteva le mani e gridava “Hop! Hop!… Dai Lucifero portali a casa. Hop!Hop!”

L’azzurro carico e vivace della Jaguar si univa al colore delle lavande e del crepuscolo. Tutto era blu. Un mare blu con una barca blu, pensò Marta. Un mare di calici profumati mossi dal vento e una barca per andare lontano…

Ennio carezzò il tettuccio della fuoriserie pensando alle forme sensuali della donna, quindi aprì la portiera lato passeggeri soppesando la borsa dei testicoli con la mano libera e si scostò per farla salire, puntando di nuovo la scollatura e quel petto, così esuberante e pensando Magari ci sta!

Marta lo guardò e sorrise.

E dire che quel lupo stava per farmi a brandelli!…A volte – continuò a rimuginare – la vita tiene in serbo strane sorprese!

Fece il giro della lussuosa berlina e si installò al posto di comando.

Marta, la bisaccia stretta al fianco, spossata, vuota, reclinò il capo all’indietro e chiuse gli occhi. Respirò profondamente, una, due, tre volte… poi rispose alla voce, in sordina: D’accordo – disse – ma sarà l’ultima, poi si rientra in clinica, ho proprio bisogno di riposare.

– Scusi, diceva? – fece lui, poi, non ottenendo risposta, continuò, sottovoce, quasi bisbigliando, giusto per creare un’atmosfera un tantino più intima Me la sono proprio vista brutta, sa? I suoi cani fanno paura, ma paura davvero! Ma lei, lei no! La trovo piuttosto rilassante, signorina, signorina come?

Marta di nuovo non rispose. Lui alzò le spalle poi spinse dentro il CD di Casa del mar, sorridendo divertito per quel certo prurito che saliva su dallo scroto!

Lo sviolinio monocorde di cicale e grilli fu coperto dal sax morbido e avvolgente di Calar Del Sole, il suo brano preferito.

La luna, già alta nel cielo, preparava la notte, disseminando le prime stelle in un cielo ancora chiaro, svogliato e indolente.

Ennio ingranò la prima… o forse l’ultima!


Foto: Flickr, @Fiore Silvestro Barbato 

https://www.flickr.com/photos/fiore_barbato/14097033500

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2 thoughts on “Quel mazzolin di fiori

  1. patricia moll 20 agosto 2015 / 15:31

    Bello il raconto e bellissimo il finale. Come sarà finito? Sarà di nuovo uscito il rasoio e Ennio sarà morto? Oppure….
    Mi piace!
    Ciao!

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    • dimmiluna 20 agosto 2015 / 22:37

      Cara Patricia, grazie mille! In effetti chissà cosa succederà ai due 😉
      Grazie anche di aver preso il tempo di leggere il racconto!

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