Il mio compleanno – novella sul fuoco

…E nella luce si avvolge il fuoco.

(Gyorgy Lukacs 1985-1971)

IMG-20150530-WA0005Nacqui in un campo di grano, quasi alla fine della mietitura, con l’odore dell’erba e del fieno bagnati da un improvviso temporale.

Fu il padrone della terra, un onesto e laborioso contadino, che mi aiutò a nascere al riparo dagli scrosci d’acqua, in un capanno asciutto, dove diversi arnesi da lavoro si annoiavano e impolveravano appesi al muro, in fila e in bella mostra come gli schioppi di una fuciliera. Tre panche contornavano una tavola di spesso noce fatta di recente. Nel mezzo stavano alcune bottiglie con la candela sul collo, una brocca di acqua, un pane, un serramanico e una saccoccia vuota e polverosa. Appese a una trave del tetto a vista dondolavano trecce di cipolla, appena mosse da una corrente d’aria umida di pioggia, che si immetteva zufolando dalla porta semi aperta e dal vetro mancante della finestra.

– Dina! – urlò l’uomo, mentre si sfilava la camicia scozzese impregnata di acqua – Corri! Svelta caprona, che sennò fai una ricaduta. Non ho voglia di rivedere in casa il dottore.

Si affaccendò con i legni nel camino. Li mise in un certo ordine, a castello, poi tornò alla porta e osservò compiaciuto i covoni appena fatti. Le cornacchie gracchiarono insieme volando via dal campo, scacciate dall’improvvisa voce rombante e profonda di un tuono.

– Dina! – urlò di nuovo – Ma dove ti sei cacciata. Dina!

Dina arrivò, ansante per la corsa e per il peso delle frasche secche, dei tralci e dei ceppi di vite.

– Ce n’è di legna qui! Ti avevo detto che ce n’era – continuò l’uomo, facendosi da parte per lasciarla entrare.

– Cosa avrai mai da gridare così! – lo apostrofò la donna, gettando la fascina ai piedi del marito – Sarà buona per un’altra volta!

Sedette di traverso sulla panca, sfilò un fazzoletto da uomo dalla manica del vestito scuro e si asciugò il volto bagnato. Starnutì due volte.

– Ecco, ci risiamo – incalzò lui – Maledizione!

Prese una fiaschetta impagliata dal mobile, tolse il tutolo di granturco e la passò alla moglie.

– Dai, bevi che ti scalda – aggiunse quasi teneramente. Lei, arricciò il naso, poi la portò alla bocca e bevve.

– Sa di spunto – si lamentò – È quasi aceto.

– È ancora vino. Dai che ti scalda – Poi, come per sincerarsene, strappò la bottiglia dalle mani della donna e ingollò un sorso.

– È buono, è buono! Bevine ancora un po’.

Ma lei si era già alzata per andare a chiudere la porta.

– Ho freddo – disse incrociando le braccia e stringendosi nelle spalle – Fra poco farà scuro, come vorrei essere a casa.

– Aspetteremo che smetta di piovere – rispose secco il marito – Meglio star qui al riparo che due chilometri sotto la pioggia.

– Mangia un po’, allora! – intimò lei, usando un tono affettuoso ma autoritario – Hai lavorato tutto il santo giorno come un asino.

– C’è solo il pane.

– Beh… Mangia il pane.

Lui borbottò qualcosa, tagliò due fette dalla pagnotta e ne porse una alla donna.

– Dina! Togli le scarpe che sono fradicie.

Lei lo guardò benevola, quindi posò il pane e prese a slacciarsi le scarpe di pezza intrise d’acqua e sporche di fango. L’uomo prese la fascina e tornò al caminetto. Lei chiese:

– Dove sarà Buck?

– Quel bastardo di un cane! – scattò lui – Sarà già a casa al sicuro, tra le gambe della vecchia. E noi qui, con questo tempaccio, inzuppati fino all’osso.

Grani di grandine vennero a martellare il tetto a lastre, di vetroresina.

– Fiuuuhhh – fece lui, osservando i chicchi che entravano dalla finestra – Sembrano uova di quaglia.

Un secondo tuono esplose, pareva l’ira di Dio.

– Dai con quel caminetto – lo pregò la donna.

Io mi tenevo pronto.

L’uomo appallottolò la carta sotto i legni impilati a dovere e prese ad affaccendarsi con l’accendino, che non ne volle sapere.

– Che miseria!.. La pietrina è bagnata.

– Dai a me – disse la donna e cominciò a sfregarlo sulla sottana asciutta. Provò a far fuoco una, due volte, ancora nulla.

– Marcè, riprovaci tu.

Lui riprese a dar colpetti sulla rotellina dentata – Ecco che arriva – mormorò fra i denti, e l’accendino funzionò. La carta umida, fumò nel camino, i rametti secchi presero a scoppiettare.

Di colpo la gragnola di grandine finì, così pure la pioggia.

– Meno male – disse Dina – Ora possiamo andare – E si mise a ramazzar cose frettolosamente, infilandole nella sacca. Starnutì di nuovo.

– Non stare scalza – la cazziò ancora – Sbrigati, metti le scarpe.

Poi, voltandole le spalle indossò la camicia ancora pesante di pioggia. Lei si avvicinò al camino e vi rovesciò un resto d’acqua della brocca. In un attimo furono via. Ormai lontani, udivo ancora Marcello bofonchiare. Un gallo cantò chissà dove. Io ero là, con quel buon odore di legna, ancora resinosa. L’acqua non aveva spento tutto. Scorsi fra i rami un chiarore vermiglio. Non ci stetti a pensar su due volte, passai da una molecola all’altra, mi guardai intorno e decisi di nascere.

Mi ritrovai con un tizzone di vite, rosso di brace. Sfiammai, vestendomi di luce. Così nacqui in un giorno di giugno. Era la festa di San Giovanni, nel romano si mangiano le lumache. Mio padre disse: – Finalmente un bel fuoco!

novella (sul fuoco) del 1987

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