Il cacciator

…Gira su’ ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

come esuli pensieri,

nel vespero migrar.

Giosué Carducci – 1883

Lepre in fuga -vogliaditerra.com
Lepre in fuga 

Quando il terzo pallettone si abbatté sul fondo schiena, Silan smise di correre e si allungò fra le piante del mais. Quel maledetto tiratore aveva mira, tre tiri tre colpi azzeccati, quasi allo stesso punto. Un centro perfetto, da  cacciatore provetto. L’aveva impallinato prima in basso e poi sulla parte alta di una natica, sempre la stessa… quel cornuto!

Pam! Pam! Pam!

Un stormo di uccelli neri, scosso dai boati, s’era alzato in volo, oscurando prima il sole rosseggiante e poi la luna, già alta nel cielo. Portò la mano sul didietro ma non sentì scorrere sangue e, nonostante il dolore, poteva ancora muoversi e provare a sfuggire a quel cecchino indiavolato.

Il colonnello Di Matteo s’era fermato per ricaricare la doppietta sovrapposta calibro 32, un semiautomatico a canna liscia rinculante acquistato esclusivamente per la caccia d’appostamento, negli anni novanta. Pensò: Queste fucilate non uccidono, 10 grammi di piombo a botta gli faranno solo pizzicare il culo!

Soppesò un paio di cartucce nella mano libera, delle buckshot modificate in casa. A 15, 20 metri l’impatto formava appena un cerchio di una dozzina di centimetri, una rosata perfetta per la selvaggina di pelo di piccole dimensioni!

Intascò le munizioni e si asciugò il sudore della fronte contro il braccio. Decise di non uscire completamente allo scoperto e aspettare piuttosto che l’altro si rialzasse e riprendesse la fuga per scaricargli ancora qualche piombo nelle parti basse. Sicuramente non è armato, rifletté, ma è meglio non correre rischi.

Si accucciò e tirò fuori dal taschino della sahariana un mozzicone di toscanello che accese alla fiammella esigua dello zippo, quasi scarico. Tirò tre o quattro volte, con avidità, ma tranquillamente, fottendosene completamente di mantenere a regola d’arte il suo ruolo di inseguitore. Oramai aveva un bel vantaggio, fisico e psicologico, per aver centrato tre volte quel bersaglio in movimento. Sorrise, congratulandosi con se stesso per la qualità dei tiri, Un exploit da giovane marksman ben allenato! si compiacque, nonostante la non più giovane età!

Ora, era padrone della situazione, il fuggitivo era sotto la sua autorità, non avrebbe avuto scampo.

Autorità, autorità… continuò a riflettere, addio alla tanto amata, virile autorità, presto la pensione. Ma gli restava la caccia, quella sì! Tordi, quaglie, beccacce e soprattutto lepri. La campagna circostante ne era piena e lui amava così tanto infilarle nello spiedo, ben scuoiate e sviscerate, oppure prepararle in salmì. Ci pensò su un attimo… Tagliarla a pezzi e lasciarla marinare per circa 24 ore nella bacinella, col vino rosso, la cipolla, l’alloro, i chiodi di garofano, un mazzetto di erbe e finocchiella selvatica… il suo tocco finale!

Gli rivenne in mente la battutina sparata al suo attendente – Con me nei paraggi le lepri rischiano l’estinzione. Una dopo l’altra, me le sto mangiando tutte io! – Sghignazzò di cuore, sempre più compiaciuto, a rischio di farsi udire dall’altro.

Passò le dita bianche e lisce nei capelli folti e rossicci, schiacciò il resto di sigaro nell’erba e penetrò tra i filari di granturco. La schiena lo affliggeva lanciando fitte pungenti. Fa niente, considerò, l’importante è la preda!


Silan percepì l’odore del tabacco, portato dalle leggere e vivaci folate che incurvavano  e spettinavano le chiome delle pannocchie.

Merda! – pensò – Mi sta proprio addosso ! – Si mosse procedendo radente al suolo, piegando i lunghi steli color paglia, i fiori di colza, gialli e luminosi e i timidi papaveri di giugno. Un gallo si sgolò, su per la collina, lanciando gli ultimi gorgheggi prima del buio.

Qui ci vuole una strategia – rimuginò – Se continua così quello mi ammazza!

Il gallo intonò un secondo chicchirichi, poi un terzo, mentre il sole spariva indolente all’orizzonte e le ombre bluastre della sera prendevano il sopravvento sulla luce.

Silan vide il leprotto, piccolo e color miele. Uno scambio di sguardi che durò qualche secondo e l’animale si allontanò, attraversando l’erba alta a piccoli balzi, senza correre via. Avanzando, Silan trovò la pannocchia rosicata, volse lo sguardo verso la bestiola che si era fermata di nuovo e lo fissava.

Inconsciamente lo seguì, sempre strisciando. Ora il sangue trasudava dal pantalone. Toccò e sentì l’umido sulle dita. Guardò la mano arrossata. Accelerò, gattonando e imprecando fra i denti.

Pensò a Erminia. L’aveva lasciata nel bosco, sdraiata al riparo delle felci, dopo averle intimato di non muoversi. Ma non aveva notato quella dannata doppietta e nemmeno lei l’aveva vista, non avendo osato alzare la testa per paura che il padre la scorgesse.

Silan, resta giù, se papà ha il fucile ti spara addosso.

Silan non aveva risposto. Era balzato fuori con uno scatto felino, iniziando a correre all’impazzata, zigzagando fra i lecci. Doveva proteggerla a tutti i costi. Se l’altro  li avesse scoperti insieme, sarebbe stata la fine!


Il colonnello Di Matteo sentì il fruscio del corpo del fuggiasco, nell’erba. Si stava spostando, ma lui non aveva fretta, sapeva che avrebbe potuto raggiungere quel farabutto rapidamente. Un ladro, ancora un ladro che si aggirava intorno allo chalet. Se non fosse rientrato prima del previsto, avrebbe subito senz’altro un furto, il secondo quella settimana.

Quei due, li aveva avvistati da lontano, dall’auto, arrivando dal lungo viale alberato, al rientro dall’ospedale. Quei due… Ma dove era finito il secondo? Volatizzato? No, sicuramente aveva tagliato la corda dal lato opposto, nelle vigne.

Pensò a Erminia. Dopo il divorzio, aveva deciso di isolarsi e andare a vivere con la figlia nella loro proprietà di campagna, dove aveva trasportato tutte le cose care, le medaglie, le vecchie armi, i libri e le riviste di caccia… E adesso? Porca troia! Svaligiato!

Aveva ricomprato quasi tutto, ma le sue cose personali, quelle, chi gliele avrebbe ridate? Rientrando, aveva visto le due sagome fuggire dal giardino e sparire nel boschetto. Così, era schizzato fuori dall’auto, ancora dolorante, s’era precipitato nella rimessa, aveva caricato l’arma e si era lanciato all’inseguimento…

Il fruscio nell’erba dell’uomo in fuga era già lontano, forse troppo. Si alzò, imbracciò il fucile e tirò rasente alle grosse spighe, nella direzione giusta.


Silan sentì i piombi sfrecciare a una ventina di centimetri dal capo. Qui non si scherza più – pensò, quindi  si affrettò, carponi, sempre dietro al leprotto.

A un tratto lo vide all’uscita del campo, immobile e di nuovo con lo sguardo rivolto verso di lui. Si stava infilando attraverso un fitto intreccio di foglie e rampicanti, che aveva invaso un ammasso di roccia e pietre.

Arrivò in quel punto col culo in fiamme. Ora il dolore era decisamente acuto. E il leprotto? Dov’era sparito? Silan scansò lo spesso fascio d’erba che nascondeva quella che sembrava essere la tana dell’animale. La cavità non era poi così stretta, ci si poteva infilare.

Strascicandosi, penetrò nell’antro buio e rarefatto, una minuscola grotta alta meno di un metro. Osservò vari cunicoli, bui e stretti, che scendevano verso il basso, sicuramente le gallerie della lepre. Raggiustò le trecce d’erba che riparavano e occultavano l’entrata, quindi si mise sul fianco per verificare le ferite, poi, di colpo, s’immobilizzò,  poiché l’altro era già lì sbuffante per l’affanno, a pochi metri.

Però!…non aveva percepito alcun rumore, scalpiccìo… nulla! – Incredibile – pensò – Ha ragione Erminia quando dice che il padre non è solo un cacciatore, ma un autentico predatore: astuto e naturalmente incline all’inseguimento!


Il colonnello si sedette sulle rocce inverdite dal muschio e dai rampicanti. Da qui ho una visione totale del campo – considerò – Appena sbuca da qualche parte, lo impallino!

Prese un altro toscanello e provò più volte a azionare lo zippo, che non volle funzionare. Cercò nelle varie tasche, trovò la scatola degli analgesici, ne inghiottì quattro, a secco, recuperò due zolfanelli, li sfregò sulla pietra e accese.

Nonostante il dolore, respirò con goduria il fumo caldo e acre del sigaro, fissando e ammirando il cielo. Linee violacee, basse sull’orizzonte,  spennellavano il cielo da est a ovest. Stupendo,  pensò e chiuse gli occhi un istante, sfinito.

Aveva lavorato duro tutta la settimana, e poi bricolage a casa, la sera e il fine settimana. Decine di cose da fare, riparazioni, installazioni… Sulle reti classiche non danno mai niente, s’era lamentata Erminia. Così, quel primo pomeriggio, era salito sul tetto e l’aveva piazzata lui, quella maledetta parabola e, riscendendo, era caduto. Un volo di un paio di metri, una botta secca, di spalle, che lo aveva lasciato immobile e senza fiato.

E poi al pronto soccorso, guidando con sofferenza, solo, poiché la figlia era via, in paese. Niente di rotto, gli aveva detto il medico. Lei ha un busto di ferro, quindi solo riposo e antidolorifici… Ma adesso, dopo l’inseguimento…

Chiuse gli occhi e s’immaginò nell’atmosfera comoda e ovattata del salone, lui e Erminia, con una buona tazza di tè al latte e i tozzetti al miele.  L’idea di far marcia indietro e metter fine a quella caccia all’uomo, lo tentò.

Udì un fruscio.

Il leprotto gli schizzò sotto ai piedi e corse rasente al mais, senza addentrarsi nel campo. L’istinto lo fece rizzare in piedi, imbracciare il fucile, puntare, mirare, fuoco! L’animale evitò i piombi, svicolando d’un colpo per poi sparire fra le spighe.

Il colonnello si mosse velocemente, nonostante le fitte al costato, al petto e stranamente ora anche al braccio che portava il peso del fucile. Saltò le pietre e rincorse la piccola preda.

Percorse a rotta di collo una cinquantina di metri, poi si acquattò. Una nuova e lunga fitta lo trafisse da parte a parte. Si sdraiò, il volto imporporato per lo sforzo, grondante di sudore. Il cielo, sempre più blu, sembrava così basso, quasi a infilarci il naso dentro. Sentì il dolore erompere impetuosamente nel torace. Fu un istante breve, penoso ma rapido. Solo il tempo di domandare perdono a Dio e poi morire, con il sigaro stretto fra i denti.

Fuori la sera si colorava di indaco e azzurri profondi. I latrati di un cane attraversarono e ruppero l’ordine e la quiete della campagna. Il leprotto si avvicinò. Fissò quegli occhi grandi, sgranati, illuminati dalla giovane luna. Saltellò qua e là poi piegò verso i pennacchi del mais, sposati al vento e alla quiete della sera.

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