Acqua ‘e chiochiero

2966969450_2d7eab7a32_o1. Acqua calda

A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco.

Erri De Luca

 

Alla finestra solo sbarre di ferro, senza vetri, e così entra il freddo, entra la pioggia, entra il rumore del traffico.

Un volto di donna disegnato sulla parete di fronte al letto mi osserva. È ben fatto. Ha uno sguardo intenso, sottolineato da un trucco blu, realizzato senz’altro con una biro. Sorride, perché mai? mi chiedo. Mi alzo e gratto con il manico del cucchiaio, incido due lacrime che scendono, poi una corona di spine sulla fronte: ne faccio un Cristo, un Cristo donna che piange. Bella mia – le faccio – qui c’è poco da ridere!

Mi sono svegliato molto prima dell’alba. Ho dormito male, su un materazzo che sa di deodorante a buon mercato mescolato a sudore. Ieri sera mi hanno cambiato di cella: è un buco, c’è solo questo giaciglio maleodorante e lo spazio è talmente esiguo che non puoi nemmeno camminare avanti e indietro.

Quanto ho dormito? O piuttosto, quanto è durato l’incubo? Sono ancora sudato e ho freddo, un freddo penetrante e anche se ha smesso di piovere l’aria è umida. Non mi portano nemmeno un caffè. Nell’altra cella, c’è la moka, è sul fuoco mattina pomeriggio e sera, in pratica sempre e l’odore della miscela nera ha impregnato tutto, persino le lenzuola, i vestiti, i capelli.

Penso che senza il mio primo caffè del mattino potrei morire. Sono riuscito ad averne persino nel deserto, in quel paesaggio lunare, fra i berberi che bevono tè nero cinese, o ancora al mercatino di Dakar, seduto su quella panca di legno rosso, dove Traoré serve Nescafé bollente, in barattolini di latta.

Caffè, caffè, caffeina dappertutto. È la chiave di volta del mio Io, l’elemento risolutivo, senza di lei la mia struttura crolla.

Oh Signore, un caffè, ti scongiuro! – Sto pregando veramente, un ultimo sforzo prima di inabissarmi in una specie di demenza astratta. Forse un ennesimo atto di coraggio misto a umiltà, con lo spirito debole, la lingua pastosa e le budella piene di nodi. A uno a uno li invoco tutti: Dio, gli Angeli, Maria, Santa Restituta e San Giovanni Bosco, di cui ho appena letto l’autobiografia. Me l’ha passata una guardia carceraria qualche giorno fa.

Rifletto – Uno invoca Dio e i suoi santi solo alla fine, quando non ce la fa più, non è onesto. Bisognerebbe assumere in silenzio la propria tragedia. Ma poi penso che i padri e le madri sono sempre là per i loro figli, soprattutto nei momenti più estremi.

La mia coscienza ribolle, annaspa, cerca soluzioni, poi l’idea si fa strada e prende forma. Ho lo scaldino elettrico di un mio ex compagno di cella. È uscito ieri, dopo quindici mesi di “vacanze pagate”, a detta di un piantone. Vado nell’angolo, dove dietro a un separé di mattoni c’è il water e un rubinetto col lavello. Mi insapono e sciacquo le mani, poi verso l’acqua nel pentolino, accendo lo scaldino e aspetto che bolla.

Dai Ni‘, dai che ce la fai!

Non c’è zucchero. Lo berrò amaro, che troppo dolce fa male. Verso l’acqua nella tazza. Solo acqua, chiara e trasparente. Mi siedo sul letto, chiudo gli occhi e l’assaporo… l’acqua calda.

 

2. Chiochiero!

 (Babbeo, credulone, in dialetto napoletano).

 

È caffè, mi convinco, è buonissimo. Ha un aroma di arabica dolce. Uno di quei caffè che paghi di tutto cuore perché ne vale proprio la pena, magari in un bel bar del centro, al pantheon a Roma o da Gambrinus a Napoli, non lontano dalla mia pensione. Ritorno indietro di anni, che dico, di secoli.

È pomeriggio. Mamma zucchera un bicchierino di acqua tiepida, al quale ha aggiunto un cucchiaino di caffè appena affiorato dal filtro della cuccumella e mi invita – Te l”ho fatt bellu doce – sussurra affettuosamente, mentre serve quello buono, scuro e profumato, alle amiche di via Chiaia.

– Assaggia Nino, bevi cu mammà. Ed io, tutto fiero, sorbetto quell’acqua chiara, appena velata di marrone…

– Bevi, Nino, bevi – mi fa ridendo la mamma di Ignazia, la mia compagnuccia di giochi – Ma quant’è chiochiero ! – aggiunge – Stu piccerille!

Chissà poi pecchè chiochiero – replica la signora Emilia, proprietaria della pensione – ha sul quàttr anni chesta creatùr – Vieni Ninetto, ca’ te metto altre duje goccè e’ caffè.

È solo acqua macchiata, l’acqua del chiochiero, penso felice mentre la bevo e la gusto, dolce dolce, senza aver ben capito il senso di quel vocabolo magico… O’ chiochièro…

Ora non sono più sul letto, sto camminando. Arrivo quasi a piazza Plebiscito percorrendo gran parte di via Chiaia. Di fronte al 197, dove abito, c’è un bar, con la torrefazione e un angolo con i dolciumi. L’odore del caffè appena tostato è sublime. Ho un po’ di lire strette nella mia piccola mano. Mi viene voglia di comprare un bastoncino di liquerizia, ma vado al distributore di gomme, giusto per azionare la grossa manovella a chiave. Clang! Clang! Clang! Con più monete ne ottengo una manciata, ma, nonostante il colore diverso sono tutte profumate allo stesso modo.

Le metto in tasca e vado all’alimentari sotto casa che vende gli affettati. Affetta pure la mia leccornia preferita, un lingotto di gianduia fondente venato di cioccolato bianco (mamma mi ci fa i panini)! Ne compro quattro fette alte almeno un centimetro e due trance di filone.

Mi avvio verso casa. C’è la latteria proprio accanto al portone. La figlia del portinaio ne sta uscendo ora, con le mozzarelle fresche e un quartino di latte in bottiglia. È Stefania, nove anni, ha un iride verde e uno azzurro, come il Tirreno, e quando mi guarda mi sento male, mi perdo in miez o’ mar.

Una Fiat 1100 dei carabinieri passa a sirene spiegate. Scompaio nel portone. Il cuore batte forte, sto sudando di nuovo. Stingo forte gli occhi, come se aspettassi da un momento all’altro una botta in testa. Quando li riapro non è successo niente. C’è Stefania che ha osservato la scena e mi sfotte – Si nu’ cacasòtt, Nino, è sul na’ sirenà! – Mi accarezza i capelli e ridacchiando passa la soglia della guardiola.

È stupefacente. Non sono tornato in cella, macché, sono sempre fuori! Non so cosa sia successo, ma è successo.

Il piantone del turno di giorno sta passando. È lui che mi ha procurato il libro, quello di don Bosco, col timbro della Biblioteca Oratoriana dei Girolami. È in bicicletta e mi ha avvistato. Mi sono scordato che abita a due passi, esattamente in via Cedronio, ma ogni mattina va a bersi un caffè al bar Moccia, un po’ più su. Posa la bici vicino al portone, si ferma e mi osserva con molta, troppa attenzione. Guarda le mie scarpe senza lacci e la busta col cioccolato alla nocciola.

Non sa cosa fare e nemmeno io. La situazione è stranamente priva di senso. Ha capito che sono io, lo si vede dallo sguardo. Inizio a camminare, accelero il passo e mi affretto a sparire dalla sua vista. Mi giro da lontano, è ancora là che si domanda perché diavolo mai sono fuori e non dentro.

Adesso sono abbastanza lontano. Mi fermo un attimo sul marciapiede che comincia a affollarsi di mamme e bambini con le cartelle di scuola. Respiro. Va un po’ meglio ma  berrei un altro goccio di quell’acqua ro’ chiochiero.

Il sole ora è alto e nemmeno piove più. Sono davanti al ponte di Chiaia, fra poco prendo l’ascensore a fune che collega via Nicotera, dov’è il mio asilo. L’auto dei carabinieri passa di nuovo, sempre a sirene spiegate. Richiudo gli occhi e stringo la busta contro il petto con il cuore in gola (bandiera bianca, mi arrendo!) fin quando il suono non si allontana… svanisce.

Mio padre attraversa la strada, papà Antonio.

– Che ci fai qui, Ninetto, tutto solo?

Mi prende nelle sue braccia, lo stringo forte al collo e la fragranza del dopobarba mi calma.

Ninetto, dimmi a papà, c’è qualcosa che non va?

Sono giorni che non lo vedo e ho voglia di abbracciarlo, di udire la sua voce rauca e velata dalle senza filtro.

Si accussì freddo, tutto sudato – continua– Allora, che c’è?

– Papà, giuramelo! – lo imploro aggrappato al bavero della giacca, scuotendolo freneticamente, disperatamente – Da grande non andrò mai in prigione, mai!

Lo giuro – risponde papà – Lo giuro! – ma nunn’è o vero.


Immagine: “napoletana”,  Flavia Brandi, Flickr.

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