Il macho

Dovetti scegliere fra morte e stupidità. Sopravvissi.

Bufalino (1920 – 1996)

1. Una  mina  vagante

Mi svegliai a mezzanotte in punto, dopo aver dormito come un masso sul divano, dalle sette di sera. L’insalata russa comprata in rosticceria al mattino e l’omelette fredda erano ancora nei piatti. Mi ero lasciato vincere da un colpo di sonno improvviso, poco prima di cena, dopo aver bevuto due tre bicchieri di vermut a stomaco vuoto.

Era giugno. Quello stesso pomeriggio, dopo una pausa primaverile, Giusy aveva bussato inaspettatamente alla porta. Lo splendido sorriso dei bei giorni mi aveva indotto a sperare in una tregua, un incontro pacato senza polemiche e senza dover subire quella sua acuminata capacità di punzecchiare e esasperare il prossimo.

Aveva i capelli raccolti da un lato. Osservai la nuova tinta, un biondo ghiaccio luminoso perfettamente in armonia col verde dei suoi occhi.

– Non sei cambiato di un pelo! – affermò appena varcata la soglia, infilando il corridoio verso la cucina – Vesti sempre trasandato, e questa tua aria da menefreghista… da uomo vissuto che non ha vissuto un cazzo.

Un buon inizio, pensai, non c’è che dire. Portava un dolcevita rosa senza maniche e leggings aderenti color lampone, con il solito zainetto, un oracchiotto rosa, sulle spalle.

Qual buon vento, Giusy cara?

– Passavo di qui – disse, gettando le chiavi e lo zainetto sul tavolino – Mi sono detta, vediamo come va l’uomo delle caverne!

Era di schiena. Ammirai ancora una volta il collo scoperto, lungo e magro, con la voglia a chicco di caffè sotto l’attacco dei capelli.

– Anzi no – continuò – siamo sinceri, ho ben altro nella testa. Metto su l’acqua e poi ne parliamo.

– Fai come a casa tua – sottolineai, mentre rovistava alla ricerca del suo tè prediletto.

– L’hai fatto apposta a cambiare di posto alle tisane? Che stronzo! C’è solo il tuo maledetto orzo…

Le indicai lo stipetto giusto. C’erano ancora tutti i suoi aromi preferiti, le spezie e anche il porongo di zucca per l’infusione di matè.

– Ah, finalmente! – esclamò – Me li avevi nascosti? Non fa niente, tanto da te mi aspetto di tutto.

– Ma dai! (sbuffai)… Nascondere… Mettere un po’ d’ordine mi sembra più appropriato. Ma veniamo a noi…

– Sii paziente – aggiunse, intanto che l’acqua iniziava a fremere –  Ti ho detto dopo, davanti a una buona tazza di tè.

Finalmente si girò piantando i suoi occhi verdi nei miei. Sentii un leggero movimento nel basso ventre. Ci risiamo caro mio – pensai –  ti fa sempre lo stesso effetto!

Era di nuovo lì, a pochi centimetri dal sottoscritto, pronta a esplodere e a ridurmi in pezzi. Una mina vagante, imprevista… spuntata fuori dal nulla in quel tiepido inizio d’estate, per vendicarsi della mia tirannia di maschio in declino con la sua freschezza travolgente.

Lasciò scorrere diversi secondi. Pensai adesso le salto addosso, le dico d’accordo, ci provo, cercherò di essere meno macho, meno stronzo, meno tutto! Risposi al suo sguardo felino con il mio, da autentico pesce morto…. Lei si girò, tornò al fornello, quindi disse – Ci mettiamo comodi sul divano e ti spiego, tempo al tempo!

Lo scopo, scoprii subito dopo, non era di sedurmi (come avevo cominciato a sperare) ma piuttosto di convincermi che la nostra storia, dopo la rottura, avrebbe potuto sopravvivere. All’epoca, avrei solo dovuto accettare queste sue scappatelle del sabato sera, quando lei e la sua amichetta prendevano congedo dal sottoscritto e dal marito dell’altra, per rintanarsi in un alberghetto di mare e darci dentro. Bastava accettarlo, niente di più, farsene una ragione. In sostanza, prendere atto che lei ora era bi e non più mono. Semplice no?

– È solo una storia di sesso – aveva ripetuto più volte – Un’attrazione fisica, un po’ animale, repressa e tenuta in serbo per anni. Da te, che te la tiri tanto a fare l’intellettuale, mi sarei aspettata più di comprensione, invece sei come tutti i maschi che hanno attraversato la mia vita. Grezzo e limitato.

In breve, doveva rivedermi e ri-parlarmi di tutto a tutti i costi, sennò non sarebbe mai stata in grado di interrare la nostra storia e poter passare ad altro.

Eravamo ancora in cucina. Armeggiò con le bustine del tè strappando il cellofan con i denti. Le annusò prima di immergerle nell’acqua bollente della teiera, mentre il suo sguardo si abbassava e stazionava sulle mie pantofole scozzesi.

– Se non fossi stato così retrogrado – esordì.

– Ascolta, ne abbiamo parlato decine di volte… Non si tratta solo di questo. Non puoi sbarcare un giorno e annunciarmi  di punto in bianco che c’è una donna nella tua vita.

– Ah no? Avresti preferito che mantenessi il segreto a tempo indeterminato? Tu fai come gli struzzi, io no, non metto la testa sotto la sabbia.

Risi nervosamente, lo sguardo puntato sul quel culetto tondo tondo.

– Non siamo tutti programmati allo stesso modo, Giusy. Ma tu no, pensi che tutti possono accettare tutto. Inoltre, lo devi ammettere, sei sempre eccessiva. Eccessiva… e anche un po’ “nervosetta”. Non scordarti che questo tuo caratterino, un po’ maschietto direi alla luce dei fatti, è la causa principale della nostra rottura.

– Lo vedi che sei tu che provochi e parti con le cazzate? Non cominciamo con i sottintesi e poi gli insulti e poi… Senti, togli quella musica che non è il momento!

Era la sonata al chiaro di luna.

– Relax Giusy, relax! Lo sai che non mi piace litigare. Mi conosci, sono, tranquillo e, come dici tu, piuttosto “pacioccone”. Non cambierò mai, su questo hai ragione.

Feci qualche passo e tolsi Beethoven. Lei mi seguì, avvezza a non darmi tregua.

– E certo, per te tutti quelli che vanno a più di cinquanta all’ora, sono pirati della strada, quelli che alzano la voce sono degli isterici, quelli che fumano erba sono dei drogati… Il signorino non si scompone, o meglio: non bisogna scomporlo! Io sarò pure eccessiva ma tu, b-e-l-l-o m-i-o, sei di un mollaccione e di un reazionario.

– Ecco, l’hai detto! Sono questo, e allora? Incompatibilità di carattere no? Tu giovane, fresca e moderna, diciamo in fase con i tuoi anni ed io vecchio, retrogrado e completamente superato, ti va così? Beh, non ci torniamo più sopra. Gustiamoci questo tè (sul divano! – pensai) e lasciamo perdere il resto.

– E no, b-e-l-l-o m-i-o, non te la cavi mica così, eh? Bisogna andare in fondo. Io devo sapere. È colpa tua o è colpa mia? NO, perchè io devo crescere, io analizzo, io!…

Eh sì, dopo tutti quei mesi s’era svegliata e adesso analizzava. Piuttosto – pensai – non ha nessun altro da mettersi sotto i denti. Ma oramai era là, l’avevo fatta entrare, mosso dai sensi di colpa per averla sbattuta fuori casa, alla vigilia di capodanno, dopo  aver evitato di poco un coltellaccio da cucina piantatosi sullo stipite della finestra, a pochi centimetri dalla mia spalla.

Mi ero appiccicato a lei sul piccolo divano, con il tè fumante nelle tazza e una gran voglia di andare oltre che affiorava e inumidiva gli sguardi. L’attrazione, che solo lei poteva esercitare così forte sui miei sensi, quasi incontrollabile, era di ritorno, alimentata dall’odore della sua pelle, leggermente sudata. Ma nessuno dei due avanzò di un ciglio, immersi in quella vecchia e perenne schermaglia.

E infatti. Dopo aver infuso e bevuto oltre due litri di twinings arancio e cannella, la discussione prese quel tono abituale, acerbo e insultante da ambo le parti, che precedeva la resa dei conti. Addio buone maniere, addio riconciliazione.

– Sei troppo “zen”, una vera statua! Mi dai ai nervi!

– E tu mi fai proprio incazzare!

– Stai ancora al passaggio dal bianco e nero al colore.

– Almeno ho visto lo sbarco sulla luna.

– Ma ci sei pure rimasto!  Guardi ancora i films del dopo guerra! Base luna chiama terra…ma insomma!

– Zabriskie point non è del dopo guerra e nemmeno il laureato!

– Si, ma Mary Poppins… andiamo…

– Quello lo abbiamo visto insieme, se non erro.

– E va beh! Hai sempre ragione tu! Maledetto il giorno che ti ho incontrato…

E così via. Il sarcasmo si trasformò in insulti…

E tu sei una testa calda, meriteresti calci nel culo!

 Se lo ridici, ti strappo gli occhi!

 Se potessi, ti ammazzerei!

 Se continui, ti ammazzo io!

E gli insulti si trasformarono a poco apoco in un’ennesima zuffa, finita con graffi e morsi sul mio viso.

 Metti giù le mani, Giusy… Metti giù la maniii…

Fu uno scontro rapido poiché riuscii a svincolarmi e presi a girare qualche minuto intorno al tavolo per limitare  i danni. Partì in lacrime, lanciandomi la tazza del tè (piena) che schivai d’un soffio e un mazzo di chiavi che presi in pieno petto.

Insomma un sabato triste! Un giorno di riposo buttato via! Un maledetto giorno in cui mi ero bruciato la possibilità di mettere fine a quei lunghi mesi di isolamento e di apatia e tornare a stringerla nelle mia braccia. Ma era più forte di me, dovevo sempre reagire a cavolo e rispondere alle sue stoccate. Mai che riuscissi a starmene zitto, tirar fuori quel po’ di self-control che il Signore mi aveva dato! Mai!

2. L’annuncio

Andai in bagno. Lo specchio riflesse una guancia incisa a sangue, i morsi sul collo e un lobo sanguinante. Orinai il vino e le molteplici tazze di tè e mi sciacquai il viso. Gettai l’omelette e l’insalata russa. Cinque ore di sonno pieno…Troppo, pensai. La notte sarebbe stata lunga se non avessi avuto quella mezza idea. Tristemente single da oltre cinque mesi, col lavoro che mi lasciava poco tempo libero, mi venne l’idea di curiosare fra i diversi siti di incontri, famosi e meno famosi, e porre fine alla noia e alla solitudine.

Indossai il pigiama, accesi candele e bastoncini di incenso, piazzai il cestello del ghiaccio a portata di mano, l’ottima Sambuca e, non plus ultra, il grande Mussorgsky e la sua Notte sul Monte Calvo in sottofondo. Le note del magico sabba di streghe entrarono tonanti fra le mie mura, con strumenti a fiato, archi e percussioni caricando l’atmosfera. Ero pronto? Si, ero pronto!

Bevvi un bicchierino, accesi il computer e, prima di lanciare la ricerca, cambiai l’immagine di copertina. Guardai un’ultima volta il primo piano di Giusy (perché mai l’avevo tenuta così tanto?) coi suoi occhi grandi, di smeraldo. Sparì in un clic, lasciando il posto allo sguardo perso di un orso bianco nell’immensa banchisa polare. Inserii la mia email su un numero incalcolabile di portali on-line (venti, trenta?).

Tutti consigliavano di aggiungere una foto recente, così, col cellulare organizzai un autoritratto passabile, cercando di evitare il lato scarificato dalle unghie affilate di Giusy. Gli anni erano tutti là, provvisti di rughe e capelli diradati e grigi sulle tempie. Non ero di certo “una cannonata” ma volevo nutrire ancora qualche speranza. Apposi la mia figura di cinquantenne paffuto e “pacioccone” un po’ dappertutto. Una vera campagna promozionale. Un affissaggio in piena regola, corredato da una sola e unica frase di Gibran “quando l’amore vi chiama, seguitelo…”. Cosa avrei dovuto  scrivere “Uomo sincero e affettuoso… cerca anima gemella”?

I primi messaggi non tardarono.

Monica. Come va? Si fa conoscenza e… concludiamo con una parentesi piccante? Ti va come idea?

Lilly. Salve, stanotte sei solo o sei già con qualcuno?

Lesly. Hallo, il mio fantasma sarebbe di essere la tua infermiera, ti interessa?

Morgana. Senza vantarmi sono bella e cerco un uomo serio. Di dove sei?

Sexi. Segnala la tua presenza alle donne disponibili, per una storia di sesso, il prossimo week end. Invia sms al…

Per un po’ non risposi. Leggevo tutto e prendevo nota, evitando solo le proposte di sesso a pagamento. Quando infine spensi, l’alba era già chiara e il cielo, completamente roseo, si riempiva di piccole nuvole tonde come fiocchi di cotone.

Il sonno era di nuovo là, aiutato senza dubbio dalla bottiglia di liquore all’anice. Avrei dovuto coricarmi ma l’idea di non aver concluso nulla mi infastidiva. Non ne avevo trovato nessuna a mio gusto, e come avrebbe detto Giusy:  E la vuoi cotta e la vuoi cruda, non si sa mai come la vuoi!

Decisi di bere un vero caffè e infilarmi sotto la doccia. Avrei ripreso a chattare subito dopo, più fresco, più concentrato e, soprattutto, meno difficile!

Il tempo cambiò. Grandi nuvoloni neri annunciavano la pioggia. Decisi dunque di passare la domenica a casa e continuare la ricerca. Era la giornata ideale per finalizzare il mio progetto di rimorchiamento virtuale. Un tour de force interrotto solo da una pausa pasto frugale, un pisolino e qualche orzo caldo.

Mi applicai anima e corpo, tutto il santo giorno. Risposi almeno a una cinquantina di messaggi, continuando a fare il difficile: nessun profilo quadrava con le mie pretese. Cercavo qualcosa di… Ma cosa cacchio cercavo? Pensai a Giusy. Ero quasi tentato di ripristinare l’immagine di copertina, con il suo sguardo malizioso di strega, con gli occhi e gli artigli di un puma, così sexy… e così autentica.

Fuori era buio e un briciolo di malinconia prese a insediarsi e entrarmi nell’anima come una nebbia silenziosa. La notte era in arrivo. L’amata notte… che porta alla luce i rimpianti del giorno!

Lo scampanellio del computer mi annunciò l’arrivo di nuovi messaggi. Avevo deciso di smettere poiché l’indomani avevo molto lavoro e dovevo alzarmi presto, cioè  alle cinque. Lessi comunque:

Sexi. Segnala la tua presenza alle donne disponibili… quella era la decima volta che appariva sullo schermo.

Natasha. Scusa se non parla bene la tua lingua. Allego mia foto, spero piacere a te. Forse troppo vecchia? 37 anni, mai stata sposata. Da poco in tuo paese. Spero che tu rispondi. Aspetto…

Paolina. Hello. Ami il sesso? Saresti pronto a abbandonare il tuo corpo nelle mie braccia?

Nannarella. Celibe da oltre sei mesi, ho preso coscienza che vivere senza amore… Allora stronzetto, chi non muore si rivede!

La pioggia ora pestava i vetri, tamburellando frenetica sul tetto della veranda. Un rumore assordante che copriva la musica, un concerto al pianoforte di Rubinstein. Alzai il volume e ritornai allo schermo.

Il messaggio proveniva da lei, di nuovo e sempre lei: Giusy! C’era anche il suo viso, un po’ sfocato. Aveva una bella faccia da schiaffi, quella dei bei giorni, con tanto di rossetto quasi arancio e i capelli corti dell’anno precedente.

Nannarella. Allora stronzetto, che fai non rispondi? Non ti piacciono più le sorprese?

Il tempo si fermò un breve istante, ero rimasto proprio di stucco. Bevvi un bicchier d’acqua. Accesi una sigaretta. Aspirai forte, qualche tirata e spensi.

Poi lo stupore lasciò il posto a una certa ilarità, direi quasi allegria. Mi toccai la guancia ancora dolorante e cominciai a ridere, ridere, ridere a crepapelle. Rendendomi conto che, finalmente, la mia mina vagante era di ritorno.

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