Il bar del Raffreddore

… Ninetta mia, andare all’ inferno, avrei preferito andarci d’inverno.

De Andrè

Dal mio diario

Paris, dicembre 1987

L’inverno si accanisce contro i nasi dei parigini. In questo bar sono tutti rossi, sarà il  vino, mi dico, ma subito un’orchestra di mucose infiammate che espellono moccio mi smentisce. Non è il vino a imporporare i nasi ma le miriadi di bacilli che si attardano al bancone, fra una Pression e un Beaujolais nouveau. È il Bar del Raffreddore, raffiche di starnuti frammezzano l’intenso vociferare degli avventori e le note della bella algerina Warda Ghzali che erompe dall’enorme mangianastri, posato dietro al comptoir, accanto alla scorta di kleenex, aspirine (con e senza vitamina C) anticongestionanti spray e in gocce. Se uno ne ha bisogno, Farouk glieli passa!

Farouk! Un omone panciuto e rosso di capelli, che colleziona birre di tutto il mondo. Sembra più vichingo che nordafricano con quei baffi spioventi mal curati che gli coprono il labbro, lunghi fino al mento.

Lui no, non se lo becca mai il raffreddore, tiene tutte quelle medicine per gli altri. Dice che è meglio bere tè con foglie di menta fresca, molto dolce e ben caldo, che quello è il miglior rimedio contro i malanni e contro il freddo. Ma io lo vedo spesso riempire il bicchiere con la Franziskaner, la birra di frumento, o la Celtia, la bionda tunisina, e penso che siano quelli i suoi toccasana, altro che tè alla menta.

Oggi ho preso posto a un tavolino tondo in marmo, un guéridon di piccolo diametro, dove, oltre alla zuccheriera e alla tazzina del caffè, riesco appena a posarci gli appunti. Difficile sedersi in due, ma c’è il pienone, tutto occupato. Pazienza, tanto sono solo. Da almeno dieci giorni non telefono nemmeno più al fantino, il mio amico dalle gambe storte. Preferisco vivere i miei balzi di umore così, in mezzo a tante facce rubiconde e starmene rintanato in questo bar, con la stilografica e il blocco di papier reciclé.

Non vedo più nessuno e non ne ho voglia. Resto con questa gente, a specchiarmi negli stessi sguardi, a volte diffidenti, a volte scomodi. È la mia tribù multietnica, du  neuvième arrondissement, a due passi des Abbesses, dove abito. Eccoli qui che starnutiscono e bevono Carlsberg o Beaujolais, arak o pastis, a secondo che siano parigini, algerini, tunisini o altro.

In quasi tutti i bistrots, l’espresso è di pessima qualità e si beve al mattino o dopo pranzo, molto meno alle cinque di pomeriggio. Io sono uno dei rari consumatori di caffé à n’importe quelle heure e Farouk me li prepara con cura, con la cremina spessa e al vetro. Anche per questo vengo qui e, quando passo davanti al bar, se mi vede, mi fa cenno di entrare e il primo lo offe sempre lui.

– Voilà le rital – mi sfotte – Voilà le drogué à la caffeine. ¹

Il fumo stagna in alto, contro il soffitto, c’è il tutto esaurito, mai vista tanta gente! Il posto è piccolo e tutti gli habitués sembrano essersi dati appuntamento. Farouk si da da fare come può, riempie chopes, gobelets e stivali dall’erogatore della spina, rendendo para la schiuma con la paletta, allunga l’arak e i pastis con l’acqua gelata, aiutato da un giovane marocchino, alto e smilzo, che svicola  fra i tavoli.

Con tutto questo baccano… è difficile intrattenere una conversazione, anche se in molti riescono a giocare a carte, a backgammon o studiare pronostici sulle corse dei cavalli, come i miei vicini di tavolo che sbraitano più degli altri e, seri e concentrati, prendono note e sottolineano  le corse più interessanti. Tutto sommato sto bene. Mi piace lasciarmi cullare da tutto questo casino, sono quasi sereno e, come un lupo di mare nella burrasca, mantengo la rotta.

Da Farouk, mi sento al sicuro e ho l’impressione di aver trovato un angolino d’inferno abbastanza riparato, meno esposto alle varie zaccagnate del diavolo. Un cantuccio, una bolgia per i meno cattivi, bene al caldo, mentre fuori è inverno e la gente tira dritto, a passo svelto, senza  badare a nessuno.

È quasi sera. Mi rendo conto che ho passato delle ore sulla stessa scomoda seggiola. C’è un tipo infilato in un cappotto cammello che beve birra anche lui dalle due di pomeriggio, ora del mio arrivo au Bar du Rhume. Dove la mette tutta quella roba? Immagino una sacca di celluloide legata alla cintola o un rubinetto al posto dell’ombelico. Non credo che il liquido passi attraverso i reni perché finora non l’ho ancora visto recarsi una sola volta giù ai cessi. Visto la scienza dei trapianti di organi? Ora fabbricano protesi per ciucciatori di birra, innestano rubinetti sulle pance. Niente più infiammazioni della vescica, mi dico, niente più pisciarella…

Eccolo che si gira, ridacchia con qualcuno. Ha la lingua giallo ocra, in tono col cappotto. Fuori piove a catinelle, il bar è sempre più colmo di microbi che tappezzano le frogie di muco e scatenano starnuti.

Una vecchia signora di oltre settant’annti mi domanda il permesso di mettersi al mio tavolo. E dove le metto io le mie cianfrusaglie? Ramazzo tutto e dico che si, volentieri, anzi, au contraire, c’est un plaisir!

I miei vicini si alzano, sembrano d’accordo, ora sanno tutto sui cavalli e i fantini e vanno in un altro bar dove si scommette.

Mi avvicino al suo orecchio. Che ci beviamo, cosa posso offrirle? Una tisana?… Macchè! La vieille Dame beve un liquorino. No, no, grida, meglio doppio.

Ed io? No, non un altro caffè, mi uscirebbe dagli occhi – Anch’io, come la signora! – mi sgolo e il garçon, che si è già eclissato dietro al bancone, mi fa segno che ha capito.

Benvenuta in mezzo a tutti questi bacilli, le sussurro mentre (anche lei!) si soffia il naso. Si è appena tolta la redingote con cintura. Sotto, è vestita con abiti semplici e un po’ troppo leggeri per la stagione, una sorta di tailleur rigato di un bel verde inglese. Non ha gioielli, solo la fede e una tartarughina d’oro sul bavero della giacca. Ha le mani raggrinzite, che non stanno mai ferme. Ne infila una nella borsetta (verde anche lei) e tira fuori un paio di occhiali da lettura.

Posso? – mi chiede, e prima che io potessi aprire bocca, afferra  i miei appunti e inizia a leggere in silenzio. Meno male che non c’è quasi niente, penso, e poi è tutto in italiano. Ma lei legge, e rilegge. Ben concentrata.

– Sa, sono italiana anch’io – mi fa – io ho capito che lei lo è, dall’accento. Non si offende vero?

Mi racconta un po’ di cose, alzando la voce per farsi sentire. La più carina è che posa nuda per un gruppo di pittori, in uno studio nel quartiere Operà.

– Mi pagano, sa? E anche benino. Ma non sono proprio tutta nuda – aggiunge, guardandomi maliziosamente –  ho un panno sui fianchi.

Quasi quasi telefono al fantino e lo invito qui al bar. Io, lui e la vecchina. A lui piace tanto parlare con la gente di quartiere. Già vedo il quadro, una sbronza al Grand Marnier con la nonna di Pigalle che ha ancora tutti i denti bianchi e sorride. Berremmo stando lì a riassumere le pagine nere della vita e le peripezie per restare a galla, qui a Parigi. Così fan tutti, dans les bistroquets, quando non si gioca a carte o ai cavalli, ci si lagna e si beve, ci si lagna e si beve. Un bel divertimento, davvero!

– Hai visto quello? – mi fa in italiano, dandomi del tu – Che grosso nasone!

Mi indica con lo sguardo un tizio appena arrivato, col naso lungo, ricurvo e pendente, che quasi gli tocca il labbro superiore. Le spiego che a Roma i nasoni sono le fontanelle pubbliche.

– Voilà! – dice –  C’est tout à fait ça!² Sembra il becco di una fontanella.

E ride, dando colpetti sul tavolino.

– Un altro liquorino? – chiedo.

– No, grazie, sopporto male.

Si alza (sta ancora ridendo) e indossa il soprabitino.

– Come, va già via?

… E adesso cosa scrivo? – rifletto, con l’impressione d’aver perso qualcosa.

Si, devo andare… Ma domani sarò qui di nuovo, alla stessa ora.

(Prova a prendere qualche moneta dal borsellino, ma glielo impedisco). Ed io? Se tornerò? Certo, domani sarò anch’io qui, e di buon mattino, poiché la mia stanza in questo momento mi sta un tantino stretta.

Lei aggiunge –  Bon Dieu! Speriamo che smetta di piovere! –  Mi tende la mano rugosa, colla pelle maculata, ci sono più macchie scure che pelle chiara. Mi chiamo Fiorenza mi fa, ma qui sono Florence, e si avvia all’uscita. Porta galoches nere fino al polpaccio e zoppica un po’.

L’uomo col cappotto cammello non conosce scorciatoie e ormai beve al boccale da un litro. Farouk sta riempendo tutti i bicchieri sul bancone, qualcuno paga un giro. Quello col nasone a uncino si è aperto un varco e ora inforca le scale delle toilettes, quasi correndo. Due tizi lo seguono. Il primo, con il montgomery aperto, lascia intravedere la pistola. Farouk esce dal bancone e segue il trio. Prima di scendere, si volta e fa segno a due tizi di filarsela e questi spariscono immediatamente. Poi scende.

Il gruppetto risale dopo un paio di minuti. Il nasone è ammanettato, tenuto per un braccio e portato rapidamente fuori. Il lampeggiante blu de la gendarmerie francese è davanti all’entrata, in doppia fila. Un attimo e sparisce nel traffico della sera, a sirene spiegate. Farouk ritorna al proprio posto, accanto alla pompa della birra.

– C’est ma tournée – urla, e offre un bicchiere a tutti quelli che lo porgono, fra gli applausi dei bevitori, i più incalliti.

L’anziana signora, Florence, è entrata di nuovo. La pioggia non l’ha risparmiata, è inzuppata dalla testa ai piedi. Si avvicina, porgendomi una busta di plastica, dentro c’è una cartellina color carta da pacchi.

–  Sono poesie, sono le mie! – mi assicura –  se ha due minuti le legga, mi farebbe piacere.

Quando tendo la mano per prenderlo, lei sorride. Ha un fazzoletto nell’altra mano, si asciuga il viso,  poi gira sui tacchi e riparte sotto la pioggia.

Penso che è ora di rientrare. Mi alzo e mi guardo in giro, mentre Farouk continua a riempire bicchieri, ed ecco che comincio a starnutire anch’io. Mi avvicino al bancone e faccio segno di passarmi un Kleenex o due. Sono accanto al tipo col cappotto cammello che si tiene al corrimano del bancone e dondola, collo sguardo a mezz’asta. Do un’occhiata alla pancia, non si sa mai notassi il trapianto!

Anch’io avrei bisogno di un rubinetto, penso, per fare uscire tutti i cancri dalla testa, i pensieri grigi e oscuri e questo aspetto invernoide che ho assunto, coi capelli troppo lunghi, il barbone e la sciarpa di lana rosa della mia ex, avvolta intorno al collo. Un rubinetto al posto del naso da poter chiudere (ma solo contro i virus!) ogni volta che entro qui, in questo dannato Bar du Rhume.

¹ –  Ecco l’italiano –  mi sfotte, – ecco il drogato di caffeina.
² – Ecco – mi dice – è esattamente questo!


 

P.s. quello in foto sono veramente io, in un bistrot parigino!

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