Stronzation road – con bollicine autobiografiche

L’amore non bada a caste, come il sonno non bada a un letto rotto. Andai in cerca d’amore e mi persi. Proverbio Indù.

1. Il valigione

Fermai l’auto di botto con una frenata fragorosa e tolsi le sicure alle portiere. Abbassai di qualche decibel “Meet me in the bottom”, mentre la rossa mi raggiungeva, trascinando il valigione sul brecciolino dell’area giochi, vicino al mare. Aprì la portiera posteriore e posò il pesante bagaglio sul sedile, poi venne davanti.

Merci! – disse – Sto tirando ‘sto morto da oltre mezz’ora. Nessuno si ferma, con quest’afa!

Era così vero. Ad Ajaccio in quei giorni di piena estate si respirava aria calda e il sole scaricava raggi furiosi, vere e proprie mazzate, dalle nove di mattina al tramonto.

– Dove vai? – Le chiesi

– In città, vicino alla posta.

– Bene, ci passo davanti – la rassicurai, alzai il volume e partii.

Venivo da casa e andavo al ristorante, nella rue Fesch, dove lavoravo come stronzo e a volte come povero diavolo, dal lunedì al lunedì, percorrendo lo stesso lungomare  cinque sei volte al giorno, un su e giù del cavolo, in mezzo a un traffico dieci volte tanto, a causa dell’abbondare dei villeggianti.

Pensai – Dai, rammollito, dille qualcosa! – Era una bella rossa, dava voglia di impegnarsi nonostante la canicola. Ma fu lei a parlare e chiedermi che razza di musica ascoltavo.

– Un po’ blues, un po’ rock, ma più blues che rock – provai a spiegare – Howlin’ Wolf… pochi conoscono, ma il pezzo di prima era dei Cream, “crossroads”. Ma senti questa dei Doors “L.A. Wooman”, non se ne può fare a meno…

Feci partire il pezzo. Mi guardò con una smorfia di disgusto e infilò le mani giunte fra i ginocchi. Aveva cosce bianche ben affusolate, e anche il viso era bianco, molto bianco, veramente latteo, e senza l’ombra di un sorriso.

Portava uno straccetto a bretelle color rubino acceso. Pareva una specie di fulmine, con la chioma rossa e la pelle bianca. Un fulmine sceso in terra, in fuga da un cielo troppo blu, senza nuvole e con il sole in collera.

Fissai la strada, s’era formato un ingorgo e strombazzavano in molti. Sarei arrivato ancora in ritardo.

Le domandai un paio di cose banali, sudavo e non avevo voglia di fare l’interessante, solo chiacchierare un po’ del più e del meno. Mi accordò un paio di si e di no, un beh e un forse, poi qualche frase intera, spiegandomi che portava un po’ di vestiti e molti libri a un’amica, in ospedale. Fu tutto.

Giunsi alla posta. Il termometro luminoso della vicina farmacia segnava 39°C. Pensai al forno a gas che mi aspettava e ai cannelloni ricotta e spinaci da preparare, angosciato dall’idea d’infilarmi in cucina al posto di quella cicciottella della cuoca, che s’era data malata, ma che secondo me ci marciava.

Le passai una delle carte da visita del ristorante, chissà che un giorno… Scappai via, verso i cazzi miei, mentre la fulminessa attraversava la strada, provocando frenate e colpetti di clacson al passaggio del giulivo dondolio delle sue chiappe fasciate di rosso, col valigione.

2. C’erano Babette, Stéphan e Dolores la lavapiatti e, alla sera, avevo un temperanaso di cristallo.

Erano giorni di duro lavoro, 12 o 13 ore e il peggio era che non avevo nessuna voglia di dirigere la baracca ma lo facevo lo stesso, e mi occupavo di tutto. Il mercato alle sette e mezza e il supermercato subito dopo, in mezzo a una folla di riempicarrelli in delirio che approfittava del fresco del magazzino, già alle nove di mattina.

E poi ai fornelli. La parmigiana la preparavo io, qualche teglia di pasta e anche i sughi, mentre la cuoca piazzava il tutto senza sforzo nel bagnomaria e Dolores, l’enorme lavapiatti, sbucciava le patate per il gratin e raschiava le cozze. Il tutto di sotto, in uno scantinato dalle allucinanti luci al neon trasformato in cucina. Poi salivo per servire i clienti insieme a Stéphan, il cameriere, grondando di sudore a causa della climatizzazione che non funzionava e il va e vieni per le scale a cercare i piatti giù in cucina. Sali e scendi, sali e scendi, un tour de force che durava fino al pomeriggio.

Eravamo una bella squadretta, una bella squadretta di poveri cristi con le gambe ben allenate, muscolose, lessi o arrostiti a seconda se si stava in sala o in cucina.

Un po’ di tregua ce l’avevo dopo mezzanotte quando passavo all’Athena, a pochi passi dal mare, a scolarmi un po’ di buon frizzante, tranquillo, solo e in pace di Dio! C’era solo da bere e far ballar gli occhi, qua e là, con tutte quelle donne in ghingheri, vestite leggere, e le sbarbine italiane che facevano furore con le loro minigonne e le gambe scurite dal sole. Arrivavano a crocchi e riempivano i tavolini delle terrazze, parlando ad alta voce e assaporando cocktails maison… e i corsi commentavano e ammiccavano, pigrandosela beati, fra una birra e una coppa gelato, mentre la brezza (evviva la notte!) agitava il fogliame delle palme e la vita era una pacchia: dopo mezzanotte, una sosta senza divieto di sosta, con le more, le bionde e i corsi, tutti là a pigrare, senza conti da rendere a nessuno, dopo tutto quel caldo, con il mio puzzo di cucina appiccicato alla giacca di lino a ricordarmi che quaggiù, in questa vita, non si scherza.

Per il resto, non pensavo a granché. Ero troppo scoglionato e stanco, stanco di arrancare, stanco e odorante di fritto. Guardavo la gente, con la mia flûte di champagne contro il naso, anzi col naso infilato dentro il flûte, ad aspirare bollicine. E tutto si fermava, giusto il tempo di qualche sguardo alle belle gambe e alla luna, poiché tutti guardavamo la luna e i riflessi sul mare, da quelle terrazze sempre gremite, fino a notte fonda. Tutti guardavamo la luna ed io avevo un bellissimo temperanaso di cristallo che liberava bollicine, io.

3. Broccoli cosmici

Il telefono squillò, mentre avvolgevo un fazzoletto intorno al pollice sanguinante. Feci le scale di corsa e presi il ricevitore.

– Sono la ragazza dell’altro giorno – fece – Quella con la valigia. L’autostop, si ricorda?

Ebbi la sgradevole impressione che un nuovo pezzo si stesse aggiungendo nel complicato e insoluto puzzle della mia esistenza, malgrado gli sforzi per stare alla larga dai guai e dalle “novità”!

– Un momento! – dissi. Presi una sedia e mi misi comodo, poi feci segno a Stéphan di portarmi l’ennesimo caffè. Aspirai l’aria di frittura e di vino di cui erano imbevute moquette e carta da parati e mi detti una grattata alla barba ispida.

– Pensavo avessi gettato via quel biglietto…

– Invece no, ha visto?

– Cosa fai di bello?

– Sto studiando.

– Ahhh…

– E lei, cosa sta facendo?

– Senti, diamoci del tu.

– O.K.

– Bene! Ecco, io stavo tagliando il pane… (Il dito cominciava a farmi male).

– Cosa fate di buono in quel ristorante?

Continuammo per un po’, dicendo cose di poco conto. Io che spiegavo i piatti forti della casa, vantando le mafalde al pomodoro,  con pancetta e funghi, le melanzane con la mozzarella, i peperoni arrostiti e quei famosi broccoli con le salcicce, di cui ero tanto orgoglioso.

Mi rispose che adorava i broccoli. Io mi sforzavo di immaginarla con quel vestitino sgargiante, i grandi riccioloni rossi e le cosce bianche, mentre ingurgitava broccoli in padella.

Quando Stéphan si avvicinò col caffè persi la benda e il sangue schizzò sulla tovaglietta, sotto al telefono.

Il primo cliente varcò la porta, Stéphan si precipitò per accoglierlo, inciampò nell’aspiratore, che non era stato tolto di mezzo, e cozzò di faccia a un tavolino di marmo. Sanguinò dal naso. Chiamai Babette, di sotto, che corse su per le scale coi tettoni ballonzolanti e il cliente fu sistemato in terrazza.

– Vorrei incontrarti – stava dicendo, mentre Stéphan sgocciolava sangue sulla moquette.

– Come?

– Si, hai capito bene, vorrei vederti.

– Uhm… Perchè non vieni qui? Magari mangiamo un boccone insieme.

– Non posso – rispose, attenuando il tono di voce – Mi spiace, non posso davvero! Adesso ti spiego.

Così seppi che era ricoverata in un ospedale in un padiglione riservato agli esauriti, che quel valigione era carico di libri di testo, che si era fatta internare (lei! E di sua spontanea volontà) perché si sentiva a pezzi, appena uscita da una storia impossibile e che però – te lo giuro! – non era matta, ma solo un po’ esaurita e il primario non l’avrebbe mai ricoverata se lei non avesse insistito così tanto. Per provarlo disse:

– Mi ha dato persino un giorno libero a settimana… Per questo ti chiamo. Dì! Mi verresti a prendere? – aggiunse molle e svenevole – Domani ho la libera uscita, domani, ma non prima delle quattro, ho da studiare. Sai, preparo la tesi.

Quella notte sognai Stéphan che sanguinava dal naso e una pioggia di verdure veniva giù dal cielo, sommergendo tutto il corso Napoleone. Babette raccoglieva i broccoli, broccoli cosmici per le nostre salcicce.

4. Little Castle

La strada che portava a Castelluccio (a quell’epoca manicomio locale ndr) zigzagava su per la collina, a pochi chilometri dalla città.

Era il tempo degli incendi. Per l’appunto, mi imbattei in uno di quei bracieri fumanti, resti carbonizzati di un gruppetto di alberi, ridotto a pochi zeppi neri. L’odore di bruciato si univa all’aria soffocante di quella domenica in cerca di guai, mentre i camion dei pompieri riscendevano a valle, dipinti di rosso e d’argento. Un breve corteo rombante di automezzi ancora luccicanti e uomini anneriti dalla fuliggine.

All’entrata non c’era nessuno, il cancello era aperto e il casotto vuoto. Ecco, pensai, sono scappati tutti, approfittando dell’incendio. 

Il sole fondeva l’asfalto. In una piazzuola contornata da oleandri, parcheggiai il mio vecchio break dal colore eccentrico, verde menta, dello stesso tono dei gessetti ai tempi delle elementari. Sudavo copiosamente.

Spensi la musica, scesi, chiusi ben bene le portiere e mi avviai su per i vialetti che salivano ai reparti. I padiglioni erano ben indicati ma ci misi un po’ a trovare quello giusto, magari per il nervoso e il presentimento di essermi cacciato in una specie di trappola. Sei del gatto, riflettei, fregato!

Palazzina A, B, C… Qual è la mia? Oh Cristo, che lettera era? Muri grigi, muri bianchi. Finestre sprangate, no, non poteva  essere quello. Gente nell’ombra, sguardi avviliti, pigiamoni troppo larghi. E se chiudessero il cancello?

Finalmente azzeccai quello giusto. Un reparto di matti leggeri, per lo più anziani. Si riparavano dalla calura seduti su banchi di pietra, all’ombra degli eucaliptus.  Un’infermiera mi fece strada per i corridoi fino alla cameretta. I pochi raggi che filtravano attraverso le imposte accostate, evidenziavano i libri aperti sul tavolo. Lei, seduta sul letto sfatto, si difendeva svogliatamente dal caldo e dalle mosche agitando un ventaglio.

Che idea di venire fin quassù – rimuginai – Gira i tacchi e squagliatela! Sii ragionevole…

Era in calzoncini corti. Mise giù le gambe dal letto con un gesto lento, calcolato. Si alzò.

 Bonjour – disse, baciandomi sulle guance e stringendomi la mano – come va? Respirai a fondo, emanava un profumo legnoso, caldo e avvolgente. L’infermiera tolse il disturbo, il rumore degli zoccoli echeggiò nel corridoio. Guardai i muri grigi, tristi, scarabocchiati a pennarello. Ebbi l’impressione che volessero dirmi qualcosa, forse avrei dovuto fermarmi e ascoltare, ma, in definitiva, non riuscivo a trovare un motivo veramente valido per andare via.

– Voltati un attimo – ordinò – che mi cambio.

Indossò un vestitino leggero, a bretelle. Questa volta color panna. Mise creme, spazzole e forcine in una borsetta di cuoio, ci infilò un paio di libri, calzò scarpe bianche a tacco alto e mi spinse fuori dalla porta.

– Presto – sussurrò, intimandomi il silenzio con l’indice sul naso – Muoviamoci!

Incrociammo un paio di camici bianchi e una decina di degenti. Lei stringeva la borsetta contro il petto, come se nascondesse qualcosa. Uscimmo e inforcammo i vialetti.

– Dove hai la macchina?

– Eccola, è laggiù  – risposi, sempre meno convinto di quello che stavo facendo.

L’infermiera ci seguì per un centinaio di metri. Lei camminava davanti, accelerando. Caracollava sulla discesa sui tacchi alti.

Avviai il motore, quindi percorsi i vialetti a folle. Lei si accucciò, per non essere vista, ma la transenna era sempre aperta e al casotto non c’era un cane. Mi venne un ennesimo dubbio … E se stessi portando via una svitata? Presi il pacchetto di sigarette. Adesso me ne accendo una, pensai. Lei cacciò un urlo.

– Ehi! Non fumerai mica, eh?

Ossservai che aveva le labbra molto fini.

– Nooo! – feci – giusto un paio di tirate, posso?

5. La vie n’est pas un problème à resoudre, c’est une realité à experimenter. Bouddha

La lavapiatti era molto, ma molto più grassa di Babette e, invece di indossare abiti larghi e comodi, preferiva infilare pantaloni elastici attillati e a vita alta che le inciambellavano la pancia, creando una sorta di salvagente naturale a doppia camera d’aria.

Rompeva più stoviglie lei in un servizio che una gara di tiro al piattello,  il lavandino era sempre tappato e dovevo armeggiare in continuo con ferri da calza e con la ventosa di gomma, anche quattro volte al giorno. E vai, a sfilare spaghetti, gnocchi e bisunte foglie di insalata. Nel sifone, e più in fondo, nella tubatura, ci si poteva trovare di tutto: cucchiaini, polpette, calamari fritti e persino uova sode. Come faceva non si sa, ma le riusciva bene. Ed ogni volta che mi incazzavo per tutte le schifezze che tiravo fuori con le dita o per i piatti rotti, scoppiava in lacrime, posando il posteriore su una povera seggiola, oramai sbilenca e cigolante, e singhiozzava una buona mezz’ora, finché Babette non sarebbe intervenuta e mi avrebbe raggiunto di sopra, in sala, col  fiatone.

– Non ne poffo più – fischiava con la sua S moscia, sputacchiando fra i denti scostati – Fenta, quella i tegami non me li lava, non fa più un cavolo. É ancora là che frigna!…Le dica qualcofa fennò le fpacco la tesfta.

E di sotto l’altra che urlava – Fatti i cazzi tuoi! – e poi montava su, ansimante, sudata e in lacrime e sbraitava e urtava i tavolini, e i bicchieri e le coppe tremavano (e pure io con loro) e quella continuava a avanzare, minacciando e spostando le sedie con le parti voluminose. E Stéphan che rideva e Babette che sibilava e sputacchiava, fino a quando un mio strillo non avrebbe messo tutti a tacere e quelli del ristorante di fronte uscivano tutti di fuori, cuoco compreso…

Ecco perché, secondo me, quando quella sera condussi la rossa al ristorante, lei si sentì subito bene, veramente a suo agio. Almeno così mi disse :

– C’è una bella atmosfera qui da voi. Mi sento proprio distesa, come a casa mia …

Il caldo mi aveva tolto l’appetito ma lei voleva a tutti i costi assaggiare le nostre specialità. Ci sedemmo a un tavolino d’angolo e ordinammo. Lei riuscì a divorare una dozzina di assaggini che Stéphan (con il naso sfigurato dal gonfiore e da un vistoso cerotto) le aveva consigliato.

Erano tutti là, con Babette e Dolores che salivano su con una scusa qualsiasi, per vedere la nuova “fiamma” (così l’avevano chiamata!) del loro boss.

Non parlammo molto. Lei ingurgitava ed io spiluccavo, bevendo un po’ di rosso. A fine pasto, circa due ore dopo, Babette si presentò con il suo speciale tiramisù alla banana e lei ne fece un sol boccone.  I pochi clienti della domenica erano già partiti e il personale rassettava, prima della chiusura.

– E adesso? – fece, dopo aver bevuto una tisana digestiva – Qual è il seguito del programma?

Stéphan osservava con un sorriso sornione e compiacente, l’orecchio teso, per percepire la mia risposta. Babette e Dolores erano sulla porta pronte per partire, ma non partivano. Erano piantate là, aspettando non so che, a pochi metri, anche loro con  l’orecchio puntato.

– Divertente eh ? Quando ci penso – riprese lei, mentre ripescava il ventaglio dalla borsetta.

– Divertente, cosa? – chiesi.

– Beh, questo strano modo di aver fatto conoscenza… Ad ogni modo, grazie per essere venuto a prendermi fin su in ospedale. Non so in quanti lo avrebbero fatto.

– Non lo so nemmeno io.

Babette e Dolores, si voltarono all’unisono. La prima chiese:

– Perché, fignorina, è ricoverata in ofpedale?

La osservai, aspettando anch’io la risposta. Quella bocca fina non mi quadrava, in effetti mi impediva di soccombere completamente al suo fascino. E poi, era vera la storia dell’auto-internamento? Uno mica va di propria iniziativa in un posto come quello…Bene! – conclusi – Prima rientro a casa e meglio sarà!

Mi alzai. Lei ora si sventagliava, con piccoli e rapidi gesti. Mi guardò, fissamente, infine disse,  rivolgendosi a Babette:

– Basta parlare di cose tristi! Non dopo questa ottima cena e… (prese diversi secondi per cercare la frase, squadrandomi dalla testa ai piedi)… Con la notte così piena di promesse…

Rimasi un attimo in silenzio, poi replicai, con voce ferma e tranquilla: – Qui ora chiudiamo. Ti accompagno dove? A casa, in ospedale?

6. Tu pensi troppo mi disse.

La prima cosa che feci ritrovando il break fu di accendermi una buona sigaretta. Lei guardò dritto davanti a se. Sembrava rilassata e non disse nulla a proposito del fumo. Infilò il ventaglio nella borsetta e la posò ai suoi piedi. Poi parve ripensarci, la riprese, si rigirò e, quasi in ginocchio, si allungò per posarla sul sedile posteriore. La luna aggiunse un po’ di bianco al candore delle cosce scoperte.

Allora? – disse risedendosi – dove si va? A casa tua o a casa mia?

Non dissi nulla, in cambio sgranai un bel sorriso. Prima di rispondere dovevo assolutamente trovare una via d’uscita.

L’auto filava. Misi “Drunk on the moon” per cominciare. Lei ascoltò l’introduzione, tutta al pianoforte. Disse – Questa non è male, davvero! – Lasciai il corso Napoleone e imboccai il lungomare sulla route des Sanguinaires, mentre il sassofono inseguiva il pianoforte e la voce ruvida di Tom Waits riempiva l’auto di malinconia.

Passarono un paio di minuti, interminabili, a girare e rigirare la cosa, analizzarla sotto ogni angolo. Conclusi che era meglio accompagnarla all’ospedale o, semmai ce ne avesse una, a casa sua, ma mai nella mia!

– Tu pensi troppo, disse, quasi avesse intercettato i miei pensieri.

– Senti…Lasciamo stare…Non è serata – dichiarai infine. La verità è che non abito da solo, capisci?

Merde, avresti potuto dirmelo prima.

– Lo so. Ma…

– Meraviglioso, sei un amore – aggiunse – non preoccuparti!

Restammo entrambi in silenzio. Lei girò e si allungò di nuovo verso la borsetta. Stessa manfrina, pensai, per farsi dare un’altra sbirciata.

Afferrò la borsetta.

– Fermati! – ordinò – io scendo qui.

– Ma… Guarda che non ho mica detto che… E poi è notte…

– Fermati! Ti ho detto, fermati qui…

Frenai bruscamente. Era la seconda volta che facevo stridere i dischi nello stesso punto, là dove l’avevo caricata qualche giorno prima, a pochi metri dal bagnasciuga. Un venticello tenue increspava l’acqua di piccole onde. La musica era di troppo. Spensi.

– Sei incazzata?

– Che domande! Ma no, non sono incazzata, sono solo la solita stupida e basta!…Mi chiamo Louise – disse porgendomi la mano. Scese, e prima ancora che io potessi afferrargliela aggiunse – Sai, non mi avevi ancora chiesto come mi chiamo!

Richiuse la portiera, accompagnandola con delicatezza. Un gesto misurato, a effetto. Poi fece un passo in dietro, cosicché potessi vederla tutta intera.

– Vous, les hommes, disse, vous êtes tous des pédés, tous des pédés, ripeté (voi uomini siete tutti recchioni ndr). Alzò l’abitino fino all’ombellico. Sotto era nuda, nuda, col sesso impellicciato di rosso.

Si allontanò. I suoi passi fecero scricchiolare la ghiaia. Un rumore aspro che triturava il silenzio. S’incamminò lungo la riva, senza voltarsi. Ritrovando il proprio pudore in un bagno di luna crescente. Scomparve, come un angelo ferito, nella notte.

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One thought on “Stronzation road – con bollicine autobiografiche

  1. penpoe 16 aprile 2015 / 10:15

    Davvero bello. La descrizione della rossa mi è rimasta impressa.

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