La morte è la mia vicina di casa

Lo sai che ha detto il veterinario?
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La morte è la mia vicina di casa, abita nella villetta di fronte.
– Salve, stronzo! – mi ha detto quel maledetto giorno che si è presentata alla porta.
Avevo appena acceso un sigaro che stava deperendo da oltre un mese in un cassetto. Lanciavo svogliatamente nuvolette di fumo al soffitto, aspettando la fine del giorno. Era stata una giornataccia. M’avevano ammazzato Timotea, la gatta della mia migliore amica. Un incidente banale, un incontro con Daisy, di razza Pit Bull, nei vialetti dell’area lottizzata dove residevo. Daisy era la cagnolina della mia vicina, la Morte. Era riuscita a saltare la siepe, dopo aver ringhiato per ore contro Timotea, provocata per l’ennesima volta dai soffi e sbuffi del bianco felino che la scherniva.
– Scusi ? – avevo risposto rispettosamente – Diceva?
– È lei il proprietario di quel fottutissimo gatto..?
– No, insomma, ce lo avevo in prestito…E lei? È la proprietaria di quel fottutissimo cane?
– Non faccia lo spiritoso adesso. Lo sa cosa ha detto il veterinario?..
– No…
– Che perderà un occhio, ecco cosa ha detto. La mia Daisy sarà guercia…
– E la gatta ? Non conta un tubo, la gatta ? L’ho sotterrata poco fa, ho ancora le mani sporche di terra. Cosa racconto adesso alla mia amica? Cosa mi invento ?
– Meglio la morte che cecata a vita, non crede? Meglio la Morte…ripeté sottolineando quest’ultima parola con un riso sarcastico che aveva trasformato quella bella bocca piena in una smorfia innaturale.
Alzò i tacchi, rapidamente, senza una parola, mora, alta e sinuosa. Lasciò una scia di profumo, delle note floreali fruttate che mi riportarono all’infanzia e all’acqua di colonia di mia madre, il calicantus.
Bella donna!.. pensai, affascinato da quei trent’anni carnosi e leggermente orientali, con quegli occhi un po’ a mandorla.
Arrivata al cancello si voltò e tirò fuori la lingua. Uno sberleffo sbarazzino, per nulla in tono con la perdita dell’occhio della sua Daisy… Un comportamento intrigante!

Per un mese, non la incontrai. Risolsi il problema della padroncina di Timotea con un’ovvia menzogna abbastanza indolore. La gatta si è allontanata e non ha fatto più ritorno! Inutili le ricerche, dai lotti dei vicini, fin giù al paese. Proposi di comprargli un gattino, un criceto, un pappagallo… un cane, qualsiasi bestiola gli avrebbe fatto piacere.
– Fa niente! Rispose, priva d’entusiasmo – non credo che vorrò ancora animali in casa, non per ora.
Naturalmente non venne più a trovarmi, né telefonò, né messaggiò.
Da quel momento in poi, cominciai a passare diverse volte al giorno davanti alla villetta della vicina: Irma Tod (Ne avevo letto il nome sulla cassetta delle lettere) nella speranza d’incrociare lei o Daisy, oramai cieca da un occhio e magari con una benda nera. Un pirata a quattro zampe, ringhioso, ancora più temibile, pronto a scavalcare la siepe e uccidere gatti o altro.
Era la fine di un agosto caldo, ma con frequenti e brevi temporali.
Finalmente, un venerdì, uscito in terrazza per osservare un cielo minaccioso e carico di pioggia, incrociai il suo sguardo. Affacciata al balcone del primo piano, osservava come me i nuvoloni che si addensavano neri. Indossava un top di maglina blu notte, lungo fino all’inguine, che lasciava intravedere un intimo succinto, quasi dello stesso colore.
Ora mi osservava, appoggiata coi gomiti alla ringhiera e la testa nelle mani. Pareva stesse meditando su qualcosa. I primi goccioloni urtarono la terra asciutta sollevando nuvolette di polvere. Passarono alcuni minuti e lei non si mosse. La pioggia intensificò il ritmo, ora martellava a manetta. Un copioso acquazzone, di quelli che allagano le strade in pochi minuti. Si girò di spalle e, con nonchalance, si tolse la canotta per appenderla alla maniglia della porta-finestra. Restò un istante così, il tempo ch’io digerisca e assimili la visione della schiena nuda e delle mutandine sexy, che lasciavano scoperta la linea divisoria delle natiche ed oltre. Un retino mozzafiato da prescrivere ai moribondi per riportarli definitivamente in vita. Rimasi inchiodato al suolo, imbambolato, senza poter distogliere lo sguardo.
Poi sparì nel buio della stanza.
Quando mi ripresi dall’effetto shock di quella apparizione, ero inzuppato dalla testa ai piedi. Corsi in casa e mi accasciai sul sofà, impregnato d’acqua, invaso da una vaga sensazione di malessere. E si avvicinava la notte, complice erotica di tutte le fantasie.

Passò esattamente una settimana. Giusto il tempo di dimenticare l’episodio e terminare il mio lavoro, una traduzione di un libro sulle creature mitologiche giapponesi, divertente e ben pagato. Dopo aver mangiato un leggero piatto di riso al limone innaffiato di vino dolce di Patrimonio, bevuto un caffè, messo i fogli tradotti nella spessa cartellina marrone, mi preparai per uscire.

Il giorno, pigro e indolente, vestito di un tiepido sole settembrino, mi ispirò jeans e maglietta bianchi. Ero di ottimo umore: la traduzione era finita e Mara sarebbe rientrata da un giorno all’altro. Mara, quanto mi sei mancata, pensai, tre mesi di siccità, un deserto…

Quel trasferimento lo aveva programmato da tempo, ancor prima di conoscermi. Un master in Ecologia all’università di Venezia sul risanamento dei siti contaminati. Un anno, più uno stage estivo, sul terreno, per conto dell’Osservatorio sull’amianto.
La prima cosa che notai uscendo, non mi piacque affatto. Il gelsomino rampicante era completamente avvizzito. Dopo dieci anni di cure e potature, ero riuscito a far sì che rivestisse tutto il muro di cinta, fino a coprire la rete metallica che divideva il giardino dalla stradina condominiale. Cercai di riflettere… Piogge frequenti e abbondanti, l’acqua non era di certo mancata! Diserbanti, candeggina e acqua salata erano i possibili attacchi terroristici che un ipotetico nemico avrebbe potuto utilizzare… Ma io non avevo nemici. Che stava succedendo?
Mi affacciai oltre il muro per osservare l’orto e l’aiuola del vicino di fianco, tutto a posto.
Camminai per il vialetto che costeggiava le altre case, sbirciando ovunque, al di là dei recinti. Anche i girasoli, piantati in filare all’ingresso del caseggiato, erano radiosi.
Guardai la siepe della mia affascinante dirimpettaia. Verde e prospera.
– Cosa le succede? – chiese Irma Tod, spuntata improvvisamente dal nulla – La vedo curiosare in giro, ha perso un altro gatto?
Era straordinariamente bella.
– No, nessun gatto… Ho solo scoperto di aver perso le mie piante preferite. Non so chi, ma qualcuno…
– Ah, i gelsomini… che peccato..! Ma lo sa? Si dice che sia il profumo del paradiso, sarà vero?
In quel mentre la cagna fece capolino fra quelle superbe gambe, fasciate da un pantacollant turchino, come il pulloverino di maglia.
Daisy, pensai, maledetta bestiaccia!
Non aveva la benda sull’occhio morto, no! Aveva addirittura un occhio di vetro. Una palla traslucida, esageratamente grossa, con al centro un finto iride pagliettato d’oro.
– Sa quanto mi è costato questo scherzo? – disse, leggendo nei miei pensieri.
– No, ma penso abbastanza, non saprei…
– Devo essere sincera, ho fatto tutto da sola. È il mio lavoro, in effetti impaglio animali e…
– E?…
Parve pensarci su. Ebbe una specie di tic sul labbro superiore. Dette un colpetto di lingua sul punto dove il breve tremolio ebbe luogo, come per attenuarlo. Poi finì per leccarsi anche il labbro inferiore.
– E… UC – CEL – LI! Esclamò infine, dopo essersi umettata ben bene.
La discussione finì là, sulla parola UCCELLI, detta con solennità, declamata scandendo le sillabe.
E, mentre meditavo sulla stranezza del fatto che un impagliatore dovrebbe lavorare solo su animali deceduti, mentre Daisy mi era sembrata più viva che mai (a meno che, pensai, non abbia basi di chirurgia…) si chinò in avanti e mi stampò un bacio ancora umido di saliva, sulla bocca. Quindi si allontanò, lasciandomi, ancora una volta, confuso e smarrito.
In pochi secondi attraversò il vialetto asfaltato che separava le nostre case, a passo svelto, dimenando le anche.
Più tardi, dopo un pasto frugale, un bagno rilassante e qualche birrettta fresca, navigai su internet curiosando su impagliatori e occhi di vetro. Su ebay trovai : OCCHI REALISTICI! 14 occhi finti colorati, con sopracciglia colorata e pupilla mobile, euro 2,20. Decisi di comprarli.

E infine giunse il giorno tanto atteso. Ancora un venerdì. Il destino giocava coi giorni, piazzando l’accento sui venerdì, il giorno di venere, della morte di Gesù, della iella, della preghiera per gli islamici, dello Shabbath ebraico…
L’arrivo di Mara mi aveva completamente elettrizzato. Felice come un bambino all’uscita della scuola, andai all’attracco della nave. Erano le sette di un mattino fresco e frizzante. Porto Vecchio era immersa in una nebbiolina mattinale ma senza nuvole in cielo.
Quando la vidi, mi sentii pervadere da un gioia inabituale.
Avanzava sotto il peso di un enorme zaino, tirando uno stravagante valigione rosa shocking su rotelle. Mi domandai comunque se non avesse raggiunto gli ottanta. Era molto più grassoccia, ma anche più bella. Una florida e fiorente donna di ventinove anni, dalle forme generose.
Le corsi incontro.
– Quanto mi sei mancato – mi disse, prima che potessi baciarla e stringerla fra le mie braccia.
– Anche tu, mon chaton!… Mi sei mancata tantissimo, aggiunsi ammirando i suoi occhi nocciola, leggermente velati dall’emozione.
– Ogni istante vissuto senza di te, è un istante di vita mancato, esclamai.
Lo pensavo veramente. Mara era sempre stata il mio sole privato, personale. Era entrata nella mia vita rischiarando come un fuoco improvviso nella notte il buio di quegli ultimi anni, brutti e smorti, insignificanti, senza capo né coda, da lupo solitario e squattrinato. Mi aveva curato e ristorato con la sua sovrabbondanza, del corpo e dell’anima, con la gioia di vivere che sprigionava e la serenità che irradiava da ogni parte. Tutto in lei esuberava, era l’ondata di calore che ogni uomo aspetta con impazienza!
Era apparsa  nella mia vita il giorno dei miei quarant’anni. Un pranzetto in riva al mare a base di fritto misto e vino bianco. Lei era lì, friggendo gamberetti, totani e pesciolini sotto il fresco degli ombrelloni di canna, chez Paul, a Santa Giulia; un lavoretto stagionale per continuare a alimentare gli studi.
Dopo una buona colazione al bar di Michelle, sul molo, ci recammo in un posticino sperduto, dopo Figari, dove andavamo spesso per un picnic o un po’ di intimità, soprattutto quando avevamo ospiti a casa, a volte costretti a cedere il letto e dormire in salone.
Era una caletta ornata da timo selvatico, mirto e lunghi e sottili arbusti di ginestra, mossi da una brezza quasi perenne. Gli scogli di granito multicolore e l’acqua smeraldina coronavano il tutto. Un vero angolo di paradiso. Una sorta di rifugio segreto al riparo dagli sguardi indiscreti, con l’odore della macchia che si sposava all’aria salmastra, densa e inebriante, e al brontolio della risacca sulla ghiaia e i ciottoli levigati.
Ci amammo su un banco di alghe ancora umide, portate dagli ultimi temporali sulla riva. Ci amammo a lungo, dopo tutta quella sete, trattenuta e intrattenuta per mesi.

Era quasi mezzogiorno quando varcammo la soglia di casa. Quel mattino, alle cinque, avevo riordinato, spolverato, lavato e profumato stanze e salone. Girai lo sguardo tutt’intorno compiacendomi per quel pulito insolito, mentre Mara tirava fuori qualche indumento dalla grossa valigia.
– Mi faccio un bagno – disse – Ne ho proprio bisogno.
Un sesto senso mi accaparrò la mente. Cosa mi era sfuggito, cosa non avevo notato, attraversando il giardino? La memoria, distratta e assorbita dalla felicità di Mara davanti casa, stava riportando in superficie un particolare inquietante. Per vederci chiaro, scostai le tende e aprii la vetrata.
– Cacchio! – quasi urlai, meravigliato.
– Cosa c’é? – chiese Mara, mentre faceva scendere l’acqua, nella vasca.
I gelsomini erano in fiore!!! Vivi, vegeti e rigogliosi come non mai.
– Nulla!- risposi – non c’è nulla. Ho solo dimenticato le sigarette in macchina. Vado e torno.
Uscii fuori. Lei era là, sul balcone. Un pareo allacciato alla vita e niente sopra. Questa volta mi mostrava i seni. Prima le natiche, poi la bocca, adesso i seni… i seni… Mi mancavano i seni. Due tette da urlo, altezzose e sode, e al posto delle aureole, due occhi dipinti, bianco e celeste pallido, come certi disegni indiani. Due occhi al cui centro troneggiavano i capezzoli scuri.
Aprii la portiera, presi le sigarette, ripresi fiato due secondi. Riuscii allo scoperto, feci due passi verso la porta di casa, mi girai… più niente!
C’era da diventare matti. I gelsomini, i seni nudi con gli occhi dipinti, il rientro di Mara, Mara nella vasca da bagno, Mara paffuta e bella, Irma Tod che mi spiava e mi adescava ogni volta che mi vedeva. Ogni volta, quando? Sempre di venerdì. Ecco un particolare singolare… solo e sempre il venerdì. E poi ? E poi, quella sensualità disorientante…

Trascorse settembre, poi anche ottobre passò in fretta, in compagnia di Mara. Sapevo che l’avrei persa di nuovo, costretta a partire chissà dove per un impiego conseguente ai suoi studi. Intanto approfittavamo l’uno dell’altra. Ora che aveva conseguito il master, poteva, a suo dire, permettersi il lusso di qualche mese di dolce far niente, in mia compagnia. E poi… al lavoro, ma non subito.

Intanto, avevo completamente e coscientemente spazzato via dal mio spirito la signorina Tod e i suoi venerdì, fatti di seduzione e stregonerie. Non presi nemmeno la briga di andare in fondo alla storia dei gelsomini, prima avvizziti e poi ritornati in vita. Un atto di magia nera o bianca che attribuii a un’azione di Irma, beninteso. Un autentico e misterioso rompicapo di cui non avevo nessuna voglia né di accertarne e né di accettarne l’aspetto occulto e, per non sbagliarmi, mi sembrò più salutare tenerlo alla larga dai miei pensieri, non considerarlo proprio, fine della storia! Comunque, c’è da aggiungere che, oltre a un nuovo incarico dell’editore, la traduzione di un’altra opera giapponese, avevo ben altro a cui pensare, pienamente coinvolto dall’aura effervescente di Mara e ringalluzzito dai piacevoli incontri sessuali di quei mesi.
Un giorno mi chiese: – Ma di fronte, non ci abita più nessuno?
– Da un po’, c’è una tipa strana – reagii imbarazzato – esce di rado. In effetti l’ho incrociata due o tre volte e sempre di venerdì. Bizzarro, no?
– Bah, si vede che è il suo giorno di riposo. Ad ogni modo, non ho mai visto nessuno e le imposte sono sempre chiuse. Non lo hai notato?
No, non ci avevo nemmeno fatto caso! Abbandonai un istante il mio lavoro per sbirciare fuori. Il cielo, incerto e grigio, aggiungeva un non so che di cupo al villino di Irma. Ora sembrava un po’ fatiscente, gelido, quasi ostile. Il bianco avorio dei muri, abitualmente caldo, aveva preso una tonalità fredda e lontana. Il balcone, ora invaso da edera rampicante, dava un senso di abbandono. Anche le persiane erano avvolte dall’edera.
– Qualche giorno fa mi è sembrato di sentire un cane, aggiunse.
Seduta alla scrivania, gli occhiali inforcati a metà naso, mi fissava, facendo roteare il lapis rosso e blu nelle dita.
– In effetti, ha un cane – mi decisi a rispondere – Un cane corto, tozzo e ringhioso… un Pit Bull.
– Non mi piacciono quegli animali.
– Lo so, anche quando sono tranquilli hanno un non so che di minaccioso.
Ed ecco che Daisy era lì, sulla soglia del mio cancello, aperto. Pareva stesse ascoltando la conversazione. Quasi immobile, il botolo assassino, rizzava l’orecchio. Non si capiva bene con quale occhio mi stesse osservando, io avrei detto con quello dorato…
Quella sera non accendemmo la televisione e ci coricammo prima del solito. Mentre Mara era sotto la doccia, scostai le tende e scrutai con attenzione la casa dirimpetto, rischiarata a tratti da una timida mezza luna che provava a dar luce, fra una nuvola e l’altra. Il vento soffiava leggero, facendo oscillare dolcemente i rami nudi del salice.
D’un tratto seppi, ma non so come, che lei era lì, stava sbirciando da dietro le persiane. Prima il cane e poi lei. Sentii così forte la sua presenza che non potetti impedirmi di fare un passo indietro e chiudere le tende.
Pochi secondi e provai a frugare di nuovo con lo sguardo. Nulla, solo vento e deboli raggi lunari.
Poi una persiana si schiuse, lasciando filtrare una tenue luce che metteva in evidenza la sagoma formosa di Irma.
Andai a letto. Cos’altro avrei potuto fare?
Lei lesse qualche pagina, poi si strinse a me, calda e voluttuosa.
Era notte fonda. Il vento era cessato. Mara, supina e immobile, sembrava inanimata. Una luce azzurra usciva dal suo corpo nudo. Avanzava dalle gambe, continuando via via verso i reni, le spalle…
Lei era contro la porta. Stesso pareo sotto e niente sopra.
– Non ti preoccupare, disse, Mara non si sveglierà. Poi aggiunse – Ti piacciono paffutelle, eh?
– Cosa… Cosa le hai fatto?
– Nulla, non preoccuparti, è solo provvisorio. Insomma… dipende da te.
Rise quasi senza suono, mettendo in mostra i denti candidi e regolari e di nuovo quel tic sul labbro. Intanto il corpo di Mara continuava a emanare la luce bluastra, quasi fluorescente, che ora aveva raggiunto la nuca.
Irma seguì il mio sguardo, poi si avvicinò, decisamente seria.
– Sono la Morte, affermò con enfasi. La Morte… Ero venuta qui per te…
Si mordicchiò e umettò l’angolo di quella bocca polposa e seducente, sempre allo stesso modo.
– Per me?
– Esatto, per te!
Sentii una stretta alla gola. Mi sembrava asciutta, nessuna saliva in bocca.
– Ma non ho potuto resistere e ti ho lasciato in vita.
– Ma… non mi sono mai sentito meglio di così…
– Incidente…sarebbe stato un incidente… ma ti ripeto, non ho saputo proprio resistere.
Il suo sguardo era cupido e gli occhi risoluti penetravano i miei.
– Mi ricordi tanto uno dei miei mariti, aggiunse tendendomi la mano.
Mara, Mara, pensai, che le succede?
Non preoccuparti, ti ho già detto. Il blu è il mio colore… viene e va, a mio piacimento.
– Io so solo che il blu abbassa la frequenza cardiaca, cercai di reagire, insomma che è rilassante. Non sapevo che fosse il colore della morte.
Sorrise. I suoi occhi erano pieni e dolci. Un profumo di calicantus invase la stanza.
Mi tese la mano. Mi alzai e la seguii, per ritrovarmi qualche attimo dopo, nudo e infreddolito, nella sua camera da letto, naturalmente blu.

Il mattino venne a baciarmi in fronte, con una tazza di caffè fumante in mano. Mara era ancora nuda, nuda e stupendamente sexy.
– Ma che m’hai fatto stanotte, disse. Sono ancora tutta rossa, non hai smesso mai…
Bevvi il caffè bollente, a grandi sorsate. Non sapevo cosa dire. Non riuscivo nemmeno a tirar fuori una parola. Un mezzo sorriso affiorò sulle mie labbra doloranti. Anche il mio sesso lo era e anche gli occhi, sicuramente la mancanza di sonno, visto che… Visto che cosa ? Balzai giù dal letto, trovai il boxer e lo infilai. Intorno, solo i colori sfumati di marrone della mia stanza.
– Mi serviresti un altro caffè? Chiesi, dirigendomi alla veranda. La luce del cielo, tutta gialla di sole, era abbagliante. Il giardino stava bene, come me e Mara. E la casa presa in affitto dalla Morte?… Sì anche lei era là, tranquilla e sonnecchiante sotto quel calore insolito di un autunno inoltrato. Piccolo particolare, il suo giardino era cosparso di magnifici iris dai petali azzurrati. Un piccolo e fitto campo di giaggioli, fioriti all’improvviso, come se fosse primavera. Oramai più nulla avrebbe potuto stupirmi.
Andai in cucina. Mara girava il caffè.
– Ma che ti succede, chiese con quel sorriso che non spegneva mai – Mi sembri strano!
– Niente, niente – risposi – Ho solo bisogno di quest’altro caffè.
Sorseggiandolo, guardai il calendario: era già venerdì.

Non si può ridere di tutto e di tutti, ma ci si può provare.
Friedrich Nietzsche

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